La Cruz del Sur. Poesia argentina contemporanea / 2: Estela Figueroa

Introduzione e traduzioni dallo spagnolo a cura di Camilla Marchisotti.

In piedi o seduta, da sola o insieme a uno dei suoi cani, mentre legge un giornale circondata dalle piante: molte delle fotografie che di lei si possono trovare in rete, ritraggono la poeta argentina Estela Figueroa (1946-2022) nel patio della sua casa di Santa Fe. Da quando ho iniziato a leggere le sue poesie, mi sono convinta che proprio lì, in quel patio che sono stata a lungo indecisa se rendere con “patio” o “cortile”, sia racchiuso il segreto della sua opera. Un’opera che la stessa Figueroa definisce, nella poesia programmatica dedicata all’amico poeta Inchauspe, «piccola» («Le nostre, amico mio, / sono opere piccole»), ma che tale può essere considerata soltanto in relazione al numero di libri che la compongono. In più di trent’anni di attività, appena quattro: Máscaras Sueltas (1985), A capella (1991), La forastera (2006), Profesión: sus labores (2016), riuniti dai tipi di Bajo la Luna nell’antologia El hada que no invitaron (2016). Oltre ad essere quantitativamente piccola, la produzione di Figueroa rimane coerente nelle sue preoccupazioni tematiche e formali, fatti salvi gli esperimenti (non sempre riusciti) con la poesia in prosa nell’ultima raccolta e un tono che, con l’avvicinarsi della vecchiaia, diventa sempre più funebre. Invita dunque chi vi si inoltra a leggerla organicamente, come se i quattro libri formassero un unico spazio testuale. Proprio il patio, non quello biografico ma quello poetico, che a volte sembra coincidere con la realtà intera («I lampi ritagliano il paesaggio / e sembra che la realtà finisca / dove finisce il patio»), costituisce un luogo-simbolo che, oltre a ricorrere ossessivamente nella sua poesia, riesce a spiegarne il funzionamento, fungendo sinteticamente da “figura” delle sue dinamiche più strutturali e profonde.

Né chiuso, né aperto, non più casa ma non ancora mondo, il patio è uno spazio che, proprio come la poesia di Figueroa, intrattiene una relazione porosa e ambigua con i concetti di “dentro” e di “fuori”, in tutte le possibili varianti di questa antinomia originaria. Un bias di genere potrebbe spingere a una lettura eccessivamente domestica, esagerando il peso o mal interpretando la funzione del primo polo, quello che più immediatamente si traduce nello spazio della casa e a cui viene tradizionalmente associata la cosiddetta scrittura dell’io, soprattutto se femminile. Il titolo dell’ultimo libro è, a questo proposito, emblematico e chiaramente sarcastico: Profesión: sus labores era un’espressione usata nei censimenti e nei documenti ufficiali per definire il lavoro domestico non retribuito. Figueroa – che fu poeta, docente, giornalista culturale, attiva in vari progetti per la promozione della lettura e coordinatrice di laboratori di scrittura nella sezione minorile del carcere di Las Flores e nella Universidad Nacional del Litoral – non ha problemi a includersi anche nel novero delle “donne stanche” che riordinano le stanze alla fine delle feste. Ed è innegabile che, spesso e volentieri, il soggetto della sua enunciazione poetica si situi nella casa, fino a stabilire la tipica identità tra quest’ultima e il corpo («Attraverso di lei mi muovo sicura / e la conosco come il mio corpo. / A nessuno verrebbe in mente / di contare quante dita ha»). Interessante, però, come questa equazione possa essere facilmente ribaltata dopo appena due giorni di assenza («Entrando / non ho riconosciuto niente / come se fossi una ladra») e come risulti percorribile nel senso opposto, questa volta negativamente: «Ci sono momenti in cui il mio corpo mi sembra / una casa abbandonata». Lo spazio interno oscilla dunque tra topofilia e topofobia, la casa-rifugio e la casa-prigione si alternano in un gioco costante di ribaltamenti e inversioni, che investe con la sua carica di contraddizioni ogni tematica affrontata, dal rapporto con l’eros a quello con i propri morti.

Tuttavia, i veri movimenti della scrittura di Figueroa non sono quelli che avvengono esclusivamente all’interno del perimetro domestico, bensì quelli che mettono in relazione questo interno già di per se stesso ambiguo con l’esterno. È spesso attivo, per esempio, il topos dell’invasione: la realtà esterna penetra, si intromette, invade; l’io viene rappresentato, in un testo ironicamente malizioso, come bucherellato: «Durante molto tempo / ho vissuto preoccupata per i miei buchi. / È che mi esasperavano: / se rimanevano vuoti si irritavano / se provavo a riempirli / resistevano. / Così mi era impossibile pensare a tutti. / E parlavo di piccole conche / di porte che si aprivano si chiudevano / di bicchierini di vetro incrinato». Sono numerose e diverse, le forme in cui la “realtà” (parola-chiave e titolo di una coppia di poesie tra le più belle dell’antologia) invade lo spazio interno: si va da quelle minime e animali (i testi pullulano di topi, scarafaggi, ragni, mosche, che possono essere presenze benevole, ma anche emissari di più grandi e metaforici fastidi), a forme più scopertamente politiche, sociali («Nella notte / spari / grida. / Una sirena di ambulanza. / Si direbbe / sia scoppiata una rivolta popolare»). Figueroa sta in casa, insomma, ma sempre con le finestre aperte, incorporando obliquamente nelle sue poesie i più importanti e spesso drammatici avvenimenti storici che hanno fatto da sfondo alla sua vita, dall’ultima dittatura argentina (1976-83) fino alla terribile alluvione di Santa Fe (2003). La casa, dunque, è soltanto il primo dei molti cerchi concentrici di cui si compone la sua realtà poetica e il fascino della sua scrittura, che funziona metaforicamente come un patio, sta nel modo in cui questi cerchi vengono messi in relazione tra loro. C’è, innanzitutto, la città, in cui si muove una donna che – proprio a causa della dittatura, che l’ha privata degli amici, morti o assenti – si autorappresenta come una vecchia signora un po’ alienata che «attacca bottone con gli sconosciuti / e cerca di parlare della sua vita / -un po’ maniacalmente- / anche sugli autobus». Nello scenario cittadino, l’io nebulizzato si “sparpaglia”, riconoscendosi nei vari luoghi della sua vita (l’ospedale dove nacque una figlia, il bar che fu scenario di una colazione felice in compagnia dell’altra, lo studio della psicologa, il supermercato), per poi ricomporsi con il ritorno a casa. Ma il respiro della poesia di Figueroa può arrivare a farsi quasi cosmico, passando, nel giro di pochi versi, dalla casa al mondo: l’io percepisce se stesso come «scivolando / da ovest a est / per il buco nero dello spazio»; i suoi sentimenti «circondano / i fianchi del mondo / come due grandi mani / le cui dita si sfiorano». Proprio il componimento che si apriva stabilendo un’equazione tra casa e corpo, si chiude con il soggetto che dorme «con la finestra aperta / in un letto grande e morbido / cosciente che il pianeta gira da ovest a est / a una velocità incredibile».

Il dentro e il fuori, la casa e la città, il soggetto e il mondo: sempre in tensione tra due poli si muove – contraddittoria, ironica, erotica – la poesia di Figueroa, non senza un certo dolore: «Un’assetata puledra galoppante / sono stata e anche / la cinghia che la trattiene: / questo è il segreto / del mio dolore». La scrittura dell’io e lo spazio domestico sono soltanto il punto di partenza di chi si propone ben altri obiettivi. Lo mette in chiaro, e fin da subito, il testo con cui si apre Máscaras Sueltas, che sfoggia un uso semplice ma quanto mai intelligente dell’enjambement: «Non è per parlare di me che scrivo / del glicine». Dopo una seconda negazione-affermazione («Non è per parlare del glicine / che lo paragono a una pioggia / e aggettivo questa pioggia»), Figueroa ci porta nel cuore del problema, cioè dentro a una poesia che, partendo dalla «casa tranquilla», vuole «fermare questo momento notturno», e va in cerca di «un ordine / che tutto comprenda». Il testo con cui si apre il primo libro non è il solo in cui la poeta santafesina si conceda a riflessioni metaletterarie. Se il patio, con la sua ambiguità spaziale, incarna bene quella liminalità che è la cifra suprema della sua scrittura e della sua vita (fu una poeta schiva, orgogliosamente provinciale e investita da una notorietà quasi postuma), una figura questa volta umana ci aiuta a comprendere quali siano gli strumenti per provare, quantomeno, a mettere in relazione quel “dentro/fuori” da cui siamo partiti. In uno dei testi a lei dedicati, una Emily Dickinson che è anche l’alter ego della poeta, siede alla scrivania davanti allo spazio-soglia della finestra, sui cui vetri si riflette il paesaggio. Figueroa immagina la sua autrice-feticcio, altra grande marginale della storia delle letteratura, nell’atto emblematico di aprirla, mettendo così in comunicazione l’interno e l’esterno: «Volubile contemplazione del convalescente / il fuori / e il dentro / uniti». A ricucirli è, come avremo già intuito, «la mano sottile che prende la penna / e sul foglio bianco / scrive». L’ago-e-filo della scrittura.


El hada que no invitaron. Obra poética reunida 1985-2016, Bajo la Luna, 2016

Da Máscaras Sueltas (1985)

No es para hablar de mí que escribo
de la glicina: cayó
su lluvia ligera
azul–
violácea–
celeste.

No es para hablar de la glicina
que la comparo con una lluvia
y adjetivo esa lluvia.

Es para detener este momento nocturno:
la casa en calma
y los pensamientos que ennoblecidos velan
por un ordenamiento
que lo abarque todo.

*

Non è per parlare di me che scrivo
del glicine: è caduta
la sua pioggia leggera
azzurra –
violacea –
celeste.

Non è per parlare del glicine
che lo paragono a una pioggia
e aggettivo quella pioggia.

È per fermare questo momento notturno:
la casa tranquilla
e i pensieri che ingentiliti vegliano
su un ordine
che tutto comprenda.

*

Estremecido de luz
el aire que llenaba
los espacios abiertos
me tocaba
y todo – el recuerdo
de mi casa vacía
y lo que allí veía –
me llevaba al poema:
los árboles tranquilos
las calles húmedas
el agua fresca del río.
Y el poema era eso:
vacío de hogar
quietud de árbol
hospitalidad de la calle
prodigalidad del río.

*

Tremante di luce
l’aria che riempiva
gli spazi aperti
mi toccava
e tutto – il ricordo
della mia casa vuota
e di ciò che lì vedevo –
mi portava alla poesia:
gli alberi tranquilli
le strade umide
l’acqua fresca del fiume.
E la poesia era questo:
vuotezza di casa
quiete d’albero
ospitalità della strada
prodigalità del fiume.

*

Terminaron las fiestas.
Mujeres cansadas
reordenamos los cuartos.
Se vacían floreros
donde flores marchitas
cabecearon en el alba.
Botellas vacías son llevadas
a la pila del patio.
Manos despejan
mesas dispuestas
para lo cotidiano:
un costurero
un libro
un bolso
un papel.
En un rincón de la cocina
el tarro de basura
rebosa.

“Sostenme que me caigo
mi nuca está tan fatigada”.
Hubo amigos que llegaron y se fueron
como en un vértigo.
Hubo padres y hermanos con quienes se brindó
por el año que comienza
deseándolo
menos penoso que el que pasamos.
Y hubo desconocidos que besaron nuestras mejillas
y a quienes besamos, sin comprender,
en realidad, tanta efusión.

Pero no queda más rastro que el arbolito
en el cuarto de la niña
y un par de zapatos rojos en el mío:
anduve bastante.

No hemos llegado aún a la mitad del verano
y ya añoramos
los días del otoño
en que nada sucede.
El tedio de una lluvia entrevista
entre las hojas de los árboles
a través de cristales fríos
desde la intimidad de la casa.

*

Sono finite le feste.
Donne stanche
riordiniamo le stanze.
Si svuotano vasi
dove fiori appassiti
ciondolavano all’alba.
Bottiglie vuote vengono portate
al lavandino del patio.
Mani sgombrano
tavole pronte
per il quotidiano:
un cestino da cucito
un libro
una borsa
un foglio.
In un angolo della cucina
il cesto della spazzatura
trabocca.

“Reggimi che cado
ho la nuca tanto stanca”.
Ci sono stati amici, andati e venuti,
come in una vertigine.
Ci sono stati padri e fratelli con cui si è brindato
per l’anno che inizia
desiderandolo
meno doloroso di quello passato.
Ci sono stati sconosciuti che ci hanno baciato le guance
e che abbiamo baciato, senza capire
il perché di tante effusioni.

Ma non resta che l’alberello
nella stanza della bambina
e un paio di scarpe rosse nel mio:
ho camminato abbastanza.

Non siamo ancora arrivati a metà dell’estate
e già desideriamo
le giornate autunnali
in cui nulla succede.
La noia di una pioggia intravista
tra le foglie degli alberi
attraverso i vetri freddi
dall’intimità della casa.

*

La mala vida y la mala poesía van juntas.
¿Qué puedo hacer?
Desvelada me levanto
camino unos pasos por el patio.
Un pájaro solitario canta monocorde
la desgracia de la tormenta.
Los gatos hambrientos me rodean.
Tienen miedo.
Los dejo junto a mí les digo unas palabras.
Los relámpagos recortan el paisaje
y parece que lo real terminara
donde termina el patio.
Sentada en el suelo caigo en cuenta
de que cada momento que pasa me acerca más a algo
de lo que no quiero estar cerca.
Me levanto y me refugio en la casa.
Los gatos me siguen. No tengo
el valor de echarlos. Que duerman aquí.

¿Terminaré como Céline
muriendo solitaria
rodeada de diecisiete gatos?
¿Será en lo único en lo que nos parecemos?
¡ay, estrella de la suerte
no caigas tan lejos de mí!

*

La cattiva vita e la cattiva poesia vanno a braccetto.
Che posso fare?
Insonne mi alzo
faccio qualche passo nel patio.
Un uccello solitario canta monotono
la sciagura del temporale.
I gatti affamati mi circondano.
Hanno paura.
Li lascio accanto a me dico loro una parola.
I lampi ritagliano il paesaggio
e sembra che la realtà finisca
dove finisce il patio.
Seduta per terra mi rendo conto
che ogni momento che passa mi avvicina di più a qualcosa
a cui non voglio stare vicina.
Mi alzo e mi rifugio in casa.
I gatti mi seguono. Non ho
il cuore di cacciarli. Che dormano qui.

Finirò come Céline
morirò sola
circondata da diciassette gatti?
Sarà l’unica cosa in cui ci somigliamo?
Ah, stella della fortuna,
non cadere così lontano da me!

*

Detalles

Antes
cuando tu cara estaba cerca de la mía
mi mirada la recorría como se recorre un jardín
se detenía en cada detalle
-ampliándolo reteniéndolo-
una flor entreabierta
una cerrada
una hoja seca caída
una gota.
Era de esa manera como entrabas en mi vida:
entraba tu ojo más próximo
su color ágata
apenas bordeado por pestañas.
Entraba el perfil de tu nariz
tu mejilla imberbe una
cicatriz una oreja
casi tapada por el pelo castaño
el cuello claro.

De esos detalles estaba
hecho mi amor.
Y mi amor me rodeaba
como un collar rodea una garganta.

Ahora
cuando al atardecer oyendo
cantar las chicharras toco
mi cuello ya no está el collar.
Recuerdo aquel jardín:
es un jardín que ya no tiene patria.

*

Dettagli

Prima
quando il tuo volto era vicino al mio
il mio sguardo lo percorreva come si percorre un giardino
si soffermava su ogni dettaglio
allargandolo trattenendolo –
un fiore semiaperto
uno chiuso
una foglia secca caduta
una goccia.
Era così che entravi nella mia vita:
entrava il tuo occhio più vicino
colore dell’agata
appena circondato dalle ciglia.
Entrava il profilo del tuo naso
la tua guancia imberbe una
cicatrice un orecchio
quasi coperto dai capelli castani
il collo chiaro.

Di questi dettagli era
fatto il mio amore.
E il mio amore mi circondava
come una collana circonda una gola.

Ora
quando al tramonto sentendo
le cicale cantare mi tocco
il collo non c’è più la collana.
Ricordo quel giardino:
è un giardino che non ha più patria.

*

Antes de releer a Constantino Kavafis

Los ojos
dorados o castaños…
No.
Del color de las ágatas
vistas en soledad
a contraluz.
La nuca
todavía adolescente
contra mi boca.
¿Era amor
el sentimiento?
Me deshacía.
-Árbol en la tormenta
fui.
Pájaro
en el árbol.
Tormenta
fui-
Fui una yegua sedienta galopando
y fui también
la cincha que la detiene:
ese es el secreto
de mi pena.

*

Prima di rileggere Costantino Kavafis

Gli occhi
dorati o marroni…
No.
Colore delle agate
osservate in solitudine
controluce.

La nuca
ancora adolescente
contro la mia bocca.

Era amore
il sentimento?
Mi disfacevo.

– Albero nel temporale
sono stata.
Uccello
sull’albero.
Temporale
sono stata –

Un’assetata puledra galoppante
sono stata e anche
la cinghia che la trattiene:
questo è il segreto
del mio dolore.

*

Si tuviera papel blanco
si tuviera la mano fina
si tuviera un lápiz en la mano
si fuera la dueña de un
pequeño escritorio junto a la ventana.
Si en los vidrios de la ventana
reviviera el paisaje.
Si mi escritorio fuera de madera vieja y opaca.
Si sus cajoncitos tuvieran pequeñas llaves…

Un vestido antiguo -tan cómodo
pese a la complejidad del modelo-
y -como deslizándose- al borde del escote severo
antes del nacimiento de los senos
un camafeo sujeto por dos angostas
bandas de terciopelo…

Emily Dickinson
mojigata
jugueteando con el camafeo:
la dureza del material
entre los dedos algo húmedos
de sudor.
La mano fina
con dedos algo húmedos de sudor
por el calor de la siesta
abriría la ventana.
Y como el paisaje estaba ya en sus vidrios
el cuerpo —inclinado sobre el pequeño escritorio—
se asomaría —por así decirlo—
un poco al vacío.

Veleidosa contemplación del convaleciente:
el hacia fuera
y el adentro
unidos.

La mano fina tomando el lápiz
y sobre el papel blanco
escribiendo

*

Se avessi un foglio bianco
se avessi la mano sottile
se avessi in mano una penna
se fossi la padrona di un
piccolo scrittoio vicino alla finestra.
Se sui vetri della finestra
rivivesse il paesaggio.
Se il mio scrittoio fosse di legno vecchio e scuro.
Se i suoi cassetti avessero piccole chiavi…

Un vestito antico – così comodo,
malgrado la complessità del modello –
e – come scivolando – sul bordo della scollatura severa
appena prima che cominci il seno
un cammeo fissato da due strette
fascette di velluto…

Emily Dickinson
pudica
giocherellando con il cammeo:
la durezza del materiale
tra le dita appena umide
di sudore.
La mano sottile
con dita appena umide di sudore
a causa del caldo del pomeriggio
aprirebbe la finestra.

E visto che il paesaggio già stava nei suoi vetri
il corpo – inclinato sul piccolo scrittoio –
si affaccerebbe – per così dire –
un po’ sul vuoto.

Volubile contemplazione del convalescente
il fuori
e il dentro
uniti.

La mano sottile che prende la penna
e sul foglio bianco
scrive.

*

Enferma

Si es que la dulce estrella de la noche
deja caer su luz
y no la vemos
¿quién no se siente crédulo
para creer en un destino cierto
al que indagar
también con labios muertos?

Muertos porque no hablan…

¿Quién no se vuelve pobre
pobre de una pobreza inanimada
y quiere que por esos labios muertos
nos cuente el tiempo ido
cómo es que se fue?
¿Quién no se vuelve rico
de una riqueza turbia y estancada?
Cuando la dulce estrella de la tarde
deja caer su luz y no la vemos
quien está solo en casa
enferma más cuando las puertas crujen
porque nadie va a entrar.
Sordo: al canto de los pájaros
lo escucha y no lo entiende.
Mudo: su propio canto le es ajeno.

Tomando con cuidado las palabras
como a manos pequeñas
arma, disuelve versos
armándose de miedo contra el miedo.

*

Malata

Se è vero che la dolce stella della notte
lascia cadere la sua luce
e noi non la vediamo
chi non si sente credulo
per credere in più certa sorte
da indagare
anche con labbra morte?

Morte perché non parlano…

Chi non diventa povero
povero di una povertà inanimata
e vuole che con quelle labbra morte
ci racconti il tempo andato
com’è che se ne andò?
Chi non diventa ricco
di una ricchezza torbida e stagnante?
Quando la dolce stella della sera
lascia cadere la sua luce e noi non la vediamo
chi è solo in casa
di più si ammala quando stridono le porte
perché nessuno ci entrerà.
Sordo: al canto degli uccelli
lo ascolta e non capisce.
Muto: gli è estraneo il proprio canto.

Prendendo attentamente le parole
come a mani piccole
assembla e disfa versi
facendosi uno scudo di paura contro la paura.

*

Zumbido de una mosca

Como una noche de insomnio
debe ser el principio del largo viaje.
Tan duro el nuevo lecho, tan angosto.
Y el camisón de seda pegado
al cuerpo que no encuentra su sitio.

Allí no habrá compañero
a quien desvele mi inquietud.
Probablemente escucharé un llanto
el rumor de una conversación
el ruido de un auto
penetrando
por la ventana abierta.
Hasta que termine por acomodarme
como un feto en su vientre.

*

Ronzio di una mosca

Come una notte insonne
deve essere l’inizio del lungo viaggio.
Così duro il nuovo letto, così stretto.
E la seta della camicia da notte appiccicata
al corpo che non trova il suo posto.

Lì non ci sarà compagno
che la mia inquietudine risvegli.
Probabilmente sentirò un pianto
il mormorio di una conversazione
il rumore di una macchina
penetrando
dalla finestra aperta.
Finché non riuscirò a sistemarmi
come un feto nel suo ventre.

*

Momento ante una cama

Con una mano
la sostuve.
Bajo la sábana blanca
el colchón azul era
como todos los colchones.

Manchas de semen
manchas de sangre
formaban islas ocres
rojas
en un océano inmóvil.

Frágil pareció mi mano
y liviana la sábana
con la que volví
a cubrirlo.

Las islas
el océano
fueron entonces un campo nevado
donde mi mano
–extraño pájaro–
graznó torpemente
y se fue.

*

Momento davanti a un letto

Con una mano
lo reggevo.
Sotto il lenzuolo bianco
il materasso blu era
come tutti i materassi.

Macchie di seme
macchie di sangue
formavano isole ocra
rosse
in un oceano immobile.

Fragile mi parve la mano
e leggero il lenzuolo
con cui tornai
a coprirlo.

Le isole
l’oceano
divennero allora un campo innevato
su cui la mia mano

– strano uccello –
gracchiò goffamente
e se ne andò.

*

Sentimental

Mis sentimientos rodean
la cintura del mundo
como dos largas manos
cuyos dedos se rozan.
O como un elástico
demasiado tensado
que de pronto se corta.

*

Sentimentale

I miei sentimenti circondano
i fianchi del mondo
come due grandi mani
le cui dita si sfiorano.
O come un elastico
troppo teso
che all’improvviso si rompe.

*

Suspiro

Suspiro dentro de un vaso
que era para flores.
Un suspiro lo limpia.
Otro lo empana.

*

Sospiro

Sospiro in un bicchiere
che era per i fiori.
Un sospiro lo pulisce.
L’altro lo appanna.

*

Deseo

Déjame ser como el caracol
que temiendo ser pisado
de día se oculta bajo un techo de hojas
y de noche deja una estela brillante
en el patio liso de tus sueños.

*

Desiderio

Lasciami fare come la lumaca
che per paura d’esser calpestata
di giorno si nasconde sotto un tetto di foglie
e di notte lascia una stella brillante
nel patio liscio dei tuoi sogni.


*

No es más que una casa
clavada en el suburbio.
Una casa con su techo sus paredes
sus ventanas y sus puertas. Su historia.

Por ella me muevo segura
y la conozco tanto como a mi cuerpo.
¡A nadie se le ocurre
contar cuántos dedos tiene!
Así, no cuento cuántas cosas tengo en esta casa
pero tengo lo que necesito.
Preparo mi café, cocino mi comida
y mi lugar ante la mesa es siempre el mismo.

Si estoy contenta me siento en el patio
y me contagio de la frescura de las plantas.
Si estoy triste ordeno hasta que la tristeza es soportable.

La casa nunca está muy desordenada
y yo no paso demasiado tiempo en el patio
por lo que creo que la vida
me es al fin
benévola.
De noche duermo con la ventana abierta
en una cama grande y mullida
consciente de que el planeta gira de oeste a este
y a una velocidad increíble.

*

Non è che una casa
conficcata nei sobborghi.
Una casa con il suo tetto le sue pareti
le sue porte e finestre. La sua storia.

Attraverso di lei mi muovo sicura
e la conosco come il mio corpo.
A nessuno verrebbe in mente
di contare quante dita ha!
Così non conto quante cose ho in questa casa
ma ho quello che mi serve.
Mi preparo il caffè, mi cucino il cibo
e il mio posto a tavola è sempre lo stesso.

Se sono contenta mi siedo nel patio
e mi lascio contagiare dalla freschezza delle piante.
Se sono triste metto in ordine finché la tristezza è sopportabile.

La casa non è mai molto disordinata
e io non passo troppo tempo nel patio
per cui credo che la vita
mi sia in fondo
benevola.
Di notte dormo con la finestra aperta
in un letto grande e morbido
cosciente che il pianeta gira da ovest a est
e a una velocità incredibile.

da A capella (1991)

La mosca

Primero fue como la intromisión de una mosca en invierno.
Algo tan raro. Los ojos siguen el vuelo.
El oído trata de percibir el zumbido.
La mosca se detiene en la mesa
en la bombilla de luz. Desconcierta.

Después -esto se sabe-
una mosca en invierno puede anunciar tormenta.
Es peligro. Es
como un frío repentino sobre el pecho.
-Voy a enfermarme- se piensa.

Y el primer trueno es un escándalo.
No queda un vidrio sano. No hay
espejo donde mirarse.

Hay que cerrar la casa como cuando llega la noche.
Que sentarse como para abrir una carta.
Que acostarse como para recibir una enfermedad.
Que levantarse como para ir hacia la puerta
como si se hubiera escuchado que golpean.

*

La mosca

All’inizio è stato come l’invasione di una mosca d’inverno.
Così strano. Gli occhi seguono il volo.
L’orecchio cerca di percepire il ronzio.
La mosca si ferma sul tavolo
sulla lampadina. Sconcerta.

E dopo – si sa –
una mosca d’inverno può annunciare temporale.
È pericolo. È
come un freddo improvviso nel petto.

– Mi ammalerò – si pensa.
E il primo tuono è uno scandalo.
Non rimane un vetro integro. Non c’è
specchio in cui guardarsi.

Bisogna chiudere casa come quando arriva la notte.
Sedersi come per aprire una lettera.
Sdraiarsi come per ricevere una malattia.
Alzarsi come per andare verso la porta
come se avessimo sentito bussare.

*

Realidad I

Durante muchos años
viví preocupada por mis agujeros.

Y es que me exasperaban:
si estaban vacíos se irritaban
si intentaba colmarlos
se resistían.

Así
me era imposible pensar en todos.
Y hablaba de pequeños cuencos
de puertas que se abrían se cerraban
de copitas de cristal rajado.

Ahora que me concibo a mí misma resbalando
de oeste a este
por el agujero negro del espacio
me he despreocupado.

A quien tiene por costumbre resbalar
¿Le puede importar presentarse
con algunos agujeros
en casa de amigos?

*

Realtà I

Per molti anni
ho vissuto preoccupata per i miei buchi.

È che mi esasperavano:
se rimanevano vuoti si irritavano
se provavo a riempirli
resistevano.

Così
mi era impossibile pensare a tutti.
E parlavo di piccole conche
di porte che si aprivano e chiudevano
di bicchierini di vetro incrinato.

Adesso che penso a me stessa come scivolando
da ovest a est
per il buco nero dello spazio
ho smesso di preoccuparmi.

A chi ha l’abitudine di scivolare
può importare di presentarsi
con qualche buco
a casa di amici?

*

Realidad II

Puede ocurrir que la realidad
se presente de improviso.
Por ejemplo mientras camino
con mi hija menor de la mano
por los alrededores del barrio.
Puede ocurrir
que empiece a resbalar.

Sospecho que los niños
saben más de estos estados
que sus padres.
Ya no la llevo yo.
Ella me lleva.
¡Su pequeña mano
sostiene el mundo!

*

Realtà II

Può capitare che la realtà
si presenti all’improvviso.
Per esempio mentre cammino
con mia figlia minore per mano
nei dintorni del quartiere.
Può capitare
che inizi a scivolare.

Sospetto che i bambini
sappiano di questi stati
più dei loro genitori.
Non sono io a portarla ormai.
Mi porta lei.
La sua piccola mano
regge il mondo!

*

Mi cuerpo

Hay momentos en que mi cuerpo me parece
como una casa abandonada.

Y no sé si soy yo
o es mi fantasma
que ha entrado en él
por error.

*

Il mio corpo

Ci sono momenti in cui il mio corpo mi sembra
una casa abbandonata.

E non so se sono io
o è il mio fantasma
che ci è entrato dentro
per errore.

*

I

La cucaracha

La aplasté en el patio.

Al ver que se movía
creí que seguía viva.
Eran las hormigas arrastrándola.

Aceptar que lo que unos
pisan con desprecio
puede ser un manjar para otros.

II

Aprender de la dignidad del gato.
Mata la laucha
pero no se la come.

III

Porque ya no hablamos
me creo liberada de nuestra unión.
Es ingenuo.

Ambos tenemos el tesón
y la paciencia de la araña.
Puede permanecer un año escondida
y es un misterio saber qué la alimenta.

IV

Cuando pienso en la felicidad que me diste
me pregunto si no me comporté como el perro.
Mira agradecido
al que le tiró un hueso.

V

Molesto
Zumbo.
Pico.
Soy como el mosquito
cuando me enamoro.
Será por eso
que me cierran las ventanas.

*

I

Lo scarafaggio

L’ho schiacciato nel patio.

Vedendo che si muoveva
ho pensato fosse ancora vivo.
Erano le formiche
che lo trascinavano.

Accettare che ciò che alcuni
calpestano con disprezzo
può essere per altri cibo.

II

Imparare dalla dignità del gatto.
Uccide il topolino
ma non se lo mangia.

III

Visto che non ci parliamo più
mi credo liberata dalla nostra unione.
È ingenuo.

Entrambi abbiamo la tenacia
e la pazienza del ragno.
Può rimanere un anno nascosto
ed è un mistero sapere cosa lo alimenta.

IV

Quando penso alla felicità che mi hai dato
mi chiedo se non mi sono comportata come il cane.
Guarda riconoscente
chi gli ha tirato un osso.

V

Infastidisco.
Ronzo.
Pungo.
Sono come la zanzara
quando mi innamoro.

Sarà per questo
che mi chiudono le finestre.

Da La forastera (2007)

Principios de febrero

No.
El hermoso verano
no ha terminado aún.
Nos queda un mes para estarse en los patios
y descalzarnos
mientras charlamos
de esto y aquello
sin ton ni son.
Todavía habrá hombres de brazos tostados
en las calles
de la ciudad envuelta por la noche
brotada toda
como un lazo de amor.

No.
No me sostengas que no voy a caerme.
Solo se caen las estrellas fugaces
y yo –te dije–
quiero permanecer.

Un hombre es bueno para una noche.
Cuando amanece es un reflejo dorado
sobre la cama donde se toma café.
Y es agradable el olor que deja.
Dura todo un día.
Pero no toda la vida.

Luego hay que descansar.
El libro de Kavafis y el de Pavese
sobre la mesa de luz.
Hay que aminorar la marcha.
Sentarse un rato a solas
en el sillón del patio.
Mujeres: tendríamos
que aprender de los gatos.
¡Cómo agradecen el tazón
que rebosa de leche!

Falta para el otoño.
Que nos encuentre intactas.
Sin habernos negado
a estas pasiones
que cada tanto
asaltan.

*

Inizi di febbraio

No.
La bella estate
non è ancora finita.
Ci resta un mese per starcene nei cortili
e toglierci le scarpe
mentre chiacchieriamo
di questo e quello
senza capo né coda.
Ci saranno ancora uomini dalle braccia tostate
nelle strade
della città avvolta dalla notte
tutta in fiore
come un nodo d’amore.

No.
Non reggermi che non cado.
Cadono solo le stelle cadenti
e io – te l’ho detto –
voglio durare.

Un uomo è buono per una notte.
All’alba è un riflesso dorato
sul letto dove si beve caffè.
Ed è piacevole l’odore che lascia.
Dura tutto il giorno.
Ma non tutta la vita.

Dopo bisogna riposare.
I libri di Kavafis e Pavese
sul comodino.
Bisogna rallentare il passo.
Sedersi per un po’ da sole
sulla sedia del patio.
Donne: dovremmo
imparare dai gatti.
Come sono riconoscenti per la ciotola
che trabocca di latte!

Non è ancora autunno.
Che ci trovi intatte.
Senza esserci negate
a queste passioni
che ogni tanto
assaltano.

*

A Manuel Inchauspe,
en el hospicio

Las nuestras, mi amigo,
son obras pequeñas.
Escritas en la intimidad
y como con vergüenza.
Nada de tonos altos.
Nos parecemos a la ciudad
donde vivimos.

Perdiste tus últimos poemas
y yo casi no escribo.

De allí
esos largos silencios
en nuestras conversaciones.

*

A Manuel Inchauspe,
nell’ospedale

Le nostre, amico mio,
sono opere piccole.
Scritte in solitudine
e quasi con vergogna.
Niente toni alti.
Somigliamo alla città
dove viviamo.

Hai perso le tue ultime poesie
io quasi non scrivo.

Ecco perché
quei lunghi silenzi
nelle nostre conversazioni.

*

Naturaleza muerta

Tomates rojos
con una hendidura negra.
Limones amarillos
con pezones verdes.
Zanahorias erectas
papas ovales
bananas que yacen arqueadas.

Sexo sobre la mesa
donde amaso el pan.

*

Natura morta

Pomodori rossi
con una fenditura nera.
Limoni gialli
con capezzoli verdi.
Carote erette
patate ovali
banane che giacciono arcuate.

Sesso sulla tavola
dove impasto il pane.

*

Caminando bajo la llovizna en una noche de junio

Hasta en el extremo opuesto
del lugar donde vivo
me reconozco:
aquí
en esta casa
velamos a mi padre

enfrente la psicóloga
a quien le cuento
distintos avatares de mi vida.

Cruzando la calle el bar
donde con Virginia desayunamos
un domingo feliz
como pocos.

Desde la esquina veo
el sanatorio donde nació Florencia.
Más allá el supermercado
adonde voy por comida.

Mi vida
desparramada por la ciudad
volvió a juntarse
cuando volví a mi casa
esta noche de junio
en que llovizna.

*

Camminando sotto una pioggia leggera una notte di giugno

Anche all’estremo opposto
del luogo dove vivo
mi riconosco:
qui
in questa casa
abbiamo vegliato mio padre

di fronte la psicologa
a cui racconto
diverse vicissitudini della mia vita.

Attraversando la strada il bar
di quella colazione con Virginia
una domenica felice
come poche.

Dall’angolo vedo
l’ospedale dove è nata Florencia.
Più in là il supermercato
dove compro il cibo.

La mia vita
sparpagliata per la città
è tornata a ricomporsi
quando sono tornata a casa
questa notte di giugno
in cui pioviggina.

*

La mayoría de sus amigos
se fueron del país
en dictadura.

Los que quedaron envejecieron
junto con ella.
Unos cuantos han muerto.

Los encuentros entre sobrevivientes
son tristes
Hay demasiados ausentes.

De allí que ella
tan adusta en otros tiempos
cultive ahora el trato con desconocidos
y trate de hablar de su vida
–un poco maníacamente–
hasta en los ómnibus.

*

La maggior parte dei suoi amici
sono fuggiti dal paese
durante la dittatura.

Quelli che sono rimasti sono invecchiati
insieme a lei.
Alcuni sono morti.
Gli incontri tra i sopravvissuti
sono tristi.
Ci sono troppi assenti.

Ecco perchè lei
un tempo così austera
ora attacca bottone con gli sconosciuti
e cerca di parlare della sua vita

– un po’ maniacalmente –
anche sugli autobus.

Da Profesión: sus labores (2016)

Por la noche
tiros
gritos.
Una sirena de ambulancia.
Uno creería
que estalló la revuelta popular.

Me despierto
y pienso:
No.
Son los muchachos que engendramos
matándose
por un poco de droga.

*

Nella notte
spari
grida.
Una sirena di ambulanza.
Si direbbe
sia scoppiata una rivolta popolare.

Mi sveglio
e penso:
No.
Sono i ragazzi che abbiamo generato
ammazzandosi
per un po’ di droga.

*

Dormida

Sobre el airoso
planeta de tu ojo
sopla un viento
que no es el de este mundo.

*

Addormentata

Sull’arioso
pianeta del tuo occhio
soffia un vento
che non è di questo mondo.

*

Dimensión del tiempo (o a mi casa se entra por el patio)

Dos días fuera de casa
pueden ser una eternidad.

La tormenta asustó al gato
que quiso entrar a la casa.
Rompió la tela metálica
y se lastimó.
Las planteras rodaron por el piso ensangrentado.
Parte del árbol de mora se chamuscó.
La ropa se cayó de la soga.

Al entrar
desconocí todo
como si fuera una ladrona.

*

Dimensione del tempo (o a casa mia si entra dal patio)

Due giorni fuori casa
possono essere un’eternità.

Il temporale ha spaventato il gatto
che ha voluto entrare in casa.
Ha rotto la rete metallica
facendosi male.
Le piante sono rotolate sul pavimento insanguinato.
Una parte dell’albero di more si è bruciata.
I vestiti sono caduti dai fili.

Entrando
non ho riconosciuto niente
come se fossi una ladra.

*

Visita

Se fue del país apenas comenzó la dictadura.
Huyó como una rata y como una rata volvió. Alfonsinescamente.
A visitarnos.
Desde Barcelona había mandado cada navidad una tarjeta, dando por descontado que estábamos vivos.
¿Y ahora? Ahora quería hacer un libro de reportajes, quería saber, quería que le contáramos del padecimiento de todos esos años.
—: ¿Qué padecimiento? —le pregunté— Yo viví, tuve otra hija.
Mi sufrimiento no tiene palabras, es mío y me acompañará toda la vida. Tan mío como mis dos hijas.
En ese momento la pequeña lloró en el dormitorio. Estuve con ella un buen rato.
Cuando regresé se había ido.
Sobre la mesa, un libro suyo con una dedicatoria.
Si no hubiera sido por eso, hubiera pensado que fue un mal sueño.

*

Visita

Se ne andò dal paese appena cominciò la dittatura.
Fuggì come un ratto e come un ratto tornò. Alfonsinamente.
A farci visita.
Da Barcellona aveva mandato ogni Natale una cartolina, dando per scontato che fossimo vivi.
E adesso? Adesso voleva fare un libro di reportage, voleva sapere, voleva che gli raccontassimo la sofferenza di tutti quegli anni.
“Che sofferenza?”, gli chiesi, “Io ho vissuto, ho avuto un’altra figlia”.
La mia sofferenza non ha parole, è mia e mi accompagnerà tutta la vita. Tanto mia come le mie due figlie.
In quel momento, la più piccola si mise a piangere nella sua stanza. Rimasi a lungo con lei.
Quando tornai, se n’era andato.
Sul tavolo, un suo libro con dedica.
Se non fosse stato per quello, avrei pensato a un brutto sogno.


Foto di copertina: Virginia Russo

La Cruz del Sur. Poesia argentina contemporanea / 1 : Laura Wittner

Nota di lettura e traduzione di alcune poesie di Laura Wittner, a cura di Camilla Marchisotti.

Foto di copertina: Juana Gimeno. Per gentile concessione di Malba Puertos

Introduzione e traduzioni a cura di Camilla Marchisotti

Treni, aeroporti, automobili, addirittura seggiovie: sin dall’esordio El pasillo del tren (1996), acerbo come tutte le prove giovanili ma già emblematico di quello che verrà, le poesie di Laura Wittner (Buenos Aires, 1967) sono costantemente attraversate da vari mezzi di trasporto, che a loro volta servono ad attraversare o trasgredire numerosi confini: geografici, linguistici, mentali. Paradossalmente, però, proprio a partire da questo movimento incessante, dallo «sguardo dal treno in movimento» che profeticamente annuncia una costante della scrittura anche futura, i testi di Wittner si caratterizzano per una fortissima ansia di posizionarsi. Si tratta di un soggetto che vuole stare, che vuole osservare (ma anche: sentire, ascoltare, annusare, toccare…), in una fenomenologia della percezione che non può prescindere, dunque, dal corpo. Alcuni spazi, questo soggetto-corpo, li frequenta più di altri; primo tra tutti quello urbano, la città di Buenos Aires, che funge però da specola, osservatorio da cui relazionarsi, oltre che con l’umano, con l’animale e il vegetale. Dalle finestre, dalle terrazze e dai balconi, il soggetto-corpo tende verso, per conoscersi e conoscere. Si tratta, tuttavia, di un tipo di conoscenza intrinsecamente mobile, che va costantemente ricalibrata, rinegoziata, ricomposta, riguadagnata per poi essere, un attimo dopo, perduta. Infatti, siccome sta nelle cose e non le precede, essa è per sua natura cangiante come, per esempio, i fenomeni e i dati atmosferici per cui Wittner nutre una vera e propria ossessione (si pensi alla pioggia, a cui dedica un intero libro, Lluvias, del 2009, ma anche alle infinite annotazioni sul freddo, il caldo, l’umido, il passaggio delle stagioni, il tono della luce). L’azione del conoscere, del comprendere (se di azioni si può parlare, perché si ha spesso l’impressione che il soggetto, da questa comprensione, venga agito) si configura quindi come fugace (e proprio fugaz è un aggettivo ricorrente); il suo contenuto è incompleto, basato sull’intuito e declinato montalianamente in occasioni (proprio Montale viene citato in esergo alla serie che apre Balbuceos en una misma dirección, 2011).

Più ancora che a Montale, però, posizionandoci da questo lato dell’oceano e facendo l’utile esercizio di immaginare le risonanze che potrebbe avere la poesia di Wittner nello spazio letterario italiano, il tipo di operazioni e di attitudini che la caratterizzano fanno venire alla mente quel ‘balcone del corpo’ da cui procede una voce ormai centrale nella mappa della nostra poesia italiana contemporanea, e cioè Antonella Anedda. Le somiglianze tra le due autrici sono tanto più sorprendenti se si pensa che Wittner non conosce Anedda. Altri autori e autrici della nostra letteratura, invece, esercitano su di lei un’influenza diretta, che deriva cioè dalla frequentazione, e che a volte sfocia addirittura nella citazione (si pensi al primo verso di “Placeres nocturnos”, dichiaratamente preso in prestito a Pavese). Wittner, infatti, oltre a essere poeta, è traduttrice: principalmente dall’inglese, ma, più sporadicamente, anche dall’italiano, lingua che parla e legge. Così, oltre ad Anedda, se è vero che il corpo è, in Wittner, anche il corpo del ritmo, qualcosa nella sua ossessione per la metrica (che si traduce, anche tematicamente, nella mania per l’atto del sillabare), e soprattutto nel frequente e quasi involontario inciampare sull’endecasillabo, rende inevitabile il confronto con Patrizia Cavalli (poeta, invece, letta e amata). Vicini a Cavalli sono anche un tono che si fa volentieri ironico e un registro che si diverte a virare verso il colloquiale, il conversazionale, il confidenziale. E ancora, prendendo come punto di partenza il dato biografico della maternità (che almeno da La tomadora de café, 2005, diventa anche poeticamente rilevante), succede alla poesia di Wittner qualche cosa di simile a ciò che raccontava Natalia Ginzburg (altra lettura dichiarata). «Adesso non desideravo più tanto di scrivere come un uomo», scrive Ginzburg in “Il mio mestiere” (Le piccole virtù, 1962), «perché avevo avuto i bambini, e mi pareva di sapere tante cose sul sugo di pomodoro e anche se non lo mettevo nel racconto pure serviva al mio mestiere che io le sapessi: in un modo misterioso e remoto anche questo serviva al mio mestiere». Anche in questo caso, l’esperienza della maternità non costituisce un intralcio alla scrittura; al contrario, essa pare rafforzarne e allargarne temi e strumenti. Infatti, la conoscenza a cui si accennava prima, oltre a essere fugace e incompleta, è anche sempre sessuata, cioé femminile e materna. Ciò ha delle importanti conseguenze tanto sul già citato rovello dello spazio (la rivalutazione del domestico, del materiale, dell’ordinario, del basso), quanto sul tempo, in una preoccupazione che diventa generazionale e che, come emblematicamente accade in “Por qué las mujeres nos quemamos con el horno”, si dispiega cronologicamente nel lignaggio nonna-madre-figlia. Così, lungo il corso della vita e dei libri, anche figlie e figli (prima neonati, e poi via via bambini, adolescenti, adulti…) si affermano come personaggi ricorrenti nella poesia di Wittner, si staccano dalla mera realtà biografica per divenire quasi delle funzioni: corpi nati dal corpo che li ha partoriti, di cui si deve avere cura e che, a loro volta, ci curano (in un equilibrio che non sempre è facile trovare). 

*

Laura Wittner è nata a Buenos Aires nel 1967. Oltre a essere poeta, traduce dall’inglese e, più sporadicamente, dall’italiano. Organizza workshop di scrittura creativa e traduzione, è autrice di numerosi libri per ragazzi. Nel 2021, ha pubblicato un saggio sulla sua attività traduttiva intitolato Se vive y se traduce; è invece del 2025 l’autobiografico Diario de menopausia. È autrice dei seguenti libri di poesia: El pasillo del tren (1996), Los cosacos (1998), Las últimas mudanzas (2001), La tomadora de café (2005), Lluvias (2009), Balbuceos en una misma dirección (2011), La altura (2016), in seguito riuniti nell’antologia Lugares donde una no está (2017), in cui sono comprese anche alcune sue traduzioni e testi di occasione in prosa. Nel 2020 è uscito il suo ultimo libro di poesia, Traducción de la ruta. Suoi libri sono stati tradotti in varie lingue, tra cui il portoghese, il tedesco, il coreano, l’inglese. 


Lugares donde una no está (Poemas 1996-2016), Gog y Magog, 2017

da El pasillo del tren (1996)
Un ultimo sguardo dal treno in movimento

Un ultimo sguardo dal treno in movimento
vorrebbe essere uno sguardo speciale
ma è come tutti, questo spazio che occupiamo
adesso, vuoto di noi,
inizia il movimento di retrocessione
di ripiegamento nella memoria
per, allo stesso tempo, disturbare
segnalando che
continuerà ad esistere,
altri abitanti lo percorreranno
come qualcuno che abbiamo amato
e il paesaggio andrà modificandosi,
il ricordo, allora, sempre più inesatto
non per usura
ma perché l’originale cambierà.
Le ultime cose che vedi
saranno anche le prime che vedrai
tornando
(you are leaving Las Pirquitas we are already missing you).
Eppure, abbiamo sempre vissuto in questa città
e quando la domenica passiamo accanto a barche arenate
e ponti arrugginiti
e scendendo dall’auto vediamo che il fiume
è una cosa nera, spessa,
che distilla bolle tra le macchie chiare
come sputi che si espandono
(“si è formato sopra l’acqua uno strato anaerobico
dove impensabili creature
si sviluppano ed esistono senza ossigeno”)
allora non c’è dolore per il luogo lontano
né gesti significativi nell’ultimo sguardo
sarebbe inutile: non ci sono limiti
per entrare o uscire.

Una mirada de adiós desde el tren en marcha

Una mirada de adiós desde el tren en marcha
querría ser una mirada especial
y es como todas, este lugar que ocupamos
ahora, vacío de nosotros,
inicia el movimiento de retroceso
de replegarse en la memoria
para al mismo tiempo molestar
dando la señal de que
seguirá existiendo,
otros habitantes lo recorrerán
como a alguien que quisimos
y el paisaje se irá modificando,
el recuerdo entonces cada vez más inexacto
no por desgaste
sino porque el original va a cambiar.
Lo último que veas
será también lo primero que veas
cuando regreses
(you are leaving Las Pirquitas we are already missing you).
Por otra parte siempre hemos vivido en esta ciudad
y cuando un domingo pasamos junto a barcos varados
y puentes color óxido
y al bajar del auto vemos que el río
es algo negro, espeso,
destilando burbujas entre manchas claras
como salivazos en expansión
(“se ha formado sobre el agua una capa anaeróbica
donde criaturas impensables
se desarrollan y existen sin oxígeno”)
entonces no hay pena por el lugar lejano
ni gestos significativos en la última mirada
sería inútil si no hay límites
para entrar o salir.

da La tomadora de café (2005)
Un po’ verde, verde, molto verde

Febbraio

Quando piove, il reggae è tutta un’altra cosa.
Il giornale di domenica diviso per sezioni,
le piante che orgogliose accettano l’acqua fredda dell’estate,
il caffè, il pane, i tovaglioli di carta, la zuccheriera,
le terrazze che vanno e vengono tra lo spesso spray.

Giugno

Il vento cittadino spinge e smette – ha i suoi dubbi.
Tutto il balcone è all’ombra e carico di umidità,
liscio come una vecchia macchia di tè, insistente e calcareo.
Le foglie del ficus ballano: ma è un triste gioco
e accanto, rossi, anche i fiori impazienza
si assordano al vento.
Sembra che controvoglia allunghino la testa.

Agosto

Dopo la pioggia, colombe fradicie
atterranno sulla ringhera del balcone.
Due provano a corteggiarsi, si corteggiano.
Le altre le rifiutano: como può essere…?
Ma subito i loro sguardi fulminanti, senza elasticità,
cambiano direzione. Con loro se ne vanno
anche i neri – funesti – pensieri.

Settembre

Sono caduti i primi kumquat. Avrei voluto
avere un angolo dove bruciarli, guardarli, aspettare
che questa stessa quiete acidula e aranciata
ardesse nel carbone, intima ma invadente.
Invece ci sono due frutti rotondi
posati in silenzio per terra.

Ottobre

Tutto si affretta a crescere e fiorire.
Le piante serie finalmente si impongono sulle erbacce
e ognuna inventa le germinazioni più inattese.
Era tutto qui, carnalità? Vegetazione che straborda
forma lacci, circonda la casa e soddisfa
le sue più selvagge, verdi fantasie?

Novembre

La sera di domenica mi trova a trasportare un cesto
che mia madre ha riempito di piantine fatte in casa.
Alla luce artificiale il campionario silvestre apre gli occhi
(o le bocche) sul nuovo ambiente, cinque piani più in alto,
meno esposto al sole, più ventoso, meno circolare.
Il mio è decisamente un gesto da Cappuccetto:
trasportare un cesto al tempo in cui ogni scambio
sembrerebbe stabilirsi botanicamente.

Dicembre

Guardo le piante di notte, le chiamo per nome,
non so se reagiscono. Conoscerle è un esercizio
che mi terrebbe sveglia per la strada, se trasportassi
carichi notturni da una città ad un’altra.
Parole strane, ovvie, infallibili,
dai fioriti etimi che io sillaberei, insonne.

Un poco verde, verde, muy verde

Febrero

En día de lluvia, escuchar reggae es otra cosa.
El diario del domingo separado por secciones,
las plantas aceptando con orgullo el agua fría de verano,
el café, el pan, las servilletas de papel, la azucarera,
las terrazas que se van y vuelven de entre el espeso spray.

Junio

El viento urbano empuja y para -tiene sus dudas.
Todo el balcón está en sombras y embebido en humedad,
terso cómo una vieja mancha de té, insistente y calcáreo.
Las hojas del ficus bailan: pero es triste su juego
y al lado, rojas, las flores impaciencia
también se ensordecen con el viento.
Parece que a disgusto estiraran la cabeza.

Agosto

Tras las lluvias, palomas empapadas
aterrizan en la baranda del balcón.
Hay dos que intentan cortejarse, se cortejan.
El resto las repudia: ¿Cómo puede ser…?
Pero enseguida sus miradas fulminantes, sin elasticidad,
cambian de dirección. Con ellas van también
los negros -funestos- pensamientos.

Septembre

Cayeron los primeros kinotos. Habría querido
tener un rincón donde quemarlos, mirarlos, esperar
que esta misma quietud traspasada de ácido y naranja
ardiera en el carbón, íntima pero invasiva.
En cambio hay dos frutos redondos
en silencio posados en la tierra.

Octubre

Todo se apura a crecer y dar flor.
Las plantas serias por fin se imponen a los yuyos
y cada cual inventa las más sorpresivas brotaciones.
¿Esto era todo, carnalidad? ¿Vegetación que desborda,
forma lazos, rodea la casa y satisface
sus más salvajes, verdes fantasías?

Νoviembre

La noche de domingo me encuentra cargando una canasta
que mi madre llenó de plantines caseros.
Bajo la luz artificial el muestrario silvestre abre los ojos
(o las bocas) a su nuevo entorno, cinco pisos más alto,
con menos sol directo, más ventoso, menos circular.
Mi acción es netamente la de Caperucita:
llevar una canasta en tiempos en que todo intercambio
parece haberse instalado en el nivel botánico.

Diciembre

Miro las plantas de noche, las llamo por su nombre,
no sé si reaccionan. Conocerlas es un ejercicio
que me mantendría despierta en ruta, si llevara
cargas nocturnas de una ciudad a otra.
Palabras raras, obvias, indefectibles,
de floridos orígenes que yo deletrearía, insomne.

*

Altra città

Quando alzo lo sguardo vedo neve,
neve che brilla dal televisore.
Come sempre, luccicano sulla mappa
i luoghi dove una non è.
Certo mi mancherebbe il mercato dei fiori
e svegliarmi in questo piano ottavo
che si apre e sfida il vento.
La verità è che c’è stato un solo giorno di neve
e che esiste una seconda possibile versione
per le cose conosciute.
Le valigie sono fatte da sempre
e in più stanno sul divano
in posizione di attesa.
Questo momento dura, si mantiene,
è una maniera di stare:
essere a punto di venire abbandonato.
Il pozzo nero delle valigie pronte,
rovescio dell’atterraggio:
il desiderio umano per l’incompleto
che si riflette, dicono,
nella predilezione per il piccolo,
il breve, il frammento.

Otra ciudad

Cuando levanto la vista veo nieve,
nieve refulgiendo desde el televisor.
Como siempre, titilan sobre el mapa
los lugares donde una no está.
Seguro extrañaría el mercado de flores
y despertar en este piso octavo
que se abre desafiando al viento.
La verdad es que hubo un solo día de nieve
y que hay una posible segunda versión
para las cosas conocidas.
Las valijas están hechas desde siempre
y además están sobre el sofá
en posición de espera.
Ese momento dura, se sostiene,
es una manera de estar:
estar a punto de ser abandonado.
El pozo negro de las valijas hechas,
reverso del desembarco:
el deseo humano por lo incompleto,
que se refleja, dicen,
en la predilección por lo pequeño,
lo breve, el fragmento.

da Lluvias (2009)
Questa sera pioverà

L’hanno detto alla tele;
lo dice il cielo che evidentemente
già si prepara però senza fretta:
formula nuvole mollicce
sempre più opache
e sempre più signore e padrone:
lievitano, provano a fare del cielo un tetto,
esalano un profumo promettente
che trasforma il tono molecolare dell’aria.
L’hanno pubblicato sul giornale
con il disegno della nube grigia
attraversata dal fulmine;
non resta che aspettare, dissimulando,
come se la certezza della pioggia
non ricadesse sulle nostre azioni
completamente rinnovandone il carattere.

A la noche va a llover

Lo dijeron en la tele;
lo dice el cielo que evidentemente
se va preparando pero sin apuro:
formula nubes blanduzcas
cada vez más opacas
y cada vez más dueñas y señoras:
levan, intentan hacer del cielo un techo,
exhalan ese perfume promisorio
transformador del tono molecular del aire.
Lo publicaron en el diario
con el dibujo de la nube gris
atravesada por el rayo;
sólo queda esperar, disimulando,
como si la certidumbre de la lluvia
no se volcara sobre nuestros actos
renovando del todo su carácter.

*

Marzo

Salvo il picchiettio
delle gocce sulla tela dell’ombrello
è completo il silenzio.
Nessuno esce da
né entra in queste case,
nessuno si avvale
del suo diritto a andare in auto.
Avanzo nell’incantesimo
con lo sguardo prudentemente basso
e il gesto neutro
che si confà
a un’occasione tanto rara:
essere stata toccata
dalla bacchetta della realtà.

Marzo

Salvo por el alfileteo
de las gotas sobre la tela del paraguas
es completo el silencio.
Nadie sale de
ni entra en estas casas,
nadie hace huso
de su derecho a andar en auto.
Avanzo en el hechizo
con la mirada prudentemente baja
y el gesto neutro
que corresponde
a tan rara ocasión:
haber sido tocada
por la varita de la realidad.

*

Casa nel bosco

Fuori, resti d’acqua
pendono dalle pigne che pendono dai rami.
Varie forme ovali che vorrebbero staccarsi:
tutto si abbassa.
Qui, un silenzio eccelso. Brevi raffiche
di gocce dell’ultimo momento sopra tetti e vetri.
La nuvola, che finisce di esprimersi
e manda sferzate ottimiste.
Uno strano caldo, sovraindotto,
venuto per confonderci stanotte,
ora, con l’allerta delle arance e del caffè,
ci fa quasi esplodere di aspettative.
Coronando attività silenziose,
motori e fluidi che sapranno quel che fanno:
lo fanno, suppongo, per noi.

Casa en el bosque

Afuera, restos de agua
cuelgan de las piñas que cuelgan de las ramas.
Varias formas ovales proponiendo desprenderse:
todo baja.
Acá, un silencio excelente. Ráfagas breves
de gotas de último momento sobre techos y vidrios.
La nube, que termina de exprimirse
y manda optimistas latigazos.
Un calor raro, sobreinducido,
para marearnos por la noche,
ahora, con el alerta de las naranjas y el café,
casi nos hace estallar de expectativas.
Coronando actividades mudas,
motores y fluidos que sabrán lo que hacen:
lo hacen, supongo, por nosotros.

da Balbuceos en una misma dirección (2011)
Il mio lato del dialogo

Va bene; ma quando attraversavamo paesaggio
arido o umido, industriale o bucolico,
sotto cieli turchesi o l’effetto di droghe
la morte e la malattia erano lontane.

E basta, poi; tanta preparazione teorica
per quel che c’è da dire, che non è mai molto.
Due cose: essere gentili gli uni con gli altri;
nel circolo intimo, divertirci, godere.

Perché fugace è tutto.
Succede che nella memoria acquista peso.

Ascolta, non lo reinviare.
Quello che dico, lo sto dicendo solo a te.

Mi lado del diálogo

Está bien; pero cuando atravesabámos paisaje
árido o húmedo, industrial o bucólico,
bajo cielos turquesas o el efecto de drogas
la muerte y la enfermedad estaban lejos.

Basta, además; tanta preparación teórica
para lo que hay que decir, que nunca es mucho.
Dos cosas: ser amables los unos con los otros;
en el círculo íntimo, divertirnos, gozar.

Es que fugaz es todo.
Pasa que cobra peso en la memoria.

Mirá, no lo reenvíes.
Lo que estoy diciendo te lo digo sólo a vos.

*

Perché insistiamo con i viaggi

I pali della recinzione si susseguono
nei limiti che il dito ha disegnato
sulla condensa del vetro: secondi
nella linea del tempo in agguato, trattini
nella linea dello spazio lungo la strada,
trattini secondi trattini, un viaggio
tranquillizza per un po’, facilitando
il procedere congiunto di spazio e tempo.
Che passi il tempo, che passi lo spazio,
che uno passi per il tempo e per lo spazio,
sospirando finalmente:
questo ha
più senso.

Por qué insistímos con los viajes

Los postes del alambrado se suceden
dentro de los límites que el dedo desaguó
en el vaho del vidrio: son segundos
en la acechante línea temporal, guiones
en la línea espacial junto a la ruta,
guiones son segundos son guiones, un viaje
tranquiliza por un rato, propiciando
que avancen juntos el espacio y el tiempo.
Que pase el tiempo, que pase el espacio,
que pase uno por el tiempo y el espacio,
suspirando por fin:
esto tiene
más sentido.

da La altura (2016)
Seggiovia

Galleggia sul silenzio di boscaglia
si accende una sigaretta e sale.
Non esiste oltre a questo cigolio
intermittente, al nauseato dondolio
diretto al cielo. I piedi
in primo piano; non il presente
né il futuro, niente. Solo i piedi
che penzolano, e anche la carrucola
che stride, e il profumo caldo
della boscaglia sotto, e del fumo
che la nasconde e culla nella sua strategia.

Aerosilla

Flota sobre el silencio de maleza
prende un cirgarillito y va subiendo.
No existe más allá de ese chirrido
intermitente, del bamboleo mareado
en dirección al cielo. Los pies
en primer plano; no el presente
ni el futuro, ni nada. Sí los pies
que cuelgan, y también la roldana
que chirría, y el perfume caliente
de la maleza abajo, y el del humo
que la esconde y la acuna en su estrategia.

*

Giocano i ragazzi nella piazza

Più in là, sagome giocano a tennis.
Ancora più lontano c’è il ronzio
che si alza da qualche flusso in transito.
E più lontano il muro
irregolare di edifici cari
di cui a quest’ora solo uno
e solo ai due piani più alti
riceve luce, anche se scialba.
Adesso, guarda che succede:
tra il cerchio dei pini che è il tuo primo piano
qualcuno, un uccello, si mette a cinguettare
al massimo delle sue forze,
con sfida e con maestria:
è breve ciò che emette, ed efficiente.
Se avevi lo sguardo sul libro
spostandolo in alto di colpo comprendi
che cosa magnetizza questi strati sovrapposti
di urbanismo irreale che ti includono.
Come fanno a non crollare
strato per strato, lasciandovi
nel centro della scena nudi.
Ma comprendere è fugace
come il grido dell’uccello.

Los chicos juegan en la plaza

Más atrás siluetas juegan tenis.
Todavía más atrás está el zumbido
que se eleva desde algún fluir de tránsito.
Y más atrás el paredón
irregular de los edificios caros
de los cuales a esta hora sólo uno
y sólo en los dos pisos superiores
retiene luz del sol, bastante aguada.
Ahora, fijate lo que pasa:
de entre la ronda de pinos que son tu primer plano
alguien, un pájaro, rompe a trinar
a todo lo que da,
con desafío y con oficio:
es breve lo que emite, y eficiente.
Si estabas con la vista sobre el libro
al mirar hacia arriba entendés de un tirón
qué es lo que imanta esas capas superpuestas
de urbanismo irreal que te contienen.
Cómo es que no se desmoronan
estrato por estrato dejándolos a ustedes
desnudos en mitad del escenario.
Pero entender fue tan fugaz
como el grito del pájaro.

*

Piaceri notturni

A Clara

Anche noi ci fermiamo a sentire la notte
ognuna dal suo quartiere ma allo stesso tempo.
Qui c’è un cielo grigio slavato
che sa di acqua di fiume o giù di lì.
Non entro in casa; inspiro a fondo,
esprimo un desiderio unico a questo odore.
E allora il desiderio si atomizza,
atomi di desiderio coprono la città:
comincia una pioggerellina piana, discreta,
fatta di costanza, che non si sente
con le finestre chiuse.
Questo è compiersi, più o meno.

*(Titolo e primo verso me li ha prestati Pavese)

Placeres nocturnos

A Clara

También nosotras nos paramos a sentir la noche
cada una en su barrio pero al mismo tiempo.
Acá hay un cielo gris blanqueado
que huele a agua de río o algo así.
No entro a casa; aspiro hondo,
le pido un deseo único a ese olor.
Y entonces el deseo se atomiza,
átomos del deseo cubren la ciudad:
empieza una lluviecita plana, discreta,
hecha de constancia, que no se escucha
con las ventanas cerradas.
Eso es cumplirse, más o menos.

(*Título y primer verso me los prestó Pavese)

*

Il peso

Che mi pesino i capelli. Tanto per cominciare.
Se no non so chi sono, cosa penso.
Come inclinare appena la testa,
come affrontare presbite la luce
se non peso, se non mi pesano i capelli,
e da lì in giù divento attraversabile
già dubito della mia consistenza?
Non c’è verso.
Non si giustifica
la tendenza attuale a togliere volume
perché senza il volume non c’è peso,
non vedete? E cosa siamo?
Leggeri come polli,
con i capelli dritti,
senza àncora, senza memoria,
come dicendo giro qui
o proseguiamo dritto?

El peso

Que me pese el pelo. Eso para empezar.
Si no no sé quién soy, qué cosas pienso.
¿Cómo inclinar un punto la cabeza,
cómo encarar la luz con la presbicia
si no peso, si el pelo no me pesa,
y de ahí para abajo ya me hago traspasable,
ya dudo en consistir?
No hay forma.
No sé justifica
la tendencia actual a sacar el volumen
porque con el volumen se va el peso,
¿no lo ven? ¿Y qué somos?
Livianos como pollos,
con el pelo erizado,
sin ancla, sin memoria,
cómo diciendo ¿doblo acá
o seguimos derecho?

*

Favola dell’alano

Dissi così per dire: come vorrei
avere un grande alano, e per la strada
che figurone che faremmo.
Lui al mio fianco, un fidanzato principesco,
mentre gli parlo spensierata.

Mi fu risposto: che idiozia,
che progetto impossibile.
Chi può permettersi un alano?
È grande, caro, scemo, blablablà.

Chi così si esprime, pensai io,
non fa per te. Non sa capire
i tuoi sproloqui. Abbatte il pugno
sulla fantasia che salva.
Allontanati da lui. E me ne andai.

Fabula del gran danés

Yo dije por decir: me gustaría
tener un gran danés, porque en la calle
que regios quedaríamos.
El a mi lado, un novio principesco,
y yo despreocupada conversándole.

Y se me respondió: qué estupidez,
qué proyecto imposible.
¿Quién puede mantener un gran danés?
Es grande, caro, tonto. Blablablá.

Alguien que así se expresa, pensé yo,
no te conviene. No sabe interpretar
tus devaneos. Baja el puño
sobre la fantasía salvadora.
Aléjate de él. Y me alejé.

*

Perché questa è una poesia

Se c’è qualcosa che davvero mi importa
è appropriarmi dei nomi.
Per questo devo fare pratica
perché i nomi – salvo il proprio –
sono i nomi degli altri.
Metzer Straße
ripeto mentre cammino controvento.
Friedrichstraße. Carsten.
Regolo i muscoli della gola.
Mi affermo sul terreno.

Por qué esto es un poema

Si hay algo que de verdad me importa
es apropiarme de los nombres.
Para eso tengo que practicar
porque los nombres -salvo el propio-
son los nombres de otros.
Metzer Straße
repito mientras camino contra el viento.
Friedrichstraße. Carsten.
Ajusto los músculos de la garganta.
Me afirmo sobre el suelo.

*

Ho fatto brutti sogni ma è stata una notte tranquilla

Dopo il temporale le ragazze starnutiscono
sulla banchina della metro a mezzogiorno
andando ai pranzi di domenica vestite come ieri.
Io faccio come al solito: mi sfrego gli occhi,
penso ai miei figli, penso a te, conto le sillabe.

Tuve sueños feos pero fue una noche plácida

La tormenta trajo chicas que estornudan
en el andén del subte al mediodía
yendo a almuerzos de domingo con la ropa de ayer.
Yo hago lo de siempre: me refriego los ojos,
pienso en mis hijos, pienso en vos, cuento sílabas.

Traducción de la ruta, Gog y Magog, 2020

Perché noi donne ci bruciamo con il forno

Il segnetto rosso ce l’abbiamo tutte.
Qui sulla mano sinistra, con cui scrivo,
c’è anche la mia bruciatura da forno.
Se la guardo fisso, sopra il radio
mi si dispiega in tre:
mi si tridimensiona il polso
e socchiudendo gli occhi si possono vedere
il polso di mia madre, quello di mia nonna
e, con uno scatto in avanti, quello di mia figlia,
punto dalle zanzare, levigato ma già pronto
per il segno della griglia ardente

Por qué las mujeres nos quemamos con el horno

La marquita roja la tenemos todas.
Acá en la mano izquierda, con la que escribo
está también mi quemadura de horno.
Si la miro muy fijo, sobre el radio
se me despliega en tres:
se me tridimensiona la muñeca
y entrecerrando los ojos pueden verse
la muñeca de mi madre, la de mi abuela
y, en un tirón hacia adelante, la de mi hija
picada de mosquitos, pulida y ya dispuesta
a la marca de la rejilla ardiente

*

Perché non deve piovere la domenica sera

Tuona e i miei figli sono nell’altra casa.
Prima un tuono lontano,
poi uno più vicino,
un tuono finalmente rintronante
che rimbomba in ogni stanza vuota
e in questa unica stanza illuminata
dove lavoro a mezzanotte.
Tuona e non ho chi calmare
cosa che per un attimo somiglia
a non avere chi mi calmi. Ma no.
Una madre si ricompone in fretta
anche se i figli sono nell’altra casa.

Por qué no tiene que llover los domingos a la noche

Truena y mis hijos están en su otra casa.
Primero un trueno lejos,
después uno más cerca,
un trueno finalmente atronador
que retumba en cada cuarto vacío
y en este único cuarto iluminado
donde trabajo a medianoche.
Truena y no tengo a quien calmar
lo que por un segundo se parece
a no tener quien me calme. Pero no.
Una madre se recompone pronto
aunque los hijos estén en su otra casa.

*

Ma

Ha semi?
Ha spine?
Quanta paura
fa lo spillo nell’imbastitura?
Fin dove una madre
deve, per i suoi figli, sciogliere
gli ostacoli, le calcificazioni
di incertezza, di freddo, il fastidio
nella mappa, nella scarpa, la piega
del calzino e il timore in generale,
l’ansia unica, privata
e l’altra
che ci avvolge tutti?

Ma

¿Tiene semillas?
¿Tiene espinas?
¿Cuánto miedo
da el alfiler en el hilván?
¿Hasta dónde una madre
debe, para sus hijos, disolver
los obstáculos, las calcificaciones
de incertidumbre, de frío, la molestia
en el mapa, en el zapato, la arruga
de la media y el temor en general,
la ansiedad única, privada
y la otra
que nos envuelve a todos?

Tradurre poesia: un atto di amore?

Un’intervista a Bianca Tarozzi, a cura di Vassilina Avramidi e Elena Strappato

Mentre i countdown per le feste natalizie sono già iniziati, e tante finestrine dei calendari dell’avvento sono già state aperte, anche noi dell’Almanacco ritorniamo su alcuni dei momenti più belli che abbiamo condiviso durante il 2024. Ritorniamo alle giornate calde di giugno, quando abbiamo organizzato il Grisù Festival de Lo Spazio Letterario, in collaborazione con Porta Pratello e con la libreria indipendente Confraternita dell’Uva.

Con l’intervista a Bianca Tarozzi avvenuta durante il Grisù, si è chiuso un anno di lavori e collaborazioni sulla traduzione, e in particolare sul rapporto tra poesia e traduzione. Durante il 2024 abbiamo desiderato di incontrare traduttori e traduttrici per diversi motivi: certamente, per conoscere il punto di vista di chi traduce, considerandolo un punto di vista privilegiato, critico sul testo, ma anche per valorizzare il lavoro di chi traduce e per rivendicare il lavoro di traduzione come una forma di scrittura contemporanea.

Bianca Tarozzi è nata a Bologna e vive a Venezia. Ha insegnato letterature inglesi e angloamericane tra Verona, Venezia e Milano, e come traduttrice ha abitato la poesia americana, in particolar modo quella confessionale e i suoi nomi più rappresentativi come Robert Lowell, Sylvia Plath e Elizabeth Bishop. Ha tradotto anche la poesia di Emily Dickinson, A. E. Hausmann e Louise Glück, vincitrice del Premio Nobel del 2020. Come autrice e poeta, l’esordio di Bianca Tarozzi avviene con Nessuno vince il leone (Arsenale, 1988), una raccolta di riscritture al femminile dove ritroviamo, tra altre, figure note dalla mitologia greco-romana, come Arianna e Penelope. In questa intervista, Bianca ci racconta la sua esperienza in quanto traduttrice di due tra le opere più rilevanti di Louise Glück, Ararat e Meadowlands, in Italia pubblicate entrambi dal Saggiatore (2021 e 2023 rispettivamente).

Elena: Nel 2021, dopo la vittoria del Nobel di Louise Glück, il Saggiatore pubblica la tua traduzione di Ararat, che in realtà però è precedente; era già stata pubblicata nel 2012, in un numero monografico della rivista In forma di parole, curata da Gianni Scalia. In realtà, fino alla vincita del Nobel, Louise Glück era parecchio sconosciuta nel panorama italiano, a tal punto che giravano articoli dal titolo “Louise Glück chi?”… Considerando che tu provenivi da una poesia contemporanea americana come quella confessionale, e che la voce lirica di Louise Glück in qualche modo sfugge questa categorizzazione, vorremmo che ci racconti com’è avvenuto l’incontro con la poesia di Glück, e in particolare come sei arrivata a tradurre Ararat e Meadowlands?

Bianca: Partiamo dalla mia formazione in quanto americanista. Quando ancora frequentavo l’università a Venezia ho scritto una tesi su Robert Lowell, che penso sia l’unico o, meglio, quasi l’unico poeta americano che si occupi della storia americana, perché sia la Glück che altre importanti poetesse e scrittrici contemporanee nordamericane, come Mary Robinson e Anne Carson, non parlano della storia nella loro poesia. Lo stesso credo vale anche di molti poeti americani contemporanei. Ci sono, certo, alcune eccezioni, ma allora si tratta di newyorkesi, ebrei, che hanno una diversa consapevolezza della storia. Mentre dunque lavoravo su Robert Lowell ed Elizabeth Bishop, ho letto un libro della critica letteraria Helene Vendler, scomparsa recentemente, intitolato Part of Nature, Part of Us (Parte della natura, parte di noi), pubblicato nel 1980.[1] Lì, verso la fine del libro, c’era una parte dedicata sulla poesia di Glück. Allora ho pregato la mia sorella maggiore, filosofa che vive a New York, di farmi avere qualcosa della Glück. Quindi, per le vacanze di Natale del 1980, mi ha mandato proprio quel librino di Glück che Vendler aveva commentato nel suo grosso volume sulla poesia americana. A una prima lettura, mi è sembrato molto facile individuare le influenze di Glück. Già dalla prima poesia sua che ho letto, ho pensato a Silvia Plath, perché il suo verso era libero, drammatico, la tematica era gotica… aveva però un tema suo specifico, ed era quello – se vogliamo chiamarlo così – dell’anoressia. Louise Glück aveva avuto una formazione un po’ particolare: ha studiato alle scuole superiori, dopo però si è ammalata e ha avuto gravi problemi di salute (anoressia), come non ha seguito un curriculum “normale”, studiando, per esempio, in una facoltà di lettere. Quando dunque mi è arrivato questo libro, [n.d.r.: Descending Figure), io lo lessi con molto interesse, e pian piano che uscivano anche le opere successive, me le procuravo. Anni dopo, quando insegnavo letterature angloamericane all’Università di Verona, ho organizzato un convegno su Ulisse e Circe. A quel punto, Meadowlands, il libro in cui Glück riscrive in parte i personaggi di Ulisse, Penelope, Telemaco e Circe, era già uscito e lo conoscevo.

A questo punto occorrerebbe tornare un po’ indietro: già anni prima, quando facevo lezioni di poesia americana alla Ca’ Foscari, per il Novecento partivo da Ezra Pound e dal suo poemetto Hugh Selwyn Mauberley (tradotto in italiano da Giudici), dove Ulisse diventa l’emblema del poeta novecentesco. Dopo Pound, anche Lowell, sul quale io avevo fatto la tesi, ritorna sul personaggio di Ulisse, per rappresentare la sua storia biografica, esistenziale: nella sua poesia Penelope era la maschera per la seconda moglie, Circe per la terza. Bisogna dire di Lowell che tutte le sue mogli sono state scrittrici, romanziere o critiche letterarie – almeno su questo direi che abbia rivelato un certo buon gusto! La sua versione però di Ulisse e Circe è tremenda: la sua era una maga aristocratica, dell’ Atlanta del nord, che si, scriveva romanzi, ma era di una famiglia disastrata, figli, droghe… insomma, succedeva di tutto. Per Lowell, quel periodo è stato un disastro, ed è quello che racconta attraverso questa riscrittura del mito. Ciò che fuori dalla poesia invece è che Lowell decide di ritornare dalla seconda moglie, Elizabeth Hardwick, ma il nostos non avviene: il poeta è morto in taxi, proprio mentre tornava a New York, dalla sua Penelope. La mia traduzione dell’Ulisse di Lowell è stata pubblicata nel 1977, in una rivista di Gianni Scalia, qui a Bologna – dico una perché, ai quei tempi, Scalia si inventava delle riviste in continuazione, appena finiva una ne cominciava un’altra.

Sono partita quindi da Ulisse, ma certo Penelope mi ha sempre molto interessata. Qualche anno dopo, nel 1985, ho scritto le “Variazioni sul tema Penelope”, un poemetto piuttosto lungo di trecento versi, mi fu subito pubblicato – per alcuni, quel poemetto sarebbe la cosa migliore che ho scritto; io non sarei tanto d’accordo su questo, ma ognuno ha i propri gusti. Allora, in quel periodo, sul terzo programma della radio, leggevano l’Odissea nella meravigliosa traduzione di Aurelio Privitera, pubblicato presso la casa editrice Lorenzo Valla. Passavo quindi le mie mattine ascoltando l’Odissea e nel frattempo scrivevo la mia versione di Penelope. L’ho ambientata nella contemporaneità, aggiungendo una buona dose di elementi autobiografici. Telemaco, per esempio, era mia figlia e mi faceva delle domande veramente strane: «tu, mamma, c’eri quando nell’era dei dinosauri?»… Avendo quindi scritto io stessa una Penelope, dai toni in parte comici e in parte drammatici, quando è uscito Meadowlands, mi sono precipitata, l’ho tradotto tutto e Gianni Scalia mi ha subito fatto pubblicare tutto il libro nella rivista In forma di parole. Questa è la storia del mio incontro con Glück.

Vassilina: Come hai ben accennato, in Meadowlands Glück riscrive l’Odissea in chiave lirica. Scrive, sì, in verso libero, ma gioca tanto con la forma e cerca di riportare dentro un genere per eccellenza monologico come la lirica, l’elemento del dialogo. Nei suoi versi, il mito è un velo, e la famiglia di Itaca diventa un’analogia triangolare (Penelope-Ulisse-Telemaco vs Glück-marito-Noah) attraverso cui la poeta racconta la fine del suo matrimonio. Una poesia che trasmette i sentimenti dolceamari del divorzio e della rottura, una poesia piena di lutto non per la morte, bensì per la perdita di una vita matrimoniale che ha segnato la vita della scrittrice e il suo rapporto con il figlio. Come Glück, anche Penelope è una figura che vive nell’assenza dell’altro, che fa esperienza della perdita, e del lutto continuo – del resto, anche la stessa tela di Penelope è un’arma contro i pretendenti, radunati a Itaca a causa dell’assenza del marito, ed è un oggetto del lutto, un che Penelope prepara per la morte eminente del suocero Laerte; una morte che non avverrà all’interno dell’Odissea.

 Sentire il lutto per qualcosa che si è perso è anche un sentimento che ci riporta alla pratica della traduzione; pensiamo anche al termine “resa”, all’ “arrendersi” davanti al testo e ai possibili “intraducibili” della lingua di partenza. Facciamo un esempio: nella tua traduzione di Meadowlands hai scelto di lasciare il titolo uguale nella versione italiana, una decisione che abbiamo visto ripetersi anche nella traduzione in greco moderno, come anche in quella francese. Tale decisione è senz’altro giustificata, visto che Meadowlands è il nome dello stadio della squadra The Giants a New Jersey, un luogo-chiave in questo libro di Glück, che diventa tema centrale nei dialoghi lirici con il marito. Questa scelta però nasconde un altro significato nascosto nel titolo inglese: “meadowlands” sono, infatti, le terre dei “meadows”, parola che traduce il greco antico λειμών (il prato, il pascolo), luogo poetico già dai tempi dell’Odissea dove i «meadows» erano la casa delle Sirene. Questa, per esempio, è una connessione con Omero che il lettore italiano, greco, francese perde quando vede la parola «meadowlands».

Bianca: Allora, parliamo dei titoli e della strutturazione dei libri della Glück. Le sue poesie sono strutturate all’interno dei libri con un senso, con un’unità tematica, non sono poste cronologicamente man mano che le scriveva. Ararat, anche quello lasciato invariato nelle varie lingue, è un altro bel esempio della molteplicità di significati che si nascondono dietro i titoli della Glück: per la maggioranza dei lettori, Ararat è il monte dove si pose l’Arca di Noè, dopo l’alluvione; ma Ararat è anche un nome di un cimitero ebraico di Long Island, dov’è sepolto il padre della Glück, un personaggio centrale di questo libro. «Meadowlands» in inglese significa terreno a pascolo, ma è anche lo stadio. Questo è un punto tematico di scontro tra marito e moglie nel libro: per lui, i calciatori che giocano lì sono persone straordinarie, quasi eroi, mentre per lei, sono quasi dei delinquenti, degli energumeni. Addirittura, il personaggio di Penelope, attenta all’estrema cementificazione della zona, ride del nome dello stadio e lo paragona all’interno di un forno. Quindi i titoli della Glück sono sempre plurivalenti, indicando allo stesso tempo l’unità tematica dei libri.

Vassilina: Infatti, lo stadio dei Giants prende il suo nome proprio dai prati di New Jersey su cui è stato costruito, durante un periodo che ha segnato la zona per l’edificazione intensiva e la perdita di una dimensione più bucolica che la caratterizzava. Ritornando all’idea della perdita vorrei chiederti come ti sei approcciata a questo libro, e anche più generalmente, come ti approcci alla pratica della traduzione? Come riesci a mantenere i molteplici significati che ci sono all’interno dei versi e delle parole straniere, senza sentirti di perdere sempre qualcosa dall’originale?

Bianca: Ho recentemente pubblicato un libro sulla traduzione per Molesini, che si chiama Imitazioni.[3] Il titolo è un termine usato nel Settecento da traduttori inglesi, per es. da Dryden, perché si sono resi conto che una traduzione vera e propria è impossibile – addirittura, alcune volte è proprio impossibile tradurre. Poi la parola è diventata una tradizione, sia in Italia che negli Stati Uniti: un libro di Bertolucci si chiama così, come anche uno di Sinisgalli. Per non parlare poi delle Imitations di Robert Lowell, dove in realtà la voce poetica è tutta sua, non c’è nessuna fedeltà all’originale.[4] Per me, il problema delle traduzioni era dovuto al fatto che traduco poesia da sempre, ho cominciato appena ho potuto, partendo da Baudelaire per divertimento. Tradurre poesia è un atto di amore, perché la poesia interessa pochi. La vera sfida nella traduzione di poesia non è il ritmo, ma la struttura metrica, la rima… quelle non si possono tradurre. Ogni tanto uno può anche riuscirci, ma è raro. Le questioni, quindi, sarebbero due: la fedeltà al testo e il tentativo di costruire un ritmo, che non potrà, certo, essere proprio identico a quello del testo originale, ma che dovrà essere percepito come un ritmo.

Quando facevo le medie, studiavamo l’Iliade, e cioè leggevamo il testo omerico, ovviamente in traduzione. Quando invece mia figlia andava alle medie ha studiato l’epica antica in un modo tutto diverso: rispondevano a delle domande perlopiù teoriche come “cos’è un poema epico” e a imparare varie definizioni, senza fare esperienza diretta del testo omerico. La mia generazione – io sono del ’41 – ha avuto la gioia di leggere l’Iliade nella meravigliosa traduzione di Vincenzo Monti, completamente infedele, più lunga dell’originale, quindi per certi versi disastrosa. Il suo ritmo però è favoloso; del resto, anche Leopardi era apprezzata anche da Leopardi.

Se quindi accettiamo che una delle maggiori sfide nella traduzione di poesia è quella della struttura ritmica, con la Glück questo problema non si pone: il suo è un verso libero. Ciò che costruisce il ritmo nella Glück è la semplicità, la chiarezza, la laconicità della frase e della struttura sintattica. Lei dice addirittura che non adopera nessuna parola che un bambino non potrebbe capire. Si tratta dunque di una poesia comunicativa, non difficile da tradurre salvo che per delle questioni culturali: per es., meadowlands non vuol dire nulla per un italiano, mentre per un americano evoca immediatamente lo stadio. Io non ho trovato delle grandi difficoltà. Ho tradotto prima Ararat perché l’ho trovato più facile, mentre Meadowlands, anche per via della presenza di dialoghi, ha un linguaggio più complicato: da un lato, è un inglese colloquiale, parlato dagli americani, dall’altro è elegante; due cose che sembrano contraddirsi, e invece Glück riesce miracolosamente a costruire un linguaggio conciso, elegante, perfettamente chiaro e comprensibile, con una struttura sintattica interessante, e quindi con una ritmicità. Non ha però né la metrica, né la musica.

Vassilina:La musica è però presente in Meadowlands lungo tutto il libro, attraverso citazioni o invocazioni. Già nell’esergo, la coppia dei protagonisti comincia un gioco: «– Giochiamo a scegliere la musica. La forma preferita. – L’opera lirica. – La tua preferita. – Figaro. No. Figaro e Tannhauser. Ora tocca a te: cantamene una.» Si parte, dunque, dall’opera e si procede con la prima poesia del libro, intitolata «Penelope’s Song», «La canzone di Penelope», dove l’eroina si stacca dalla sua anima, e le chiede di cantare una canzone al marito perché ritorni.

Bianca: Io nel primo verso di questa poesia, «little soul», «piccola anima», vedo un chiaro riferimento all’ «animula vagula blandula» di Adriano. Infatti, avevo tradotto «little soul» con «animula», ma la casa editrice ha scelto diversamente.

Vassilina: E alle perdite si ritorna, quindi… Le referenze musicali in Meadowlands arrivano fino alla musica kletzmer, un genere musicale ebraico proveniente dall’Est Europa, tanto conosciuto a New York e generalmente negli Stati Uniti, che di solito viene scelto per le feste e i matrimoni ebraici durante gli anni in cui Meadowlands viene scritto. La Penelope di Glück, invece, esprime il desiderio di cantare una «accattivante / innaturale canzone – appassionata come Maria Callas» («La Canzone di Penelope»). La tua Penelope, dall’altra parte, fa i conti con l’epica, e anche se trovi che l’endecasillabo sia «una muffa», scrive comunque in endecasillabi, nonostante alcuni siano spezzati, e altri nascosti tra enjambements. Vorrei dunque chiederti: che legami vedi tra Penelope, la musica e la metrica e qual è il tuo rapporto personale metrica e con l’endecasillabo?

Bianca: Mentre nella poesia modernista del Novecento Ulisse è il poeta, nella poesia della Glück il poeta è Penelope – come lo è anche la mia, che scrive e traduce. Per quanto riguarda l’endecasillabo invece, la poesia dell’Ottocento inglese, mi viene in mente in particolare Tennyson, quella era una poesia così cantata, così musicale, che il Novecento ha dovuto reagire contro questa musica del metro. Anche Pound però, che ha preferito il verso libero, dice «there isn’t such a thing as free verse», «non esiste il verso libero», perché anche nel verso libero ci dev’essere un ritmo; se non c’è un ritmo, allora è semplicemente prosa. C’è chi ha molto criticato la Glück, dicendo «come mai quell’articolo su Persefone [n.d.r.: Averno] va sempre a capo»? La risposta è semplice, perché è poesia. Il ritmo della Glück è argomentativo. La poesia di Meadowlands ha come tema, tra altri, la musica, ma non è una raccolta di canzoni. Il suo è un lavoro quasi più simile a un’opera teatrale, con i personaggi che confliggono tra loro. Telemaco, per es., ha un ruolo centrale: è il figlio scisso tra due genitori completamente diversi. Il marito della Glück era un atleta, un professore di ginnastica, non era per caso che gli piaceva il calcio; era forse prevedibile che il matrimonio non potesse funzionare tanto bene. La struttura è dunque drammatica, un pensiero che si snoda ed esamina i pro e i contro di una relazione destinata a finire.

Per parlare del mio rapporto con l’endecasillabo tornerei ancora all’Iliade di Vincenzo Monti e all’influenza che ha avuto su di me – dovremmo anche considerare che allora si imparavano pezzi di poesia a memoria. L’endecasillabo è connaturato nella nostra tradizione, però nel mio caso si tratta di un endecasillabo terremotato: gioco con il verso lungo quello verso breve, endecasillabo e settenario, un’alternanza che troviamo già in Dante, Petrarca, Tasso, e via dicendo. Milton copia dall’Italia, l’endecasillabo influisce sulla poesia inglese del Cinquecento, perché leggono Petrarca e dopo viene creato il pentametro giambico. Il mio endecasillabo cerca di diversificare il ritmo, si spezza, in modo da evitare questa “cantilena” che risulta poco accettabile nella poesia del Novecento.

Elena: Tornando sui due libri della Glück che hai tradotto, Ararat e Meadowlands, noi abbiamo individuato un filo comune: entrambi questi libri sono pervasi dal lutto. Certo, parlando di perdite diverse. In Meadowlands c’è la perdita dell’eros, dell’intimità coniugale tra due sposi; c’è la lontananza di Ulisse da Penelope come anche la crisi, la fine di un matrimonio. In Ararat il lutto è prima di tutto familiare: vi ci troviamo il resoconto poetico di vicende familiari che forma un intreccio quasi narrativo, romanzesco. Allo stesso tempo questi due libri che cantano della perdita, sembra ragionino sul desiderio. Nell’epigrafe di Ararat troviamo una citazione da Platone: «il desiderio è la ricerca per l’intero; si chiama amore». Il tema della perdita in Ararat non è legato solo alla perdita del padre, ma anche all’amore difficilissimo che univa la Glück con la sorella; due sorelle tanto diverse, che ricordano in parte le opposing forces di Ulisse e Penelope in Meadowlands. Il desiderio come portatore di lutto, di perdita, ci ha fatto venire in mente la Canadese classicista, scrittrice e poeta Anne Carson, che definisce l’eros come perdita, mancanza e lutto. Per Carson l’esperienza erotica del desiderio come caratteristica dell’amante, del mancante (colei che non ha) e del sapiente (colei che sa di non sapere?) – un po’ come fa Penelope in Meadowlands. Dalla tua esperienza di questi due testi, c’è qualche riflessione che intreccia in entrambi desiderio, perdita, e ricerca di una voce creativa?

Bianca: Se pensiamo di nuovo al titolo Ararat, c’è una terza connessione che dovremmo aggiungere alle due precedenti, menzionate prima: nella radice ebraica, «ararat» vuol dire salvezza. Sarà dunque l’inevitabile ricerca dell’intero possibile? Dopo, un tema importantissimo di questo libro è vero, è il rapporto complicatissimo tra le due sorelle. Si tratta di una insopportabilità che ha una lunga tradizione: nella scrittura biblica, il primogenito è sempre cattivo; il secondogenito, invece, gode di una maggiore libertà, forse addirittura felicità. Il primogenito è condannato all’invidia. Il personaggio di Glück in Ararat confessa la sua invidia, è onesta ed esplicita. Avendo io stessa una sorella maggiore, ero molto interessata a indagare meglio sul racconto di Glück di questo rapporto tra sorelle.

Per quanto riguarda invece la perdita, questo penso sia il tema di tutta la poesia. Ci tengo a citarvi almeno due casi. Elizabeth Bishop ha scritto una poesia intitolata «The Art of Losing», dove dice: «the art of losing isn’t hard to master», «l’arte di perdere non è difficile da padroneggiare» – del resto, questo è destino comune di tutto il genere umano. La poesia vuole conservare ciò che si perde, fermare l’attimo, congelare l’emozione. Qui ritorno ancora a Pound, che parla della poesia come «frozen emotion», «emozione ghiacciata, fermata, trattenuta». Emily Dickinson, invece, in una sua poesia ci ricorda come «la percezione di un oggetto costa precisamente la perdita dell’oggetto», cioè, se hai l’oggetto, sei contento, non hai bisogno di scrivere dell’oggetto. Sul tema della perdita ho scritto una poesia che si chiama «Orchidee impossibili», che finisce così: «io, invece, al posto della cosa, ho la figura. Non solo una, due. Ciascuna mi sollecita tentare un’arte non banale, una linea sottile. Io, che non so curare una vera orchidea, mi prendo cura delle immagini. Vive nella mente, indugiano, ritornano. Così vivo di niente. È come tessere una tunica di anemoni, con un filo di ragno, con le ortiche, raffigurare quello che non c’è o almeno non è qui. E ti chiedi perché puoi farlo, e poi perché, soprattutto perché non puoi non farlo». Potremmo chiederci, «perché fermare l’attimo?», ma questa è una vocazione, e non si può evadere.


[1] Helen Vendler, Part of Nature, Part of Us: Modern American Poets (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1996).

[2] La turbolente relazione tra Lowell e Hardwick viene rispecchiata nella loro corrispondenza, pubblicata recentemente nel volume The Dolphin Letters 1970-1979: Elizabeth Hardwick and Robert Lowell, The Dolphin Letters 1970-1979, ed. Saskia Hamilton (London: Faber & Faber, 2020).

[3] Bianca Tarozzi, Imitazioni (Venezia: Molesini editore, 2023).

[4] Robert Lowell, Imitations (New York: Noonday Press, 1990).

Un diario poetico in divenire: la poesia del corpo di Stéphane Lambion

Introduzione e traduzione dal francese a cura di Elena Casadio Tozzi.

Stéphane Lambion è un poeta e traduttore francese. Nato a Bruxelles nel 1997, ha pubblicato la sua prima raccolta, dal titolo Bleue et je te veux bleue, nel 2019 per la casa editrice L’Échappée belle, con una prefazione di Jean-Michel Maulpoix. Nel 2022 è uscita per la casa editrice La Crypte la sua seconda raccolta, presque siècle, vincitrice del Prix des Trouvères Lycéens. Suoi testi inediti sono apparsi regolarmente su diverse riviste, tra le quali «Arpa», «Traversées», «Contre-allées». Dal 2020 è curatore delle riviste «Point de chute» e «Canal», quest’ultima nata nel 2022 e dedicata agli scambi tra poesia francofona e britannica. Lambion accompagna il lavoro di scrittura a quello di traduzione dal rumeno e dall’inglese: ha curato le raccolte 04:00 Canti domestiques di Radu Vancu (Vanneux, 2019) e Plantations di Constant Tonegaru (Abordo, 2022).

Dal 2021 è ricercatore presso l’Université d’Aix-Marseille dove sta svolgendo una tesi di ricerca e creazione sulla malattia nella poesia contemporanea, di cui è possibile consultare un diario sempre aggiornato sulla rivista online «remue.net». Questo lavoro si affianca alla poetica de l’intime di Lambion, volta a indagare il rapporto con il corpo “urtato”. La sua scrittura nasce, infatti, dall’esperienza vissuta e si sviluppa nello spazio della pagina con un ritmo, quasi un soffio, a cui corrispondono esperienze vive, sia artistiche che personali, come dimostra la sua attuale propensione alle forme poetiche e narrative ibride, all’arte visiva e alle arti plastiche.

Scaturita da un ambiente plurilingue e attraversata da più lingue, la scrittura di Lambion prende come oggetto di indagine privilegiato il corpo nelle sue diverse accezioni. La ricerca di una poesia incarnata, lontana da ogni astrazione, porta Lambion a fare del corpo uno strumento per dare carne a sensazioni ed emozioni, come in “le seul calcul est le sommeil”, dove emerge la volontà di dare corpo alla notte, di tagliarla e metterla in rapporto con la fisicità umana; o ancora in “. . .”, dove lo slancio vitale, la vergogna e la paura sono emozioni rappresentate in funzione del corpo e dei suoi movimenti. Questa ricerca fisica in poesia si spinge fino alla fascinazione per le potenziali trasformazioni del corpo, che siano dovute al tempo o alla malattia, e di cui la raccolta presque siècle e il testo En cœur costituiscono un diario poetico in divenire.


le seul calcul est le sommeil

la nuit s’est cassée
.
en mille morceaux
.
lorsqu’elle est tombée
.
sur ma maison.

je la dévisse,
elle a une odeur d’os.

je pose la nuit
sur une plaque millimétrée,

y découpe
la forme de ma chambre,
la forme de mon sommeil.

l’étends
par terre.

la nuit respire
sur le sol

, doucement.

se soulève
à peine.

si l’on coupe un cube de nuit de gauche à droite,


puis chaque moitié de haut en bas,

par combien multiplie-t-on
la surface de la nuit

, il demande.

pleine,
la nuit sera – pleine
.

ils

vérifieront
cette hypothèse.

testeront
ses corolaires.

chercheront le contre-exemple.

discuteront
son bien-fondé.

je

prendrai
les outils à la cave,

remettrai
la nuit en place.

elle sentira
le propre,

ce sera une
nuit neuve

comme il y en a tous les
deux-mille-neuf-cent-soixante-seize ans

, environ.

j’y collerai
mon visage
sans couleur.

la nuit

courra
sur mes tempes,

se faufilera
dans mes yeux,

se glissera sous mes ongles,

entière.

elle

deviendra
une prière

, dite
le long
des os.

la nuit aura
la surface de ma peau

, ce sera l’heure de dormir.

le sommeil sera le seul calcul


l’unico calcolo è il sonno

la notte si è rotta
.
in mille pezzi
.
quando è caduta
.
sulla mia casa

la svito
ha un odore d’ossa

poggio la notte
su un tavolo millimetrato,

vi ritaglio
la forma della mia stanza
la forma del mio sonno.

la stendo
per terra.

la notte respira
sul suolo

, dolcemente

si solleva
appena.

se tagliamo un cubo di notte da sinistra a destra,
poi ogni metà dall’alto in basso,

per quanto moltiplichiamo
la superficie della notte

, lui chiede.

piena,
la notte sarà – piena
.

loro

verificheranno
questa ipotesi.

testeranno
i suoi corollari.

cercheranno il contro-esempio.

discuteranno
la sua fondatezza.

io

prenderò
gli strumenti in cantina

rimetterò
la notte a posto.

lei sentirà
il pulito,

sarà una
notte nuova

come ce ne sono ogni
due-mila-nove-cento-sessanta-sei anni

, circa.

vi incollerò
il mio viso
senza colore.

la notte

correrà
sulle mie tempie,

s’intrufolerà
nei miei occhi,

scivolerà sotto le mie unghie,

intera.

lei

diventerà
una preghiera

, detta
lungo
le ossa.

la notte avrà
la superficie della mia pelle

, sarà ora di dormire.

il sonno sarà l’unico calcolo


La tristesse dans le pied

ma maison est une boîte
de nuit j’y danse
de jour aussi

, c’est la fête rue berthe,

tout le temps c’est la fête
charlotte de witte à trois
heures du matin spaghettis
au petit-déjeuner je danse

, toujours je danse
sans voir que

depuis quelques semaines
quand je

, quand je danse rue berthe
j’ai la tristesse dans le pied.

depuis quelques semaines je danse
en battant des pieds

, rue berthe je danse
comme un enfant qui ne veut pas
que sa tête aille sous l’eau

, danse comme un garçon
qui demande à charlotte
de l’aider à clouer
la tristesse au sol.

*

hier soir rue berthe mes jambes
étaient si lourdes que j’ai cru
couler

mes pieds s’enfonçaient
dans le parquet je
déjà me noyais

, battais fort
– la pointe le talon le plat
de tout le pied battais

et mes jambes de douleur
sont devenues pierres

, le bois du parquet
est devenu pierre

, la pierre
cognait la pierre

et un feu petit
à petit s’est allumé
sous la tristesse
de mes pieds

, hier soir rue berthe un feu
s’est allumé et mes pieds
ne s’enfonçaient
plus et je ne
coulais plus
hier soir

, j’ai dansé rue berthe
avec charlotte comme
un noyé qui prend feu
à six heures j’ai mis l’eau
à bouillir pour les pâtes

et j’ai dormi
dans ma boîte où
je vis je danse
rue berthe

, dans le pied la trace
d’une tristesse brûlée.


La tristezza nel piede

la mia casa è un locale
notturno in cui ballo
anche di giorno,

, è festa in rue berthe,

è sempre festa
charlotte de witte alle tre
del mattino spaghetti
per colazione io ballo

, ballo sempre
senza vedere che

da qualche settimana
quando io

, quando io ballo in rue berthe
ho la tristezza nel piede

da qualche settimana io ballo
battendo i piedi

, in rue berthe io ballo
come un bambino che non vuole
avere la testa sott’acqua

, io ballo come un ragazzo
che chiede a charlotte
di aiutarlo a inchiodare
la tristezza al suolo.

*

ieri sera in rue berthe le mie gambe
erano così pesanti che mi sembrava di
affondare

i miei piedi sprofondavano
nel parquet io
già annegavo

, battevo forte
– la punta il tallone la pianta
di tutto il piede battevo

e le mie gambe di dolore
sono diventate pietre

, il legno del parquet
è diventato pietra

, la pietra
colpiva la pietra

e un fuoco a poco
a poco si è acceso
sotto la tristezza
dei miei piedi

, ieri sera in rue berthe un fuoco
si è acceso e i miei piedi
non sprofondavano
più e io non
affondavo più
ieri sera

, ho ballato in rue berthe
con charlotte come
un annegato che prende fuoco
alle sei ho messo l’acqua
a bollire per la pasta

e ho dormito
nel locale dove
vivo ballo
in rue berthe

, nel piede la traccia
di una tristezza bruciata.


. . .

tape tape prend prend prend
tape prend prend tape tape
prend prend prend tape
prend prend tape tape
tape tape prend
prend tape
tape tape
prend
tape


      en un lancer,
      mélanger l’espace et le temps


          se nourrir du rythme,
          du plein, du vide, des
          éclairs de silence
          entre deux


tisser l’air
de mouvement


          (au creux du coude, bloquer :
          rien, ni même le vent, ne
          bougera le monde
         jusque-là roulé)


droit debout,
poursuivre


          tenir la mesure,
          la cadence à
          deux mains


respirer et ne pas oublier
d’avoir peur


         nécessairement, chuter :
         ramasser sans rougir et
         recommencer encore


du bout des doigts,
construire un
château d’air


         prêt à accueillir le visiteur
         à l’instant où il frappera :
         serrer la main


                la paume ouverte en
                trois petits
                 points


tape
prend
tape tape
prend tape
tape tape prend
prend prend tape tape
prend prend prend tape
tape prend prend tape tape
tape tape prend prend prend


. . .

batti batti prendi prendi prendi
batti prendi prendi batti batti
prendi prendi prendi batti
prendi prendi batti batti
batti batti prendi
prendi batti
batti batti
prendi
batti

        in un lancio,
        mischiare lo spazio e il tempo

         nutrirsi del ritmo,
         del pieno, del vuoto, dei
         barlumi di silenzio
         tra i due

tessere l’aria
di movimento

         (nella cavità del gomito, bloccare:
         niente, nemmeno il vento,
         muoverà il mondo
         fin lì rotolato)

dritto in piedi,
proseguire

         tenere il tempo,
         la cadenza con
          due mani

respirare e non dimenticare
di aver paura

         necessariamente, cadere:
         raccogliere senza arrossire e
         ricominciare ancora

dalla punta delle dita
costruire un
castello d’aria

          pronto ad accogliere il visitatore
          nel momento in cui busserà:
          stringere la mano

                il palmo aperto in
                tre piccoli
                punti

batti
prendi
batti batti
prendi batti
batti batti prendi
prendi prendi batti batti
prendi prendi prendi batti
atti prendi prendi batti batti
batti batti prendi prendi prendi


Copertina di Presque Siècle di Stephane Lambion
presque siècle di Stéphane Lambion (La Crypte, 2022)