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Presto mi staccherò da terra

Racconto di Caterina Villa, secondo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2024.

Pubblichiamo di seguito il testo terzo classificato per la sezione “Racconti” della terza edizione del Premio Lo Spazio Letterario: Presto mi staccherò da terra di Caterina Villa.


Un cappellino color panna, una tutina gialla e bianca, una verde. Due body di cotone così piccoli che non mi entrerebbe nemmeno un braccio. Aggiungo due mutande comode per me, di quelle senza cuciture, e un paio di calze elastiche. Mi servono per contenere l’esplosione dei capillari e delle vene che si sono dilatate negli anni, come fiori che non sanno smettere di sbocciare. Per ultime prendo le scarpette fatte all’uncinetto. Le ho ordinate su internet, dentro il pacco di cartone sembravano ancora più piccole, affogate in un mare di pezzi di polistirolo. Poso una mano sulla pancia, dove sento il peso della mia creatura, anche se lei non si muove mai. Immagino di toccare le sue dita minuscole. Le ho viste all’ultima ecografia, mentre sopra di me mio marito e la dottoressa confabulavano a bassa voce. Ho chiesto, le vedete. Non mi hanno risposto ma io le ho distinte chiaramente, tremolavano sullo schermo in bianco e nero come un ricordo mai morto.

Chiudo la zip. La borsa è color tortora, compatta. Me l’ha consigliata una commessa giovane con le labbra cariche di lucidalabbra. Ho passato la mano sul tessuto impermeabile, nelle infinite tasche e taschine. La prendo, ho detto alla fine e le unghie rosse con cui ha battuto il prezzo mi hanno fatto pensare alla bocca della mia creatura quando piangerà per chiamarmi. Cammino per la stanza mentre aspetto che mio marito venga a prendermi. Apro di nuovo l’armadio, è enorme e ricoperto di specchi; ricordo vagamente di averlo tanto desiderato in un tempo che adesso mi sembra appartenuto a un’altra donna. Abbiamo degli scomparti separati, io e mio marito. Qui i suoi completi, lì i miei vestiti. Uno scaffale è mio, uno è suo, uno mio e uno suo. Mi piego per raggiungere quello più basso. La pancia mi schiaccia la vescica, ma non è una sensazione spiacevole. Mi ricorda che finalmente sono piena fino all’orlo. Infilo le mani dietro i miei golf e afferro le tute, le magliette, le felpe. Le tiro fuori e le sparpaglio sul pavimento. Sono tutte piccolissime. In ginocchio, circondata dai vestiti che indosserà la mia creatura, sento che sto per schiudermi.

Se li vedesse mio marito li getterebbe via. Per questo li ho acquistati di nascosto e ho fatto a pezzi le loro buste grandi e colorate prima di farle sparire nei secchi in strada. Esito, poi li ripongo in fondo allo scaffale e chiudo l’armadio. Manca un’ultima cosa e per recuperarla devo andare nel ripostiglio e tirare fuori la scala. Faccio attenzione a mantenere i movimenti lenti, regolari. La serratura è vecchia, scatta a fatica. È quassù che ho relegato i vecchi album di fotografie, il cappotto blu che mia madre ha portato fino a che ha potuto, l’astuccio di stoffa in cui ho nascosto gli assorbenti inutili da quando ho smesso di sanguinare, ma che non volevo buttare. La scatola è lunga e stretta, sul coperchio il nome in lettere dorate di un negozio che non esiste più. Mi sento come se il mio corpo fosse troppo stretto per contenermi. Riscendo piano, i talloni nudi contro gli scalini gelati.

Apro la scatola e resto ferma a osservarla, acquattata sul suo letto di carta velina, le righe bianche e rosa strette come tagli di lametta. L’ho portata con me in ogni trasloco e l’ho riposta nei luoghi più bui che ho trovato. L’ho vista nei miei sogni e nelle mie preghiere così tante volte che non so contarle. Non l’ho mai indossata.

Mi sono sposata d’inverno come mia madre. Lei non ha voluto accompagnarmi all’altare, anche se mio padre non c’era più. Si era vestita a lutto, un buco nero spalancato nella navata, che risucchiava l’aria e lo spazio. Inghiottiva le note dell’organo. Mi son fissata le mani tutto il tempo. Il bouquet era di gigli. Sentivo freddo. La chiesa era enorme, le parole del sacerdote salivano verso l’alto e svanivano. Le ho dimenticate.

La camicia da notte me l’ha regalata qualche giorno dopo. È entrata nell’appartamento in cui ci eravamo appena trasferiti con la scatola davanti a sé, come uno scudo. Era mia, adesso è tua, mi ha detto, il cappotto ancora addosso. Ero la sua unica figlia femmina e da quando sono nata mi ha cresciuta con un amore impastato di ferocia che non aveva riservato ai miei fratelli. Mi aveva guardato sollevare il coperchio. Il fruscio della seta aveva riempito la stanza come un respiro. Poi si era mossa con uno scatto, le sue dita sulla mia pancia erano ghiacciate anche attraverso la lana del maglione. La camicia da notte mi era scivolata dalle mani, era caduta a terra. Devi riempirti o finirai col volare via, dai retta a me, ha detto, gli occhi azzurri e duri come le biglie per cui i miei fratelli litigavano da bambini.

Una fitta mi taglia il basso ventre. La voglia di ripiegarmi su me stessa fino a diventare un quadratino di carne è intatta, anche se il tempo ha invecchiato me e si è portato via lei. Mia madre ha indossato questa camicia da notte quando ha partorito me e i miei fratelli, e oggi finalmente sarò io a riempirla. La poso sopra le scarpette e richiudo la borsa.

Non me ne sono accorta subito. È cominciata con un gonfiore e una pesantezza che non sapevo definire. Poi hanno iniziato a stringermi troppo le calze, non sono più riuscita a entrare nei miei pantaloni preferiti. La consapevolezza mi si è posata sul fondo dei pensieri, come sabbia. Non ho avuto bisogno di test o di analisi e non mi è mai interessato sapere se fosse un maschio o una femmina. Non cambiava l’amore che già provavo. Ricordavo i racconti di amiche che avevano partorito ormai decenni prima, ma sentivo che la mia situazione era diversa. Si meritava delle regole nuove. Per esempio, non ho mai avuto la nausea. Qualche volta, la mattina dopo colazione, ho infilato due dita in gola per provare anche quello, ma poi mi ero sentita sporca, come se stessi sgualcendo un miracolo. Un pomeriggio ho guidato fino a un capannone in periferia. L’insegna diceva “vestiti per taglie forti”, e ho comprato di tutto: pantaloni, casacche, maglioni. Ci ho nascosto dentro il tesoro che mi dilatava. Non volevo che mio marito lo sapesse, non subito almeno. Siamo sposati da quarant’anni, ma non ha mai capito la mia paura di volare via. Non ha mai avvertito il terremoto che mi squassava con ogni perdita, con ogni test di gravidanza negativo. Non le ha mai sentite lui, le urla dei fantasmi che infestavano il mio utero vuoto. Ho custodito il mistero della mia creatura finché ho potuto. L’ho tenuta al riparo, anche quando faceva male, anche quando potevo sentirla scansare e schiacciare i miei organi. Non erano importanti. Non come lei. Le ho fatto ascoltare le mie canzoni preferite, le ho parlato di me; delle mani di mia madre sulle mie spalle, di come tiravano per farmi stare dritta; delle sue unghie perfette quando mi mostrava le foto del suo matrimonio. Ancora e ancora. Lei nel suo abito bianchissimo, il sorriso di mio padre come una ferita. Ho promesso alla mia creatura che non sarei stata come mia madre. Che l’avrei solo amata. Che non me ne sarei andata prima del tempo e con una manciata di parole amare in bocca. Due giorni fa sono andata al cimitero. C’era vento, nei vasi davanti alla tomba i fiori erano secchi, scricchiolavano. Lei mi ha guardato dalla foto di porcellana con il viso che aveva prima della malattia, gli occhi accesi. Non ho detto nulla, mi sono solo sbottonata il cappotto. Ho ruotato piano prima a sinistra e poi piano a destra per farle vedere bene cosa ero diventata.

Quando arriva, mio marito guarda sia me che la borsa. Hai preso una vestaglia, chiede. Io mi stringo nelle spalle. Ti servirà, insiste lui, hai sentito il dottore, rimarrai ricoverata per qualche giorno. Mi fissa dritto negli occhi. Dopo l’ultima visita mi ha detto: adesso ti devi operare. Io ho paura dell’anestesia, di cadere in un luogo da cui potrei non risalire, ma se è l’unico modo per far venire al mondo la mia creatura sono disposta anche a farmi tagliare a pezzi. Lui, figli, non ne ha mai veramente voluti. Non capisci, vorrei dirgli. Così rispondeva mia madre ogni volta che mettevo in discussione il modo in cui mi demoliva. Non capisci cosa vuol dire essere una madre, sibilava e le sue parole tagliavano e sigillavano insieme. Sono convinta che lo abbia pensato anche alla fine, quando me ne stavo in piedi accanto al suo letto, i miei fantasmi che ridevano. Seduta in macchina mi sento come se dentro di me tutto stesse prendendo una rincorsa; mi chiedo quanto sarà lungo il salto e dove atterrerò.

In ospedale mi fanno accomodare in camera. Ripongo nell’armadio la borsa e la vestaglia che mio marito mi ha costretto a portare. Mi siedo sul letto. Proprio davanti a me c’è un crocifisso. Ha le braccia sottili, allungate fino all’impossibile. Sento freddo anche se fuori c’è il sole. Mio marito entra ed esce dalla stanza. Oltre la porta socchiusa intravedo brandelli di camici. È sera quando mi portano dei fogli da firmare. La penna ha uno strano peso tra le mie dita. Cade, la raccolgono, me la rimettono in mano. Firmo e mi sembra che le spalle di mio marito tremino un po’. Corro in bagno e ho paura che, se non sto attenta, la mia creatura potrebbe scivolare giù con un tonfo. Passo la notte sveglia. La stanza mi sembra piena d’acqua densa, sporca e grigia. Cammino davanti alla finestra, il cielo è nero e senza fondo. Non so che ore sono ma a un certo punto tutto esplode di luci bianche e rosse, pulsano oltre il vetro. Lentamente realizzo che è un aereo, vicinissimo, seguo il suo cammino notturno verso l’aeroporto. Ne vedevo tanti da ragazzina, in spiaggia. Brillavano bianchi e azzurri come promesse mentre la sabbia mi cuoceva le piante dei piedi. Ricordo la pelle abbronzata di mio padre. Sei proprio una signorina, diceva, e io sedevo più dritta sulla sdraio, il seno che cominciava a spuntare e a farmi male sotto il costume. L’acqua si agita, poi recede. Mi sdraio a letto e penso agli aerei fino a che non arriva l’alba. Poi mi alzo, mi spoglio, nella luce bluastra la mia pelle è bianca e fredda come il ventre di un pesce. Indosso la camicia da notte e mi sembra che la seta bisbigli qualcosa, ma non afferro le parole. Mio marito arriva poco prima dei medici, mi abbraccia, inclina il corpo in modo da toccare la mia pancia il meno possibile.

Il letto scivola per i corridoi. Vorrei poter spiegare all’infermiere che mi accompagna che questo è il giorno in cui finalmente la mia vita avrà un senso, ma ho paura di dirlo ad alta voce. Resto sdraiata mentre il soffitto scorre veloce e poi piano sopra la mia testa.

Non so più aprire gli occhi, le palpebre sono come appiccicate. Mi prudono il naso, le guance, il collo, i polmoni, il cuore. Le mie mani sono lente e non riescono a grattare dappertutto. Le passo sulle labbra. Sento il rumore che fanno quando si spaccano. Una specie di sibilo. La bocca è un grosso sasso al centro del mio cranio. Dal seno in giù è come se mi avessero scavato dentro. In spiaggia io e i miei fratelli facevamo delle buche profondissime. Certi giorni immaginavo mia madre che inciampava e cadeva e cadeva, fino al centro della terra e oltre. Le mie palpebre si scollano piano. Una fessura grigia. Una macchia. Una parete. Il crocifisso. Vorrei girare la testa per non guardarlo ma ho il collo bloccato. In compenso, la pietra che avevo in bocca si è sciolta, è salata sulla lingua. Provo a muovere le gambe e le dita dei piedi, sono avvolte da qualcosa di fresco e di ruvido. In mezzo alle cosce ho un tizzone che brucia. Penso: la mia creatura. Ma le parole sono cadute nella buca sulla spiaggia. Dal fondo sale l’acqua di mare. Mio fratello minore urlava sempre quando iniziava a sgorgare.

Tengo la mano sospesa in aria davanti al mio viso. È viola e gialla e l’ago al centro sembra un insetto. Con un dito tocco la pelle, non fa male. Il mio collo si muove di nuovo, mi guardo intorno. Sono sola, sulla sedia c’è la giacca di mio marito, ma lui non è qui. Tiro su con il naso, non sento il suo odore. C’è solo un sentore di sangue e di qualcosa di denso, mi ricorda la pomata che spalmavo sulle piaghe di mia madre. Negli anni avevo perso il ricordo del suo corpo e l’ho ritrovato nel modo sbagliato. Infilo una mano sotto il lenzuolo. Il braccio si porta dietro dei tubi che fanno un suono di campanelle. I miei polpastrelli sono impacciati, si impigliano nella garza. È tutto piatto, non c’è più niente. Aiuto, penso, ma non so come dirlo. Le unghie grattano sul cerotto. Il dolore è secondario. Tasto e schiaccio. Stringo i denti. Mi sembra che dondolino nelle gengive.

Come si sente, chiede un’infermiera, avrà sì e no vent’anni. La pelle liscia e pallida, gli occhi grandi. Dov’è, chiedo io. Le sue sopracciglia sono molto folte, disordinate. Si torcono. Suo marito è al telefono, risponde. Non lui, ribatto io. Lei si affaccenda intorno alla flebo, si piega a terra, non riesco a vedere cosa fa. Tra poco passeranno a cambiare la sacca del drenaggio, dice. Parla troppo veloce. Vorrei afferrare le parole e rimettergliele in bocca. Insegnarle come si fa a parlare a modo, forse sua madre non l’ha fatto. Fosse stata figlia mia… Dov’è, chiedo di nuovo. Lei si stringe nelle spalle. Stia tranquilla, signora, l’anestesia lascia qualche strascico ma presto sarà come nuova, risponde, un sorriso le deforma la bocca. Non voglio essere nuova, voglio la mia creatura. È maschio o femmina? Forse questo non lo dico ad alta voce perché lei si gira, esce. Io infilo di nuovo le mani sotto il lenzuolo, gratto ma il cerotto tiene, sembra che l’abbiano fuso con la mia pelle. Mi chiedo come dirò al mio bambino che per farlo uscire mi hanno spaccata in due. Voglio chiamare il suo nome, ma non lo conosco. Ho tanto insistito con mio marito, lui, però, non mi ha mai dato retta. Eccolo che rientra. Voglio alzarmi, dico. Lui sospira. È presto, risponde. Dove lo hanno portato, chiedo e già sento sotto le dita la sua pelle. Ha i capelli, domando, perché mi sembra importante saperlo. Mio marito si passa una mano sulla faccia, le dita scendono e sembra che gli portino via gli occhi, le guance, i baffi. Devo chiamare qualcuno, chiede, la voce bassissima come il sibilo di una bestia nascosta. Sono la madre, devo vederlo, mormoro. Non c’è nessun bambino, dice e non guarda me ma il crocifisso con le sue braccia lunghissime, da mantide. L’ho pregato così tanto, così forte. È morto, chiedo a lui che però resta muto. Non c’è mai stato, dice mio marito e si alza, esce di nuovo dalla stanza. Mi sembra di essere rinchiusa in una capsula che mi sta portando più lontano dalla Terra ogni secondo che passa. Oltrepasso l’orbita del pianeta, ecco che è tutto spento e freddo.

Qualche ora più tardi arriva un dottore. Ha il camice immacolato. Socchiudo gli occhi perché tutto quel bianco graffia qualcosa dentro di me. Tutto bene signora, la massa era piuttosto importante ma l’abbiamo asportata integralmente, scandisce bene le parole che mi cadono addosso una dopo l’altra come sassi. Dov’è, chiedo. Lui si aggiusta gli occhiali sul naso, lancia un’occhiata a mio marito. So che l’ha portato dalla sua parte, chissà cosa gli ha raccontato. Al laboratorio del reparto di anatomia patologica, risponde e mi guarda come se fossi una cosa molto sbagliata da chiudere in un posto buio. Mio marito annuisce, mi fissa e allarga le braccia. Un gesto che chiede che vuoi di più, adesso ci credi. Ma io non ci credo. L’ho sentito. L’ho riconosciuto dopo una vita intera.

È notte. Cammino piano, curva in avanti. In una mano ho la busta del catetere e nell’altra quella del drenaggio. È piena di un liquido color marmellata di fragole. Il corridoio è in penombra. Mi appoggio al muro, alle porte chiuse delle altre stanze. Il dolore mi assale a ondate, come il mare della mia infanzia, ma non posso fermarmi. Entro nell’ascensore che inizia a scendere verso il piano interrato. Le porte si aprono su un silenzio denso. Niente pianti, né disegni o fiocchi sulle pareti. Ogni porta è contrassegnata da un cartellino, mi fermo davanti a tutti. Leggo con il naso appiccicato alla carta, le lettere mi si intrecciano davanti gli occhi. Le buste di sangue e di pipì mi pesano come macigni in fondo alle braccia. Accanto alla porta con su scritto “laboratorio di anatomia patologica” c’è una vetrata. Nella stanza hanno lasciato delle lampade accese, mandano una luce tenue che illumina lunghi tavoli. Un grumo bollente mi pesa in petto. Abbasso la maniglia. C’è un odore aspro nell’aria. Tutto è pulito e in ordine. In fondo alla stanza c’è un frigorifero. Mi sembra di essere precipitata in un luogo che non è di questo mondo, in una sacca silenziosa dove vengono esiliati quelli come me. Vuoti o svuotati. Tiro lo sportello del frigo, si apre con uno scatto. Al centro del secondo ripiano, dentro una vaschetta, c’è una massa rossa e marrone. Attaccata alla plastica c’è un’etichetta con il mio nome. Le buste mi scivolano via dalle dita. Il dolore è un tamburo che mi suona nelle ossa. Allungo le braccia, le mani mi tremano. Sollevo il coperchio. È gelido. Schiaccio la carne, la sposto. Cerco un occhio, un orecchio, una mano. So che ci sono, che li ho portati dentro. Le mie dita affondano. Non esce nemmeno il sangue. Voglio urlare ma non ci riesco. Stringo la massa che doveva essere il mio bambino. Il vuoto si dilata di nuovo nelle mie viscere. Presto mi staccherò da terra.

Lazzaro

Racconto di Alberto Bartolo Varsalona, secondo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2024.

Pubblichiamo di seguito il testo secondo classificato e con menzione speciale della giuria per la sezione “Racconti” della terza edizione del Premio Lo Spazio Letterario: Lazzaro di Alberto Bartolo Varsalona.


“εἶπαν οὖν οἱ µαθηταὶ αὐτῷ · Κύριε, εἰ κεκοίµηται σωθήσεται”
Gv 11,12

Fuoco era la statale, che amici e parenti s’erano portati botti e contro-botti da mezza Palermo: bombe, tuoni che facevano tremare le celle, sbarre e catene al Pagliarelli. Era da poco iniziato lo spettacolo d’artifici, di sbummichiate in su per il buio cielo, fuoco su fuochi, e lampi, e tagli come di tempesta, di malotempo verticale sull’immondo fiume Oreto, ove scorre non acqua, ma melma.

Gli ospiti dello stato si godevano, aggrappati alle sbarre delle finestre, la loro ospitata a intermittenza: per lo più la sua monotonia, fatta di mangiate e dormite e grascia e corpi uno sull’altro che non c’era più spazio, non ce n’era più di spazio – e che ci liberassero, pensavano, se non lo sanno manco loro dove infilarci. Ma l’ospitata statale era cosa sacra e non poteva essere negata, né rifiutata: solo nelle angustie, ristrettezze fisiche e morali, gli ospitati statali si educavano, s’affinavano a lima le animuzze penitenti: sottovoce s’inquisivano sul ferro del letto a castello – mi scusasse se ho fatto questo, se ho fatto quest’altro, mi scusasse: vero dico, non per finta, vero.

In questa cupa noia da confessionale, tra i rosari che il parroco aveva dato loro in pasto, come se avessero dovuto masticare le perline a mo’ di scaccio e semenza, la sorpresa era cosa assai gradita, fosse anche dilaniante e furiosa come quel gioco di fuoco. E durante lo spettacolo protratto di schizzi tambureggianti e astrali, d’immensi ventagli, pioggie d’oro e girasoli, i parenti davanti ai cancelli sul viale regione manco se li guardavano più, manco rivolgevano loro mezzo saluto, mezzo bacio schioccante, che avevano la testa rivolta al cielo, fattosi ora non di aria, ma di fuoco, e in quel cielo scorgevano strane cose e segni: facce, colpe: forse memorie.

Avevano fatto le cose per bene: era già passata una buona mezzora di botti, ma l’attesa masculiata, il rimbombo definitivo e assoluto, tardava ad alzarsi per l’aria. E sebbene lo spettacolo proseguisse, coi suoi frastuoni laceranti, quello se ne stava immobile e rannicchiato nel suo angolo di cella, che non ne voleva sapere niente di svegliarsi. Tutte le avevano provate e niente ci poteva: il picciotto dormiva di un sonno profondo, non di creatura morta, ma di entità in stallo: come se avesse spento, d’un tratto, il lumino della vita sua, fuocherello pentecostale sul cervello. Passava il giorno così, smuovendo la sua obliosa letargia a colpi di runfuliate, ora silenti e caute, ora graffianti, capaci di provocare trasalimenti ai compagni di cella, o alle guardie del corridoio. Non era un sonno tranquillo e pacificato, di lavoratore che si arricampa dopo aver buttato il sangue, ma dormita schifiata e umiliata, scaricata in brevi spasmi sulla faccia. Siciliano o maghrebino, nessuno sapeva da quale antro recondito del mondo fosse uscito fuori, che mica si ci poteva parlare, faccia a faccia, quattr’occhi, a chiedergli come ti chiami, da dove vieni: nessuno sapeva niente, né dentro né fuori dal carcere, come se fosse sfuggito per miracolo a qualunque autorità burocratica, infallibile domanda istituzionale, e pareva quasi che lo stato se lo tenesse sotto custodia giusto per fargliela scottare la strafottenza sua. Aveva la faccia smorfiosa e la pelle olivastra dei morti di fame, solo questo sapevano, che quello dormiva, runfuliava di bella.

«Lazzaro manco con le bombe si sveglia! Vai a sapere che si fumò…»

Divertito gridava agli altri Cusimano, sempre guardando l’aria infuocata, ed era come se parlasse alla notte. Il Pagliarelli scoppiava di gente, che a poco si dormiva uno sull’altro e le sezioni del carcere, i luoghi separati per reati, s’erano mescolati in un’oscena promiscuità di diversissime detenzioni: lo spaccino di borgata chiacchierava a lungo con l’ergastolano, il cravattaro col pluriomicida, tessendo una sapiente e fittissima rete di conoscenze che sempre s’andava slargando, di maestranze antiche e tecniche incrociate per eludere il braccio smorto della legge, della giustizia bendata con la bilancetta per pasta o pane – bracci obliqui, piatti dispari.

«Crack sarà stato, che per ora ai mercati scorre manco fosse acqua.» Rispose, fattosi serio, Gambino, che se li era visti morire tra le mani, tra spasmi e sussulti, alcuni picciotti, mentre a Lazzaro gli era finita di lusso, che dormiva beato. Non polvere bianchissima per nasi delicati di gente composta e incravattata, ma surrogato nauseabondo a sfasare ogni connessione, ogni recettore: lo scarto dello scarto svenduto, botta violenta che al primo scoppio di plastica salisse veloce, per poi stroncarsi, offuscando il mondo.

«Ma quando mai… Non ha niente il tunisino: sta meglio di tutti noialtri messi insieme, fresco e pettinato. Non lo vedete che ci sta prendendo per il culo? Se la ride, e ci scommette…»

Disse Spina seduto al tavolo da gioco dall’angolo più interno della cella, lì dove non arrivavano i lampi di colore, e Ferrante gli diede manforte, calando pesante briscola e pigliandosi ogni carta.

«L’abbiamo capita la pensata sua, che si fa ‘sta scenata, ‘sta farsa da teatro per farsi trasferire: all’Ucciardone si respira meglio che gira l’aria di mare. Viene il cuore che ce l’hanno a portata di mano, e s’arrifrescano anche solo col pensiero d’averla vicina. Per questo fa il teatrante…»

E nelle pause dilatate lasciavano intendere oscuri interessi e spietati tornaconti.

«Non gli fa giustizia ‘sta ‘ngiuria al malandrino. L’attore lo dobbiamo chiamare – altro che Lazzaro – grande e famoso attorone, che qualche volta ce lo vediamo spuntare in tivvù mentre si fa la sua parte, e runfulìa…»

«E magari la gente gli batte pure le mani!»

Era più forte di lui: ricercatissima scenata portava avanti il siciliano-maghrebino, coi suoi tratti di razza indistinta, che dormendo dormendo manco mangiava, tanto che si era disposto di far venire – quotidie – assistenti statali, convocati direttamente dal Palazzo della giustizia: sacerdoti di culti indicibili sulla vita, che d’urgenza con le loro pipette, coi loro sali minerali tentavano di alimentare quel corpicino olivastro che sul letto andava scomparendo, come se le ossa già prendessero curve forme, pieghe di lenzuola. Lazzaro aveva le vene già sfaldate sotto la pelle, infrante in sbocchi di sangue, rami bluverdi sul braccio, che gli assistenti manco potevano attaccare mezza flebo, mezza farfallina, e quindi si limitavano a bagnargli le labbra che la bocca l’aveva sigillata, e la vita sua pareva trascinarsi lungo la patina umida che varcava le gengive.

«Talè, talè che bravo: non ci può niente… non s’arrende…»

«Bella vita da magnaccio si fa Lazzaro, che non dà conto a nessuno e si fa le meglio dormite: servito e riverito che pare un barone. Scaltro è… scaltrissimo…»

Rinforzò Spina, ed ebbe un sussulto, un conato improvviso di vomito che gli fece salire la brodaglia della cena, quando per incerte e stranissime correnti la cella fu travolta da una zaffata stomachevole, e ciascuno smorfiando si tappò il naso, che il tanfo era insopportabile e li svuotava d’aria.

«Che è cretino Lazzaro che vuole il trasferimento? Da dove minchia parte ‘sto fiume disgraziato non si può capire…»

L’Oreto, il laido corso d’inafferrabili natali, scorreva col passo di una colata lavica, densissimo e melmoso, come se a monte fosse stato animato da soli scarti, soli detriti, o come se il medesimo fosse stato un arto incancrenito della campagna – Conca Ossidata. Di giorno in giorno si faceva sempre più lento, scrutando le forme delle rive, dei clivi che su di esso s’annegavano: s’ancorava alla terra per farsi terra; o quantomeno palude. Svogliato voleva forse arrestarsi definitivamente, e scontare la sua intossicazione di viscere, rigettando ogni cosa.

«Una volta pure un cavallo ci ho visto: mi taliò col muso locco e gli incisivi lunghi lunghi. All’inizio ci ridevo, poi no, che era morto e manco se ne scendeva: il fiume pareva tenerselo a galla per farmelo guardare. Tutto sminchiato… non aveva pace: sarà in mare adesso…»

Disse sottovoce Gambino, quasi a non volere rievocare – forma e colore – la morte violenta e animale, e ricevette prontissima la risposta di Spina, che pure logorandosi sempre nell’angolo più interno della cella, conosceva ogni movimento, in entrata e in uscita, ogni spiffero, parola detta o magari pensata dentro al carcere.

«Tutte cose là vanno a buttare; mica solo i cavalli: che fa, magari deve profumare? Pure le carte nostre, tutte quelle cose stampate – lo sanno loro, lo sanno, quello che c’è scritto – manco le guardano più, e le vanno a vurricare là sotto… come tanti cavalli…»

Se n’erano accorti subito i più acuti, che il fiume negli ultimi tempi s’era incartato, attuppato da stracci e cartacce: geroglifici consunti, alfabeti cifrati dai quali spiccavano nomi, e articoli, e commi, e anni. Raccolte le inutili carte, giornalmente, piccoli cortei di guardie giunti alle sue rive, gliele davano in pasto, come a volergli dare un contraccolpo micidiale, un’indigestione fatale: rutto inespresso alla divinità fluviale.

Scorrevano, incartapecoriti, anche i loro fantasmi anagrafici: Cusimano, e Gambino, e Spina, e Ferrante lambivano l’alveo in una poltiglia di dati improcessabili, ammuffiti lungo i fumi pestiferi che loro stessi dovevano sorbirsi, chiusi e stipati nelle loro celle – e soli brevi respiri tiravano, sui palmi della mani a serrare naso e bocca, come a voler sfuggire dalla frustata finale e cadaverosa.

«Questa giustizia me la chiamate? I giudici la ripassata delle nostre azioni se la possono fare al fiume, con qualche retino…»

Solo le generalità del dormiente, che mai s’erano indovinate, erano sfuggite del tutto a quella parola bendata, o forse il fiume le aveva da sempre occultate nel suo ventre di carcassa, intorno al suo cuore nervoso e affaticato che aveva precorso lo Stato; che aveva previsto Lazzaro stesso.

Tardava, tardava ancora il colpo definitivo, quasi non fosse stato nemmeno calcolato dai masculari, quasi non dovesse mai arrivare. E ogni rimbombo faceva tremare il busto da uccellino dei pelleliscia, figli e nipoti degli ospitati che i giochi d’artificio se li sentivano sul petto, sul cuore, e dovevano scaricare nella corsa quella energia trasmessa, imprevista e vigorosa, come volessero ripercorrere, in terra, quelle traiettorie colorate. Parevano ingestibili, che nessuno riusciva a farli stare composti, magari pigliandoseli mano e manuzza – saluta a papà, saluta al nonno e al bisnonno, allo zio, al trisavolo – invano ordinavano a strattoni i parenti maturi e maturati.

Pure loro lo conoscevano Lazzaro. Non l’avevano mai visto, eppure l’avevano scolpito in testa, tale e quale a com’era: così indistinto, così vago. Agli incontri con gli ospitati parentati, nei silenzi che a loro spettavano in quei momenti, quel nome avventuroso usciva sempre, sparlato e umiliato. Era un grande attore che le provava tutte per uscire, o quantomeno per farsi trasferire, e per lui facevano il tifo, chiedendo novità ai parenti, sperando di vederselo fuori e baciargli la mano: pure loro volevano scapparsene dalle zaffate dell’Oreto, dal malovento rifiutato, e sempre lo chiamavano da fuori, quasi servisse proprio lui per la loro fuga. Restavano i più sicuri, sempre saldissimi nelle loro opinioni: Lazzaro sarebbe uscito fuori, camminando fresco e profumato, senza alcuna benda.

«È mago e prestigiatore, mica se ne poteva scappare muto muto.

Vuole fare una cosa sistemata per noialtri che siamo il suo pubblico.» Disse un pelleliscia, parente diretto di un ospitato, che dei colloqui dentro al carcere ricordava solo il nome straniero del dormiente.

«Il nome suo, gridiamo il nome suo che esce!»

Suggerì un’altra pelleliscia, gracile gracile, con una voce squillante e luminosa: attendeva insieme a tutti gli altri un evento inesorabile, babbiando col mezzo sorriso sulle labbra.

Nei loro moti furiosi avevano occhi solo per il settore che s’era già fatto luogo di miti e di conti, di gesta straordinarie e prodigi: sapevano, sapevano bene che come arrivava la masculiata Lazzaro se ne usciva, magari volando, e con la pace della previsione guardavano dilatarsi, alimentarsi da sé, quel trionfo di miscele chimiche, di zinco arsenico antimonio rame in fiammate azzurre violette carminie, e anche se passavano i minuti, e le ore, e i mesi, mai volevano dormire, che il sangue gli bolliva, e pensando a Lazzaro, gli ribolliva, violento e smisurato: come se la vita, in lui inarcata, verticale s’alzasse in loro. Venivano colpiti in pieno dalle luci di nitrati, quasi che l’oro e l’argento potessero stendersi solo in quelle pelli lisce, e parevano dei lumini, sul lato degli orti infecondi, davanti i cancelli: un tappeto fitto di lumi smaniosi.

Non sapevano, non sapevano ancora delle botte e dei cappi, dei tagli sulle vene e dei ricoveri, delle cinture stese e legate al collo, giù come serpi. Non sapevano; e giocavano, inseguendosi sul largo viale, facendo vibrare l’immenso recinto di grate, quasi volessero violarlo: Lazzaro svegliati, gridavano al buio loro soli, Lazzaro vieni fuori.

Case in prossimità del raccordo anulare

Racconto di Alessandro Tesetti, primo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2024.

Pubblichiamo di seguito il testo vincitore per la sezione “Racconti” della terza edizione del Premio Lo Spazio Letterario: Case in prossimità del raccordo anulare di Alessandro Tesetti.


L’Istat rileva un’importante e non trascurabile congestione di case lungo il raccordo anulare che abbraccia la capitale. Le case si susseguono pochi metri di distanza l’una dall’altra, sono piuttosto simili: forma rettangolare, un’ottantina di metri quadri ogni appartamento, massimo tre piani.

Gli agenti immobiliari dichiarano che i tabagisti cercano case in prossimità delle strade ad alta velocità, dei balconi non gliene fotte proprio, nemmeno dei colori spenti o dell’intonaco ceduto, gli importa solo dell’adiacenza alle strade ad alta velocità, di ampie finestre dove affacciarsi. Io confermo, sono un fumatore immattito dal vizio, e mi piace vedere le macchine che scorrono e corrono sotto casa mia, però mi piace vederle più dal balcone che da un buco nel muro. Ho in affitto un appartamento al terzo piano, pago poco perché affaccia esattamente all’uscita dell’autostrada A1 Tor Vergata direzione Napoli. Le pareti non sono spesse, i vetri vibrano al soffio di vento poco incazzato, quando passano grossi tir o auto prestanti, la casa trema da far paura, la polvere pullula nei fasci di luce. Non ho mai pulito casa, ci pensano le macchine che passano, velocità che alza la polvere sbattendola flaccida e caotica e serpentina nei vari antri. Così come le sigarette mezzesbucciate collezionate in bilico sul davanzale, con le vibrazioni crollano giù, nel balcone al piano di sotto, e poi è compito dell’inquilino buttarle. Curiosità mia è verificare dove le butta, se di sotto con una scopa o le raccoglie in un sacchetto: quasi sempre di sotto con una scopa.

Siamo tutti diffidenti qui, ci salutiamo malamente quando affacciati, ognuno dai propri antri, ci mettiamo a fumare. Uno vorrebbe un po’ di intimità, mettersi a fumare senza altri cristiani, solo col raccordo anulare che abbiamo davanti e contare le macchine, le moto, i tir. L’inquilino di sotto sembra farlo apposta, appena mi sente, subito esce fuori a fumare. Non so che orecchie abbia, sente la rotella dell’accendino e s’affaccia, che dici, tutt’apposto? (solito esordio) io rispondo con un grugnito o con un sì. Lo so che vorrebbe parlare ma io non ne ho voglia, lui può parlare se vuole, sono io che non ho voglia di sentire la mia voce, di ascoltare la sua sì, può capitare. Ogni tanto si mette a raccontare dei suoi cazzi e scazzi: l’ex moglie che lo tradiva con suo fratello, lui che la tradiva con la cugina, il figlio che lavora a Mestre, le puttane che frequenta in Portonaccio, se ho voglia di farmi un giro pure io.

Ma io consumo la sigaretta, s’accumula la cenere all’estremità, faccio con la saliva una lunga stalattite e miro con l’intenzione di prenderlo in testa per poi risucchiare quand’è al limite. Mi parla senza guardarmi, e perciò non s’è mai accorto della stalattite, dovrebbe contorcere il collo, invece inchioda i gomiti sul parapetto e guarda dritto a sé: conta le macchina, le moto, i tir.

Gli psicologi studiano il motivo per il quale i residenti attorno al raccordo anulare pratichino con gran ferocia, delle volte unicamente, ossessivamemte, il sesso anale: ricevuto o donato.

Il mio caso non è, non stringo un corpo da anni. La notte prendo la macchina, faccio un giro completo del raccordo a centoventi, poi esco all’uscita Prenestina. Rallento e cerco le cosce che fanno per me, giro in fretta quando trovo quelle giuste. Accendo una sigaretta e gioco tra prima e seconda marcia, le puttane mi mandano a fanculo quando faccio le finte, perché rallento e pensano che mi stia per fermare, invece ci ripenso e vado via. Capita di voler ascoltare la loro voce, capita e non voglio altro. Allora mi fermo e abbasso il finestrino, cinquanta dicono, ed io non rispondo, cinquanta dicono, ed io non rispondo ancora una volta, non mi va di sentire la mia voce, ma la loro sì. Imprecano e mi danno dell’idiota, cazzo vuoi sei venuto a rompere i coglioni, noi qui stiamo lavorando, vattene via idiota. L’idioma è spesso dell’Europa del nordest o misto tra francese e inglese tipico di Lagos e Nigeria in generale, frasi scarne e rituali masticate in quel italiano-dialetto non imparato ma assorbito, udito e perciò ripetuto senza sede né sedimentazione: metto la prima e vado. Nello specchietto vedo un braccio alzarsi e una bocca spalancata senza voce. Non ho soldi, esco sempre senza soldi così da non avere il mezzo. La tentazione ce l’ho, non ho il mezzo, il fine sta a un passo da me con cosce che fanno per me e la bocca arrossettata, il mezzo è rimasto coscientemente a casa, in tasca non ho un centesimo. Una volta ad una di loro ho risposto, dopo il solito esordio (sempre soliti esordi, tutti noi parliamo per repertori), della bestemmia e dell’idiota: culo, dico, culo chiedo. Cento, fa lei, ma lo dice per meccanismo, l’espressione è incredula, sa di star perdendo tempo. Sorrido e non rispondo, metto la prima e un braccio alzato che fa sciò sciò stronzo. L’unica volta che ho ascoltato un’altra parola da quelle bocche arrossettate, il secondo step di quelle frasi rituali e scarne, emanate e non custodite.

Tre anni fa quando stringevo il corpo, non abitavo ancora qui e non ho mai avuto il desiderio di praticare sesso anale. Vorrei chiedere all’inquilino di sotto se ogni volta spende una piotta, perchè così dicono gli psicologi: vivere vicino al raccordo anulare provoca un aumento del desiderio rettale, ricevuto o donato; e magari è vero, perciò indago, ma non c’è questa confidenza, forse la prenderebbe a ridere, ma non mi va di sentirlo più amico ogni volta che ci affacciamo a fumare, gli uomini hanno questa cosa che si sentono più amici quando parlano di sesso, si sentono più amici quando parlano di violenza e aggressioni e bande e gruppi e misure e superiorità. Contorcebbe il collo per guardarmi e sarei costretto a guardarlo, nella verticalità che ci separa, non formare le stalattiti, perlomeno notare le fibre cutanee, le rughe faticose, la

contorsione. Quando poi gliel’ho chiesto, lui s’è fatto una bella risata, una risata talmente scenica che gli è caduta la cicca dalle mani, poi com’è suo solito s’è contorto dicendo ma quelle fanno così, tu ci devi giocare, quelle fanno così, ci provano, devono pur incassare, ti direi di venire con me, andiamo insieme, ti mostro come si fa, non più di venti per quello e cinquanta per l’altro, sennò come ci arrivo a fine mese, quando si rigira mirando e conteggiando le vetture, accende un’altra sigaretta e continua a ridere, di una risata davvero plateale. Provo a formare la bava ma non ho saliva.

Gli psicologi verificano un netto numero di onirismo notturno da parte dei residenti in prossimità del raccordo anulare preoccupante: nel sogno c’è il proprio corpo che gira su stesso senza fermarsi mai soffrendo di nausea sfibrante e poi una perdita d’equilibrio, la caduta e la morte.

Io come ho detto prima, la notte prendo la macchina e giro, il più delle volte fin quando non mi viene sonno e mi addormento alla guida. Allora cerco un parcheggio spoglio e dormo o continuo a guidare per vedere quello che succede. Non mi piace tornare a casa e provare a dormire, mi fa sentire solo e gli uomini hanno questa cosa che non sopportano sentirsi soli, e poi non dormo, che senso ha tornare a casa se poi non dormo. In macchina di sogni non ne faccio, il mio psicologo dice sia l’assopimento furioso imposto a sassate, quindi è normale non sognare; a non essere normale, dice, ma io non sono molto d’accordo, è addormentarsi in macchina.

Vado dallo psicologo che saranno dieci anni, ma lo frequento da molti anni addietro. Eravamo pischelli quando ci siamo conosciuti alla scuola di recitazione, il venerdì pomeriggio a Garbatella. Io facevo la parte del tossico e lui del matto, portavamo in scena Caligari, e nessuno capiva, eravamo davvero bravi ma nessuno capiva. Poi con l’università abbiamo smesso di recitare, io mi sono trasferito a Bologna per fare il Dams e lui è rimasto a Roma. Ha iniziato Medicina con l’idea di fare psicoanalisi poi, neanche un anno che s’è scocciato e ha virato in Psicologia, non gli interessava studiare il corpo umano ma solo la coccia, non più i matti ma gli stati dell’umore, le persone alle prese con le oscillazioni.

Essendo amici si prende meno soldi, quando le cose gli vanno bene non si prende niente. Evitiamo di uscire come una volta, non ci prendiamo una birra da anni, l’ultima volta è stata per confidarmi la morte di sua madre, e lo doveva fare evidentemente fuori da dove ci vediamo di solito e cioè fuori dal luogo di lavoro per non confondere o peggio scambiare i ruoli in cui siamo finiti e invischiati, non più amici ma medico e paziente. Ci incontriamo nel suo studio, un paio di domande di transizione, poi iniziamo. La mia disperazione è sempre più o meno la stessa[1], lui mi dà degli spunti ma non ho mai capito se è bravo. Di rivolgermi a qualcun altro non se ne parla, non ho soldi e poi vederlo è un modo per non perderlo. Forse sto meglio quando prendo la macchina e vado da lui, sto meglio nell’attesa dell’incontro che dura giorni e non arriva, mentre quell’oretta di monologo e breve dialogo a volte aiuta a volte no. Esco da lì e mi sento svuotato ma è la stessa sensazione del post coito, dura un attimo, la stessa sensazione di quando cerco quelle donne e interazione con esse ma poi mi mandano via. Ed io che continuo a dire al mio migliore amico, nonché disgraziatamente, psicologo, che mi voglio ammazzare quasi ad avvertirlo, e lui che mi dice: il motivo è l’oppressione artistica, devi scrivere cazzo, perché non scrivi, concentrati cazzo. Il turpiloquio è la linea sottile che smentisce i nostri ruoli, da medico-paziente ad amici, mi fa stare meglio. Ma forse non siamo più nemmeno amici, dovrei cambiare psicologo per tornare ad essere quello che eravamo, io il tossico e lui il matto in un teatro della Garbatella, io quello andato via, lui quello rimasto, a vederci finita la sessione, recuperare il tempo perduto. Allora provo a scrivere di notte in macchina l’inverno sui vetri appannati, come se il problema fosse il mezzo, il supporto: non la carta, non il computer, servono i vetri. Ci sono due personaggi che mi ossessionano, due ventenni sfaccendati che girano e girano, indaffarati dalla scimmia e dal morbo, li conosco benissimo, li ho perfettamente in testa come per ricordo, ma perché non mi parlano non lo so. Appena gli chiedo di aprire bocca non mi parlano. Poi il consiglio è stato scrivere di sesso, ma esce roba frettolosa e schematica, non possedere un corpo ma possedere il linguaggio, applicare il desiderio nel diverso e affine luogo-del-desiderio: devi desiderare, mi dice, tu non desideri, aspiri, vuoi, ambisci, rosichi ma non desideri diocane, corteggia e esci da questa situazione, desiderare un corpo, desiderare il linguaggio: tu non hai né l’uno né l’altro, è tutta qui la tua dispersione, poi perde la pazienza e non scaccia sillaba. Io so che reputa patetico tutto questo, facile da diradare espellere rimuovere disperdere, e anch’io m’incazzo e non scaccio sillaba, fargli capire che non è affatto facile non riuscire a scrivere più, patetico che continuiamo a vederci in questo studio solo per non abbandonarci: l’ora finisce e me ne torno a casa, quindi chiudo gli occhi e vedo quello che succede. Il raccordo anulare è deserto stasera e di cercare corpi proprio non ne ho voglia. Vedere le case in prossimità della strada è una sorta di uscita. Qualcuno è affacciato e mi chiedo chi, dal proprio veicolo, nota me che sto per sputare all’inquilino del piano di sotto. Ma non ne vale la pena pensarci, soprattutto a questa velocità, con gli occhi chiusi: questa non è un’uscita.


[1]  Il mio schifo di lavoro al catasto; voler scrivere sceneggiature la notte ma non stendere nemmeno un rigo; l’ossessione per il sesso senza praticarlo; il fascino del suicidio automobilistico.

“If I knew the house would fall but would not hear”: tre poesie di Jan Verberkmoes

Introduzione e traduzione dall’inglese a cura di Federico Rosati, secondo vincitore della Call for translators “Poesia e Lutto”.

Jan Verberkmoes è una poetessa, editor e ricercatrice statunitense. Originaria dell’Oregon, ha studiato all’Università del Mississippi, alla Bucknell University e in Germania. Ora vive in Colorado, dove frequenta un corso di dottorato in English and Creative Writing presso l’Università di Denver. Le sue poesie sono apparse in diverse riviste, tra cui  Lana Turner: a Journal of Poetry and Opinion, Nashville Review, The Adroit Journal, 32 poems, Ecotone e The Poetry Foundation. Nel 2021 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Firewatch (Fonograf Editions), da cui sono tratti i testi qui tradotti. 

La lettura delle poesie di Verberkmoes conduce a un intenso confronto con i recessi più porosi della memoria e dell’incertezza, che si manifestano quando ci si avventura in territori psicologici e fisici segnati dal trauma. Gli spazi bianchi permeano l’intera raccolta, come se cercassero di esprimere una repressione verbale, ma anche un rispettoso intervallo nel silenzio naturale della pagina di fronte a concetti indicibili. I termini in corsivo, come “now“, “then” e “the stars”, impostano un rapporto in continua evoluzione del narratore con il tempo e l’universo, mentre viene narrato il quotidiano e violento deterioramento della vita terrestre. Si delinea un tentativo di comprensione in un paesaggio fisico e mentale che è sia minaccioso che minacciato, e che si trasforma in un’elegia per un mondo e un sé che non sono ancora scomparsi, ma in pericolo di sparire.

Il termine ‘elegia’, che ricorre nel titolo delle tre poesie, non è da intendersi solamente nel senso di un componimento legato al congedo dalla vita materiale o al suo disfacimento, occasione per l’io lirico di sancire la propria presa di coscienza di fronte a una realtà in rovina.  È importante osservare che il simbolismo delle due immagini naturalistiche presenti in Elegy as Conditionality: Hornets Building e Elegy as Hypothesis: Burning the boat (l’alveare e i calabroni; la balena e la barca) porta anche a una riflessione su dinamiche di tipo relazionale. Nel primo caso l’alveare è il risultato del duro lavoro e della sinergia tra le parti coinvolte; tuttavia, la sua distruzione, anche solo ipotetica, rappresenta un sogno infranto sia dalle circostanze esterne (“se l’alveare si disfa e la pera fa breccia nella carta grigia”) sia dalla negligenza dell’io lirico e del suo destinatario verso il pericolo imminente (“se avessi saputo che la casa sarebbe caduta    ma avessi scelto di non / sentire”; “se io sospiro        se tu non puoi sentire”; “se nessuno parla della breccia”). Nel secondo caso, viene sottolineata l’incapacità dell’io lirico e del destinatario di trasportare la barca in mare (“perché incapaci di risollevarla / in acqua”; “perché non sapevamo     reggere il corpo”), l’incapacità di assistere alla sua disgregazione per poi darla alle fiamme, decretando così la sua fine in modo prematuro, pur di superare il dolore prima del tempo (“così bruciammo sulla pira il suo scheletro di legno perché / non sapevamo vederla marcire”).

In Elegy as Insistence: Bulls in a Field l’inquietudine delle prime due poesie e la loro disperata ricerca di significato sembrano invece placarsi. La soluzione pare emergere dal gesto solenne e definitivo del fratello anonimo che libera in un ruscello le ceneri della sorella , ultima traccia materiale e ricordo di lei. I tori che prima correvano senza sosta nel ‘campo’ della mente, turbandone la quiete, ora rimangono “bassi dietro i suoi occhi”, mentre egli si congeda definitivamente da quel che resta della sorella e trova pace in una fusione con lo spazio naturale circostante (“e i tori gemono cupi dalle loro teste d’incudine / mentre lui si immerge fino alle ginocchia nella corrente”). Se nei primi due componimenti il mondo naturale è associato a simboli di disgregazione e rimpianto, nel terzo si intravede la possibilità di ritrovare in esso un “luogo in cui poter dormire”. La soluzione sembra risiedere allora nel ricongiungimento panico con la natura, un cammino che permette di superare l’inquietudine esistenziale in favore di un progressivo riconoscimento della propria esistenza come parte di un’essenza cosmica che trascende le vicende umane.


Da Firewatch, 2021

Elegy as Hypothesis: Burning the boat

If there is a now     this must be it     which I think is why
this sand-matted tuft of kelp     crisps in the winter sun
just like the varnish curling from the side of the boat
we burned on the beach          because we could not lift it
back to the water          because the tide     would not carry it
but the boat     more than anything          was a whale
when it held us      in the dark piano of its fat and wood
cords and padded bones that rang the water
once      and over and over
and so we lit the pyre of its planked frame because
we could not bear to watch it rot
because we could not     bear the body     and the ocean
reaching and receding          would not hold
and only then did I see there is nothing more grand
than an animal burning
the hull of its belly falling open to a blackened spindle
and when I say animal      that includes you too
which must be my way of suggesting          weren’t you
in flames          fighting your way     out of your own skin
until you fell into the sound      where the whale ripped the seam
between water and sky          a sky that now dims
as I search it for a then     that will show me our boat again
on a water that ripples when the whale clenches
the way the skin of the face rides the muscle underneath     but never splits

Elegia come Ipotesi: Bruciare la barca

Se c’è un ora    deve essere questo   ragione per cui
questo ciuffo di alghe insabbiato     si increspa al sole invernale
come i riccioli della vernice sul fianco della barca
che bruciammo sulla spiaggia          perché incapaci di risollevarla
in acqua          perché la marea     non l’avrebbe sostenuta
ma la barca     più d’ogni altra cosa          era una balena
quando ci teneva      nel suo scuro piano di cordegrasse e lignee, di ossa piene che battevano sull’acqua
un tempo      e ancora e ancora
così bruciammo sulla pira il suo scheletro di legno perché
non sapevamo vederla marcire
perché non sapevamo     reggere il corpo    e l’oceano
che avanzava e si ritirava          non avrebbe retto
e solo allora vidi che non c’era nulla di più grandioso
di un animale in fiamme
lo scafo del suo ventre che si apre su un fuso annerito
e quando dico animale      parlo anche di te
e deve essere il mio modo di suggerire che          forse eri tu
in fiamme          a lottare per uscire     dalla tua pelle
fino a sprofondare nel suono      dove la balena strappò la cucitura
tra acqua e cielo          un cielo che ora si oscura
mentre lo scruto per trovare un allora     che mi mostri la nostra barca ancora
su un’acqua che s’increspa quando la balena si contrae
così come la pelle del viso scorre sul muscolo sottostante     ma non si stacca.


Elegy as Insistence: Bulls in a Field

There is only morning     it shimmers
and shifts into bodies     into beasts
into the man sleeping     now waking     in the damp grass
a jar of ashes at his side     and the bulls still running loose     though tired
inside his skull     they ram here and there against its walls
as last night’s star-smeared sky     spreads clean now     and flat over him
jar in hand     he walks toward the spring creek
its water draws a cold thrill through the meadow
and the bulls groan dark     from their anvil heads
as he wades knee-deep into the current
he remembers the ashes back into his sister     when she told him
loss     is no more one thing than the sky is one thing
the pasture behind her eyes     lay wide and empty
and looked like a place he could sleep
he tips the jar and lets the ash fall into the stream     and the cold
rolls over in its bed     over     over
until she’s neither ash     nor water
the stars the stars the bulls low behind his eyes
he forgets about the stream     and the meadow
and nothing could be so empty     as the jar in his hands

Elegia come Insistenza: Tori in un campo

C’è solo il mattino     brilla
e si trasforma in corpi     in bestie
nell’uomo che dorme     e ora si sveglia     nell’erba umida
un’urna di ceneri al suo fianco     e i tori che corrono ancora liberi     anche se stanchi
dentro il suo cranio     si scagliano qua e là contro le pareti
mentre il cielo stellato della scorsa notte     ora si stende terso    e piatto su di lui
con l’urna in mano     cammina verso la sorgente del ruscello
la cui acqua trascina un brivido freddo attraverso il prato
e i tori gemono cupi    dalle loro teste d’incudine
mentre lui si immerge fino alle ginocchia nella corrente
rimembra le ceneri di sua sorella     quando gli disse
la perdita     non è una cosa sola più di quanto non lo sia il cielo
il pascolo dietro gli occhi di lei     si stendeva ampio e vuoto
e sembrava un luogo in cui poter dormire
inclina l’urna e lascia che le ceneri cadano nel ruscello     e il freddo
si rigira nel suo letto     ancora     ancora
finché lei non è più cenere     né acqua
le stelle le stelle i tori bassi dietro i suoi occhi
lui dimentica il ruscello     e il prato
e niente potrebbe essere più vuoto     dell’urna che porta.


Elegy as Conditionality: Hornets Building

when a hornet nest swells in the pear tree
with a pear at the hive’s green center
if the hornets swaddle the pear in grey paper over paper
until it cannot see        and cannot hear for the humming
if the pear begins to rot        before it can say
when the hive grows heavy with quiver and grit
and the tree begins to fall    patiently    like a house going to ruin
if the pear is the last door to the house
if I fall inside the house    as it sighs and kneels
if I sigh        if you cannot hear
when the house is ruined    and you cannot say
if the hive unravels    and the pear breaches the grey paper
if no one speaks of the breach
if the hive was made by hundreds of mouths
when the hornets knew the pear would rot in the hive
but could not see to leave
if I knew the house would fall    but would not hear
if you pull the pear from its limb       if I go dark
when it is so dark I can only see    how it could have been
if you hum as you leave        when I fall
if I was made by your mouth

Elegia come Condizionalità: I calabroni costruiscono

quando un nido di calabroni si gonfia nel pero
con una pera al centro verde dell’alveare
se i calabroni avvolgono la pera in carta grigia su carta
finché quella non può vedere        né udire per il ronzio
se la pera inizia a marcire        prima di poterlo dire
quando l’alveare si fa pesante di fremito e sabbia
e l’albero inizia a cadere    paziente    come una casa in rovina
se la pera è l’ultima porta di casa
se io cado dentro la casa    mentre sospira e si inginocchia
se io sospiro        se tu non puoi sentire
quando la casa è distrutta    e non lo puoi dire
se l’alveare si disfa    e la pera fa breccia nella carta grigia
se nessuno parla della breccia
se l’alveare fosse fatto da centinaia di bocche
quando i calabroni sapevano che la pera sarebbe marcita nell’alveare
ma non riuscivano ad andarsene
se avessi saputo che la casa sarebbe caduta    ma avessi scelto di non sentire
se stacchi la pera dal suo ramo     se mi spengo
quando è così buio che posso vedere solo   come sarebbe potuto essere
se tu ronzi mentre te ne vai        quando cado
se fossi fatta dalla tua bocca


In teoria e in pratica | Franca Mancinelli

Le risposte di Franca Mancinelli all’inchiesta sulla poesia contemporanea a cura di Raggi γ.

1) Un libro di poesia, prima di essere un’opera compiuta, è un progetto in costruzione, in movimento. Va incontro a fasi creative diverse e a momenti del processo editoriale che influiscono o possono influire sul percorso di realizzazione dell’intera opera. 

Qual è stata la tua esperienza in questi termini? Come lavori sulla forma e come sulla costruzione? Chi sono i tuoi maestri da questo punto di vista? Il tuo approccio è cambiato (pensi cambierà) nel tempo? Se dovessi dare dei consigli sulla costruzione interna di un’opera, cosa consiglieresti?

Credo ancora nella forma libro, nel libro di poesia come compiuta costruzione di senso, nonostante i lettori si fermino sempre più spesso ai testi sparsi che si trovano a galleggiare nella rete. Per questo continuo a dedicare tutta la mia cura al compimento di un libro, la stessa necessaria per ogni singolo testo. Come in una poesia sono fondamentali il primo e l’ultimo verso, così in un libro sono fondamentali i testi di apertura e di chiusura. E come in una poesia un verso è legato all’altro attraverso connessioni che sono anche aperture del significato, strappi, interruzioni, inarcature, così accade in un libro tra un testo e l’altro.

Il lavoro che porta alla costruzione di un libro è simile a quello che compie un gatto su una coperta, o un mucchio di stracci. Muove il tessuto, tirandolo con le zampe, fino a che sente che si è trasformato in una cuccia. Le nostre carte avranno la forma di un libro quando saranno il luogo in cui deporre ogni difesa, ogni progetto, chiudere gli occhi e dormire. Un libro come una cuccia accoglie interamente non soltanto il nostro corpo, ma anche ciò che continua a transitare in noi, oltre la nostra coscienza.

Su questo tema del progetto in poesia e sul lavoro che porta alla costruzione di un libro ho riflettuto in Un libro di poesia, una struttura vivente, un testo scritto per un numero monografico della rivista «Materiali di Estetica», curato da Stefano Raimondi (n.7.2, 2020), che si può leggere qui, oppure nel mio libro di prose in traduzione inglese, con testo originale a fronte, The Butterfly Cemetery (The Bitter Oleander Press, 2022).

2) Il senso comune tende a vedere nella poesia il genere per eccellenza dell’espressione del sé, della realtà biografica di un io. Credi si possa parlare (o abbia senso parlare), invece, di finzione poetica? Quale ruolo ricopre l’invenzione nella tua scrittura?

Non mi piace pensare alla poesia nei termini della “finzione” né dell’“invenzione”. Se c’è finzione c’è letterarietà, manierismo, qualcosa che mi porta ad interrompere al più presto la lettura e, se sto scrivendo, a dimenticare quei segni. Sono segni, appunto, sporcano il bianco e lo spazio della nostra mente. Non c’è nulla da “inventare” in poesia, ossia, etimologicamente, da trovare con l’ingegno, la ragione, la volontà. Piuttosto si tratta di creare lo spazio perché qualcosa accada.

3) Volendo parlare dei gradi di formazione della tua scrittura: come hai iniziato il tuo percorso di formazione poetica e cosa ha contribuito allo sviluppo della tua voce? Considereresti, a distanza di tempo, (o consideri) il tuo esordio la prima vera presa di parola come autorə? Se sì, in che termini? Pensi che il rapporto con l’esterno, con il pubblico o la “bolla” abbia mai influito sulla tua scrittura? Quanto l’effetto sul pubblico influenza il tuo processo creativo?

Sì, Mala kruna, il mio primo libro, è il mio esordio. Ricordo ancora il tormento che ha accompagnato la consegna del file che sarebbe andato alle stampe. Sentivo quel distacco come qualcosa di assoluto, la fine di ogni rinvio, di ogni ripensamento: una ghigliottina, o il taglio di un cordone. Non potevo concepire il dolore di ritrovare stampato, in diverse copie, qualcosa che non mi corrispondeva, in cui non mi sarei riconosciuta, anche solo per un verso. Per fortuna non è stato così, e Mala kruna ha continuato ad accompagnarmi, ad aprirmi sentieri e incontri nella vita, per altri cinque-sei anni, prima dell’uscita del libro seguente, Pasta madre.

Certamente gli occhi di tutti coloro che hanno letto le mie poesie prima che fossero pubblicate in Mala kruna, hanno contribuito a portarle alla loro essenza, plasmandole, così come l’acqua di un fiume fa con i suoi ciottoli: consigli di maestri e compagni di strada, uscite su riviste e antologie che hanno chiamato al lavoro sui testi, al confronto con la pubblicazione, per quanto in forma ridotta e attenuata rispetto al grande evento che è l’uscita di un libro. Penso all’acqua come a ciò in cui siamo immersi, il fluire, la vita, le relazioni importanti per noi, prossime e concrete nella nostra esistenza o invisibili e inconsapevoli, e ai ciottoli come a forme che possono smussarsi restando fedeli al loro nocciolo inscalfibile, alla loro struttura minerale, che è l’essenza di una lingua.

4) Cosa pensi delle modalità delle presentazioni di poesia contemporanea e cosa cambieresti?

Ciò che mi manca negli incontri di poesia contemporanea è un elemento di ritualità, di festa condivisa. Penso a un luogo in cui sopravvive il residuo, anche minimo, di una comunità, un cerchio di persone che si ritrovano con l’intento di condividere un nutrimento essenziale per la loro esistenza.

In teoria e in pratica | Marilena Renda

Le risposte di Marilena Renda all’inchiesta sulla poesia contemporanea a cura di Raggi γ.

1) Un libro di poesia, prima di essere un’opera compiuta, è un progetto in costruzione, in movimento. Va incontro a fasi creative diverse e a momenti del processo editoriale che influiscono o possono influire sul percorso di realizzazione dell’intera opera. 

Qual è stata la tua esperienza in questi termini? Come lavori sulla forma e come sulla costruzione? Chi sono i tuoi maestri da questo punto di vista? Il tuo approccio è cambiato (pensi cambierà) nel tempo? Se dovessi dare dei consigli sulla costruzione interna di un’opera, cosa consiglieresti?

Lavoro da sempre in questo modo: leggo molto a proposito dell’argomento che mi sta a cuore in quel momento, raccolgo materiali, cerco di esaurire l’argomento, e contemporaneamente scrivo usando questi materiali come testi a fronte, estrapolo singole parole, mi concentro sui concetti che mi interessano, e a un certo punto sento che la spinta propulsiva si è esaurita e mi fermo. A quel punto di solito il libro è finito. Il processo complessivo è abbastanza veloce, di solito non dura più di sei mesi. Dopo che un libro è finito posso stare ferma anche per anni, ma in quel caso cerco di dedicarmi ad altre forme di scrittura, per esempio le recensioni, o piccoli racconti. Negli anni lo schema è sempre stato questo. Il fatto di avere dei materiali di riferimento mi aiuta a tenere a bada l’ansia di non saper lavorare in maniera abbastanza creativa; non sono capace, di norma, di scrivere “a mano libera”, ma anche questo, come altre cose, sta cambiando. Sto sperimentando con i nuovi testi che sto scrivendo una modalità meno legata ai testi degli altri. Credo che questo dipenda, anche, da una maggiore fiducia nelle possibilità del linguaggio.

2) Il senso comune tende a vedere nella poesia il genere per eccellenza dell’espressione del sé, della realtà biografica di un io. Credi si possa parlare (o abbia senso parlare), invece, di finzione poetica? Quale ruolo ricopre l’invenzione nella tua scrittura?

Sono partita, con il mio primo libro, dal desiderio di dare voce a una comunità, all’esperienza di quella comunità dopo la catastrofe. Sembra essenziale allora nascondersi, far finta di non esistere. Negli ultimi anni l’io è tornato in scena: sembra che abbia delle cose da dire che finora non aveva avuto il coraggio o l’incoscienza di dire. Ma sulla questione condivido quello che ha detto di recente Antonella Anedda a una presentazione dello Spazio, e che dicono da molto le neuroscienze, ovvero che l’io è un personaggio fittizio sul palcoscenico della scrittura, proprio come le persone che vediamo nei sogni. Quello dell’io è un falso problema, quando dico io indico una proiezione di parti di me che io vorrei/non vorrei fossero il mio io.

3) Volendo parlare dei gradi di formazione della tua scrittura: come hai iniziato il tuo percorso di formazione poetica e cosa ha contribuito allo sviluppo della tua voce? Considereresti, a distanza di tempo, (o consideri) il tuo esordio la prima vera presa di parola come autorə? Se sì, in che termini? Pensi che il rapporto con l’esterno, con il pubblico o la “bolla” abbia mai influito sulla tua scrittura? Quanto l’effetto sul pubblico influenza il tuo processo creativo?

Ho letto dei libri, come tutti. Amelia Rosselli è stata la mia scoperta della poesia, e per un po’ ho cercato di imitarla, ma la tua vera voce secondo me nasce nel momento in cui dimentichi le maestre, i maestri, gli amici, i sodali e i genitori e fai quello che ti va di fare senza preoccuparti di niente e nessuno. Quando scrivo qualcosa di nuovo c’è sempre quel momento in cui penso: “Oddio, questa cosa cos’è?”. Il nuovo non lo riconosci, e non sai come reagirà chi lo leggerà, ma secondo me ogni libro deve essere diverso dal precedente, deve testimoniare di un percorso, di libertà che ci siamo presi con il linguaggio e con l’esperienza. Scriviamo per conoscere meglio noi stessi e il mondo, ma se queste libertà non ce le prendiamo non impareremo un bel niente, saremo pappagalli ammaestrati che ripetono cose dette da altri per non deludere i nostri potenziali lettori o sodali. Quando scrivo io non ho lettori: ho solo un ostacolo da superare, e attorno a me non c’è nessuno. Della mia bolla non mi importa niente, solo quando ho finito mi chiedo: “Piacerà a qualcuno?”. Ma a quel punto è tardi per tornare indietro.

4) Cosa pensi delle modalità delle presentazioni di poesia contemporanea e cosa cambieresti?

Pensare all’ascolto. Creare le condizioni per l’ascolto. Non creare festival/eventi/presentazioni che non manifestino una reale necessità di ascolto. Non organizzare maratone di poesia. Non andare alle maratone di poesia dove nessuno ascolta nessuno. Passare più tempo a casa. Fare meno cose. Oppure farne di più, ma solo cose che ci sembra che abbiano la qualità della necessità.

«amuk is a prayer»: declinazioni del lutto nella poesia di Khairani Barokka

Introduzione e traduzione dall’inglese a cura di Chiara Liso, vincitrice della Call for translators “Poesia e Lutto”.

La storia semantica della parola amuk è intrinsecamente legata a quella dei soprusi del colonialismo. Se in indonesiano e malese il termine sta a indicare il sentimento e l’atto di collera, a partire dal sedicesimo secolo si diffonde l’inesatta interpretazione che i coloni europei danno del vocabolo, ovvero di una condizione di furia violenta e omicida diffusa in alcune culture dell’Asia sudorientale. È proprio in questa traduzione erronea che si cela il pretesto per giustificare la criminalizzazione e sottomissione di intere popolazioni, l’accaparramento di terre e la distruzione di ecosistemi. A tutt’oggi, il lascito coloniale di tale mistraduzione è cristallizzato nell’espressione idiomatica inglese to run amok con cui si denota la perdita del raziocinio.

Amuk è anche, significativamente, il titolo della terza e ultima silloge poetica di Khairani Barokka, scrittrice, traduttrice e artista interdisciplinare nata nel 1985 a Giacarta e attualmente residente a Londra. Pubblicata nel marzo 2024 dalla casa editrice indipendente britannica Nine Arches Press, la raccolta si dipana lungo il filo di un’acuta riflessione sulla violenza perpetrata sul e dal linguaggio. La poesia di Barokka si offre, al contempo, come antidoto a qualsivoglia forma di tirannia, nel segno della riappropriazione dell’etimo originario di amuk e della rivendicazione, spiccatamente anticoloniale e femminista, della liceità della rabbia e della sua ancestrale sacralità. La scrittura poetica diventa, dunque, luogo d’elezione per l’elaborazione del lutto, personale e collettivo, e la celebrazione del resistere – di individui e comunità, di lingue e paesaggi – a ogni tentativo di dominazione e distruzione.

Si tratta di un libro, come la stessa autrice dichiara nei ringraziamenti finali, che reca l’impronta sia del dolore della perdita degli affetti che della furente solidarietà con i sopravvissuti e le vittime dei genocidi contemporanei, dalla Palestina al Papua, dal Sudan al Congo, eccidi che hanno come matrice comune il capitalismo coloniale (Barokka 2024: 105). La vena elegiaca pervade soprattutto la seconda delle due sezioni che compongono il volume, intitolata «doa», parola indonesiana di origine arabo-islamica che significa ‹preghiera›.

Come sostiene il critico Jahan Ramazani, introdurre la preghiera musulmana nella poesia di lingua inglese significa sintonizzare un linguaggio letterario saturato dal cristianesimo con l’esperienza discorsiva del mondo islamico (Ramazani 2013: 175). La ritualità e il linguaggio religiosi non vengono svuotati del loro significato divino, bensì la retorica della preghiera si intreccia con la tensione estetica e l’autoriflessività del genere poetico. Inoltre, sebbene profondamente radicati nella tradizione religiosa dell’Islam, i componimenti di questo ciclo delineano, allo stesso tempo, una liturgia ibrida portatrice di un messaggio di lotta e resistenza. Così recita icasticamente un verso della poesia di apertura: «amuk is a prayer» (Barokka 2024: 69).


Quattro poesie da amuk (Nine Arches Press, 2024)

withstanding is a prayer

pain is a prayer, the soulbody screeching
it asks for help in the guise of fire

amuk is a prayer
is a word that prays
and is itself a unit of asking

prayer is a form of rage
while you rage, remember to keep the truth
within these arms: [ ]


il resistere è una preghiera

il dolore è una preghiera, il corpoanima stridente
chiede aiuto in guisa di fuoco

amuk è una preghiera
è una parola che prega
è in sé unità di richiesta

la preghiera è una forma di rabbia
mentre ti arrabbi, ricorda di tenere la verità
tra queste braccia: [ ]


tub

what digs you out with a verdigris scalpel, while a powerful blast ignited in their latest attempt to grow lives in the dirt of your online receipt, human blood carries all kinds of filigreed debris, coexisting with the coffin hinges from grotesquely groping eyes panoptic that brought you your morning kettle-hiss, faucet fiddling now, let loose, hotness coldness, piety, lust, bewilderment, supremacy writ into capital, rent hikes for men oiling hair with your rainforests, corners hiding gaspings for breath, a ladybug swatted away by a tank in gaza, a man with down’s syndrome killed with no consequences, violet memories of neuropathic pain still imprinted on your body you are soaking in a fluid warm enough to let it bleed out, breathe in, deliberately feel the edges of a ghost, the heart already drawn in pencil on your hospital radiator seven years ago, fuzzy twinges bear on your muscle feel these deliberate, you may not bathe in kind waters so lower your head below the surface, part your lips and scream it


vasca

cosa ti estrae con un bisturi verderame, mentre un potente boato innescato nel loro ultimo sforzo espansionistico vive nello sporco della tua ricevuta online, sangue umano trascina detriti filigranati di ogni sorta, coesistendo con le cerniere della bara dalle panottiche pupille grottescamente brancolanti che ti hanno portato il tuo mattutino fischio di bollitore, ora armeggiando con il rubinetto, lascia andare, caldo freddo, pietà, brama, perplessità, supremazia iscritta nel capitale, affitti rincarati per gli uomini che oliano i capelli con le tue foreste pluviali, angoli che celano respiri annaspanti, una coccinella spazzata via da un tank a gaza, un uomo con la sindrome di down ucciso senza conseguenze, ricordi violacei di dolore neuropatico ancora impressi sul tuo corpo a mollo in un fluido caldo abbastanza da dissanguarlo, inspira, senti deliberatamente i contorni di un fantasma, il cuore già disegnato a matita sul tuo radiatore ospedaliero sette anni fa, fitte sfocate pesano sul tuo muscolo sentile deliberate, non ti puoi bagnare in acque docili quindi china il capo sotto la superficie, schiudi le labbra e gridalo


prayer for dzikir as mnemonic device

still all your percussive orbits
and soft-click a thumb
to each third
of each finger

praise
how light
work is, unshirking
remembrance

vicissitudes plant grief
in skin-pricks,
out of the gasping sun
climbs daybreak

crackling, cyclonic
core tenets and ninety-nine names
flooding back
to thick bloodstream

memento mori, recuerda tu vida
ingat, ingat
ingat-ingat


preghiera per lo dzikir come espediente mnemonico

frena tutte le tue orbite percussive
e schiocca lievemente il pollice
su ogni terzo
di ogni dito

ringrazia
quanto leggero
sia il compito, ineludibile
il ricordo

le vicissitudini piantano il lutto
in punture cutanee,
dal sole ansimante
spunta l’aurora

crepitando, ciclonici
capisaldi e novantanove nomi
ritraboccano
in un denso flusso sanguigno

memento mori, recuerda tu vida,
ingat, ingat
ingat-ingat


dust ablution

spreading fingers against a wall then onto self,
what cleansing’s reachable when spent,
followed by what supposedly-holy movements can.

salvation comes from trying
and wanting god as much as from calmer tendon stretch, from anti-affirmation of what,

to much of venal world, a good body should
a good body can a good body best
a best body as though heaven’s narrow-gauged

and god a headmistress rapping rulers against
these many best bodies not marked so by others,
against totalities given to her beneficence.


abluzione pulverale

dita distese contro un muro poi su di sé,
quale purificazione è raggiungibile se a secco,
seguita da ciò che movimenti presumibilmente sacri possono.

la salvezza viene dal provare
e volere dio tanto quanto dall’allungare i tendini con più calma, dall’antiaffermazione di ciò che,

per gran parte del mondo venale, un buon corpo dovrebbe
un buon corpo può un buon corpo meglio
un corpo migliore come se i cieli fossero a scartamento ridotto

e dio una preside che scaglia la bacchetta contro
questi tanti corpi migliori non marchiati così dagli altri,
contro le totalità affidate alla sua beneficenza.


Foto di Khairani Barokka.
amuk di Khairani Barokka (Nine Arches Press, 2024)

“frammenti di storia / che si torcono al sole”: la poesia nativa di Maurice Kenny

Giorgio Drago traduce dall’inglese alcune poesie di Maurice Kenny

Maurice Kenny è stato un poeta Mohawk. Nato a Watertown, New York nel 1929, viene considerato uno degli interpreti più importanti delle istanze politiche e culturali dei popoli nativi americani. Dopo una carriera di sessant’anni dedicata alla poesia e all’insegnamento, muore nel 2016 a Saranac Lake.

Come poeta, Maurice Kenny è stato attivo tanto nel contesto del movimento politico conosciuto come Red Power che in quello letterario della Native American Renaissance, di cui rifiuta l’etichetta, conscio che il termine “rinascimento” presuppone l’idea di una cesura nella tradizione della poesia nativa, di cui invece ha sempre valorizzato la continuità attraverso la sua dimensione orale. Nel corso della sua lunga carriera ha pubblicato innumerevoli raccolte. Le più significative sono state pubblicate dall’editore White Pine Press, a partire dalla seconda metà degli anni Settanta, quando una rinnovata consapevolezza rispetto alle proprie radici lo porta a rifondare il suo mondo poetico, inizialmente vicino alla poesia modernista americana dei suoi maestri Louise Bogan e William Carlos Williams. La gioia della riconnessione con un passato prima ignorato che traspare nella poesia più campestre, dove viene ristabilito un legame sano e organico tra l’uomo e la natura grazie alle tradizioni Irochesi, lascia spazio anche allo sgomento e alla tristezza, alla rabbia e al lamento per un mondo gravemente compromesso dalla violenza coloniale.

Autore del primo saggio e della prima lirica che descrivono in epoca contemporanea le figure tradizionali dei Two-Spirit, rispettivamente «Tinselled Bucks: A Study on Indian Homosexuality» e «Winkte», Kenny ha svolto un infaticabile lavoro di organizzazione e di insegnamento universitario che, insieme ai centinaia di reading annuali organizzati negli Stati Uniti e in Europa, è stato seminale per la creazione della nuova sensibilità scrittoria nativo-americana. In contatto con autori celebri come N. Scott Momaday, Leslie Marmon Silko e Paula Gunn Allen, Kenny non ha vissuto un grande successo editoriale, ma ha attirato l’attenzione dei colleghi e della critica, ottenendo l’American Book Awards (per The Mama Poems) e due nomination al premio Pulitzer per le raccolte Between Two Rivers e Black Robe: Isaac Jogues.

The Mama Poems e Blackrobe rappresentano due modi diversi di risalire alle radici, quello privato e quello storico-comunitario. Questo secondo filone è sviluppato in particolare in quello che Kenny stesso considerava il suo capolavoro Tekonwatonti/Molly Brant: Poems of War dove sono esplorate la violenza e le brutalità coloniali. Pur innestandosi su un apparato retorico ricco di sfumature e su ricerche storiche amalgamate da un poetico revisionismo, la raccolta tenta di far rivivere le antiche passioni e i veri moventi dei protagonisti della guerra franco-indiana e della rivoluzione americana. Il linguaggio rimane semplice e diretto, scandito da un verso libero proteiforme che si piega e si modella sulla voce dei vari personaggi del poema.


Da Tekonwatonti/Molly Brant: Poems of War, 1992

Molly: Report Back to the Village

“Leg
   blackened at the stump with blood

Fingers
   scattered through brush

Torso
   painted and jeweled

                                    porcupine quills
                                    pretty beads

   beads rolling off in a line

                                    ants

   scurrying from a foot;

   torso split open a ripe pumpkin

   entrails

           hang/drip from rib cage

                                                    belly

Swath of black hair

                                   blue

                        from clouds and river water

                                    three feathers stir in the breeze

The head…

               missing

                            kicked off into the brush

                                                          a ball

Name
   unknown/unsung
   there are many
              too many

Buzzards wait in the sky

Why do they call this the Indian war?
It isn’t Indians who want rivers
and land and more pelts to ship to kings
or throats to pour whisky down.

Why?
This is my report. That is all. Niaweh.


Molly: rapporto di ritorno al Villaggio

“Gamba
   nera di sangue sul moncone

Dita
   sparse tra gli sterpi

Torso
   dipinto e ornato

                                   aculei di porcospino

                                   belle perline

   perline che rotolano via in fila

                                   formiche

   scappano da un piede;

   il corpo spaccato una zucca matura

   interiora

                   penzolano/gocciolano dalla gabbia toracica
                                                                                          pancia

Ciocca di capelli neri
                                      blu

                             di nuvole e di fiume

                                        tre penne si spostano nella brezza

La testa…

                mancante

                          calciata via tra gli sterpi
                                                                 una palla

Nome
   ignoto/ignorato
   ce ne sono tanti
                  troppi

Poiane aspettano in cielo

Perché la chiamano la Guerra Indiana?
Non sono gli indiani a volere fiumi
e terra e più pellicce da spedire ai re,
o gole per versarci il whisky.

Perché?
Questo è il mio rapporto. È tutto. Niaweh.”


George Washington: “Town Destroyer”

Flames river the low valleys.

Their music crackles like a kettledrum.

Vines, stalks, orchards on fire.

Melons explode, apples spit sweet

                                                     juice

on broken boughs of dying trees.

Horseflesh and pig fume in the morning air.

Barns wither and topple as insane

                                                          cows

run wild, flames snorting out

                                              their nostrils

and lambs bleat, their wool a coat

                                                         of fire.

Log huts and houses crumble beneath

                                                                 the forest.

The valleys rise in smoke.


George Washington: “Distruttore di Città”

Fiamme inondano le basse valli. 

La loro musica crepita come un timpano. 

Viti, spighe, frutteti a fuoco. 

Meloni esplodono, mele sputano dolce

                                                                    succo

sui rami rotti degli alberi morenti.

Carni di cavallo e maiale fumano nell’aria del mattino.  

Le stalle seccano e crollano mentre mucche

                                                                                   impazzite

corrono via, soffiando fiamme

                                                                     dalle narici

e agnelli belano, la lana un manto

                                               di fuoco.

Capanne di tronchi e case si sgretolano sotto

                                                                            la foresta.

Le valli si alzano in fumo.


Molly

I wish never to live to see

      another war.

I’ve gagged on flesh

      and chocked on blood.

I’ve seen the bones of my brothers

      float in the river,

smelled the stench of their rot.

My nostrils are clogged

      with powder smoke.

My arms are weary from the

      weight of rifles.

Villages are burned to the ground,

old men pierced on stockade posts.

Women and babies sleep on the

      scars of bayonets.

Maggots infest the bed.

General George, town destroyer,

       you have won.

Won and accomplished more in your

       victory

than you ever dreamed.

Our blood is your breakfast.

The flames of your village smoke

       the ham you carve and bring to your lips.

General George, leader of a new

       country,

our stars are yours now,

but our blood stains your flag.

Remember we were once

      powerful, a formidable nation

now on our knees.

Your hatred controls

      our destiny.

May your nation never know

      this unbearable loss, this pain,

      this exodus from home, the smoking 

      earth,

      the sacred graves of the dead.

I bathe in this river to wash

      away the blood of war,

      But no water can

      wash away

      the horrors tattooed

      on my flesh.

I pray I shall never smell

      the cannons of war again,

      nor hear the cries,

      nor see the body of a chief

      mutilated by hate and fear

      and greed.

As your stars, General George, rise

      above the many battlegrounds

I want you to remember all those

      who died

so that your flag may wave

      in tribute.


Molly

Non voglio vivere tanto da vedere

      un’altra guerra.

la carne mi ha asfissiato

      e il sangue soffocato.

Ho visto le ossa dei miei fratelli

      galleggiare nel fiume,

annusato il tanfo del loro putrefarsi.

Le mie narici sono occluse

      dal fumo delle polveri.

Le mie braccia sono sfinite

      dal peso dei fucili.

I villaggi sono rasi al suolo,

i vecchi impalati sulle palizzate.

Donne e bambini dormono sulle

      ferite da baionetta.

Larve infestano il letto.

Generale George, distruttore di città,

      hai vinto tu.

Hai vinto e ottenuto di più dalla tua

      vittoria

di quanto non avessi mai sognato.

Il nostro sangue è la tua colazione.

Le fiamme del tuo villaggio affumicano

      il prosciutto che tagli e porti alle labbra.

Generale George, capo di un nuovo

      paese,

le nostre stelle sono tue ora,

ma il nostro sangue macchia la tua bandiera.

Ricorda che una volta eravamo

      potenti, una nazione formidabile

ora in ginocchio.

Il tuo odio controlla

      il nostro destino.

Possa la tua nazione mai conoscere

      questa perdita insopportabile, questo dolore,

      questo esodo da casa, dalla terra

      fumante,

      dalle sacre tombe dei morti.

Mi bagno in questo fiume per lavare

      via il sangue della guerra,

      ma l’acqua non può

      lavare via

      gli orrori tatuati

      sulla mia carne.

Prego di non dover mai più fiutare

      i cannoni di guerra,

      né udire le grida

      né vedere il corpo di un capo

      mutilato da odio e paura

      e cupidigia.

Mentre le tue stelle, Generale George, sorgono

      sopra i tanti campi di battaglia,

voglio che ricordi tutti

      i morti

così che la tua bandiera sventoli

      in tributo.


Aroniateka/Chief Hendrick at the Battle of lake George

Mountain pool

                    eye of this woods

reflects

                    robin wing

                    smoke of war camps

the march of angry feet which

                    ruffle ripples

Here a birch bends

                    into the clarity

deer takes a drink

fish jumps for flies

Fed by freezing mountain creek

                    winter snows

young boys swim like brown trout

                    warriors canoe

women wash clean the innards of fish

                    for a hot supper

and a general bathes exhausted feet

Mountain pool

                    eye of this woods

reflects

                    eagle wing

perched on a pine

                    a lofty tower

for surveillance

Mountain pool

                    soon

will reflect

                    stains of blood

                    a young soldier’s broken dream

                    an old man’s scattered vision

reflect

                    an absent king’s crown

Pool

                    prism of tomorrow

                    fragments of history

                    twisting in the sun


Aroniateka/Capo Hendrick alla battaglia di Lake George

Lago di montagna

                    occhio di questi boschi

riflette

                    ala di tordo

                    fumo di accampamenti

la marcia di piedi rabbiosi che

                    rimestano increspature

Qui una betulla si piega

                    nel chiarore     

il cervo beve

il pesce salta alle mosche

Nutriti dal gelido torrente di montagna

                    nevi invernali

ragazzini nuotano come trote

                    guerrieri pagaiano su canoe

donne puliscono viscere di pesce

                    per un pasto caldo

e un generale immerge piedi esausti

Lago di montagna

                    occhio di questi boschi

riflette

                    ala d’aquila

appollaiata su un pino

                    un’alta torre

di sorveglianza

Lago di montagna

                    presto

rifletterà

                    macchie di sangue

                    i sogni spezzati di un giovane soldato

                    lo sguardo sperduto di un vecchio

riflette

                    la corona di un re assente

Lago

                    prisma del domani

                    frammenti di storia

                    che si torcono al sole

Tekonwatonti / Molly Brant di Maurice Kenny

 

In teoria e in pratica | Francesca Serragnoli

Le risposte di Francesca Serragnoli all’inchiesta sulla poesia contemporanea a cura di Raggi γ.

1) Un libro di poesia, prima di essere un’opera compiuta, è un progetto in costruzione, in movimento. Va incontro a fasi creative diverse e a momenti del processo editoriale che influiscono o possono influire sul percorso di realizzazione dell’intera opera. 

Qual è stata la tua esperienza in questi termini? Come lavori sulla forma e come sulla costruzione? Chi sono i tuoi maestri da questo punto di vista? Il tuo approccio è cambiato (pensi cambierà) nel tempo? Se dovessi dare dei consigli sulla costruzione interna di un’opera, cosa consiglieresti?

Chiesi la stessa cosa a Mario Luzi quando, dopo 13 anni circa di scrittura, ero indecisa sul senso e la costruzione di un libro (l’ordine etc), la bontà delle mie poesie, l’indecisione sul se andare avanti o smettere. Rispose: un libro di poesie è finito quando tutte le foglie sono cadute. Nessuno può dirti se continuare a scrivere o smettere: puoi smettere di vedere la realtà così come la vedi?
Queste le indicazioni generali che condivido. Ognuno ha una sua personale costruzione. Io, in ogni caso, non do molta importanza alla struttura, non è una narrazione. Salvo non sia un poema come Iliade o Divina Commedia etc. Ma il discorso è impossibile da sintetizzare perché ogni caso ha tempi e modi propri e rinnova, per fortuna, l’impossibilità di parlare di poesia senza la poesia. Cioè esistono solo esempi.

2) Il senso comune tende a vedere nella poesia il genere per eccellenza dell’espressione del sé, della realtà biografica di un io. Credi si possa parlare (o abbia senso parlare), invece, di finzione poetica? Quale ruolo ricopre l’invenzione nella tua scrittura?

Non saprei rispondere perché non mi sono mai posta il problema. Anche qualora dovessi scrivere un poema allegorico, quindi fiction come la Divina Commedia, il problema rimarrebbe sempre vincolato al vero, cioè al rapporto fra la fiction e la realtà (interiore etc). Non credo di avere questa vocazione, non sono mai riuscita a scrivere neppure una fiaba. L’allegoria è un viaggio serio e per intraprenderlo, davvero, occorre, come direbbe Cristina Campo, l’eroe di fiaba.
In ogni caso, nella mia poesia, ho sempre bisogno di un fatto reale, anche piccolissimo.

3) Volendo parlare dei gradi di formazione della tua scrittura: come hai iniziato il tuo percorso di formazione poetica e cosa ha contribuito allo sviluppo della tua voce? Considereresti, a distanza di tempo, (o consideri) il tuo esordio la prima vera presa di parola come autorə? Se sì, in che termini? Pensi che il rapporto con l’esterno, con il pubblico o la “bolla” abbia mai influito sulla tua scrittura? Quanto l’effetto sul pubblico influenza il tuo processo creativo?

Il problema del pubblico e dell’auto affermazione, nel mondo della poesia, è purtroppo un problema drammatico, come se il destino coincidesse con la visibilità del destino.
Il pubblico della poesia non esiste. È fittizio quello dei social e quello dei festival. Ognuno scrive da solo e risponde non al pubblico ma semmai a una vocazione o alla sua coscienza rispetto alla sua vita e al suo talento. L’esito del fare quello per cui si è nati: non si ruba il posto a nessuno, nessuno te lo ruba, si ha come esito gioia e pace interiori come tutti quelli che hanno lavorato e dato se stessi. Il lavoro della poesia è un dare, non un ricevere. Inoltre, il lettore non è il pubblico, ma una persona alla quale capiterà magari per puro miracolo di leggere un testo scritto da te o da me e mai ne verrai a conoscenza. Il riscontro vero della poesia è privato e personale. La cartina al tornasole: la gratitudine. L’unico pubblico è poi solo il maestro che ti riconosce e ti chiama per nome.

4) Cosa pensi delle modalità delle presentazioni di poesia contemporanea e cosa cambieresti?

Non farei degli eventi, ma solo degli incontri. Manterrei il livello artigianale, gli spazi piccoli e raccolti, cioè difenderei il contarsi sulla punta di una mano, la presenza, l’accoglienza di ogni singolarità. Ringrazio che, nelle presentazioni di poesia, questo è ancora possibile e permette di conoscersi e di ascoltare e non di essere ascoltati, di stare sullo stesso piano e di mangiare insieme. Spero sempre che questo livello possa continuare. Terribile la poesia pronunciata da un palco tipo Sanremo, senza la possibilità di stringere la mano o incontrare gli occhi di chi si è commosso (anche questo è un dono enorme). La poesia è un servizio (non al proprio ego). Perché venga bene un incontro ci devono essere almeno 3-4 persone che desiderano incontrarsi e che siano felici di farlo.

Un altro nuovo mondo

Racconto di Roberto Pedotti.

Informe, senza nome, con tutti i nomi. 

«Agid Böhm, Germania. Luogo di nascita: Magdeburgo. Quindici anni di servizio. Dipartimento: astrofisica teorica. Famiglia: assente. Sei stato scelto per il quindicesimo lancio. Congratulazioni». Lo sguardo del rettore gli fa capire quanto sia importante per lui quest’ultima nomina.

L’anno è irrilevante, ma non lontano. L’umanità, sopravvissuta a ogni suo tentativo di uccidersi da sola, vede per la prima volta dall’Osservatorio di Greenwich qualcosa di ben strano: sette punti nel cielo, quasi contemporaneamente, brillano intensamente di una luce azzurrina, per poi dileguarsi nel firmamento. La squadra di astronomi che assiste all’evento la chiama convergenza, la definisce come una coincidenza, tra le infinite casualità dello spazio infinito. 

Ma il giorno dopo, altre ventiquattro stelle scompaiono. 

«Heat death», e mentre lo dice non gli sembra che esca alcun suono dalla bocca. Immagina invece di aver creato una bolla, ripiena di parole e significati: in tedesco quel termine ne ha così tanti

«Ma che bel bambino, come si chiama?»

«Agid. Agid, dài, di’ ciao alla signora».

Suo padre lo spinge in avanti dolcemente, gli strofina la nuca per rassicurarlo, ma Agid si mette le mani davanti alla bocca e corre a nascondersi dietro le sue gambe imponenti, grandi come la più grande quercia del mondo. Anni dopo, al liceo studia di Yggdrasil, l’albero mitico che tiene il mondo intero, e pensa alle gambe del padre, impiantate salde per terra. 

Kauer Böhm è sdraiato su un letto di ospedale. Non vede più – dice la dottoressa –, il tumore gli ha preso gli occhi. Papà sta morendo fra mura ingiallite. Papà che quando aveva avuto la varicella gli aveva regalato una piccola mappa del sistema solare ed era stato con lui tutto il tempo a raccontargli dei curiosi altri nuovi mondi che aspettavano dall’altra parte di esser scoperti. Papà che aveva sorriso sentendogli dire per la prima volta che voleva studiare le stelle, papà.

Agid pensa a Yggdrasil e alle sue gambe che non riesce più a vedere, fra le coperte pesanti, mentre gli carezza la barba incolta. Nella sua mente, là sotto le radici corrono a impiantarsi nelle fondamenta dell’ospedale e più in fondo ancora, fino ad arrivare al nocciolo della terra. 

Nocciolo. Nüss. Hasselnüss. Nocciola. Ed eccola davanti ai suoi occhi in mezzo alle figure informi, dove tutto cambia, il guscio scuro e lucido che riflette la luce (che luce? Da dove arriva questa luce?) E sembra, no, è la stessa che aveva gettato nel fiume con lei la notte che era partita. 

Il tonfo quando cade in acqua sembra coprire tutti gli altri rumori del bosco. Anche lei lo avverte, si guardano e senza capire perché ridono. 

Ha le labbra strette e le iridi verdi costellate di satelliti castani, che si illuminano di luce propria mentre gli parla di microbi e tardigradi e ambergris. Lui la guarda come se fosse un miracolo. Per un attimo non gli interessa nulla dello spazio, delle stringhe, delle stelle di neutrini, rivede l’enormità del tutto nella sua pelle liscia e scura e preferisce gettarsi in lei che in una navicella verso il vuoto, che in quel momento gli appare freddo, freddissimo. 

Quando si rivestono le chiede se è sicura di partire, spera non confessandolo in un suo ripensamento, ma lei risponde che è deciso, che ha già comprato il biglietto e che la sua vita la attende là, lontano, che oltreoceano ci sono cure sperimentali nuove, e che anche non fosse, ci sono tante piccole bellezze che deve ancora scoprire. Che vuole ancora scoprire.

Rialzandosi, ansima, ma non smette per un attimo di fissare Agid, come se stesse forzando il suo cervello a fotografare le sue borse sotto gli occhi, i lineamenti scavati e le cicatrici dell’acne, tutti i dettagli che lo rendono una persona, e non un’idea. Gli dice che è meglio così per entrambi, che se restasse lui non si dedicherebbe al suo obiettivo, toccare le stelle con mano. Racconta una storia che suona falsa ad entrambi, su come sia meglio andarsene quando c’è ancora amore. Gli carezza la guancia, gli lancia un’ultima occhiata, coi suoi occhi profondi e vasti, lo spazio fra due corpi celesti, lo stesso che lui sente sta per crearsi fra loro due .

 «Promettimi di dirmi cosa c’è al centro di tutto quando ci sarai arrivato».

Heat Death. 

E la nocciola si apre e al suo centro danza una fiamma ardente, ma più Agid la fissa, più tremola incerta. 

È su tutti gli schermi, su tutti i giornali. Heat death, la fine del ciclo del nostro universo, una serie di reazioni a catena che partono dalle sue estremità per arrivare al suo centro, nell’occhio. Ogni sole innesca una supernova, ingloba i pianeti circostanti per poi scomparire dalla mappa. In meno di venti giorni, quattrocentoventi sistemi solari vengono osservati estinguersi. 

Ma si calcolava che mancassero milioni di anni.

I calcoli erano sbagliati.

Tempo stimato perché succeda al sistema Helios: meno di due anni.

Possibilità di impedirlo:

Nessuna. 

La fiammella muore. Intorno tutto si fa buio, ma Agid lo sente muoversi ancora. Come scosse telluriche, sente che non ha ancora finito di vivere. Scalcia, ma manca poco, manca poco. 

Qualche ricco e potente crea delle capsule fatte per resistere al vuoto siderale, iper-reattive e dotate di ogni comfort. Dittatori, CEO e presidenti vengono avvistati catapultarsi oltre l’atmosfera senza alcun preavviso, puntini che veloci scompaiono e tornano al niente.

Ma il mondo non cade in preda al caos. Nelle città e nei paesi la gente si riunisce. Canta, gioca, ride, fa l’amore, si abbraccia. Questa volta tutti sanno che non c’è fuga, che il più forte farà la stessa fine del più debole, e si ama di più.

Accademie, istituzioni, governi si stringono in un ultimo interrogativo: le più grandi menti del pianeta si trovano per la prima volta nella storia a concordare sul fatto che prima della fine è necessario sapere cosa ci sia nell’Occhio dell’Universo, nel suo centro rovente. Lo chiamano Dio, il Tutto, il Nucleo Quantico delle possibilità, l’Uovo, ma il nome non importa più. I lavori per creare i veicoli da scagliare nel vuoto procedono veloci, velocissimi, perché chi lavora vuole aiutare a trovare l’ultima risposta e sacrifica tutto con mani sporche e felici.

Agid è fra i primi a iscriversi al programma, supera tutti gli esami con il massimo dei voti, pensando a suo padre e a lei, pensando che deve a loro ogni cosa, e non si risparmia.

«Agid Böhm, Germania. Luogo di nascita: Magdeburgo. Quindici anni di servizio. Dipartimento: astrofisica teorica. Famiglia: assente. 

«Sei stato scelto per il quindicesimo lancio».

Agid sta cadendo ma non esiste un terreno su cui atterrare. Sente il clamore dei balli sulla Terra e l’utero di sua madre morta durante il parto. Agid cade e continua a cadere, senza appigli

Salendo sulla rampa di lancio, vede Mark correre verso di lui. Incurante delle norme di sicurezza, strattona le guardie e il pubblico per avvicinarsi. 

«È morta, Agid. Erano anni che il cuore giocava a dadi con lei. Mi ha chiesto di ricordarti della promessa». E il cuore di Agid ora gioca a dadi con lui, si inabissa, ma non cambia rotta. I passi dentro la scatola in titanio e speranza non sono meno decisi. 

Quando si stacca da terra, la navicella è un pennello leggero, e traccia fra le nuvole i suoi occhi. 

I piedi di Agid, astrofisico e astronauta, non toccano terra, ma non sente più di stare precipitando. Le contrazioni intorno a lui si sono fatte più lente. Attorno, sagome aliene si mischiano a immagini familiari. Un letto di ospedale, una nocciola, un libro di mitologia nordica. 

È a metà strada, a migliaia di anni luce da casa, che una voce elettronica lo avverte:

«Attenzione. La massa di Helios ha superato il limite critico di stabilità. Collasso imminente».

Non la vede, Agid, la fine di tutto quel che ha conosciuto. Non riesce nemmeno a immaginare il sole, che in un agosto lontano brillava mentre lui correva con uno shuttle giocattolo in mano, rinchiudersi nella grandezza di una nocciola e poi esplodere in una luce bluastra, catturando nel suo abbraccio il golfo di Palermo, le montagne dell’Oklahoma, i boschi di Magdeburgo.

Mentre il computer urla, lui torna alle gambe del padre e agli occhi di lei, a Yggdrasil, le cui radici salde non possono cedere nemmeno davanti all’esplosione del sole.

E continua verso la meta. 

Tutto tace.

Agid si sorprende a udire il suo respiro all’interno del casco. Nel silenzio cosmico, suona come quello di un gigante risvegliatosi da un sonno lungo millenni. Lo trattiene per qualche secondo ma appena si accorge quanto sia spaventoso non avvertire niente, comincia a respirare angosciosamente. 

Agid iperventila, cade nel panico, si contorce al posto dell’Universo, forse credendo di starlo salvando, di starlo invitando a ballare con lui, a scuoterlo, a reagire. Ma l’universo è silente.

La navicella passa attraverso la polvere di sistemi consumati. Dallo schermo il pilota vede nastri di luce carezzare le pareti del vascello, avvista forme tetradimensionali fissarlo curiose, lingue di tenebra che si accoppiano con batteri impossibilmente enormi, meraviglie e terrori che non riesce a descrivere e che gli bucano la testa se tenta di concentrarsi. Tutti lo lasciano andare, e lui si racconta sia perché anche loro capiscono dove sta andando, si convince lo stiano incitando verso la meta, gli stiano dicendo che manca poco, ancora poco, scimmia col casco, sei quasi arrivata. 

E Agid, ultimo pilota, ultimo essere umano, scorge l’Occhio dell’Universo, distante e allo stesso tempo vicinissimo: è un buco rigonfio, solcato da fulmini solidi che si imprimono e si spezzano in altri multicolore, è un cerchio perfetto senza geometria, un punto minuscolo che avvolge l’orizzonte, un trucco ottico che rimane dopo averlo lasciato, porte del Paradiso e voragine infernale. 

Si dimena, Agid, primate di cromosoma XY, sente di non essere più del tutto vivo. 

È a quel punto che la nave si incrina. Le pareti si piegano, cambiano di materia, decadono, diventano di legno, poi di pietra, poi di leghe sconosciute e irreali, di colori nuovi ed estranei che si sfaldano e si ricompongono, e Agid avverte le ossa scricchiolare e gli occhi cuocere dentro le orbite, il cervello congelarsi, contrarsi ed espandersi toccando il cranio.

Agid sa di stare morendo, ma spinge i propulsori, la tuta, le gambe, la mente, spinge ogni cosa mentre perde il controllo lanciandosi verso l’orizzonte degli eventi e solo quando sa di essere oltre si abbandona alla presa dell’Occhio.

Agid si schianta contro il cielo. 

*

C’è della terra sotto il suo palmo. È umida e calda, e fili di erba dondolano in mezzo alle sue dita. 

Si alza, confuso. Ricorda di esser caduto e di aver volato, ricorda di essere morto. Si rende conto di esserlo in parte. 

L’odore di legno vecchio come il mondo invade le sue narici, e senza pensare al come, capisce dove si trova: sono i boschi attorno a Magdeburgo. Querce e faggi e salici piangenti lo accolgono a casa. Agid si toglie il casco, inspira. L’ossigeno non riciclato gli fa salire le lacrime agli occhi, ed è solo quando con il dorso del guanto le scosta che le vede tutto intorno a lui.

Fra i tronchi aleggiano migliaia di luci minuscole, ciascuna non più grossa di un granello di sabbia. Vorticano senza peso e si condensano in galassie delle dimensioni del suo volto.

«Sono meravigliose», e la sua voce ora echeggia fra gli alberi e non fa più paura. 

Corre Agid entusiasta a esplorare la mappa del cosmo, senza metodo e con un bisogno infantile, piange e le gocce si impigliano fra la polvere di stelle, e così non si rende conto che ai lati della foresta il bagliore si sta spegnendo, prima lentamente, poi senza pietà. 

Quando se ne accorge, impazzisce. Corre furioso a vedere le luci, tutte le luci, bestemmia e sa che il tempo è già scaduto.

Le afferra con più cura che può, le tiene accanto ai suoi occhi, ma ogni fiocco che gli muore davanti è minuto e splendido e terribile, troppo intricato perché possa capirlo in una vita che non ha già più. Le parti di un telaio impossibile si sgretolano in polvere fra i polpastrelli.

Agid Böhm, tedesco, nato a Magdeburgo, quindici anni di servizio, del dipartimento astrofisica teorica, ultima persona in vita, capisce meno adesso di quando era partito. Si mette le mani davanti alla bocca, ma non ha gambe imponenti dietro cui nascondersi. Sotto il terreno le radici di Yggdrasil, vecchie, stanche, hanno lasciato la presa. Rivede suo padre entrare in camera, in piena notte, per sedersi al lato del letto e sussurrargli che è tardi, che c’è tempo domani per leggere di tutte le stelle distanti, di spegnere la luce ora. Chiede a entrambi altro tempo, ancora un attimo, per favore.

Ma la foresta non ha orecchie per ascoltare, e resta una fiamma solitaria accanto al fiume. Oltre, non c’è più nulla.

Così, Agid si appoggia al tronco che sa esser lo stesso vicino al quale con lei aveva fatto l’amore, e si accascia. 

Nel momento in cui l’ultimo tizzone si spegne, chiude gli occhi, e quasi gli sembra di sentire qualcuno accanto, col viso poggiato sull’incavo della spalla. 

Un fascio di nervi brilla in un’ultima striscia di messaggi, simile al calore di una carezza alla guancia, a una mano strofinata sulla nuca. Un rumore di foglie toccate dal vento attraversa le tenebre.

E una costellazione di immagini implode ai margini del cervello. Le illustrazioni di un libro mutano nelle radici di un albero nascoste da lenzuola d’ospedale. Labbra strette in un sorriso triste si affiancano a satelliti castani trasformati in cenere. Le dita di un bambino mentre tentano di afferrare il cielo dipinto sul soffitto di camera sua.

Agid tende qualcosa, le ultime sinapsi che restano gli suggeriscono “mano”, anche se mani non ne ha più, prova a raggiungerlo ancora una volta.

Poi la lascia andare.

Agid non aprirà mai più gli occhi, eppure vede chiaramente la nocciola sul fondo del fiume,

il seme del prossimo Yggdrasil.

Agid vede.

Lo vede.

Un altro nuovo mondo, sbocciato nel solco del vecchio.


Roberto Pedotti è insegnante, traduttore e giornalista. Scrive poesie e racconti, e cerca di trovare le poche giuste parole con cui esprimersi (spesso fallendo). Adora le incomprensioni e gli anagrammi, e infatti online lo si trova come @orbiteprodotte.