La Cruz del Sur. Poesia argentina contemporanea / 1 : Laura Wittner

Foto di copertina: Juana Gimeno. Per gentile concessione di Malba Puertos

Introduzione e traduzioni a cura di Camilla Marchisotti

Treni, aeroporti, automobili, addirittura seggiovie: sin dall’esordio El pasillo del tren (1996), acerbo come tutte le prove giovanili ma già emblematico di quello che verrà, le poesie di Laura Wittner (Buenos Aires, 1967) sono costantemente attraversate da vari mezzi di trasporto, che a loro volta servono ad attraversare o trasgredire numerosi confini: geografici, linguistici, mentali. Paradossalmente, però, proprio a partire da questo movimento incessante, dallo «sguardo dal treno in movimento» che profeticamente annuncia una costante della scrittura anche futura, i testi di Wittner si caratterizzano per una fortissima ansia di posizionarsi. Si tratta di un soggetto che vuole stare, che vuole osservare (ma anche: sentire, ascoltare, annusare, toccare…), in una fenomenologia della percezione che non può prescindere, dunque, dal corpo. Alcuni spazi, questo soggetto-corpo, li frequenta più di altri; primo tra tutti quello urbano, la città di Buenos Aires, che funge però da specola, osservatorio da cui relazionarsi, oltre che con l’umano, con l’animale e il vegetale. Dalle finestre, dalle terrazze e dai balconi, il soggetto-corpo tende verso, per conoscersi e conoscere. Si tratta, tuttavia, di un tipo di conoscenza intrinsecamente mobile, che va costantemente ricalibrata, rinegoziata, ricomposta, riguadagnata per poi essere, un attimo dopo, perduta. Infatti, siccome sta nelle cose e non le precede, essa è per sua natura cangiante come, per esempio, i fenomeni e i dati atmosferici per cui Wittner nutre una vera e propria ossessione (si pensi alla pioggia, a cui dedica un intero libro, Lluvias, del 2009, ma anche alle infinite annotazioni sul freddo, il caldo, l’umido, il passaggio delle stagioni, il tono della luce). L’azione del conoscere, del comprendere (se di azioni si può parlare, perché si ha spesso l’impressione che il soggetto, da questa comprensione, venga agito) si configura quindi come fugace (e proprio fugaz è un aggettivo ricorrente); il suo contenuto è incompleto, basato sull’intuito e declinato montalianamente in occasioni (proprio Montale viene citato in esergo alla serie che apre Balbuceos en una misma dirección, 2011).

Più ancora che a Montale, però, posizionandoci da questo lato dell’oceano e facendo l’utile esercizio di immaginare le risonanze che potrebbe avere la poesia di Wittner nello spazio letterario italiano, il tipo di operazioni e di attitudini che la caratterizzano fanno venire alla mente quel ‘balcone del corpo’ da cui procede una voce ormai centrale nella mappa della nostra poesia italiana contemporanea, e cioè Antonella Anedda. Le somiglianze tra le due autrici sono tanto più sorprendenti se si pensa che Wittner non conosce Anedda. Altri autori e autrici della nostra letteratura, invece, esercitano su di lei un’influenza diretta, che deriva cioè dalla frequentazione, e che a volte sfocia addirittura nella citazione (si pensi al primo verso di “Placeres nocturnos”, dichiaratamente preso in prestito a Pavese). Wittner, infatti, oltre a essere poeta, è traduttrice: principalmente dall’inglese, ma, più sporadicamente, anche dall’italiano, lingua che parla e legge. Così, oltre ad Anedda, se è vero che il corpo è, in Wittner, anche il corpo del ritmo, qualcosa nella sua ossessione per la metrica (che si traduce, anche tematicamente, nella mania per l’atto del sillabare), e soprattutto nel frequente e quasi involontario inciampare sull’endecasillabo, rende inevitabile il confronto con Patrizia Cavalli (poeta, invece, letta e amata). Vicini a Cavalli sono anche un tono che si fa volentieri ironico e un registro che si diverte a virare verso il colloquiale, il conversazionale, il confidenziale. E ancora, prendendo come punto di partenza il dato biografico della maternità (che almeno da La tomadora de café, 2005, diventa anche poeticamente rilevante), succede alla poesia di Wittner qualche cosa di simile a ciò che raccontava Natalia Ginzburg (altra lettura dichiarata). «Adesso non desideravo più tanto di scrivere come un uomo», scrive Ginzburg in “Il mio mestiere” (Le piccole virtù, 1962), «perché avevo avuto i bambini, e mi pareva di sapere tante cose sul sugo di pomodoro e anche se non lo mettevo nel racconto pure serviva al mio mestiere che io le sapessi: in un modo misterioso e remoto anche questo serviva al mio mestiere». Anche in questo caso, l’esperienza della maternità non costituisce un intralcio alla scrittura; al contrario, essa pare rafforzarne e allargarne temi e strumenti. Infatti, la conoscenza a cui si accennava prima, oltre a essere fugace e incompleta, è anche sempre sessuata, cioé femminile e materna. Ciò ha delle importanti conseguenze tanto sul già citato rovello dello spazio (la rivalutazione del domestico, del materiale, dell’ordinario, del basso), quanto sul tempo, in una preoccupazione che diventa generazionale e che, come emblematicamente accade in “Por qué las mujeres nos quemamos con el horno”, si dispiega cronologicamente nel lignaggio nonna-madre-figlia. Così, lungo il corso della vita e dei libri, anche figlie e figli (prima neonati, e poi via via bambini, adolescenti, adulti…) si affermano come personaggi ricorrenti nella poesia di Wittner, si staccano dalla mera realtà biografica per divenire quasi delle funzioni: corpi nati dal corpo che li ha partoriti, di cui si deve avere cura e che, a loro volta, ci curano (in un equilibrio che non sempre è facile trovare). 

*

Laura Wittner è nata a Buenos Aires nel 1967. Oltre a essere poeta, traduce dall’inglese e, più sporadicamente, dall’italiano. Organizza workshop di scrittura creativa e traduzione, è autrice di numerosi libri per ragazzi. Nel 2021, ha pubblicato un saggio sulla sua attività traduttiva intitolato Se vive y se traduce; è invece del 2025 l’autobiografico Diario de menopausia. È autrice dei seguenti libri di poesia: El pasillo del tren (1996), Los cosacos (1998), Las últimas mudanzas (2001), La tomadora de café (2005), Lluvias (2009), Balbuceos en una misma dirección (2011), La altura (2016), in seguito riuniti nell’antologia Lugares donde una no está (2017), in cui sono comprese anche alcune sue traduzioni e testi di occasione in prosa. Nel 2020 è uscito il suo ultimo libro di poesia, Traducción de la ruta. Suoi libri sono stati tradotti in varie lingue, tra cui il portoghese, il tedesco, il coreano, l’inglese. 


Lugares donde una no está (Poemas 1996-2016), Gog y Magog, 2017

da El pasillo del tren (1996)
Un ultimo sguardo dal treno in movimento

Un ultimo sguardo dal treno in movimento
vorrebbe essere uno sguardo speciale
ma è come tutti, questo spazio che occupiamo
adesso, vuoto di noi,
inizia il movimento di retrocessione
di ripiegamento nella memoria
per, allo stesso tempo, disturbare
segnalando che
continuerà ad esistere,
altri abitanti lo percorreranno
come qualcuno che abbiamo amato
e il paesaggio andrà modificandosi,
il ricordo, allora, sempre più inesatto
non per usura
ma perché l’originale cambierà.
Le ultime cose che vedi
saranno anche le prime che vedrai
tornando
(you are leaving Las Pirquitas we are already missing you).
Eppure, abbiamo sempre vissuto in questa città
e quando la domenica passiamo accanto a barche arenate
e ponti arrugginiti
e scendendo dall’auto vediamo che il fiume
è una cosa nera, spessa,
che distilla bolle tra le macchie chiare
come sputi che si espandono
(“si è formato sopra l’acqua uno strato anaerobico
dove impensabili creature
si sviluppano ed esistono senza ossigeno”)
allora non c’è dolore per il luogo lontano
né gesti significativi nell’ultimo sguardo
sarebbe inutile: non ci sono limiti
per entrare o uscire.

Una mirada de adiós desde el tren en marcha

Una mirada de adiós desde el tren en marcha
querría ser una mirada especial
y es como todas, este lugar que ocupamos
ahora, vacío de nosotros,
inicia el movimiento de retroceso
de replegarse en la memoria
para al mismo tiempo molestar
dando la señal de que
seguirá existiendo,
otros habitantes lo recorrerán
como a alguien que quisimos
y el paisaje se irá modificando,
el recuerdo entonces cada vez más inexacto
no por desgaste
sino porque el original va a cambiar.
Lo último que veas
será también lo primero que veas
cuando regreses
(you are leaving Las Pirquitas we are already missing you).
Por otra parte siempre hemos vivido en esta ciudad
y cuando un domingo pasamos junto a barcos varados
y puentes color óxido
y al bajar del auto vemos que el río
es algo negro, espeso,
destilando burbujas entre manchas claras
como salivazos en expansión
(“se ha formado sobre el agua una capa anaeróbica
donde criaturas impensables
se desarrollan y existen sin oxígeno”)
entonces no hay pena por el lugar lejano
ni gestos significativos en la última mirada
sería inútil si no hay límites
para entrar o salir.

da La tomadora de café (2005)
Un po’ verde, verde, molto verde

Febbraio

Quando piove, il reggae è tutta un’altra cosa.
Il giornale di domenica diviso per sezioni,
le piante che orgogliose accettano l’acqua fredda dell’estate,
il caffè, il pane, i tovaglioli di carta, la zuccheriera,
le terrazze che vanno e vengono tra lo spesso spray.

Giugno

Il vento cittadino spinge e smette – ha i suoi dubbi.
Tutto il balcone è all’ombra e carico di umidità,
liscio come una vecchia macchia di tè, insistente e calcareo.
Le foglie del ficus ballano: ma è un triste gioco
e accanto, rossi, anche i fiori impazienza
si assordano al vento.
Sembra che controvoglia allunghino la testa.

Agosto

Dopo la pioggia, colombe fradicie
atterranno sulla ringhera del balcone.
Due provano a corteggiarsi, si corteggiano.
Le altre le rifiutano: como può essere…?
Ma subito i loro sguardi fulminanti, senza elasticità,
cambiano direzione. Con loro se ne vanno
anche i neri – funesti – pensieri.

Settembre

Sono caduti i primi kumquat. Avrei voluto
avere un angolo dove bruciarli, guardarli, aspettare
che questa stessa quiete acidula e aranciata
ardesse nel carbone, intima ma invadente.
Invece ci sono due frutti rotondi
posati in silenzio per terra.

Ottobre

Tutto si affretta a crescere e fiorire.
Le piante serie finalmente si impongono sulle erbacce
e ognuna inventa le germinazioni più inattese.
Era tutto qui, carnalità? Vegetazione che straborda
forma lacci, circonda la casa e soddisfa
le sue più selvagge, verdi fantasie?

Novembre

La sera di domenica mi trova a trasportare un cesto
che mia madre ha riempito di piantine fatte in casa.
Alla luce artificiale il campionario silvestre apre gli occhi
(o le bocche) sul nuovo ambiente, cinque piani più in alto,
meno esposto al sole, più ventoso, meno circolare.
Il mio è decisamente un gesto da Cappuccetto:
trasportare un cesto al tempo in cui ogni scambio
sembrerebbe stabilirsi botanicamente.

Dicembre

Guardo le piante di notte, le chiamo per nome,
non so se reagiscono. Conoscerle è un esercizio
che mi terrebbe sveglia per la strada, se trasportassi
carichi notturni da una città ad un’altra.
Parole strane, ovvie, infallibili,
dai fioriti etimi che io sillaberei, insonne.

Un poco verde, verde, muy verde

Febrero

En día de lluvia, escuchar reggae es otra cosa.
El diario del domingo separado por secciones,
las plantas aceptando con orgullo el agua fría de verano,
el café, el pan, las servilletas de papel, la azucarera,
las terrazas que se van y vuelven de entre el espeso spray.

Junio

El viento urbano empuja y para -tiene sus dudas.
Todo el balcón está en sombras y embebido en humedad,
terso cómo una vieja mancha de té, insistente y calcáreo.
Las hojas del ficus bailan: pero es triste su juego
y al lado, rojas, las flores impaciencia
también se ensordecen con el viento.
Parece que a disgusto estiraran la cabeza.

Agosto

Tras las lluvias, palomas empapadas
aterrizan en la baranda del balcón.
Hay dos que intentan cortejarse, se cortejan.
El resto las repudia: ¿Cómo puede ser…?
Pero enseguida sus miradas fulminantes, sin elasticidad,
cambian de dirección. Con ellas van también
los negros -funestos- pensamientos.

Septembre

Cayeron los primeros kinotos. Habría querido
tener un rincón donde quemarlos, mirarlos, esperar
que esta misma quietud traspasada de ácido y naranja
ardiera en el carbón, íntima pero invasiva.
En cambio hay dos frutos redondos
en silencio posados en la tierra.

Octubre

Todo se apura a crecer y dar flor.
Las plantas serias por fin se imponen a los yuyos
y cada cual inventa las más sorpresivas brotaciones.
¿Esto era todo, carnalidad? ¿Vegetación que desborda,
forma lazos, rodea la casa y satisface
sus más salvajes, verdes fantasías?

Νoviembre

La noche de domingo me encuentra cargando una canasta
que mi madre llenó de plantines caseros.
Bajo la luz artificial el muestrario silvestre abre los ojos
(o las bocas) a su nuevo entorno, cinco pisos más alto,
con menos sol directo, más ventoso, menos circular.
Mi acción es netamente la de Caperucita:
llevar una canasta en tiempos en que todo intercambio
parece haberse instalado en el nivel botánico.

Diciembre

Miro las plantas de noche, las llamo por su nombre,
no sé si reaccionan. Conocerlas es un ejercicio
que me mantendría despierta en ruta, si llevara
cargas nocturnas de una ciudad a otra.
Palabras raras, obvias, indefectibles,
de floridos orígenes que yo deletrearía, insomne.

*

Altra città

Quando alzo lo sguardo vedo neve,
neve che brilla dal televisore.
Come sempre, luccicano sulla mappa
i luoghi dove una non è.
Certo mi mancherebbe il mercato dei fiori
e svegliarmi in questo piano ottavo
che si apre e sfida il vento.
La verità è che c’è stato un solo giorno di neve
e che esiste una seconda possibile versione
per le cose conosciute.
Le valigie sono fatte da sempre
e in più stanno sul divano
in posizione di attesa.
Questo momento dura, si mantiene,
è una maniera di stare:
essere a punto di venire abbandonato.
Il pozzo nero delle valigie pronte,
rovescio dell’atterraggio:
il desiderio umano per l’incompleto
che si riflette, dicono,
nella predilezione per il piccolo,
il breve, il frammento.

Otra ciudad

Cuando levanto la vista veo nieve,
nieve refulgiendo desde el televisor.
Como siempre, titilan sobre el mapa
los lugares donde una no está.
Seguro extrañaría el mercado de flores
y despertar en este piso octavo
que se abre desafiando al viento.
La verdad es que hubo un solo día de nieve
y que hay una posible segunda versión
para las cosas conocidas.
Las valijas están hechas desde siempre
y además están sobre el sofá
en posición de espera.
Ese momento dura, se sostiene,
es una manera de estar:
estar a punto de ser abandonado.
El pozo negro de las valijas hechas,
reverso del desembarco:
el deseo humano por lo incompleto,
que se refleja, dicen,
en la predilección por lo pequeño,
lo breve, el fragmento.

da Lluvias (2009)
Questa sera pioverà

L’hanno detto alla tele;
lo dice il cielo che evidentemente
già si prepara però senza fretta:
formula nuvole mollicce
sempre più opache
e sempre più signore e padrone:
lievitano, provano a fare del cielo un tetto,
esalano un profumo promettente
che trasforma il tono molecolare dell’aria.
L’hanno pubblicato sul giornale
con il disegno della nube grigia
attraversata dal fulmine;
non resta che aspettare, dissimulando,
come se la certezza della pioggia
non ricadesse sulle nostre azioni
completamente rinnovandone il carattere.

A la noche va a llover

Lo dijeron en la tele;
lo dice el cielo que evidentemente
se va preparando pero sin apuro:
formula nubes blanduzcas
cada vez más opacas
y cada vez más dueñas y señoras:
levan, intentan hacer del cielo un techo,
exhalan ese perfume promisorio
transformador del tono molecular del aire.
Lo publicaron en el diario
con el dibujo de la nube gris
atravesada por el rayo;
sólo queda esperar, disimulando,
como si la certidumbre de la lluvia
no se volcara sobre nuestros actos
renovando del todo su carácter.

*

Marzo

Salvo il picchiettio
delle gocce sulla tela dell’ombrello
è completo il silenzio.
Nessuno esce da
né entra in queste case,
nessuno si avvale
del suo diritto a andare in auto.
Avanzo nell’incantesimo
con lo sguardo prudentemente basso
e il gesto neutro
che si confà
a un’occasione tanto rara:
essere stata toccata
dalla bacchetta della realtà.

Marzo

Salvo por el alfileteo
de las gotas sobre la tela del paraguas
es completo el silencio.
Nadie sale de
ni entra en estas casas,
nadie hace huso
de su derecho a andar en auto.
Avanzo en el hechizo
con la mirada prudentemente baja
y el gesto neutro
que corresponde
a tan rara ocasión:
haber sido tocada
por la varita de la realidad.

*

Casa nel bosco

Fuori, resti d’acqua
pendono dalle pigne che pendono dai rami.
Varie forme ovali che vorrebbero staccarsi:
tutto si abbassa.
Qui, un silenzio eccelso. Brevi raffiche
di gocce dell’ultimo momento sopra tetti e vetri.
La nuvola, che finisce di esprimersi
e manda sferzate ottimiste.
Uno strano caldo, sovraindotto,
venuto per confonderci stanotte,
ora, con l’allerta delle arance e del caffè,
ci fa quasi esplodere di aspettative.
Coronando attività silenziose,
motori e fluidi che sapranno quel che fanno:
lo fanno, suppongo, per noi.

Casa en el bosque

Afuera, restos de agua
cuelgan de las piñas que cuelgan de las ramas.
Varias formas ovales proponiendo desprenderse:
todo baja.
Acá, un silencio excelente. Ráfagas breves
de gotas de último momento sobre techos y vidrios.
La nube, que termina de exprimirse
y manda optimistas latigazos.
Un calor raro, sobreinducido,
para marearnos por la noche,
ahora, con el alerta de las naranjas y el café,
casi nos hace estallar de expectativas.
Coronando actividades mudas,
motores y fluidos que sabrán lo que hacen:
lo hacen, supongo, por nosotros.

da Balbuceos en una misma dirección (2011)
Il mio lato del dialogo

Va bene; ma quando attraversavamo paesaggio
arido o umido, industriale o bucolico,
sotto cieli turchesi o l’effetto di droghe
la morte e la malattia erano lontane.

E basta, poi; tanta preparazione teorica
per quel che c’è da dire, che non è mai molto.
Due cose: essere gentili gli uni con gli altri;
nel circolo intimo, divertirci, godere.

Perché fugace è tutto.
Succede che nella memoria acquista peso.

Ascolta, non lo reinviare.
Quello che dico, lo sto dicendo solo a te.

Mi lado del diálogo

Está bien; pero cuando atravesabámos paisaje
árido o húmedo, industrial o bucólico,
bajo cielos turquesas o el efecto de drogas
la muerte y la enfermedad estaban lejos.

Basta, además; tanta preparación teórica
para lo que hay que decir, que nunca es mucho.
Dos cosas: ser amables los unos con los otros;
en el círculo íntimo, divertirnos, gozar.

Es que fugaz es todo.
Pasa que cobra peso en la memoria.

Mirá, no lo reenvíes.
Lo que estoy diciendo te lo digo sólo a vos.

*

Perché insistiamo con i viaggi

I pali della recinzione si susseguono
nei limiti che il dito ha disegnato
sulla condensa del vetro: secondi
nella linea del tempo in agguato, trattini
nella linea dello spazio lungo la strada,
trattini secondi trattini, un viaggio
tranquillizza per un po’, facilitando
il procedere congiunto di spazio e tempo.
Che passi il tempo, che passi lo spazio,
che uno passi per il tempo e per lo spazio,
sospirando finalmente:
questo ha
più senso.

Por qué insistímos con los viajes

Los postes del alambrado se suceden
dentro de los límites que el dedo desaguó
en el vaho del vidrio: son segundos
en la acechante línea temporal, guiones
en la línea espacial junto a la ruta,
guiones son segundos son guiones, un viaje
tranquiliza por un rato, propiciando
que avancen juntos el espacio y el tiempo.
Que pase el tiempo, que pase el espacio,
que pase uno por el tiempo y el espacio,
suspirando por fin:
esto tiene
más sentido.

da La altura (2016)
Seggiovia

Galleggia sul silenzio di boscaglia
si accende una sigaretta e sale.
Non esiste oltre a questo cigolio
intermittente, al nauseato dondolio
diretto al cielo. I piedi
in primo piano; non il presente
né il futuro, niente. Solo i piedi
che penzolano, e anche la carrucola
che stride, e il profumo caldo
della boscaglia sotto, e del fumo
che la nasconde e culla nella sua strategia.

Aerosilla

Flota sobre el silencio de maleza
prende un cirgarillito y va subiendo.
No existe más allá de ese chirrido
intermitente, del bamboleo mareado
en dirección al cielo. Los pies
en primer plano; no el presente
ni el futuro, ni nada. Sí los pies
que cuelgan, y también la roldana
que chirría, y el perfume caliente
de la maleza abajo, y el del humo
que la esconde y la acuna en su estrategia.

*

Giocano i ragazzi nella piazza

Più in là, sagome giocano a tennis.
Ancora più lontano c’è il ronzio
che si alza da qualche flusso in transito.
E più lontano il muro
irregolare di edifici cari
di cui a quest’ora solo uno
e solo ai due piani più alti
riceve luce, anche se scialba.
Adesso, guarda che succede:
tra il cerchio dei pini che è il tuo primo piano
qualcuno, un uccello, si mette a cinguettare
al massimo delle sue forze,
con sfida e con maestria:
è breve ciò che emette, ed efficiente.
Se avevi lo sguardo sul libro
spostandolo in alto di colpo comprendi
che cosa magnetizza questi strati sovrapposti
di urbanismo irreale che ti includono.
Come fanno a non crollare
strato per strato, lasciandovi
nel centro della scena nudi.
Ma comprendere è fugace
come il grido dell’uccello.

Los chicos juegan en la plaza

Más atrás siluetas juegan tenis.
Todavía más atrás está el zumbido
que se eleva desde algún fluir de tránsito.
Y más atrás el paredón
irregular de los edificios caros
de los cuales a esta hora sólo uno
y sólo en los dos pisos superiores
retiene luz del sol, bastante aguada.
Ahora, fijate lo que pasa:
de entre la ronda de pinos que son tu primer plano
alguien, un pájaro, rompe a trinar
a todo lo que da,
con desafío y con oficio:
es breve lo que emite, y eficiente.
Si estabas con la vista sobre el libro
al mirar hacia arriba entendés de un tirón
qué es lo que imanta esas capas superpuestas
de urbanismo irreal que te contienen.
Cómo es que no se desmoronan
estrato por estrato dejándolos a ustedes
desnudos en mitad del escenario.
Pero entender fue tan fugaz
como el grito del pájaro.

*

Piaceri notturni

A Clara

Anche noi ci fermiamo a sentire la notte
ognuna dal suo quartiere ma allo stesso tempo.
Qui c’è un cielo grigio slavato
che sa di acqua di fiume o giù di lì.
Non entro in casa; inspiro a fondo,
esprimo un desiderio unico a questo odore.
E allora il desiderio si atomizza,
atomi di desiderio coprono la città:
comincia una pioggerellina piana, discreta,
fatta di costanza, che non si sente
con le finestre chiuse.
Questo è compiersi, più o meno.

*(Titolo e primo verso me li ha prestati Pavese)

Placeres nocturnos

A Clara

También nosotras nos paramos a sentir la noche
cada una en su barrio pero al mismo tiempo.
Acá hay un cielo gris blanqueado
que huele a agua de río o algo así.
No entro a casa; aspiro hondo,
le pido un deseo único a ese olor.
Y entonces el deseo se atomiza,
átomos del deseo cubren la ciudad:
empieza una lluviecita plana, discreta,
hecha de constancia, que no se escucha
con las ventanas cerradas.
Eso es cumplirse, más o menos.

(*Título y primer verso me los prestó Pavese)

*

Il peso

Che mi pesino i capelli. Tanto per cominciare.
Se no non so chi sono, cosa penso.
Come inclinare appena la testa,
come affrontare presbite la luce
se non peso, se non mi pesano i capelli,
e da lì in giù divento attraversabile
già dubito della mia consistenza?
Non c’è verso.
Non si giustifica
la tendenza attuale a togliere volume
perché senza il volume non c’è peso,
non vedete? E cosa siamo?
Leggeri come polli,
con i capelli dritti,
senza àncora, senza memoria,
come dicendo giro qui
o proseguiamo dritto?

El peso

Que me pese el pelo. Eso para empezar.
Si no no sé quién soy, qué cosas pienso.
¿Cómo inclinar un punto la cabeza,
cómo encarar la luz con la presbicia
si no peso, si el pelo no me pesa,
y de ahí para abajo ya me hago traspasable,
ya dudo en consistir?
No hay forma.
No sé justifica
la tendencia actual a sacar el volumen
porque con el volumen se va el peso,
¿no lo ven? ¿Y qué somos?
Livianos como pollos,
con el pelo erizado,
sin ancla, sin memoria,
cómo diciendo ¿doblo acá
o seguimos derecho?

*

Favola dell’alano

Dissi così per dire: come vorrei
avere un grande alano, e per la strada
che figurone che faremmo.
Lui al mio fianco, un fidanzato principesco,
mentre gli parlo spensierata.

Mi fu risposto: che idiozia,
che progetto impossibile.
Chi può permettersi un alano?
È grande, caro, scemo, blablablà.

Chi così si esprime, pensai io,
non fa per te. Non sa capire
i tuoi sproloqui. Abbatte il pugno
sulla fantasia che salva.
Allontanati da lui. E me ne andai.

Fabula del gran danés

Yo dije por decir: me gustaría
tener un gran danés, porque en la calle
que regios quedaríamos.
El a mi lado, un novio principesco,
y yo despreocupada conversándole.

Y se me respondió: qué estupidez,
qué proyecto imposible.
¿Quién puede mantener un gran danés?
Es grande, caro, tonto. Blablablá.

Alguien que así se expresa, pensé yo,
no te conviene. No sabe interpretar
tus devaneos. Baja el puño
sobre la fantasía salvadora.
Aléjate de él. Y me alejé.

*

Perché questa è una poesia

Se c’è qualcosa che davvero mi importa
è appropriarmi dei nomi.
Per questo devo fare pratica
perché i nomi – salvo il proprio –
sono i nomi degli altri.
Metzer Straße
ripeto mentre cammino controvento.
Friedrichstraße. Carsten.
Regolo i muscoli della gola.
Mi affermo sul terreno.

Por qué esto es un poema

Si hay algo que de verdad me importa
es apropiarme de los nombres.
Para eso tengo que practicar
porque los nombres -salvo el propio-
son los nombres de otros.
Metzer Straße
repito mientras camino contra el viento.
Friedrichstraße. Carsten.
Ajusto los músculos de la garganta.
Me afirmo sobre el suelo.

*

Ho fatto brutti sogni ma è stata una notte tranquilla

Dopo il temporale le ragazze starnutiscono
sulla banchina della metro a mezzogiorno
andando ai pranzi di domenica vestite come ieri.
Io faccio come al solito: mi sfrego gli occhi,
penso ai miei figli, penso a te, conto le sillabe.

Tuve sueños feos pero fue una noche plácida

La tormenta trajo chicas que estornudan
en el andén del subte al mediodía
yendo a almuerzos de domingo con la ropa de ayer.
Yo hago lo de siempre: me refriego los ojos,
pienso en mis hijos, pienso en vos, cuento sílabas.

Traducción de la ruta, Gog y Magog, 2020

Perché noi donne ci bruciamo con il forno

Il segnetto rosso ce l’abbiamo tutte.
Qui sulla mano sinistra, con cui scrivo,
c’è anche la mia bruciatura da forno.
Se la guardo fisso, sopra il radio
mi si dispiega in tre:
mi si tridimensiona il polso
e socchiudendo gli occhi si possono vedere
il polso di mia madre, quello di mia nonna
e, con uno scatto in avanti, quello di mia figlia,
punto dalle zanzare, levigato ma già pronto
per il segno della griglia ardente

Por qué las mujeres nos quemamos con el horno

La marquita roja la tenemos todas.
Acá en la mano izquierda, con la que escribo
está también mi quemadura de horno.
Si la miro muy fijo, sobre el radio
se me despliega en tres:
se me tridimensiona la muñeca
y entrecerrando los ojos pueden verse
la muñeca de mi madre, la de mi abuela
y, en un tirón hacia adelante, la de mi hija
picada de mosquitos, pulida y ya dispuesta
a la marca de la rejilla ardiente

*

Perché non deve piovere la domenica sera

Tuona e i miei figli sono nell’altra casa.
Prima un tuono lontano,
poi uno più vicino,
un tuono finalmente rintronante
che rimbomba in ogni stanza vuota
e in questa unica stanza illuminata
dove lavoro a mezzanotte.
Tuona e non ho chi calmare
cosa che per un attimo somiglia
a non avere chi mi calmi. Ma no.
Una madre si ricompone in fretta
anche se i figli sono nell’altra casa.

Por qué no tiene que llover los domingos a la noche

Truena y mis hijos están en su otra casa.
Primero un trueno lejos,
después uno más cerca,
un trueno finalmente atronador
que retumba en cada cuarto vacío
y en este único cuarto iluminado
donde trabajo a medianoche.
Truena y no tengo a quien calmar
lo que por un segundo se parece
a no tener quien me calme. Pero no.
Una madre se recompone pronto
aunque los hijos estén en su otra casa.

*

Ma

Ha semi?
Ha spine?
Quanta paura
fa lo spillo nell’imbastitura?
Fin dove una madre
deve, per i suoi figli, sciogliere
gli ostacoli, le calcificazioni
di incertezza, di freddo, il fastidio
nella mappa, nella scarpa, la piega
del calzino e il timore in generale,
l’ansia unica, privata
e l’altra
che ci avvolge tutti?

Ma

¿Tiene semillas?
¿Tiene espinas?
¿Cuánto miedo
da el alfiler en el hilván?
¿Hasta dónde una madre
debe, para sus hijos, disolver
los obstáculos, las calcificaciones
de incertidumbre, de frío, la molestia
en el mapa, en el zapato, la arruga
de la media y el temor en general,
la ansiedad única, privada
y la otra
que nos envuelve a todos?

Tradurre poesia: un atto di amore?

Un’intervista a Bianca Tarozzi, a cura di Vassilina Avramidi e Elena Strappato

Mentre i countdown per le feste natalizie sono già iniziati, e tante finestrine dei calendari dell’avvento sono già state aperte, anche noi dell’Almanacco ritorniamo su alcuni dei momenti più belli che abbiamo condiviso durante il 2024. Ritorniamo alle giornate calde di giugno, quando abbiamo organizzato il Grisù Festival de Lo Spazio Letterario, in collaborazione con Porta Pratello e con la libreria indipendente Confraternita dell’Uva.

Con l’intervista a Bianca Tarozzi avvenuta durante il Grisù, si è chiuso un anno di lavori e collaborazioni sulla traduzione, e in particolare sul rapporto tra poesia e traduzione. Durante il 2024 abbiamo desiderato di incontrare traduttori e traduttrici per diversi motivi: certamente, per conoscere il punto di vista di chi traduce, considerandolo un punto di vista privilegiato, critico sul testo, ma anche per valorizzare il lavoro di chi traduce e per rivendicare il lavoro di traduzione come una forma di scrittura contemporanea.

Bianca Tarozzi è nata a Bologna e vive a Venezia. Ha insegnato letterature inglesi e angloamericane tra Verona, Venezia e Milano, e come traduttrice ha abitato la poesia americana, in particolar modo quella confessionale e i suoi nomi più rappresentativi come Robert Lowell, Sylvia Plath e Elizabeth Bishop. Ha tradotto anche la poesia di Emily Dickinson, A. E. Hausmann e Louise Glück, vincitrice del Premio Nobel del 2020. Come autrice e poeta, l’esordio di Bianca Tarozzi avviene con Nessuno vince il leone (Arsenale, 1988), una raccolta di riscritture al femminile dove ritroviamo, tra altre, figure note dalla mitologia greco-romana, come Arianna e Penelope. In questa intervista, Bianca ci racconta la sua esperienza in quanto traduttrice di due tra le opere più rilevanti di Louise Glück, Ararat e Meadowlands, in Italia pubblicate entrambi dal Saggiatore (2021 e 2023 rispettivamente).

Elena: Nel 2021, dopo la vittoria del Nobel di Louise Glück, il Saggiatore pubblica la tua traduzione di Ararat, che in realtà però è precedente; era già stata pubblicata nel 2012, in un numero monografico della rivista In forma di parole, curata da Gianni Scalia. In realtà, fino alla vincita del Nobel, Louise Glück era parecchio sconosciuta nel panorama italiano, a tal punto che giravano articoli dal titolo “Louise Glück chi?”… Considerando che tu provenivi da una poesia contemporanea americana come quella confessionale, e che la voce lirica di Louise Glück in qualche modo sfugge questa categorizzazione, vorremmo che ci racconti com’è avvenuto l’incontro con la poesia di Glück, e in particolare come sei arrivata a tradurre Ararat e Meadowlands?

Bianca: Partiamo dalla mia formazione in quanto americanista. Quando ancora frequentavo l’università a Venezia ho scritto una tesi su Robert Lowell, che penso sia l’unico o, meglio, quasi l’unico poeta americano che si occupi della storia americana, perché sia la Glück che altre importanti poetesse e scrittrici contemporanee nordamericane, come Mary Robinson e Anne Carson, non parlano della storia nella loro poesia. Lo stesso credo vale anche di molti poeti americani contemporanei. Ci sono, certo, alcune eccezioni, ma allora si tratta di newyorkesi, ebrei, che hanno una diversa consapevolezza della storia. Mentre dunque lavoravo su Robert Lowell ed Elizabeth Bishop, ho letto un libro della critica letteraria Helene Vendler, scomparsa recentemente, intitolato Part of Nature, Part of Us (Parte della natura, parte di noi), pubblicato nel 1980.[1] Lì, verso la fine del libro, c’era una parte dedicata sulla poesia di Glück. Allora ho pregato la mia sorella maggiore, filosofa che vive a New York, di farmi avere qualcosa della Glück. Quindi, per le vacanze di Natale del 1980, mi ha mandato proprio quel librino di Glück che Vendler aveva commentato nel suo grosso volume sulla poesia americana. A una prima lettura, mi è sembrato molto facile individuare le influenze di Glück. Già dalla prima poesia sua che ho letto, ho pensato a Silvia Plath, perché il suo verso era libero, drammatico, la tematica era gotica… aveva però un tema suo specifico, ed era quello – se vogliamo chiamarlo così – dell’anoressia. Louise Glück aveva avuto una formazione un po’ particolare: ha studiato alle scuole superiori, dopo però si è ammalata e ha avuto gravi problemi di salute (anoressia), come non ha seguito un curriculum “normale”, studiando, per esempio, in una facoltà di lettere. Quando dunque mi è arrivato questo libro, [n.d.r.: Descending Figure), io lo lessi con molto interesse, e pian piano che uscivano anche le opere successive, me le procuravo. Anni dopo, quando insegnavo letterature angloamericane all’Università di Verona, ho organizzato un convegno su Ulisse e Circe. A quel punto, Meadowlands, il libro in cui Glück riscrive in parte i personaggi di Ulisse, Penelope, Telemaco e Circe, era già uscito e lo conoscevo.

A questo punto occorrerebbe tornare un po’ indietro: già anni prima, quando facevo lezioni di poesia americana alla Ca’ Foscari, per il Novecento partivo da Ezra Pound e dal suo poemetto Hugh Selwyn Mauberley (tradotto in italiano da Giudici), dove Ulisse diventa l’emblema del poeta novecentesco. Dopo Pound, anche Lowell, sul quale io avevo fatto la tesi, ritorna sul personaggio di Ulisse, per rappresentare la sua storia biografica, esistenziale: nella sua poesia Penelope era la maschera per la seconda moglie, Circe per la terza. Bisogna dire di Lowell che tutte le sue mogli sono state scrittrici, romanziere o critiche letterarie – almeno su questo direi che abbia rivelato un certo buon gusto! La sua versione però di Ulisse e Circe è tremenda: la sua era una maga aristocratica, dell’ Atlanta del nord, che si, scriveva romanzi, ma era di una famiglia disastrata, figli, droghe… insomma, succedeva di tutto. Per Lowell, quel periodo è stato un disastro, ed è quello che racconta attraverso questa riscrittura del mito. Ciò che fuori dalla poesia invece è che Lowell decide di ritornare dalla seconda moglie, Elizabeth Hardwick, ma il nostos non avviene: il poeta è morto in taxi, proprio mentre tornava a New York, dalla sua Penelope. La mia traduzione dell’Ulisse di Lowell è stata pubblicata nel 1977, in una rivista di Gianni Scalia, qui a Bologna – dico una perché, ai quei tempi, Scalia si inventava delle riviste in continuazione, appena finiva una ne cominciava un’altra.

Sono partita quindi da Ulisse, ma certo Penelope mi ha sempre molto interessata. Qualche anno dopo, nel 1985, ho scritto le “Variazioni sul tema Penelope”, un poemetto piuttosto lungo di trecento versi, mi fu subito pubblicato – per alcuni, quel poemetto sarebbe la cosa migliore che ho scritto; io non sarei tanto d’accordo su questo, ma ognuno ha i propri gusti. Allora, in quel periodo, sul terzo programma della radio, leggevano l’Odissea nella meravigliosa traduzione di Aurelio Privitera, pubblicato presso la casa editrice Lorenzo Valla. Passavo quindi le mie mattine ascoltando l’Odissea e nel frattempo scrivevo la mia versione di Penelope. L’ho ambientata nella contemporaneità, aggiungendo una buona dose di elementi autobiografici. Telemaco, per esempio, era mia figlia e mi faceva delle domande veramente strane: «tu, mamma, c’eri quando nell’era dei dinosauri?»… Avendo quindi scritto io stessa una Penelope, dai toni in parte comici e in parte drammatici, quando è uscito Meadowlands, mi sono precipitata, l’ho tradotto tutto e Gianni Scalia mi ha subito fatto pubblicare tutto il libro nella rivista In forma di parole. Questa è la storia del mio incontro con Glück.

Vassilina: Come hai ben accennato, in Meadowlands Glück riscrive l’Odissea in chiave lirica. Scrive, sì, in verso libero, ma gioca tanto con la forma e cerca di riportare dentro un genere per eccellenza monologico come la lirica, l’elemento del dialogo. Nei suoi versi, il mito è un velo, e la famiglia di Itaca diventa un’analogia triangolare (Penelope-Ulisse-Telemaco vs Glück-marito-Noah) attraverso cui la poeta racconta la fine del suo matrimonio. Una poesia che trasmette i sentimenti dolceamari del divorzio e della rottura, una poesia piena di lutto non per la morte, bensì per la perdita di una vita matrimoniale che ha segnato la vita della scrittrice e il suo rapporto con il figlio. Come Glück, anche Penelope è una figura che vive nell’assenza dell’altro, che fa esperienza della perdita, e del lutto continuo – del resto, anche la stessa tela di Penelope è un’arma contro i pretendenti, radunati a Itaca a causa dell’assenza del marito, ed è un oggetto del lutto, un che Penelope prepara per la morte eminente del suocero Laerte; una morte che non avverrà all’interno dell’Odissea.

 Sentire il lutto per qualcosa che si è perso è anche un sentimento che ci riporta alla pratica della traduzione; pensiamo anche al termine “resa”, all’ “arrendersi” davanti al testo e ai possibili “intraducibili” della lingua di partenza. Facciamo un esempio: nella tua traduzione di Meadowlands hai scelto di lasciare il titolo uguale nella versione italiana, una decisione che abbiamo visto ripetersi anche nella traduzione in greco moderno, come anche in quella francese. Tale decisione è senz’altro giustificata, visto che Meadowlands è il nome dello stadio della squadra The Giants a New Jersey, un luogo-chiave in questo libro di Glück, che diventa tema centrale nei dialoghi lirici con il marito. Questa scelta però nasconde un altro significato nascosto nel titolo inglese: “meadowlands” sono, infatti, le terre dei “meadows”, parola che traduce il greco antico λειμών (il prato, il pascolo), luogo poetico già dai tempi dell’Odissea dove i «meadows» erano la casa delle Sirene. Questa, per esempio, è una connessione con Omero che il lettore italiano, greco, francese perde quando vede la parola «meadowlands».

Bianca: Allora, parliamo dei titoli e della strutturazione dei libri della Glück. Le sue poesie sono strutturate all’interno dei libri con un senso, con un’unità tematica, non sono poste cronologicamente man mano che le scriveva. Ararat, anche quello lasciato invariato nelle varie lingue, è un altro bel esempio della molteplicità di significati che si nascondono dietro i titoli della Glück: per la maggioranza dei lettori, Ararat è il monte dove si pose l’Arca di Noè, dopo l’alluvione; ma Ararat è anche un nome di un cimitero ebraico di Long Island, dov’è sepolto il padre della Glück, un personaggio centrale di questo libro. «Meadowlands» in inglese significa terreno a pascolo, ma è anche lo stadio. Questo è un punto tematico di scontro tra marito e moglie nel libro: per lui, i calciatori che giocano lì sono persone straordinarie, quasi eroi, mentre per lei, sono quasi dei delinquenti, degli energumeni. Addirittura, il personaggio di Penelope, attenta all’estrema cementificazione della zona, ride del nome dello stadio e lo paragona all’interno di un forno. Quindi i titoli della Glück sono sempre plurivalenti, indicando allo stesso tempo l’unità tematica dei libri.

Vassilina: Infatti, lo stadio dei Giants prende il suo nome proprio dai prati di New Jersey su cui è stato costruito, durante un periodo che ha segnato la zona per l’edificazione intensiva e la perdita di una dimensione più bucolica che la caratterizzava. Ritornando all’idea della perdita vorrei chiederti come ti sei approcciata a questo libro, e anche più generalmente, come ti approcci alla pratica della traduzione? Come riesci a mantenere i molteplici significati che ci sono all’interno dei versi e delle parole straniere, senza sentirti di perdere sempre qualcosa dall’originale?

Bianca: Ho recentemente pubblicato un libro sulla traduzione per Molesini, che si chiama Imitazioni.[3] Il titolo è un termine usato nel Settecento da traduttori inglesi, per es. da Dryden, perché si sono resi conto che una traduzione vera e propria è impossibile – addirittura, alcune volte è proprio impossibile tradurre. Poi la parola è diventata una tradizione, sia in Italia che negli Stati Uniti: un libro di Bertolucci si chiama così, come anche uno di Sinisgalli. Per non parlare poi delle Imitations di Robert Lowell, dove in realtà la voce poetica è tutta sua, non c’è nessuna fedeltà all’originale.[4] Per me, il problema delle traduzioni era dovuto al fatto che traduco poesia da sempre, ho cominciato appena ho potuto, partendo da Baudelaire per divertimento. Tradurre poesia è un atto di amore, perché la poesia interessa pochi. La vera sfida nella traduzione di poesia non è il ritmo, ma la struttura metrica, la rima… quelle non si possono tradurre. Ogni tanto uno può anche riuscirci, ma è raro. Le questioni, quindi, sarebbero due: la fedeltà al testo e il tentativo di costruire un ritmo, che non potrà, certo, essere proprio identico a quello del testo originale, ma che dovrà essere percepito come un ritmo.

Quando facevo le medie, studiavamo l’Iliade, e cioè leggevamo il testo omerico, ovviamente in traduzione. Quando invece mia figlia andava alle medie ha studiato l’epica antica in un modo tutto diverso: rispondevano a delle domande perlopiù teoriche come “cos’è un poema epico” e a imparare varie definizioni, senza fare esperienza diretta del testo omerico. La mia generazione – io sono del ’41 – ha avuto la gioia di leggere l’Iliade nella meravigliosa traduzione di Vincenzo Monti, completamente infedele, più lunga dell’originale, quindi per certi versi disastrosa. Il suo ritmo però è favoloso; del resto, anche Leopardi era apprezzata anche da Leopardi.

Se quindi accettiamo che una delle maggiori sfide nella traduzione di poesia è quella della struttura ritmica, con la Glück questo problema non si pone: il suo è un verso libero. Ciò che costruisce il ritmo nella Glück è la semplicità, la chiarezza, la laconicità della frase e della struttura sintattica. Lei dice addirittura che non adopera nessuna parola che un bambino non potrebbe capire. Si tratta dunque di una poesia comunicativa, non difficile da tradurre salvo che per delle questioni culturali: per es., meadowlands non vuol dire nulla per un italiano, mentre per un americano evoca immediatamente lo stadio. Io non ho trovato delle grandi difficoltà. Ho tradotto prima Ararat perché l’ho trovato più facile, mentre Meadowlands, anche per via della presenza di dialoghi, ha un linguaggio più complicato: da un lato, è un inglese colloquiale, parlato dagli americani, dall’altro è elegante; due cose che sembrano contraddirsi, e invece Glück riesce miracolosamente a costruire un linguaggio conciso, elegante, perfettamente chiaro e comprensibile, con una struttura sintattica interessante, e quindi con una ritmicità. Non ha però né la metrica, né la musica.

Vassilina:La musica è però presente in Meadowlands lungo tutto il libro, attraverso citazioni o invocazioni. Già nell’esergo, la coppia dei protagonisti comincia un gioco: «– Giochiamo a scegliere la musica. La forma preferita. – L’opera lirica. – La tua preferita. – Figaro. No. Figaro e Tannhauser. Ora tocca a te: cantamene una.» Si parte, dunque, dall’opera e si procede con la prima poesia del libro, intitolata «Penelope’s Song», «La canzone di Penelope», dove l’eroina si stacca dalla sua anima, e le chiede di cantare una canzone al marito perché ritorni.

Bianca: Io nel primo verso di questa poesia, «little soul», «piccola anima», vedo un chiaro riferimento all’ «animula vagula blandula» di Adriano. Infatti, avevo tradotto «little soul» con «animula», ma la casa editrice ha scelto diversamente.

Vassilina: E alle perdite si ritorna, quindi… Le referenze musicali in Meadowlands arrivano fino alla musica kletzmer, un genere musicale ebraico proveniente dall’Est Europa, tanto conosciuto a New York e generalmente negli Stati Uniti, che di solito viene scelto per le feste e i matrimoni ebraici durante gli anni in cui Meadowlands viene scritto. La Penelope di Glück, invece, esprime il desiderio di cantare una «accattivante / innaturale canzone – appassionata come Maria Callas» («La Canzone di Penelope»). La tua Penelope, dall’altra parte, fa i conti con l’epica, e anche se trovi che l’endecasillabo sia «una muffa», scrive comunque in endecasillabi, nonostante alcuni siano spezzati, e altri nascosti tra enjambements. Vorrei dunque chiederti: che legami vedi tra Penelope, la musica e la metrica e qual è il tuo rapporto personale metrica e con l’endecasillabo?

Bianca: Mentre nella poesia modernista del Novecento Ulisse è il poeta, nella poesia della Glück il poeta è Penelope – come lo è anche la mia, che scrive e traduce. Per quanto riguarda l’endecasillabo invece, la poesia dell’Ottocento inglese, mi viene in mente in particolare Tennyson, quella era una poesia così cantata, così musicale, che il Novecento ha dovuto reagire contro questa musica del metro. Anche Pound però, che ha preferito il verso libero, dice «there isn’t such a thing as free verse», «non esiste il verso libero», perché anche nel verso libero ci dev’essere un ritmo; se non c’è un ritmo, allora è semplicemente prosa. C’è chi ha molto criticato la Glück, dicendo «come mai quell’articolo su Persefone [n.d.r.: Averno] va sempre a capo»? La risposta è semplice, perché è poesia. Il ritmo della Glück è argomentativo. La poesia di Meadowlands ha come tema, tra altri, la musica, ma non è una raccolta di canzoni. Il suo è un lavoro quasi più simile a un’opera teatrale, con i personaggi che confliggono tra loro. Telemaco, per es., ha un ruolo centrale: è il figlio scisso tra due genitori completamente diversi. Il marito della Glück era un atleta, un professore di ginnastica, non era per caso che gli piaceva il calcio; era forse prevedibile che il matrimonio non potesse funzionare tanto bene. La struttura è dunque drammatica, un pensiero che si snoda ed esamina i pro e i contro di una relazione destinata a finire.

Per parlare del mio rapporto con l’endecasillabo tornerei ancora all’Iliade di Vincenzo Monti e all’influenza che ha avuto su di me – dovremmo anche considerare che allora si imparavano pezzi di poesia a memoria. L’endecasillabo è connaturato nella nostra tradizione, però nel mio caso si tratta di un endecasillabo terremotato: gioco con il verso lungo quello verso breve, endecasillabo e settenario, un’alternanza che troviamo già in Dante, Petrarca, Tasso, e via dicendo. Milton copia dall’Italia, l’endecasillabo influisce sulla poesia inglese del Cinquecento, perché leggono Petrarca e dopo viene creato il pentametro giambico. Il mio endecasillabo cerca di diversificare il ritmo, si spezza, in modo da evitare questa “cantilena” che risulta poco accettabile nella poesia del Novecento.

Elena: Tornando sui due libri della Glück che hai tradotto, Ararat e Meadowlands, noi abbiamo individuato un filo comune: entrambi questi libri sono pervasi dal lutto. Certo, parlando di perdite diverse. In Meadowlands c’è la perdita dell’eros, dell’intimità coniugale tra due sposi; c’è la lontananza di Ulisse da Penelope come anche la crisi, la fine di un matrimonio. In Ararat il lutto è prima di tutto familiare: vi ci troviamo il resoconto poetico di vicende familiari che forma un intreccio quasi narrativo, romanzesco. Allo stesso tempo questi due libri che cantano della perdita, sembra ragionino sul desiderio. Nell’epigrafe di Ararat troviamo una citazione da Platone: «il desiderio è la ricerca per l’intero; si chiama amore». Il tema della perdita in Ararat non è legato solo alla perdita del padre, ma anche all’amore difficilissimo che univa la Glück con la sorella; due sorelle tanto diverse, che ricordano in parte le opposing forces di Ulisse e Penelope in Meadowlands. Il desiderio come portatore di lutto, di perdita, ci ha fatto venire in mente la Canadese classicista, scrittrice e poeta Anne Carson, che definisce l’eros come perdita, mancanza e lutto. Per Carson l’esperienza erotica del desiderio come caratteristica dell’amante, del mancante (colei che non ha) e del sapiente (colei che sa di non sapere?) – un po’ come fa Penelope in Meadowlands. Dalla tua esperienza di questi due testi, c’è qualche riflessione che intreccia in entrambi desiderio, perdita, e ricerca di una voce creativa?

Bianca: Se pensiamo di nuovo al titolo Ararat, c’è una terza connessione che dovremmo aggiungere alle due precedenti, menzionate prima: nella radice ebraica, «ararat» vuol dire salvezza. Sarà dunque l’inevitabile ricerca dell’intero possibile? Dopo, un tema importantissimo di questo libro è vero, è il rapporto complicatissimo tra le due sorelle. Si tratta di una insopportabilità che ha una lunga tradizione: nella scrittura biblica, il primogenito è sempre cattivo; il secondogenito, invece, gode di una maggiore libertà, forse addirittura felicità. Il primogenito è condannato all’invidia. Il personaggio di Glück in Ararat confessa la sua invidia, è onesta ed esplicita. Avendo io stessa una sorella maggiore, ero molto interessata a indagare meglio sul racconto di Glück di questo rapporto tra sorelle.

Per quanto riguarda invece la perdita, questo penso sia il tema di tutta la poesia. Ci tengo a citarvi almeno due casi. Elizabeth Bishop ha scritto una poesia intitolata «The Art of Losing», dove dice: «the art of losing isn’t hard to master», «l’arte di perdere non è difficile da padroneggiare» – del resto, questo è destino comune di tutto il genere umano. La poesia vuole conservare ciò che si perde, fermare l’attimo, congelare l’emozione. Qui ritorno ancora a Pound, che parla della poesia come «frozen emotion», «emozione ghiacciata, fermata, trattenuta». Emily Dickinson, invece, in una sua poesia ci ricorda come «la percezione di un oggetto costa precisamente la perdita dell’oggetto», cioè, se hai l’oggetto, sei contento, non hai bisogno di scrivere dell’oggetto. Sul tema della perdita ho scritto una poesia che si chiama «Orchidee impossibili», che finisce così: «io, invece, al posto della cosa, ho la figura. Non solo una, due. Ciascuna mi sollecita tentare un’arte non banale, una linea sottile. Io, che non so curare una vera orchidea, mi prendo cura delle immagini. Vive nella mente, indugiano, ritornano. Così vivo di niente. È come tessere una tunica di anemoni, con un filo di ragno, con le ortiche, raffigurare quello che non c’è o almeno non è qui. E ti chiedi perché puoi farlo, e poi perché, soprattutto perché non puoi non farlo». Potremmo chiederci, «perché fermare l’attimo?», ma questa è una vocazione, e non si può evadere.


[1] Helen Vendler, Part of Nature, Part of Us: Modern American Poets (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1996).

[2] La turbolente relazione tra Lowell e Hardwick viene rispecchiata nella loro corrispondenza, pubblicata recentemente nel volume The Dolphin Letters 1970-1979: Elizabeth Hardwick and Robert Lowell, The Dolphin Letters 1970-1979, ed. Saskia Hamilton (London: Faber & Faber, 2020).

[3] Bianca Tarozzi, Imitazioni (Venezia: Molesini editore, 2023).

[4] Robert Lowell, Imitations (New York: Noonday Press, 1990).

Un diario poetico in divenire: la poesia del corpo di Stéphane Lambion

Introduzione e traduzione dal francese a cura di Elena Casadio Tozzi.

Stéphane Lambion è un poeta e traduttore francese. Nato a Bruxelles nel 1997, ha pubblicato la sua prima raccolta, dal titolo Bleue et je te veux bleue, nel 2019 per la casa editrice L’Échappée belle, con una prefazione di Jean-Michel Maulpoix. Nel 2022 è uscita per la casa editrice La Crypte la sua seconda raccolta, presque siècle, vincitrice del Prix des Trouvères Lycéens. Suoi testi inediti sono apparsi regolarmente su diverse riviste, tra le quali «Arpa», «Traversées», «Contre-allées». Dal 2020 è curatore delle riviste «Point de chute» e «Canal», quest’ultima nata nel 2022 e dedicata agli scambi tra poesia francofona e britannica. Lambion accompagna il lavoro di scrittura a quello di traduzione dal rumeno e dall’inglese: ha curato le raccolte 04:00 Canti domestiques di Radu Vancu (Vanneux, 2019) e Plantations di Constant Tonegaru (Abordo, 2022).

Dal 2021 è ricercatore presso l’Université d’Aix-Marseille dove sta svolgendo una tesi di ricerca e creazione sulla malattia nella poesia contemporanea, di cui è possibile consultare un diario sempre aggiornato sulla rivista online «remue.net». Questo lavoro si affianca alla poetica de l’intime di Lambion, volta a indagare il rapporto con il corpo “urtato”. La sua scrittura nasce, infatti, dall’esperienza vissuta e si sviluppa nello spazio della pagina con un ritmo, quasi un soffio, a cui corrispondono esperienze vive, sia artistiche che personali, come dimostra la sua attuale propensione alle forme poetiche e narrative ibride, all’arte visiva e alle arti plastiche.

Scaturita da un ambiente plurilingue e attraversata da più lingue, la scrittura di Lambion prende come oggetto di indagine privilegiato il corpo nelle sue diverse accezioni. La ricerca di una poesia incarnata, lontana da ogni astrazione, porta Lambion a fare del corpo uno strumento per dare carne a sensazioni ed emozioni, come in “le seul calcul est le sommeil”, dove emerge la volontà di dare corpo alla notte, di tagliarla e metterla in rapporto con la fisicità umana; o ancora in “. . .”, dove lo slancio vitale, la vergogna e la paura sono emozioni rappresentate in funzione del corpo e dei suoi movimenti. Questa ricerca fisica in poesia si spinge fino alla fascinazione per le potenziali trasformazioni del corpo, che siano dovute al tempo o alla malattia, e di cui la raccolta presque siècle e il testo En cœur costituiscono un diario poetico in divenire.


le seul calcul est le sommeil

la nuit s’est cassée
.
en mille morceaux
.
lorsqu’elle est tombée
.
sur ma maison.

je la dévisse,
elle a une odeur d’os.

je pose la nuit
sur une plaque millimétrée,

y découpe
la forme de ma chambre,
la forme de mon sommeil.

l’étends
par terre.

la nuit respire
sur le sol

, doucement.

se soulève
à peine.

si l’on coupe un cube de nuit de gauche à droite,


puis chaque moitié de haut en bas,

par combien multiplie-t-on
la surface de la nuit

, il demande.

pleine,
la nuit sera – pleine
.

ils

vérifieront
cette hypothèse.

testeront
ses corolaires.

chercheront le contre-exemple.

discuteront
son bien-fondé.

je

prendrai
les outils à la cave,

remettrai
la nuit en place.

elle sentira
le propre,

ce sera une
nuit neuve

comme il y en a tous les
deux-mille-neuf-cent-soixante-seize ans

, environ.

j’y collerai
mon visage
sans couleur.

la nuit

courra
sur mes tempes,

se faufilera
dans mes yeux,

se glissera sous mes ongles,

entière.

elle

deviendra
une prière

, dite
le long
des os.

la nuit aura
la surface de ma peau

, ce sera l’heure de dormir.

le sommeil sera le seul calcul


l’unico calcolo è il sonno

la notte si è rotta
.
in mille pezzi
.
quando è caduta
.
sulla mia casa

la svito
ha un odore d’ossa

poggio la notte
su un tavolo millimetrato,

vi ritaglio
la forma della mia stanza
la forma del mio sonno.

la stendo
per terra.

la notte respira
sul suolo

, dolcemente

si solleva
appena.

se tagliamo un cubo di notte da sinistra a destra,
poi ogni metà dall’alto in basso,

per quanto moltiplichiamo
la superficie della notte

, lui chiede.

piena,
la notte sarà – piena
.

loro

verificheranno
questa ipotesi.

testeranno
i suoi corollari.

cercheranno il contro-esempio.

discuteranno
la sua fondatezza.

io

prenderò
gli strumenti in cantina

rimetterò
la notte a posto.

lei sentirà
il pulito,

sarà una
notte nuova

come ce ne sono ogni
due-mila-nove-cento-sessanta-sei anni

, circa.

vi incollerò
il mio viso
senza colore.

la notte

correrà
sulle mie tempie,

s’intrufolerà
nei miei occhi,

scivolerà sotto le mie unghie,

intera.

lei

diventerà
una preghiera

, detta
lungo
le ossa.

la notte avrà
la superficie della mia pelle

, sarà ora di dormire.

il sonno sarà l’unico calcolo


La tristesse dans le pied

ma maison est une boîte
de nuit j’y danse
de jour aussi

, c’est la fête rue berthe,

tout le temps c’est la fête
charlotte de witte à trois
heures du matin spaghettis
au petit-déjeuner je danse

, toujours je danse
sans voir que

depuis quelques semaines
quand je

, quand je danse rue berthe
j’ai la tristesse dans le pied.

depuis quelques semaines je danse
en battant des pieds

, rue berthe je danse
comme un enfant qui ne veut pas
que sa tête aille sous l’eau

, danse comme un garçon
qui demande à charlotte
de l’aider à clouer
la tristesse au sol.

*

hier soir rue berthe mes jambes
étaient si lourdes que j’ai cru
couler

mes pieds s’enfonçaient
dans le parquet je
déjà me noyais

, battais fort
– la pointe le talon le plat
de tout le pied battais

et mes jambes de douleur
sont devenues pierres

, le bois du parquet
est devenu pierre

, la pierre
cognait la pierre

et un feu petit
à petit s’est allumé
sous la tristesse
de mes pieds

, hier soir rue berthe un feu
s’est allumé et mes pieds
ne s’enfonçaient
plus et je ne
coulais plus
hier soir

, j’ai dansé rue berthe
avec charlotte comme
un noyé qui prend feu
à six heures j’ai mis l’eau
à bouillir pour les pâtes

et j’ai dormi
dans ma boîte où
je vis je danse
rue berthe

, dans le pied la trace
d’une tristesse brûlée.


La tristezza nel piede

la mia casa è un locale
notturno in cui ballo
anche di giorno,

, è festa in rue berthe,

è sempre festa
charlotte de witte alle tre
del mattino spaghetti
per colazione io ballo

, ballo sempre
senza vedere che

da qualche settimana
quando io

, quando io ballo in rue berthe
ho la tristezza nel piede

da qualche settimana io ballo
battendo i piedi

, in rue berthe io ballo
come un bambino che non vuole
avere la testa sott’acqua

, io ballo come un ragazzo
che chiede a charlotte
di aiutarlo a inchiodare
la tristezza al suolo.

*

ieri sera in rue berthe le mie gambe
erano così pesanti che mi sembrava di
affondare

i miei piedi sprofondavano
nel parquet io
già annegavo

, battevo forte
– la punta il tallone la pianta
di tutto il piede battevo

e le mie gambe di dolore
sono diventate pietre

, il legno del parquet
è diventato pietra

, la pietra
colpiva la pietra

e un fuoco a poco
a poco si è acceso
sotto la tristezza
dei miei piedi

, ieri sera in rue berthe un fuoco
si è acceso e i miei piedi
non sprofondavano
più e io non
affondavo più
ieri sera

, ho ballato in rue berthe
con charlotte come
un annegato che prende fuoco
alle sei ho messo l’acqua
a bollire per la pasta

e ho dormito
nel locale dove
vivo ballo
in rue berthe

, nel piede la traccia
di una tristezza bruciata.


. . .

tape tape prend prend prend
tape prend prend tape tape
prend prend prend tape
prend prend tape tape
tape tape prend
prend tape
tape tape
prend
tape


      en un lancer,
      mélanger l’espace et le temps


          se nourrir du rythme,
          du plein, du vide, des
          éclairs de silence
          entre deux


tisser l’air
de mouvement


          (au creux du coude, bloquer :
          rien, ni même le vent, ne
          bougera le monde
         jusque-là roulé)


droit debout,
poursuivre


          tenir la mesure,
          la cadence à
          deux mains


respirer et ne pas oublier
d’avoir peur


         nécessairement, chuter :
         ramasser sans rougir et
         recommencer encore


du bout des doigts,
construire un
château d’air


         prêt à accueillir le visiteur
         à l’instant où il frappera :
         serrer la main


                la paume ouverte en
                trois petits
                 points


tape
prend
tape tape
prend tape
tape tape prend
prend prend tape tape
prend prend prend tape
tape prend prend tape tape
tape tape prend prend prend


. . .

batti batti prendi prendi prendi
batti prendi prendi batti batti
prendi prendi prendi batti
prendi prendi batti batti
batti batti prendi
prendi batti
batti batti
prendi
batti

        in un lancio,
        mischiare lo spazio e il tempo

         nutrirsi del ritmo,
         del pieno, del vuoto, dei
         barlumi di silenzio
         tra i due

tessere l’aria
di movimento

         (nella cavità del gomito, bloccare:
         niente, nemmeno il vento,
         muoverà il mondo
         fin lì rotolato)

dritto in piedi,
proseguire

         tenere il tempo,
         la cadenza con
          due mani

respirare e non dimenticare
di aver paura

         necessariamente, cadere:
         raccogliere senza arrossire e
         ricominciare ancora

dalla punta delle dita
costruire un
castello d’aria

          pronto ad accogliere il visitatore
          nel momento in cui busserà:
          stringere la mano

                il palmo aperto in
                tre piccoli
                punti

batti
prendi
batti batti
prendi batti
batti batti prendi
prendi prendi batti batti
prendi prendi prendi batti
atti prendi prendi batti batti
batti batti prendi prendi prendi


Copertina di Presque Siècle di Stephane Lambion
presque siècle di Stéphane Lambion (La Crypte, 2022)