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La Cruz del Sur. Poesia argentina contemporanea / 1 : Laura Wittner

Foto di copertina: Juana Gimeno. Per gentile concessione di Malba Puertos

Introduzione e traduzioni a cura di Camilla Marchisotti

Treni, aeroporti, automobili, addirittura seggiovie: sin dall’esordio El pasillo del tren (1996), acerbo come tutte le prove giovanili ma già emblematico di quello che verrà, le poesie di Laura Wittner (Buenos Aires, 1967) sono costantemente attraversate da vari mezzi di trasporto, che a loro volta servono ad attraversare o trasgredire numerosi confini: geografici, linguistici, mentali. Paradossalmente, però, proprio a partire da questo movimento incessante, dallo «sguardo dal treno in movimento» che profeticamente annuncia una costante della scrittura anche futura, i testi di Wittner si caratterizzano per una fortissima ansia di posizionarsi. Si tratta di un soggetto che vuole stare, che vuole osservare (ma anche: sentire, ascoltare, annusare, toccare…), in una fenomenologia della percezione che non può prescindere, dunque, dal corpo. Alcuni spazi, questo soggetto-corpo, li frequenta più di altri; primo tra tutti quello urbano, la città di Buenos Aires, che funge però da specola, osservatorio da cui relazionarsi, oltre che con l’umano, con l’animale e il vegetale. Dalle finestre, dalle terrazze e dai balconi, il soggetto-corpo tende verso, per conoscersi e conoscere. Si tratta, tuttavia, di un tipo di conoscenza intrinsecamente mobile, che va costantemente ricalibrata, rinegoziata, ricomposta, riguadagnata per poi essere, un attimo dopo, perduta. Infatti, siccome sta nelle cose e non le precede, essa è per sua natura cangiante come, per esempio, i fenomeni e i dati atmosferici per cui Wittner nutre una vera e propria ossessione (si pensi alla pioggia, a cui dedica un intero libro, Lluvias, del 2009, ma anche alle infinite annotazioni sul freddo, il caldo, l’umido, il passaggio delle stagioni, il tono della luce). L’azione del conoscere, del comprendere (se di azioni si può parlare, perché si ha spesso l’impressione che il soggetto, da questa comprensione, venga agito) si configura quindi come fugace (e proprio fugaz è un aggettivo ricorrente); il suo contenuto è incompleto, basato sull’intuito e declinato montalianamente in occasioni (proprio Montale viene citato in esergo alla serie che apre Balbuceos en una misma dirección, 2011).

Più ancora che a Montale, però, posizionandoci da questo lato dell’oceano e facendo l’utile esercizio di immaginare le risonanze che potrebbe avere la poesia di Wittner nello spazio letterario italiano, il tipo di operazioni e di attitudini che la caratterizzano fanno venire alla mente quel ‘balcone del corpo’ da cui procede una voce ormai centrale nella mappa della nostra poesia italiana contemporanea, e cioè Antonella Anedda. Le somiglianze tra le due autrici sono tanto più sorprendenti se si pensa che Wittner non conosce Anedda. Altri autori e autrici della nostra letteratura, invece, esercitano su di lei un’influenza diretta, che deriva cioè dalla frequentazione, e che a volte sfocia addirittura nella citazione (si pensi al primo verso di “Placeres nocturnos”, dichiaratamente preso in prestito a Pavese). Wittner, infatti, oltre a essere poeta, è traduttrice: principalmente dall’inglese, ma, più sporadicamente, anche dall’italiano, lingua che parla e legge. Così, oltre ad Anedda, se è vero che il corpo è, in Wittner, anche il corpo del ritmo, qualcosa nella sua ossessione per la metrica (che si traduce, anche tematicamente, nella mania per l’atto del sillabare), e soprattutto nel frequente e quasi involontario inciampare sull’endecasillabo, rende inevitabile il confronto con Patrizia Cavalli (poeta, invece, letta e amata). Vicini a Cavalli sono anche un tono che si fa volentieri ironico e un registro che si diverte a virare verso il colloquiale, il conversazionale, il confidenziale. E ancora, prendendo come punto di partenza il dato biografico della maternità (che almeno da La tomadora de café, 2005, diventa anche poeticamente rilevante), succede alla poesia di Wittner qualche cosa di simile a ciò che raccontava Natalia Ginzburg (altra lettura dichiarata). «Adesso non desideravo più tanto di scrivere come un uomo», scrive Ginzburg in “Il mio mestiere” (Le piccole virtù, 1962), «perché avevo avuto i bambini, e mi pareva di sapere tante cose sul sugo di pomodoro e anche se non lo mettevo nel racconto pure serviva al mio mestiere che io le sapessi: in un modo misterioso e remoto anche questo serviva al mio mestiere». Anche in questo caso, l’esperienza della maternità non costituisce un intralcio alla scrittura; al contrario, essa pare rafforzarne e allargarne temi e strumenti. Infatti, la conoscenza a cui si accennava prima, oltre a essere fugace e incompleta, è anche sempre sessuata, cioé femminile e materna. Ciò ha delle importanti conseguenze tanto sul già citato rovello dello spazio (la rivalutazione del domestico, del materiale, dell’ordinario, del basso), quanto sul tempo, in una preoccupazione che diventa generazionale e che, come emblematicamente accade in “Por qué las mujeres nos quemamos con el horno”, si dispiega cronologicamente nel lignaggio nonna-madre-figlia. Così, lungo il corso della vita e dei libri, anche figlie e figli (prima neonati, e poi via via bambini, adolescenti, adulti…) si affermano come personaggi ricorrenti nella poesia di Wittner, si staccano dalla mera realtà biografica per divenire quasi delle funzioni: corpi nati dal corpo che li ha partoriti, di cui si deve avere cura e che, a loro volta, ci curano (in un equilibrio che non sempre è facile trovare). 

*

Laura Wittner è nata a Buenos Aires nel 1967. Oltre a essere poeta, traduce dall’inglese e, più sporadicamente, dall’italiano. Organizza workshop di scrittura creativa e traduzione, è autrice di numerosi libri per ragazzi. Nel 2021, ha pubblicato un saggio sulla sua attività traduttiva intitolato Se vive y se traduce; è invece del 2025 l’autobiografico Diario de menopausia. È autrice dei seguenti libri di poesia: El pasillo del tren (1996), Los cosacos (1998), Las últimas mudanzas (2001), La tomadora de café (2005), Lluvias (2009), Balbuceos en una misma dirección (2011), La altura (2016), in seguito riuniti nell’antologia Lugares donde una no está (2017), in cui sono comprese anche alcune sue traduzioni e testi di occasione in prosa. Nel 2020 è uscito il suo ultimo libro di poesia, Traducción de la ruta. Suoi libri sono stati tradotti in varie lingue, tra cui il portoghese, il tedesco, il coreano, l’inglese. 


Lugares donde una no está (Poemas 1996-2016), Gog y Magog, 2017

da El pasillo del tren (1996)
Un ultimo sguardo dal treno in movimento

Un ultimo sguardo dal treno in movimento
vorrebbe essere uno sguardo speciale
ma è come tutti, questo spazio che occupiamo
adesso, vuoto di noi,
inizia il movimento di retrocessione
di ripiegamento nella memoria
per, allo stesso tempo, disturbare
segnalando che
continuerà ad esistere,
altri abitanti lo percorreranno
come qualcuno che abbiamo amato
e il paesaggio andrà modificandosi,
il ricordo, allora, sempre più inesatto
non per usura
ma perché l’originale cambierà.
Le ultime cose che vedi
saranno anche le prime che vedrai
tornando
(you are leaving Las Pirquitas we are already missing you).
Eppure, abbiamo sempre vissuto in questa città
e quando la domenica passiamo accanto a barche arenate
e ponti arrugginiti
e scendendo dall’auto vediamo che il fiume
è una cosa nera, spessa,
che distilla bolle tra le macchie chiare
come sputi che si espandono
(“si è formato sopra l’acqua uno strato anaerobico
dove impensabili creature
si sviluppano ed esistono senza ossigeno”)
allora non c’è dolore per il luogo lontano
né gesti significativi nell’ultimo sguardo
sarebbe inutile: non ci sono limiti
per entrare o uscire.

Una mirada de adiós desde el tren en marcha

Una mirada de adiós desde el tren en marcha
querría ser una mirada especial
y es como todas, este lugar que ocupamos
ahora, vacío de nosotros,
inicia el movimiento de retroceso
de replegarse en la memoria
para al mismo tiempo molestar
dando la señal de que
seguirá existiendo,
otros habitantes lo recorrerán
como a alguien que quisimos
y el paisaje se irá modificando,
el recuerdo entonces cada vez más inexacto
no por desgaste
sino porque el original va a cambiar.
Lo último que veas
será también lo primero que veas
cuando regreses
(you are leaving Las Pirquitas we are already missing you).
Por otra parte siempre hemos vivido en esta ciudad
y cuando un domingo pasamos junto a barcos varados
y puentes color óxido
y al bajar del auto vemos que el río
es algo negro, espeso,
destilando burbujas entre manchas claras
como salivazos en expansión
(“se ha formado sobre el agua una capa anaeróbica
donde criaturas impensables
se desarrollan y existen sin oxígeno”)
entonces no hay pena por el lugar lejano
ni gestos significativos en la última mirada
sería inútil si no hay límites
para entrar o salir.

da La tomadora de café (2005)
Un po’ verde, verde, molto verde

Febbraio

Quando piove, il reggae è tutta un’altra cosa.
Il giornale di domenica diviso per sezioni,
le piante che orgogliose accettano l’acqua fredda dell’estate,
il caffè, il pane, i tovaglioli di carta, la zuccheriera,
le terrazze che vanno e vengono tra lo spesso spray.

Giugno

Il vento cittadino spinge e smette – ha i suoi dubbi.
Tutto il balcone è all’ombra e carico di umidità,
liscio come una vecchia macchia di tè, insistente e calcareo.
Le foglie del ficus ballano: ma è un triste gioco
e accanto, rossi, anche i fiori impazienza
si assordano al vento.
Sembra che controvoglia allunghino la testa.

Agosto

Dopo la pioggia, colombe fradicie
atterranno sulla ringhera del balcone.
Due provano a corteggiarsi, si corteggiano.
Le altre le rifiutano: como può essere…?
Ma subito i loro sguardi fulminanti, senza elasticità,
cambiano direzione. Con loro se ne vanno
anche i neri – funesti – pensieri.

Settembre

Sono caduti i primi kumquat. Avrei voluto
avere un angolo dove bruciarli, guardarli, aspettare
che questa stessa quiete acidula e aranciata
ardesse nel carbone, intima ma invadente.
Invece ci sono due frutti rotondi
posati in silenzio per terra.

Ottobre

Tutto si affretta a crescere e fiorire.
Le piante serie finalmente si impongono sulle erbacce
e ognuna inventa le germinazioni più inattese.
Era tutto qui, carnalità? Vegetazione che straborda
forma lacci, circonda la casa e soddisfa
le sue più selvagge, verdi fantasie?

Novembre

La sera di domenica mi trova a trasportare un cesto
che mia madre ha riempito di piantine fatte in casa.
Alla luce artificiale il campionario silvestre apre gli occhi
(o le bocche) sul nuovo ambiente, cinque piani più in alto,
meno esposto al sole, più ventoso, meno circolare.
Il mio è decisamente un gesto da Cappuccetto:
trasportare un cesto al tempo in cui ogni scambio
sembrerebbe stabilirsi botanicamente.

Dicembre

Guardo le piante di notte, le chiamo per nome,
non so se reagiscono. Conoscerle è un esercizio
che mi terrebbe sveglia per la strada, se trasportassi
carichi notturni da una città ad un’altra.
Parole strane, ovvie, infallibili,
dai fioriti etimi che io sillaberei, insonne.

Un poco verde, verde, muy verde

Febrero

En día de lluvia, escuchar reggae es otra cosa.
El diario del domingo separado por secciones,
las plantas aceptando con orgullo el agua fría de verano,
el café, el pan, las servilletas de papel, la azucarera,
las terrazas que se van y vuelven de entre el espeso spray.

Junio

El viento urbano empuja y para -tiene sus dudas.
Todo el balcón está en sombras y embebido en humedad,
terso cómo una vieja mancha de té, insistente y calcáreo.
Las hojas del ficus bailan: pero es triste su juego
y al lado, rojas, las flores impaciencia
también se ensordecen con el viento.
Parece que a disgusto estiraran la cabeza.

Agosto

Tras las lluvias, palomas empapadas
aterrizan en la baranda del balcón.
Hay dos que intentan cortejarse, se cortejan.
El resto las repudia: ¿Cómo puede ser…?
Pero enseguida sus miradas fulminantes, sin elasticidad,
cambian de dirección. Con ellas van también
los negros -funestos- pensamientos.

Septembre

Cayeron los primeros kinotos. Habría querido
tener un rincón donde quemarlos, mirarlos, esperar
que esta misma quietud traspasada de ácido y naranja
ardiera en el carbón, íntima pero invasiva.
En cambio hay dos frutos redondos
en silencio posados en la tierra.

Octubre

Todo se apura a crecer y dar flor.
Las plantas serias por fin se imponen a los yuyos
y cada cual inventa las más sorpresivas brotaciones.
¿Esto era todo, carnalidad? ¿Vegetación que desborda,
forma lazos, rodea la casa y satisface
sus más salvajes, verdes fantasías?

Νoviembre

La noche de domingo me encuentra cargando una canasta
que mi madre llenó de plantines caseros.
Bajo la luz artificial el muestrario silvestre abre los ojos
(o las bocas) a su nuevo entorno, cinco pisos más alto,
con menos sol directo, más ventoso, menos circular.
Mi acción es netamente la de Caperucita:
llevar una canasta en tiempos en que todo intercambio
parece haberse instalado en el nivel botánico.

Diciembre

Miro las plantas de noche, las llamo por su nombre,
no sé si reaccionan. Conocerlas es un ejercicio
que me mantendría despierta en ruta, si llevara
cargas nocturnas de una ciudad a otra.
Palabras raras, obvias, indefectibles,
de floridos orígenes que yo deletrearía, insomne.

*

Altra città

Quando alzo lo sguardo vedo neve,
neve che brilla dal televisore.
Come sempre, luccicano sulla mappa
i luoghi dove una non è.
Certo mi mancherebbe il mercato dei fiori
e svegliarmi in questo piano ottavo
che si apre e sfida il vento.
La verità è che c’è stato un solo giorno di neve
e che esiste una seconda possibile versione
per le cose conosciute.
Le valigie sono fatte da sempre
e in più stanno sul divano
in posizione di attesa.
Questo momento dura, si mantiene,
è una maniera di stare:
essere a punto di venire abbandonato.
Il pozzo nero delle valigie pronte,
rovescio dell’atterraggio:
il desiderio umano per l’incompleto
che si riflette, dicono,
nella predilezione per il piccolo,
il breve, il frammento.

Otra ciudad

Cuando levanto la vista veo nieve,
nieve refulgiendo desde el televisor.
Como siempre, titilan sobre el mapa
los lugares donde una no está.
Seguro extrañaría el mercado de flores
y despertar en este piso octavo
que se abre desafiando al viento.
La verdad es que hubo un solo día de nieve
y que hay una posible segunda versión
para las cosas conocidas.
Las valijas están hechas desde siempre
y además están sobre el sofá
en posición de espera.
Ese momento dura, se sostiene,
es una manera de estar:
estar a punto de ser abandonado.
El pozo negro de las valijas hechas,
reverso del desembarco:
el deseo humano por lo incompleto,
que se refleja, dicen,
en la predilección por lo pequeño,
lo breve, el fragmento.

da Lluvias (2009)
Questa sera pioverà

L’hanno detto alla tele;
lo dice il cielo che evidentemente
già si prepara però senza fretta:
formula nuvole mollicce
sempre più opache
e sempre più signore e padrone:
lievitano, provano a fare del cielo un tetto,
esalano un profumo promettente
che trasforma il tono molecolare dell’aria.
L’hanno pubblicato sul giornale
con il disegno della nube grigia
attraversata dal fulmine;
non resta che aspettare, dissimulando,
come se la certezza della pioggia
non ricadesse sulle nostre azioni
completamente rinnovandone il carattere.

A la noche va a llover

Lo dijeron en la tele;
lo dice el cielo que evidentemente
se va preparando pero sin apuro:
formula nubes blanduzcas
cada vez más opacas
y cada vez más dueñas y señoras:
levan, intentan hacer del cielo un techo,
exhalan ese perfume promisorio
transformador del tono molecular del aire.
Lo publicaron en el diario
con el dibujo de la nube gris
atravesada por el rayo;
sólo queda esperar, disimulando,
como si la certidumbre de la lluvia
no se volcara sobre nuestros actos
renovando del todo su carácter.

*

Marzo

Salvo il picchiettio
delle gocce sulla tela dell’ombrello
è completo il silenzio.
Nessuno esce da
né entra in queste case,
nessuno si avvale
del suo diritto a andare in auto.
Avanzo nell’incantesimo
con lo sguardo prudentemente basso
e il gesto neutro
che si confà
a un’occasione tanto rara:
essere stata toccata
dalla bacchetta della realtà.

Marzo

Salvo por el alfileteo
de las gotas sobre la tela del paraguas
es completo el silencio.
Nadie sale de
ni entra en estas casas,
nadie hace huso
de su derecho a andar en auto.
Avanzo en el hechizo
con la mirada prudentemente baja
y el gesto neutro
que corresponde
a tan rara ocasión:
haber sido tocada
por la varita de la realidad.

*

Casa nel bosco

Fuori, resti d’acqua
pendono dalle pigne che pendono dai rami.
Varie forme ovali che vorrebbero staccarsi:
tutto si abbassa.
Qui, un silenzio eccelso. Brevi raffiche
di gocce dell’ultimo momento sopra tetti e vetri.
La nuvola, che finisce di esprimersi
e manda sferzate ottimiste.
Uno strano caldo, sovraindotto,
venuto per confonderci stanotte,
ora, con l’allerta delle arance e del caffè,
ci fa quasi esplodere di aspettative.
Coronando attività silenziose,
motori e fluidi che sapranno quel che fanno:
lo fanno, suppongo, per noi.

Casa en el bosque

Afuera, restos de agua
cuelgan de las piñas que cuelgan de las ramas.
Varias formas ovales proponiendo desprenderse:
todo baja.
Acá, un silencio excelente. Ráfagas breves
de gotas de último momento sobre techos y vidrios.
La nube, que termina de exprimirse
y manda optimistas latigazos.
Un calor raro, sobreinducido,
para marearnos por la noche,
ahora, con el alerta de las naranjas y el café,
casi nos hace estallar de expectativas.
Coronando actividades mudas,
motores y fluidos que sabrán lo que hacen:
lo hacen, supongo, por nosotros.

da Balbuceos en una misma dirección (2011)
Il mio lato del dialogo

Va bene; ma quando attraversavamo paesaggio
arido o umido, industriale o bucolico,
sotto cieli turchesi o l’effetto di droghe
la morte e la malattia erano lontane.

E basta, poi; tanta preparazione teorica
per quel che c’è da dire, che non è mai molto.
Due cose: essere gentili gli uni con gli altri;
nel circolo intimo, divertirci, godere.

Perché fugace è tutto.
Succede che nella memoria acquista peso.

Ascolta, non lo reinviare.
Quello che dico, lo sto dicendo solo a te.

Mi lado del diálogo

Está bien; pero cuando atravesabámos paisaje
árido o húmedo, industrial o bucólico,
bajo cielos turquesas o el efecto de drogas
la muerte y la enfermedad estaban lejos.

Basta, además; tanta preparación teórica
para lo que hay que decir, que nunca es mucho.
Dos cosas: ser amables los unos con los otros;
en el círculo íntimo, divertirnos, gozar.

Es que fugaz es todo.
Pasa que cobra peso en la memoria.

Mirá, no lo reenvíes.
Lo que estoy diciendo te lo digo sólo a vos.

*

Perché insistiamo con i viaggi

I pali della recinzione si susseguono
nei limiti che il dito ha disegnato
sulla condensa del vetro: secondi
nella linea del tempo in agguato, trattini
nella linea dello spazio lungo la strada,
trattini secondi trattini, un viaggio
tranquillizza per un po’, facilitando
il procedere congiunto di spazio e tempo.
Che passi il tempo, che passi lo spazio,
che uno passi per il tempo e per lo spazio,
sospirando finalmente:
questo ha
più senso.

Por qué insistímos con los viajes

Los postes del alambrado se suceden
dentro de los límites que el dedo desaguó
en el vaho del vidrio: son segundos
en la acechante línea temporal, guiones
en la línea espacial junto a la ruta,
guiones son segundos son guiones, un viaje
tranquiliza por un rato, propiciando
que avancen juntos el espacio y el tiempo.
Que pase el tiempo, que pase el espacio,
que pase uno por el tiempo y el espacio,
suspirando por fin:
esto tiene
más sentido.

da La altura (2016)
Seggiovia

Galleggia sul silenzio di boscaglia
si accende una sigaretta e sale.
Non esiste oltre a questo cigolio
intermittente, al nauseato dondolio
diretto al cielo. I piedi
in primo piano; non il presente
né il futuro, niente. Solo i piedi
che penzolano, e anche la carrucola
che stride, e il profumo caldo
della boscaglia sotto, e del fumo
che la nasconde e culla nella sua strategia.

Aerosilla

Flota sobre el silencio de maleza
prende un cirgarillito y va subiendo.
No existe más allá de ese chirrido
intermitente, del bamboleo mareado
en dirección al cielo. Los pies
en primer plano; no el presente
ni el futuro, ni nada. Sí los pies
que cuelgan, y también la roldana
que chirría, y el perfume caliente
de la maleza abajo, y el del humo
que la esconde y la acuna en su estrategia.

*

Giocano i ragazzi nella piazza

Più in là, sagome giocano a tennis.
Ancora più lontano c’è il ronzio
che si alza da qualche flusso in transito.
E più lontano il muro
irregolare di edifici cari
di cui a quest’ora solo uno
e solo ai due piani più alti
riceve luce, anche se scialba.
Adesso, guarda che succede:
tra il cerchio dei pini che è il tuo primo piano
qualcuno, un uccello, si mette a cinguettare
al massimo delle sue forze,
con sfida e con maestria:
è breve ciò che emette, ed efficiente.
Se avevi lo sguardo sul libro
spostandolo in alto di colpo comprendi
che cosa magnetizza questi strati sovrapposti
di urbanismo irreale che ti includono.
Come fanno a non crollare
strato per strato, lasciandovi
nel centro della scena nudi.
Ma comprendere è fugace
come il grido dell’uccello.

Los chicos juegan en la plaza

Más atrás siluetas juegan tenis.
Todavía más atrás está el zumbido
que se eleva desde algún fluir de tránsito.
Y más atrás el paredón
irregular de los edificios caros
de los cuales a esta hora sólo uno
y sólo en los dos pisos superiores
retiene luz del sol, bastante aguada.
Ahora, fijate lo que pasa:
de entre la ronda de pinos que son tu primer plano
alguien, un pájaro, rompe a trinar
a todo lo que da,
con desafío y con oficio:
es breve lo que emite, y eficiente.
Si estabas con la vista sobre el libro
al mirar hacia arriba entendés de un tirón
qué es lo que imanta esas capas superpuestas
de urbanismo irreal que te contienen.
Cómo es que no se desmoronan
estrato por estrato dejándolos a ustedes
desnudos en mitad del escenario.
Pero entender fue tan fugaz
como el grito del pájaro.

*

Piaceri notturni

A Clara

Anche noi ci fermiamo a sentire la notte
ognuna dal suo quartiere ma allo stesso tempo.
Qui c’è un cielo grigio slavato
che sa di acqua di fiume o giù di lì.
Non entro in casa; inspiro a fondo,
esprimo un desiderio unico a questo odore.
E allora il desiderio si atomizza,
atomi di desiderio coprono la città:
comincia una pioggerellina piana, discreta,
fatta di costanza, che non si sente
con le finestre chiuse.
Questo è compiersi, più o meno.

*(Titolo e primo verso me li ha prestati Pavese)

Placeres nocturnos

A Clara

También nosotras nos paramos a sentir la noche
cada una en su barrio pero al mismo tiempo.
Acá hay un cielo gris blanqueado
que huele a agua de río o algo así.
No entro a casa; aspiro hondo,
le pido un deseo único a ese olor.
Y entonces el deseo se atomiza,
átomos del deseo cubren la ciudad:
empieza una lluviecita plana, discreta,
hecha de constancia, que no se escucha
con las ventanas cerradas.
Eso es cumplirse, más o menos.

(*Título y primer verso me los prestó Pavese)

*

Il peso

Che mi pesino i capelli. Tanto per cominciare.
Se no non so chi sono, cosa penso.
Come inclinare appena la testa,
come affrontare presbite la luce
se non peso, se non mi pesano i capelli,
e da lì in giù divento attraversabile
già dubito della mia consistenza?
Non c’è verso.
Non si giustifica
la tendenza attuale a togliere volume
perché senza il volume non c’è peso,
non vedete? E cosa siamo?
Leggeri come polli,
con i capelli dritti,
senza àncora, senza memoria,
come dicendo giro qui
o proseguiamo dritto?

El peso

Que me pese el pelo. Eso para empezar.
Si no no sé quién soy, qué cosas pienso.
¿Cómo inclinar un punto la cabeza,
cómo encarar la luz con la presbicia
si no peso, si el pelo no me pesa,
y de ahí para abajo ya me hago traspasable,
ya dudo en consistir?
No hay forma.
No sé justifica
la tendencia actual a sacar el volumen
porque con el volumen se va el peso,
¿no lo ven? ¿Y qué somos?
Livianos como pollos,
con el pelo erizado,
sin ancla, sin memoria,
cómo diciendo ¿doblo acá
o seguimos derecho?

*

Favola dell’alano

Dissi così per dire: come vorrei
avere un grande alano, e per la strada
che figurone che faremmo.
Lui al mio fianco, un fidanzato principesco,
mentre gli parlo spensierata.

Mi fu risposto: che idiozia,
che progetto impossibile.
Chi può permettersi un alano?
È grande, caro, scemo, blablablà.

Chi così si esprime, pensai io,
non fa per te. Non sa capire
i tuoi sproloqui. Abbatte il pugno
sulla fantasia che salva.
Allontanati da lui. E me ne andai.

Fabula del gran danés

Yo dije por decir: me gustaría
tener un gran danés, porque en la calle
que regios quedaríamos.
El a mi lado, un novio principesco,
y yo despreocupada conversándole.

Y se me respondió: qué estupidez,
qué proyecto imposible.
¿Quién puede mantener un gran danés?
Es grande, caro, tonto. Blablablá.

Alguien que así se expresa, pensé yo,
no te conviene. No sabe interpretar
tus devaneos. Baja el puño
sobre la fantasía salvadora.
Aléjate de él. Y me alejé.

*

Perché questa è una poesia

Se c’è qualcosa che davvero mi importa
è appropriarmi dei nomi.
Per questo devo fare pratica
perché i nomi – salvo il proprio –
sono i nomi degli altri.
Metzer Straße
ripeto mentre cammino controvento.
Friedrichstraße. Carsten.
Regolo i muscoli della gola.
Mi affermo sul terreno.

Por qué esto es un poema

Si hay algo que de verdad me importa
es apropiarme de los nombres.
Para eso tengo que practicar
porque los nombres -salvo el propio-
son los nombres de otros.
Metzer Straße
repito mientras camino contra el viento.
Friedrichstraße. Carsten.
Ajusto los músculos de la garganta.
Me afirmo sobre el suelo.

*

Ho fatto brutti sogni ma è stata una notte tranquilla

Dopo il temporale le ragazze starnutiscono
sulla banchina della metro a mezzogiorno
andando ai pranzi di domenica vestite come ieri.
Io faccio come al solito: mi sfrego gli occhi,
penso ai miei figli, penso a te, conto le sillabe.

Tuve sueños feos pero fue una noche plácida

La tormenta trajo chicas que estornudan
en el andén del subte al mediodía
yendo a almuerzos de domingo con la ropa de ayer.
Yo hago lo de siempre: me refriego los ojos,
pienso en mis hijos, pienso en vos, cuento sílabas.

Traducción de la ruta, Gog y Magog, 2020

Perché noi donne ci bruciamo con il forno

Il segnetto rosso ce l’abbiamo tutte.
Qui sulla mano sinistra, con cui scrivo,
c’è anche la mia bruciatura da forno.
Se la guardo fisso, sopra il radio
mi si dispiega in tre:
mi si tridimensiona il polso
e socchiudendo gli occhi si possono vedere
il polso di mia madre, quello di mia nonna
e, con uno scatto in avanti, quello di mia figlia,
punto dalle zanzare, levigato ma già pronto
per il segno della griglia ardente

Por qué las mujeres nos quemamos con el horno

La marquita roja la tenemos todas.
Acá en la mano izquierda, con la que escribo
está también mi quemadura de horno.
Si la miro muy fijo, sobre el radio
se me despliega en tres:
se me tridimensiona la muñeca
y entrecerrando los ojos pueden verse
la muñeca de mi madre, la de mi abuela
y, en un tirón hacia adelante, la de mi hija
picada de mosquitos, pulida y ya dispuesta
a la marca de la rejilla ardiente

*

Perché non deve piovere la domenica sera

Tuona e i miei figli sono nell’altra casa.
Prima un tuono lontano,
poi uno più vicino,
un tuono finalmente rintronante
che rimbomba in ogni stanza vuota
e in questa unica stanza illuminata
dove lavoro a mezzanotte.
Tuona e non ho chi calmare
cosa che per un attimo somiglia
a non avere chi mi calmi. Ma no.
Una madre si ricompone in fretta
anche se i figli sono nell’altra casa.

Por qué no tiene que llover los domingos a la noche

Truena y mis hijos están en su otra casa.
Primero un trueno lejos,
después uno más cerca,
un trueno finalmente atronador
que retumba en cada cuarto vacío
y en este único cuarto iluminado
donde trabajo a medianoche.
Truena y no tengo a quien calmar
lo que por un segundo se parece
a no tener quien me calme. Pero no.
Una madre se recompone pronto
aunque los hijos estén en su otra casa.

*

Ma

Ha semi?
Ha spine?
Quanta paura
fa lo spillo nell’imbastitura?
Fin dove una madre
deve, per i suoi figli, sciogliere
gli ostacoli, le calcificazioni
di incertezza, di freddo, il fastidio
nella mappa, nella scarpa, la piega
del calzino e il timore in generale,
l’ansia unica, privata
e l’altra
che ci avvolge tutti?

Ma

¿Tiene semillas?
¿Tiene espinas?
¿Cuánto miedo
da el alfiler en el hilván?
¿Hasta dónde una madre
debe, para sus hijos, disolver
los obstáculos, las calcificaciones
de incertidumbre, de frío, la molestia
en el mapa, en el zapato, la arruga
de la media y el temor en general,
la ansiedad única, privada
y la otra
que nos envuelve a todos?

La sostanza della relazione. Intervista a Fabio Pusterla

Intervista su “Fiumi, nefrite, vortici” a cura di Lucrezia Fontanelli.

Quando penso a Fabio Pusterla mi è molto difficile dire qualcosa su di lui e sulla sua poesia, perché nel mio caso l’incontro con l’uomo è avvenuto prima di quello col poeta. Ho quindi sempre avuto la sensazione che qualsiasi cosa si potesse dire sulla sua scrittura, per quanto lucida e completa, non esaurisse la pienezza della sua figura umana. Sebbene di persona io non lo abbia visto che sporadicamente, il dialogo interiore che ho avuto con questa figura è stato estremamente assiduo e la percezione di questa pienezza è sempre stata acuta in me, come quella di un bene che diventa modello di vita e che solo possono mostrarti i maestri. Quando penso a Fabio Pusterla, la prima parola che mi viene in mente è dunque generosità, la generosità con cui non ha mai negato il dialogo a chi lo cercava, anche quando si trattava di giovani studenti che di poesia sapevano in fondo poco. Le parole che mi ha dato sono qualcosa che mi porto dietro e, allo stesso tempo, sono pietre che mi segnano la via. E poi, probabilmente, penserei all’impegno, l’impegno con cui svolge il suo lavoro di scrittore e di insegnante, ma anche l’impegno nell’essere e nel rimanere uomo, umano. Così, benché Pusterla non sia stato mio insegnante nel senso per così dire canonico del termine, quando entro in classe, adesso che insegnante lo sono anch’io, ho sempre ben presenti queste due parole: l’impegno, che è anche il rigore scientifico e la profonda e costante preparazione che un insegnante deve avere, e la generosità con cui cerco di trasmettere ai miei studenti qualcosa che va oltre e spesso non c’entra proprio con il contenuto della lezione. In quest’intervista realizzata a Lugano si è parlato del nostro tempo e di cosa possa fare la letteratura, di densità di memorie e di piste da seguire.

L.F.: La prima impressione che ho avuto leggendo Fiumi, nefrite, vortici è quella di uno scenario sconvolto, di un paesaggio naturale e umano devastato in cui delle note fiduciose fanno fatica ad emergere. Penso a Rileggendo Seamus Heaney in cui scrivi: «Avrà un senso, / senti e ti sforzi di credere: comunque la cosa vada. Condivido. / Ma che fatica» (p. 55). Il libro è molto aderente al periodo storico che stiamo vivendo e credo che questa sensazione di fatica esprima bene quello che molti di noi oggi provano. Tuttavia, si percepisce anche una marcata urgenza di cominciare a ricostruire, come se non fosse più il tempo di mettere in guardia da qualcosa. Si ha la sensazione di aver già superato una frontiera o un limite di qualche tipo (penso a Ultimo fiume, ma non solo); quello che poteva crollare è già crollato e quindi, più che la rassegnazione, trova spazio una sorta di riattivazione. Com’è nato questo libro? Da quali situazioni, pensieri ha preso forma?

F.P.: Sì, sono d’accordo anche se della prima parte è più facile parlare. Sulla seconda, quella che chiami della riattivazione, è meno semplice anche per me dire qualcosa, perché forse non ho ancora capito tanto bene cos’è successo varcando quel limite a cui tu alludevi e che in questo libro è effettivamente presente. Il periodo è tra i più atroci che abbiamo conosciuto. Non è del tutto una cosa nuova, ma negli ultimi anni tutto si è aggravato in maniera davvero inquietante, sia per gli scenari bellici, sia per l’avanzata in Italia – ma in tutta Europa, in tutto l’Occidente – di forze politiche lontanissime da quello in cui tutti noi abbiamo creduto e sperato e che sembrano proporre, al di là delle divergenze politiche, una visione che di solito si definisce populista, ma mi pare un termine troppo generico: un appiattimento del pensiero politico, un parlare soltanto alla pancia dei potenziali elettori, insomma una specie di oscuramento generale della ragione. Dentro questa situazione ci dobbiamo poi mettere anche la preoccupazione per la catastrofe di natura ambientale ed ecologica. Tutto questo sta a prima vista chiudendo l’orizzonte, nessuno di noi riesce a immaginare facilmente delle vie d’uscita. Io non trovo un’alternativa se non nelle reti di piccoli gruppi, ma su un piano più ampio non mi sento rappresentato praticamente più da nessuno. Nello stesso tempo però è vero che c’è qualche cosa che mi spinge e penso spinge molti di noi a reagire, anche se non si sa bene ancora come: c’è un’urgenza di riprendere un po’ in mano il filo del discorso. Io non saprei ancora trasformare questa urgenza, questa necessità, o forse semplicemente questa forma di resistenza biologica in un discorso compiuto, però mi pare che sia una pista sulla quale vale la pena incamminarsi. In questo libro, la pista passa di nuovo soprattutto attraverso le figure dei bambini, oppure – nonostante tutto quello che ho detto poco fa – attraverso le immagini che ci vengono dal fuori di noi, cioè da quello che una volta, forse sbagliando, chiamavamo natura.

L.F.: Un’altra cosa che si nota è un uso diverso del tempo, che qui si presenta più assiduamente nella dimensione del tempo storico: un numero cospicuo di testi richiama precisi momenti del passato che sembrano ripresentarsi. L’ultima parola del titolo, vortici, è interessante perché allude sia a qualcosa che girando su sé stessa ritorna (più simile a una spirale in questo caso), sia a qualcosa che inghiotte. Che significato ha questa parola per te? Ci sono entrambe queste accezioni o una è prevalente?

F.P.: Ci sono senz’altro entrambe e forse ce n’è anche una terza che proverò a dire tra un istante. Per collegare questa riflessione sulla parola vortici alla domanda che mi facevi e alla questione del tempo, forse devo tornare a rispondere alla prima domanda, a dire quello che non ho detto prima: come è nato questo libro. L’esperienza concreta che vivo negli ultimi anni e da cui è nata una parte almeno di questa scrittura è quella di una madre e di una suocera molto anziane – attorno ai cent’anni per intenderci – che ora per ragioni diverse vivono in una casa di riposo e in cui la dimensione del tempo si è fatta più complessa, perché la memoria è stata ovviamente intaccata dall’età. Non è scomparso il tempo, ma si è rimescolato. Entrambe, soprattutto mia madre, possono improvvisamente far riapparire dei lacerti di storie completamente irrelati dal discorso razionale e questo ogni tanto può provocare i vortici presenti nel titolo, cioè una specie di sparigliamento generale delle carte. Un esempio concreto è una poesia dell’inizio in cui appare una fotografia. 

Quando abbiamo dovuto svuotare l’appartamento di mia madre, cercavo una certa fotografia, che sono certo di aver visto ma che non trovo più e che mi interessava da un punto di vista storico, per stare sull’argomento: una fotografia della casa dove mia madre viveva da piccola e dove vivo adesso io, che sta in Italia – sia pure di pochi chilometri – e in cui si vedevano dei soldati tedeschi in uniforme forse addirittura da SS che probabilmente facevano una festa. Quindi immagino sia una fotografia che risale a dopo il 1943, quando quella zona è diventata di occupazione tedesca. Questa foto non l’ho trovata, ma ne ho trovata un’altra sconvolgente: in quello stesso giardino, sotto gli alberi che ci sono anche adesso, si vede una bambina molto piccola, mia madre, che ha un anno. Siamo nel 1929, dunque in un momento in cui il fascismo ha già preso il potere, mentre il nazismo ancora non è diventato a tutti gli effetti la dittatura che poi conosceremo. A prima vista è una fotografia idilliaca, ma in mano la bambina ha una bandierina nazista. Improvvisamente questo apre un vortice, un abisso. Intanto perché è curioso che nel ’29 in provincia di Como ci sia una bandierina nazista, poi perché è assolutamente impossibile sapere come ci è arrivata; l’ultima testimone è mia madre e, ovviamente, non si ricorda della scena. Chissà chi gliel’ha portata: qualcuno che credeva di fare una cosa giusta, qualcuno che l’ha presa così come prenderebbe un gagliardetto della Juventus o di Forza Italia per portarlo a un bimbo? Questa bandierina, che fa venire i brividi naturalmente in mano a una bimba, sconvolge quello che uno pensava di sapere e apre appunto questa dimensione di vortice. Fin qui, dunque, è un vortice piuttosto violento e tendenzialmente negativo. Nello stesso tempo, però, la parola vortice per me è legata anche alla tromba d’aria che nel Mago di Oz porta via la protagonista. Il vortice è anche qualcosa che, in questo suo sparigliare le carte, potrebbe anche aprire degli orizzonti. Benché nel libro siano prevalenti le prime due valenze, di violenza e di inghiottimento, non escludo neanche questo terzo aspetto, come se il vortice ci aiutasse un poco a uscire da questa specie di nevrosi novecentesca in cui siamo tutti cresciuti.

Copertina di Fiumi, nefriti, vortici di Fabio Pusterla, raccolta di poesie pubblicata per Marcos y Marcos
Fabio Pusterla, Fiumi, nefrite, vortici (Marcos y Marcos, 2025)

L.F.: Mi soffermo adesso un po’ su un testo in particolare che è Via Pasteur, 1965. Forse anche perché si colloca dopo la sezione “A che punto è la notte”, gli ultimi versi di questa poesia mi hanno colpito: «Ma di me […] / non so praticamente nulla / e forse è giusto così» (p. 53). A me ha fatto pensare quasi ad un’implicita presa di distanza da un certo tipo di letteratura memorialistica; un po’ un voler dire che di te e del tuo passato non ti interessa parlare. E questo sia perché le vicende individuali, del singolo, hanno senso di entrare in letteratura solo se si legano a vicende più ampie, cioè se parlano in qualche modo anche di tutti noi, sia perché la tua poesia ha sempre teso a ribassare l’io e a prestare piuttosto lo sguardo e la voce agli altri (un atteggiamento che deriva anche dalla tua pratica di traduzione). Trovo quindi significativo il fatto che questa poesia si collochi dopo la sezione “A che punto è la notte”, che ospita memorie e monologhi frammentari di altre persone, e apra la sezione “Strade”, dove il tuo punto di vista torna più centrale, ma lo sguardo è sempre rivolto al di fuori di sé, verso la realtà. In Via Pasteur, 1965 il corpo del testo è costituito da immagini, nomi di persone che abitavano lì attorno, «l’odore di catrame, di fogna e di pane appena sfornato»; quello che c’era nella via. Qual è il rapporto tra l’io e gli altri in questa raccolta e com’è cambiato, se è cambiato, rispetto al passato?

F.P.: Il discorso sull’io è un discorso che si è fatto tantissimo soprattutto nel secondo Novecento, al punto che siamo tutti un po’ stanchi, ma nello stesso tempo è un discorso centrale. Non c’è dubbio che la figura del vecchio io lirico sia ormai tramontata e che soltanto in maniera molto ingenua uno potrebbe pensare di continuare su quella pista dell’io che confessa i suoi turbamenti interiori; cose che conosciamo bene, che sono state importantissime, ma che oggi è difficile prendere ancora molto sul serio. Nello stesso tempo, però, io penso da molto tempo che non sia possibile neppure rinunciare completamente all’io, pena la trasformazione della scrittura poetica in una specie di bollettino asettico o di esperimento fine a sé stesso. Che cosa secondo me bisogna tentare di salvaguardare del vecchio io? Direi la pronuncia affettiva o emotiva delle parole, che non può che derivare da un punto di vista soggettivo. Non è che io abbia scritto né in passato né adesso avendo presente una specie di progetto teorico di questo tipo, ma a posteriori mi dico che il punto di osservazione dell’io, cioè il mio io storico e biografico, mi sembra continuare a essere utile nella misura in cui è un punto di osservazione, un punto di registrazione e di ascolto di cose che però vengono generalmente dal di fuori, dunque figure altre, paesaggi altri, situazioni altre, viste però sempre in maniera soggettiva. 

In quella poesia, il punto di partenza è molto concreto: è di nuovo una fotografia dove appaio io a 6-7 anni. Vedendo quell’immagine mi ricordo perfettamente la scena: la bicicletta su cui sto imparando ad andare, quello che sta attorno a me e anche quello che non si vede, cioè le persone che vivevano in questa via di un rione popolare di Chiasso dove crescevo. C’è però una cosa che non posso ricordarmi e che non si vede nella fotografia, ma che per combinazione nello stesso periodo mi ha detto un’anziana signora che era la mia maestra delle scuole elementari, con cui sono rimasto in rapporto: «Ah, io non mi dimentico mai del mio Fabio, quel bambino col ciuffo e con lo sguardo malinconico». L’ho salutata, l’ho ringraziata e ho cominciato a pensare: “Il ciuffo, bene, so di averlo avuto e ce l’ho ancora un po’ adesso, ma lo sguardo malinconico a 6 o a 7 anni ce l’avevo? E se sì, perché? Non credo di poter mettere davanti qualche ragione familiare o biografica; vivevo un’infanzia come quella di tutti gli altri. E qui appare l’altro aspetto: quello per cui io non posso e forse non voglio sapere troppo di me stesso; tuttavia, è a partire da quello sguardo che la scena viene rappresentata in questa poesia e in generale nelle altre.

C’è una poesia molto bella [Nuvole, io] di Antonella Anedda in Historiae, dove anche lei parla di questa dimensione. Dice: «Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica / ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome». Tuttavia, anche il suo dire io credo assomigli molto a quello che ho cercato di suggerire: non è per parlare di sé, ma per usare l’io come osservatorio del mondo.

L.F.: Queste tematiche, l’attenzione verso gli altri e il tentativo di uscire dalla gabbia individualistica dell’io, mi sembrano oggi ancora più urgenti, perché non si tratta più, o non solo, di una postura intellettuale, ma una condizione universale. Viviamo immersi in un mondo che per vari motivi frammenta la nostra esperienza e ci rende sempre più difficile il tentativo di costruire degli spazi di comunità. Anni fa avevi intitolato un intervento “L’inferno è non essere gli altri”, frase che riprendeva un verso di Breve omaggio a Plutone, II in Pietra sangue. Se pensiamo a quello che sta succedendo in questi anni, forte è la percezione di un’incapacità di sentire gli altri. Siamo assuefatti e anestetizzati ormai dalle immagini, dalle parole, dalla cronaca e quando non c’è più indignazione verso l’atrocità, l’empatia e quindi anche il gesto diventano impossibili. Forse, come dici tu, per fare i conti col passato è tardi. Tuttavia, da dove possiamo ripartire per ricostruire un sentire che sia meno assuefatto?

F.P.: Un libro recente di Marco Revelli si intitola Umano Inumano Postumano e ragiona molto su questa perdita dell’umanità, che è una parola grossa su cui potremmo stare a ragionare a lungo; tuttavia, ci potrebbe venir buono ancora il vecchio Kant che dice che l’umanità è riconoscere l’essere umano nell’altra persona. Questa è certamente una cosa oggi minacciata da mille ragioni, tra cui l’assuefazione, come dicevi tu, alle immagini o anche alle situazioni concrete. Esempi di questo tipo ne potremmo fare fin troppi basandoci su quello che stiamo vivendo in questi anni e, senza dubbio, uno degli epicentri è Gaza. Però, anche senza arrivare a questi limiti estremi di orrore, tutti noi, io temo, nonostante i nostri tentativi di salvaguardare quella che prima chiamavo umanità, se giriamo per le vie di Bologna o di Milano o di qualunque altra città italiana, inseriamo una specie di pilota automatico per non vedere alcune cose, per esempio le infinite persone che ti chiedono dei soldi: non puoi darli a tutti, non puoi fermarti con ciascuno a fare due parole e quindi innesti un pilota automatico. A pensarci bene è terrificante. Uscire da questa gabbia di un io pietrificato in sé stesso penso sia una cosa cruciale, forse l’unico tentativo che possiamo fare per andare verso un’altra direzione, per creare comunità, come mi pare dicessi tu. Piccole comunità, complicità umane, cose del genere. Forse poi c’è un’altra gabbia che dovremmo provare a superare, ma di cui penso tu voglia parlare dopo, cioè la dualità uomo-natura.

Evidentemente dietro quel verso che tu ricordavi, «l’inferno è non essere gli altri», che credo abbia parecchi anni oggi, sta la famosa frase di Sartre: «l’enfer c’est les autres». Allora io l’avevo ripresa e rovesciata partendo di nuovo da una sensazione molto concreta, che ho provato spesso e credo proviamo in tanti, cioè quella di lambire le vite altrui senza mai poterci davvero entrare in contatto. È quella sensazione che si può avere passando di sera con un treno che va adagio in un quartiere di una città, quando vedi le finestre illuminate e per un fotogramma, per un istante vedi un pezzettino di vita altrui; un attimo dopo, però, sei già da un’altra parte. Ora, questo bisogno di partecipare alla vita altrui forse porta in sé l’idea di quella comunità che chi ha la mia età ha avuto la sensazione di vivere quando era giovane e che poi è stata spazzata via letteralmente; parlo di una comunità ideale e politica che era quella degli anni ’60-’70 grossomodo, che a un certo punto ha smesso di esistere non per fragilità o pigrizia sua, ma perché i venti della storia hanno soffiato in un’altra direzione. Si può ricreare qualcosa del genere, in altre forme, non certo nostalgicamente? Beh, credo che sia l’unica prospettiva verso la quale possiamo andare.

L.F.: In Dalle terre alte scrivi: «Non sempre guardi e vedi ciò che guardi / non sempre ne hai la forza. Se qualcosa / distrae, si sovrappone, // ammutolisce il mondo, deconcentra. / dimenticati di te per contemplare» (p. 109). Queste parole, che vogliono essere un invito e un appunto per ricordarsi come cogliere la bellezza, mi sono sembrate però collegate anche con quanto dicevamo prima: dobbiamo cioè dimenticarci di noi non solo per accogliere il bene, ma anche per sopportare l’orrore? E dico sopportare non nel senso di accettarlo passivamente, ma di riconoscerne l’esistenza. Siamo responsabili di esserci distratti sia dall’orrore che dal bene? Sono due tipi diversi di distrazione oppure in qualche modo sono collegati e l’uno implica l’altro?

F.P.: Credo che siano due cose diverse. La distrazione rispetto ai cosiddetti mali del mondo deriva da ciò che abbiamo detto prima: dalla assuefazione, ma indubbiamente anche dalla nostra pigrizia intellettuale ed esistenziale. Di fronte a questa evidenza del male io penso che sia colpevole il distrarsi, anche se in qualche caso tutti lo facciamo ed è inevitabile. C’è una poesia bellissima di Giovanni Raboni, ormai antica, che mi pare si chiami La commemorazione dei defunti e che inizia dicendo: «Con i tuoi, lo sappiamo, un modus / vivendi l’hai trovato. Non era facile / né difficile, quasi non c’era scelta. Ma quei tizi di cui / non ti frega niente, carbonizzati / nella carcassa di un caccia sbocconcellati dall’uomoleone falciati / dal tifo sull’altipiano, che / salvezza c’è per te in loro?» Raboni conclude poi con un verso terrificante: «Siano rimessi, dico (i morti) nel nostro impasto quotidiano, piega il giornale, / lascia che lontano i vivi seppelliscano i vivi». Si tratta del rovesciamento di un famoso versetto evangelico: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti». Ora, naturalmente nella visione evangelica vivi sono coloro che aderiscono alla nuova vita predicata da Gesù e morti sono tutti gli altri, ma per Raboni, per noi oggi, per chi non partecipa più a questa visione di un oltre metafisico, le cose si complicano. Allora cosa siamo? Ecco, io penso che l’unica prospettiva sia tentare di mantenere vigile lo sguardo, non cedere alla distrazione. 

L’altra distrazione, invece, quella relativa al bene e alla bellezza, è una distrazione d’altra natura. Forse qualche figura di me molto migliore è capace di mantenere questa forma di attenzione e concentrazione sul fuori da sé ventiquattr’ore su ventiquattro; io non ci riesco. Molto spesso questi istanti di profonda immersione nel vivente durano poco, poi ti fa male la pancia, ti viene in mente una cosa che devi fare e ti distrai. E forse in questo secondo caso non potrei pretendere da me, e figuriamoci dagli altri, di essere sempre vigile. Però, quando questa distrazione non c’è, quando cioè riusciamo a intuire – difficile dire più di così – il nostro profondo rapporto con l’esistente, allora è un momento di grande intensità in cui le cose e anche le figure umane possono apparirci in una lucentezza, talvolta in una bellezza (per usare questa parola un po’ giù di moda ma che pure esiste), lancinante.

L.F.: Parlando infatti adesso di una dimensione più spaziale, più legata ai luoghi e a ciò che li abita, ho avuto l’impressione che in questa raccolta ci fosse una polarità maggiore, che mondo naturale e umano (due componenti da sempre presenti nella tua produzione) fossero molto più in conflitto, come se tra di loro ci fosse meno armonia. Nella tua poesia c’è sempre stata la compresenza di elementi diversi, tra i quali però si cercava di arrivare a una sintesi. Qui si ha la sensazione di un attrito e una contrapposizione maggiori, di una separazione più netta tra i due ambiti. Condividi questa sensazione?

F.P.: È giusto, è senz’altro così e questo deriva di nuovo dalle preoccupazioni che tutti conosciamo, da quello che sta accadendo. Ci ho pensato a lungo. Qualche mese fa mi è stato chiesto di andare a Perugia in un contesto molto particolare: un ciclo di incontri organizzati dai Francescani sul Cantico delle creature e la poesia moderna e contemporanea. Quello che ho cercato di dire e che forse oggi, a pochi mesi di distanza, direi in un altro modo è questo: le due distanze più ovvie che ci separano da un’opera come il Cantico delle creature, quella cronologica e quella ideologica, tutto sommato noi le possiamo superare; possiamo leggerlo con un’adesione e una commozione altrettanto forti. La terza distanza mi sembrava però invalicabile, e cioè la rottura definitiva del rapporto tra esseri umani e mondo naturale, che invece in Francesco è ancora fortissimo. 

Quando Ungaretti, in un testo ormai scolastico, dice: «mi sono riconosciuto / una docile fibra / dell’universo» oppure: «Il mio supplizio / è quando / non mi credo / in armonia», dice qualcosa che va abbastanza d’accordo con il Cantico di Francesco, ma che noi credo non potremmo dire se non barando. Quando mai ci siamo sentiti in armonia e quando mai abbiamo potuto credere davvero di essere una docile fibra dell’universo? Se dovessi indicare qualche poeta in cui questa frattura si fa più drammatica, tra i grandi maestri più recenti ne citerei due: in Italia Andrea Zanzotto e nel mondo anglosassone Seamus Heaney, che sin dal suo primo libro, Morte di un naturalista, proprio di questo parla: della frattura immedicabile tra un antico rapporto quasi idilliaco con la natura e l’improvvisa coscienza di un baratro, al di là del quale la natura fa paura ed è altro. 

L’idea della nostra autoesclusione rispetto alla natura in questo libro è forte, ma, come dicevo poco fa, anche se sono passati pochi mesi dall’apparizione del libro, oggi forse direi le cose in maniera diversa. E questo perché ho scoperto un filosofo francese che si chiama Baptiste Morizot, molto attivo in alcune iniziative chiamiamole ecologiche in Francia di cui dà conto nei suoi libri. Morizot propone prima di tutto di decostruire questa specie di antica dualità uomo-natura, che secondo lui deriva grosso modo dall’umanesimo ma che si accentua in maniera evidente e via via più sempre più drammatica con la rivoluzione industriale. Così ho cominciato a pensarci su bene: quando noi dicevamo natura, cosa stavamo dicendo? Stavamo dicendo che la natura è ciò che non è umano, magari qualcosa da dominare oppure più recentemente da santificare, ma era sempre ciò che non è umano, come se noi ci fossimo auto-esclusi dalla natura per ragioni di certo ideologiche, economiche eccetera eccetera. Il titolo, che è un po’ anche l’invito che costantemente ritorna nelle sue pagine per superare tale dualità, in francese suona così: Raviver les braises du vivant: Un front commun (Ravvivare le braci del vivente: un fronte comune). Il vivente è l’insieme delle cose che vivono sulla terra, di cui facciamo parte, da cui discendiamo e di cui ci nutriamo. È un primo tentativo di non parlare più di natura, né di dominio o di museificazione, ma di stabilire un nuovo rapporto. Io non saprei ancora trasformare le sue pagine in un’indicazione per me, se non nella misura in cui questa attenzione al vivente di cui facciamo parte anche noi comincia ad aiutarmi a risolvere una specie di contraddizione che porto con me da sempre e cioè quella per cui questi due elementi, diciamo la natura nel vecchio senso del termine e la società umana, erano compresenti con valori e funzioni molto diversi. 

Io come essere umano so bene cosa stiamo facendo e cosa sta succedendo, ne sono annichilito e preoccupato; e tuttavia, se vedo un albero che si muove al vento, sono portato a guardarlo con ammirazione. Se fai una passeggiata in un bosco e un cervo ti attraversa la strada, lo guardi? Certo che lo guardi; lo guardi con un’ammirazione quasi infantile, ma perché lo guardi a ben vedere se non sei né un cacciatore né un naturalista né uno studioso? Cosa ti colpisce? A lungo ho pensato che la ragione di questa attrazione stesse nell’alterità dello sguardo che l’animale getta su di te e che per te è sconosciuto e inconoscibile (la famosa elegia di Rilke sullo sguardo animale). Oggi continuo a pensarla così, ma intuisco anche qualcosa di più profondo: una specie di – allora incosciente in me – alleanza di ciò che è vivo con le altre forme di vita. Ecco, non so bene dire di più su questo tema perché ci sto pensando solo da un paio di mesi, ma mi pare una prospettiva interessante da approfondire.

L.F.: In questa raccolta hai incluso anche Addio a un’associazione letteraria. È forse il testo che è circolato di più e che prende le mosse dalla decisione dell’associazione “Autrici ed autori della Svizzera” di non assumere una posizione politica nei confronti di quello che stava succedendo in particolare in Medio Oriente, se ho capito bene.

F.P.: Sì, il punto di partenza era ancora più preciso: il premio che non è stato attribuito, nonostante si fosse già deciso di darglielo, a una scrittrice palestinese alla Fiera di Francoforte, perché nel frattempo, pochi giorni prima, c’era stato l’attacco di Hamas e quindi è sembrato politicamente scorretto. Su quell’avvenimento alcuni scrittori dell’associazione avevano chiesto che venisse presa una posizione e la risposta fu invece, per me almeno, piuttosto sgradevole: una lettera inviata a tutti in cui il comitato che dirige l’associazione diceva che erano gli autori, con le loro opere, a dover prendere posizione, non l’istituzione. Allora mi è saltata la mosca al naso e ho scritto a mia volta una lettera, in cui ho detto che, con tutti i miei limiti, lo facevo da cinquant’anni, ma non era questo il punto. Ho chiesto quindi di inviare la mia lettera a tutti i soci o di pubblicarla sul bollettino. Mi hanno risposto che non avrebbero cambiato opinione e che per ovvie ragioni la mia lettera non poteva essere inviata. Ne è nata una polemica interna che è sfociata in una riunione, durante la quale ognuno di noi ha espresso le proprie idee e ci è stato promesso che ci avrebbero riflettuto. Quando, passati alcuni mesi, ho ricevuto la convocazione dell’assemblea annuale in cui non c’era traccia di questo dibattito, ho capito che le cose erano finite lì e ho deciso di dare dimissioni. Quindi il punto è questo: non è tanto una presa di posizione politica, è l’idea che un’associazione di scrittori senta o non senta il dovere di assumere anche una posizione di natura politica, sia pure nel senso più ampio e lato del termine.

L.F.: La questione è infatti molto più ampia e alla fine riguarda il ruolo che la letteratura ha e magari l’assenza di un dibattito su che ruolo debba avere, soprattutto nei confronti del potere. Io ho la sensazione che oggi le persone facciano più fatica a prendere posizione. Ad ogni modo, la domanda che ti volevo fare riguarda non tanto il ruolo degli intellettuali, che è una parola che non mi piace molto, ma proprio il ruolo che secondo te deve avere la letteratura. E, se è diverso, che ruolo dovrebbe svolgere invece la poesia?

F.P.: Io penso che chi esercita la scrittura nelle sue varie forme, chi ha il privilegio – perché è un privilegio – di utilizzare un linguaggio simbolico debba tenere presente che ogni privilegio comporta anche dei doveri. Come ciascun artista, poeta o musicista debba poi interpretare concretamente quei doveri, cioè debba sentire la responsabilità di un rapporto con quello che lo circonda, io penso che nessuno lo possa definire esattamente. Ciascuno sceglierà la sua strada, che può anche essere quella del silenzio, cioè di un linguaggio che non si vuole sporcare le mani con la cronaca e che non intende, perché ha paura così facendo di perdere le proprie caratteristiche, fare dichiarazioni. Diverso però è il discorso su quegli organi che rappresentano la letteratura, le associazioni: quelle sì, io credo, devono fare qualcosa. I singoli scrittori devono trovare la propria voce. Questa è la prima parte della risposta. 

La seconda è che naturalmente un’opera narrativa sembra poter entrare più facilmente e direttamente in argomenti come quelli di cui stiamo parlando e poter toccare in maniera più immediata la coscienza dei suoi lettori (benché oggi mi capiti piuttosto di rado di leggere dei romanzi che fanno questo). La poesia è un po’ diversa, perché diversa è anche la lettura che il lettore fa della poesia. Penso che continui a essere valida l’idea espressa da Emily Dickinson: «Di’ tutta la verità ma dilla obliqua». La poesia lavora sulle parole e si può pensare che sottraendo le parole alla loro piattezza quotidiana e comunicativa e riempiendole di tutte le risonanze semantiche, la maggiore densità si possa trasferire da chi le scrive a chi legge e che l’aumento della densità possa contrastare quella specie di pensiero unico plastificato di cui siamo tutti un po’ vittime. Io credo che la poesia si possa porre gli stessi dubbi, gli stessi interrogativi e assumere analoghe responsabilità, cosciente del fatto che il suo linguaggio è diverso. 

Fabio Pusterla
Fabio Pusterla

L.F.: Come si può però prendere posizione, qualora lo si voglia fare, senza scadere nel manifesto? Perché ovviamente il compito di chi fa letteratura non è quello di stendere proclami o manifesti. Come tu scrivi giustamente: «Non anche di questo dovremmo parlare? Non soprattutto di questo? A nostro modo obliquamente» (p. 82). Come si fa a conciliare la necessità di prendere posizione con quella di dare priorità alle ragioni della letteratura? Ti è mai capitato che queste due dimensioni fossero in conflitto?

F.P.: Certamente sì. Io se voglio prendere posizione lo faccio scrivendo un articolo o una lettera al giornale; questa è la via come cittadino e come essere pensante che credo di dover praticare e che qualche volta pratico, benché con una fatica crescente. In parte questa fatica deriva dalla sensazione che ogni cosa che scriviamo di questo tipo entri in una specie di centrifuga comunicativa, di melassa in cui tutto è uguale a tutto e che quindi non abbia più molto senso farlo. Tuttavia, ogni tanto l’urgenza e lo sdegno sono tali per cui lo si scrive. Un’altra parte di fatica deriva dal fatto che non solo oggi è forse più difficile prendere posizione, ma che è molto più difficile che su una presa di posizione si inneschi un dibattito. Sembra assurdo nell’epoca dei social, ma il dibattito così come lo abbiamo conosciuto per decenni, se non per secoli, presupponeva una distanza, dei tempi di elaborazione, la non mescolanza tra le idee e le persone. Quando Pasolini polemizza con Italo Calvino, in discussione non c’è il loro rapporto, se non eventualmente in seconda battuta, e tra un articolo di Calvino e un articolo di Pasolini passano settimane o mesi, ma il dibattito era lì. Oggi questo non avviene più, oppure avviene nel giro di poche ore, in quella maniera frenetica che non serve a nulla perché non porta a un di più di conoscenza. È una situazione davvero difficile, che di nuovo rende più faticosa l’eventuale presa di posizione. 

Il testo da cui siamo partiti è quello dove mi spingo maggiormente verso il limite più pericoloso, quello in cui dici quello che pensi. Non penso che la poesia debba fare questo, altrimenti correrebbe il rischio di trasformarsi nella messa in versi delle idee. Nello stesso tempo però io credo di poter utilizzare liberamente, come farebbe un pittore, i materiali che si offrono alla mia curiosità, che possono essere materiali tradizionalmente poetici, ma anche materiali che derivano dalla cronaca nera o dalle cronache politiche del nostro tempo. Posso utilizzarli senza preoccuparmi troppo del fatto che i secondi siano più spuri, più sporchi degli altri e così facendo, inserendoli nella mia riflessione politica – per usare una parola grossa –, ecco che è possibile che anche la poesia si sporga sul tema dell’impegno civile, non assumendolo come un oratore che dice quello che pensa, ma assumendo le condizioni per cui le parole hanno anche una valenza civile e politica. Un poeta francese che ho tradotto e che purtroppo è morto precocemente, Antoine Emaz, ha pubblicato un testo bellissimo sulla poesia [Sulla punta della lingua], scritto però in prosa, dove diceva alcune di queste cose: «Il singolare deve raggiungere il comune, senza perdersi: tutti i mezzi sono buoni [] altrimenti si sceglie di crepare scritti, da soli». Quindi partire dalla propria esperienza, ma con la speranza che possa, attraverso l’elaborazione del linguaggio poetico, trasformarsi in una cosa che appartiene potenzialmente a tutti. E questo vale anche per i discorsi che stiamo facendo: quello che io dico può avere un senso non perché è la mia idea, ma perché è la mia angoscia, il mio dubbio. Io non ho nessuna certezza, non so cosa pensare di quello che sta avvenendo nel mondo, ma certamente posso esserne preoccupato e questo credo sia un sentimento condivisibile.

L.F.: Se penso a uno spazio di relazione e condivisione, mi viene subito in mente la scuola, che è forse uno dei pochi spazi rimasti in cui si può creare un rapporto vero e andare verso quell’idea di comunità di cui parlavamo prima. Non a caso, questo spazio è oggi prepotentemente minacciato e insidiato in vari modi ed è quindi fondamentale proteggerlo. È una questione che sento molto vicina e so che anche tu hai riflettuto molto su questo, anche se ora non insegni più al liceo ma solo all’università. Mi piacerebbe chiederti come far resistere questo spazio di relazione nella scuola. 

F.P.: Sono d’accordissimo col discorso che hai fatto sulla scuola e sulle minacce che su di essa gravano un po’ dappertutto. Nel Discorso a difesa della scuola pubblica, che credo risalga se non al ’47 a pochi anni dopo, Piero Calamandrei si chiedeva se fosse possibile un altro fascismo. Rispondeva che certamente sarebbe possibile, ma in forme diverse: uno dei principali modi per creare delle scuole di partito sarebbe stato cominciare a screditare, trascurare e impoverire le scuole pubbliche. È quello che è accaduto e sta accadendo un po’ dappertutto. Questa è una, non l’unica delle minacce. L’altra che vedo fortissima è quella di una specie di tecnocrazia pedagogico-politica che rischia di farci perdere di vista quello di cui stiamo parlando, cioè la sostanza della relazione. Nonostante queste minacce, però, io credo che la scuola sia davvero uno degli ultimi luoghi dove è possibile costruire qualcosa di simile a ciò di cui abbiamo parlato per tutta la nostra intervista e, di solito, se uno vuole ci riesce. Non tutti forse lo vogliono o sono capaci di farlo, ma se lo vuoi e sei capace, la relazione si crea, con tutte le difficoltà e le contraddizioni che inevitabilmente attraversano un’ora di lezione, ma si crea eccome. Io credo che questa continui a essere la cosa più importante e chi ha la fortuna di insegnare una materia come le nostre, cioè materie che una volta si chiamavano umanistiche, forse è in una posizione in cui è ancora più facile stabilire questa relazione, se – ed è questa la grossa scommessa – se questa relazione può esistere passando attraverso la letteratura, non soltanto attraverso la preoccupazione umana che io insegnante posso avere per i miei studenti. Se questo avviene, allora la letteratura ha un senso. Riuscire a propiziare l’accensione di una scintilla di questo tipo è una cosa bellissima che si può tentare di salvaguardare. Del resto, ogni volta che anche adesso mi capita di andare in una scuola perché mi invitano a leggere delle poesie, quasi sempre succede qualcosa di sorprendente. Questo vuol dire che c’è la possibilità di andare in quel tipo di profondità in cui la cultura e la vita si inanellano l’una nell’altra

L.F.: C’è anche un’altra cosa che mi viene in mente e che si lega a questo discorso. Tu in questo libro parli di come oggi sembra che la memoria venga continuamente risucchiata in un vortice di oblio, di quanto si faccia fatica a trattenere e custodire la memoria, quasi scorresse via come l’acqua di un fiume. In Ponte pedonale scrivi: «Tutta quest’acqua oggi è uno spreco di memoria, un banale / trascorrere. Dissipazione. Tempo allo stato brado» (p. 62). Ogni tanto ho la sensazione che non ci sia limite alla nostra capacità di dimenticare. Penso che sia una condizione generale di tutta la nostra società attuale; la scuola non sfugge a questa dinamica (si veda Schizzo metropolitano), ma allo stesso tempo proprio la scuola è forse uno spazio in cui più direttamente abbiamo la possibilità di contrastare l’oblio e la dissipazione. Solitamente tu affidi alle cose marginali e/o piccole, tra cui anche i figli e i nipoti («le vite minime caparbie», p. 125) la capacità e forse il compito di mostrare e preservare una luce (penso a Costa brava). Tuttavia, il modo dobbiamo mostrarglielo noi. Noi abbiamo comunque un ruolo fondamentale.

F.P.: Certo, penso che sia così. La memoria culturale, letteraria e storica sono senza dubbio molto minacciate da una specie di presente piatto che non si ricorda nulla se non l’altroieri tuttalpiù, e di questo tutti noi insegnando potremmo fare migliaia di esempi. Gli adulti sono peggio perché i giovani hanno almeno il vantaggio di andare a scuola. In fondo si torna a una parola che ho usato prima in un’altra parte della conversazione, la parola densità: la coscienza del fatto che il mondo in cui viviamo, il suolo su cui camminiamo abbia una densità e una profondità a me sembra fondamentale. Se non cogliamo questa densità camminiamo in un mondo di superficie, di plastica. Ora, la densità non ha solo a che fare con la memoria, ma la memoria ne è una componente. Quindi instillare in vari modi questo senso della prospettiva temporale, questo dialogo con coloro che ci hanno preceduti è una cosa importantissima che è certamente in contrasto con il mainstream della comunicazione globale di oggi.

L.F.: Vorrei farti un’ultima domanda riguardo a Ultimo fiume, in cui le dimensioni dello spazio, del tempo e della memoria si fondono. La mia prima impressione, come ho detto all’inizio, è stata quella di uno scenario molto cupo, sconvolto e devastato, che sembra guardare con amarezza anche alcuni simboli delle raccolte precedenti: a un certo punto citi la rondine e la libellula (p. 123), che erano elementi positivi; adesso sono polvere, frammenti. Lo scenario è quasi preistorico, un ritorno a una sorta di grado zero della storia dell’umanità, quasi come se dovessimo ripassare dalle migrazioni preistoriche perché si sta andando verso, o si è già attraversato, un disastro definitivo. Non si capisce se questo grado zero sia un bene o un male, uno scenario post-apocalittico o una rinascita. Alla fine ha prevalso in me la sensazione che l’ultimo fiume fosse qualcosa di positivo, una frontiera dolorosa ma necessaria da attraversare, se si ha il coraggio, una volta compiuta la catastrofe finale, per saggiare l’ignoto nel quale dovremo iniziare a ricostruire, dato che non possiamo permetterci il lusso di essere stanchi.

Al di là della duplice natura di questo testo, di cui se vuoi puoi dirmi qualcosa, mi sembra interessante anche il fatto che la devastazione totale abbia come conseguenza quella di guardare a un tempo atavico, quasi geologico; una tendenza che era già iniziata nella tua raccolta precedente. La devastazione del presente porta a guardare indietro, alla storia dell’umanità come se una speranza potesse venire da lì?

F.P.: Certo, è così. Su Ultimo fiume e su queste ultime osservazioni posso dire alcune cose ma devo premetterne una: come forse si è intuito dalla conversazione, io di solito credo di sapere quello che scrivo. Non ho una visione esoterica o orfica della poesia, però può capitare a volte che ci siano delle zone di scrittura che prendono il sopravvento, che mi portano dove io non sapevo di volere e di poter andare e questo poemetto conclusivo, se vogliamo chiamarlo così, è una di queste zone. Ancora non sono sicuro di aver capito cosa ho scritto. L’ho capito e, nello stesso tempo, non l’ho capito profondamente. Cosa vuol dire per me questo aver varcato un ultimo fiume? Ne colgo alcuni aspetti che possono essere in relazione col tempo che passa, con l’età avanzata e con la situazione di mia madre; tuttavia, sento che c’è qualcosa di più profondo e più complesso che ancora forse non riesco a spiegarmi. Certamente c’è quest’idea di superamento di un limite: l’ingresso in un territorio in sostanza sconosciuto, tendenzialmente sconvolto in cui si continua a camminare. Per arrivare dove? L’ultima poesia parla di un braccio di mare che appare, ma che cosa voglia dire questo braccio di mare, che cosa mi riservi l’eventuale futuro non lo so davvero e forse sono anche contento di non saperlo, perché se lo sapessi sarebbe troppo facile. 

Per quanto riguarda il tempo, per me in questo libro è prima di tutto il nostro: il tempo della storia recente oppure della storia umana, che comunque non è lunghissima, come sappiamo. È dentro questo tempo che sono nato, cresciuto e che continuo a vivere. Però credo di sentire profondamente che esistono altri nastri temporali, diversi da quello storico: il tempo biologico, oppure addirittura quello geologico. Sapere che la nostra avventura umana è un angolino piccolo dentro una dimensione temporale molto più grande non cambia nulla rispetto alla nostra situazione; però, se non altro, ci dà la prospettiva di una grandezza che ogni tanto sentiamo venir meno sotto il peso della cronaca. Mi viene in mente quella terribile e meravigliosa lettera di Leopardi a suo padre: «forse anche non riconosce altra grandezza che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche». Leopardi pensava forse alla grandezza della gloria poetica, ma l’idea della vastità è una cosa irrinunciabile per me e può derivare anche da questo senso del tempo altro rispetto al nostro. Quanto all’ultima cosa che dicevi, una grande figura che per me è stata importante, Maria Corti, diceva: la disperazione è un lusso borghese. Beh, credo sia vero. Conosciamo tutte le ragioni per cui potremmo disperare e tuttavia andiamo avanti.

Escamotage

Racconto di Manuel Masia, terzo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2025.

Pubblichiamo di seguito il testo terzo classificato della quarta edizione del Premio Lo Spazio LetterarioEscamotage di Manuel Masia.


Pierre Amédée de La Sertonnais, maître notaire della Repubblica Francese, figlio, nipote e senz’altro, prima o poi, padre e (a dio piacendo) avolo a sua volta di una larga schiatta di maîtres notaires, sollevò per aria il pedalino spaiato servendosi di un’estremità della sua stilografica Dupont. «Perdonate: la buonanima soffriva di qualche mutilazione?» E in quello allungò lo sguardo sopra l’orizzonte degli occhialetti, in attesa di ulteriori indizi di una zoppia che la stanza, va a sapere come, gli avrebbe dovuto rivelare.

«Nossignore!» Rispose Walter Meyer, intento a rovistare in cerca del pedalino che completava la coppia. «Aveva anzi ottime gambe da saltatore.» La chiosa quanto mai infelice gli strappò uno Scheiße! a fior di labbra e causò a Elise, la domestica, un capogiro: l’ennesimo.

Pierre Amédée de La Sertonnais risolse di glissare e dettò autoritario (a se stesso, non avendo voluto immischiare segretari): «Sia messo a inventario il singolo pedalino.» Quindi riassunse spiccio: «Alla presenza del maître notaire Pierre Amédée de La Sertonnais eccetera si certifica eccetera beni di proprietà del defunto monsieur François Reichelt eccetera sarto per signora eccetera eccetera come da testamento olografo eccetera eccetera eccetera.» Ne aveva abbastanza di passare in rassegna sgabelli, catini, stoffe, macchine Singer. Pestava per fare ritorno allo studio, in avenue Mac-Mahon. Ovviamente non prima di una capatina in rue d’Artois, faccenda per la quale era preferibile, a quell’ora, servirsi dell’Omnibus senza dare il destro alle malelingue: sarebbe sceso alle Galeries Lafayette, confondendosi tra la folla, e di lì poi a piedi fino al portone di Annette, il cappello calcato sulla fronte, il bavero alzato a prova di sguardi indiscreti.

«Sei proprio tu, mio piccolo Pierrot?» Quando Annette se lo ritrovò dinnanzi, infagottato come un postiglione, stentò a riconoscerlo. «Hai freddo mio piccolo Pierrot? Gradisci forse del Calvados?» Ma il maître notaire Pierre Amédée de La Sertonnais (punto primo) a quell’ora non beveva mai e (punto secondo) non si considerava abbastanza normanno per il Calvados. Annette da parte sua era troppo svampita e troppo alsaziana per sottilizzare (possibile che non si trovi più, non intendo un parigino, ma quanto meno un francese a Parigi, pensava il maître notaire). La giovane intonò, si fa per dire, un’aria d’operetta che odorava di anice e subito alleggerì il maître notaire del superfluo, a iniziare dalla busta con l’inventario, fino a lasciare l’uomo in camicia e reggicalze. Il maître notaire evitò di fissarsi in uno dei tanti specchi che facevano, a suo dire, art nouveau e si illuse così di mantenere, per tutto il tempo che richiedeva quell’incombenza, un piglio, sempre a suo dire, da terza repubblica.

Un’ora dopo Annette già accoglieva un nuovo ospite: «Sei proprio tu, mio piccolo Scaramouche?»

L’impresario Oscar Philippe La Mouche, che mezza pinta di sangue normanno nelle vene capace pure che l’avesse, si servì del Calvados non tanto per via della rigida serata di febbraio, ma piuttosto per digerire l’idea che quel pazzo di un sarto boemo avesse deciso di sfracellarsi senza restituirgli prima i duemila franchi e, soprattutto, che anche a volersi intrufolare nel suo atelier non ci avrebbe cavato nemmeno di che pagare gli scassinatori. Quella lista di paccottiglia, sfilata di tasca con tanto di atto notarile, gli fruttava giusto una cocotte meglio portata al borseggio che come mezzosoprano e che nondimeno ora era costretto a scritturare.

Fissando il proprio riflesso in camicia e reggicalze, ripensò al mattino ghiacciato allo Champ-de-Mars, qualche giorno prima. «Che aspetti? Salta!» Gridava la gente spazientita. Come sarebbe salta? Si era parlato di un manichino. La Mouche aveva avuto appena il tempo di storcere un sopracciglio che già i suoi duemila franchi più interessi precipitavano a peso morto da sessanta metri buoni di Tour Eiffel. «Fate largo, sono un dottore.» Diagnosi: morte sul colpo. Con buona pace di tutte le promesse sul premio Lalance e i relativi diecimila franchi per il brevetto di paracadute, al netto di ulteriori fandonie che quel boemo figlio di un cane gli aveva rifilato (possibile che a Parigi non esistano più gentiluomini capaci di onorare i propri impegni, andava deplorando l’impresario barra strozzino barra proxénète).

Il dottor Jean-Baptiste Cotignon, grazie a un gesto atletico che stupì lui per primo, aveva raggiunto il punto dell’impatto con così largo anticipo sul resto dei curiosi da rendere il suo «Fate largo!» del tutto pleonastico. Altrettanto gratuita parve la fretta di trasportare via il corpo ormai cadavere e l’intero armamentario paracadutistico, per cui il dottore aveva senza indugio messo a disposizione la propria vettura. Nessuno ebbe comunque di che obiettare, neppure un attonito e ritardatario Walter Meyer il quale, non appena ragguagliato sulle condizioni dell’amico, fu colto da coccolone. Lo si dovette schiaffeggiare a lungo per farlo riavere: dottori nei paraggi non ce n’era più e si intervenne come meglio si poté.

Il dottor Cotignon, in virtù del suo paziente più illustre, era per così dire di casa alla torre. «Il vostro medico è qui per ascoltarvi, Gustave.» Aveva azzardato qualche settimana prima. Poi, subito pentitosi: «Monsieur Eiffel, in fede: non fatevi scrupoli.»

Gustave Eiffel, prossimo agli ottanta, autore di prodigi ingegneristici, presidente di società esclusive, ufficiale della Legion d’Onore, si schermì dietro un sorriso da fanciullo: «È un sogno che ricorre, come un presentimento.» Sognava la torre perdere i suoi rivetti, uno a uno. «Sapete quanti rivetti sono serviti a questa torre, dottore? Due milioni e mezzo.» Lo diceva grave, l’ingegner Eiffel. E si era fatto serio pure il dottor Cotignon, fissando il vuoto fuori dalla finestra del bureau di Gustave Eiffel, all’ultimo piano della torre.

I rivetti, nel sogno, cadevano come neve, senza rumore. Nessuno li notava. Finché crescevano d’intensità: erano gocce di pioggia, docile, e poi grandine, via via più fitta, furibonda; si trasformavano in proiettili: due milioni e cinquecentomila proiettili micidiali, sparati in tutte le direzioni da una mitragliatrice alta trecento metri che si disfaceva pezzo a pezzo sommergendo di ferraglia la Francia e l’Europa intere.

Il dottor Cotignon si diede un tono: «C’è questo libro di un medico viennese che promette di decifrare i sogni.»

«E cosa dice?»

«Non conosco il tedesco e mi guardo dagli austriaci.» Il che era una mezza verità. A ogni modo il dottor Cotignon si lanciò in una lettura storico-filosofica: la guerra necessaria, la patria che chiama, il dovere della scienza, la storia che procede sicura dalla barbarie alla ragione.

Il pragmatismo dell’ingegner Eiffel ne uscì senza un graffio: «Non sono sicuro che gli eventi si dispongano in fila indiana come la intendete voi, dottore.» E comunque non spiegava il sogno.

«Avete una grande responsabilità monsieur Eiffel.» Provò a chiarire il dottore, le cui diagnosi risultavano spesso fumose. «I vostri studi di aerodinamica daranno al Paese più gloria, se possibile, delle vostre opere di ingegneria.» E con la mano grassoccia indicava i rotoli di progetti che l’ingegnere stipava nel suo bureau. «Quanto sognate è solo il riflesso delle vostre preoccupazioni.»

L’ingegnere sbuffò nonchalant: «Abbozzi, speculazioni. E ora, se mi volete scusare.»

Che quel locale tra le nuvole si dotasse di servizi igienici funzionanti strabiliava quasi più del panorama che se ne godeva. Quanto poi alla regolarità dell’ingegnere nel farne uso, lasciando incustoditi i disegni suoi e dei suoi collaboratori, il dottor Cotignon ci poteva tarare sopra il proprio Beaucourt da taschino. Un più pregiato Patek Philippe, d’altro canto, non avrebbe richiesto così frequente manutenzione: il dottor Cotignon se ne era convinto salendo la scala a chiocciola che immetteva nel bureau, quel mattino, e sorprendendo l’ingegner Eiffel, brusco, arrotolare fogli grandi quanto l’intero tavolo. Quali progetti segreti giustificavano tanta premura? Quanto potevano valere per l’intelligence teutonica? Come uscire dalla Tour Eiffel nascondendo un plico alto quanto un uomo e senza dare nell’occhio?

Ebbe la risposta di ritorno dalla campagna di Joinville. «Lo avete visto anche voi?» Ancora prima di passare il ponte sulla Marna, il dottor Cotignon con la coda dell’occhio aveva scorto rovinare giù dal tetto di un fienile quello che a una prima sommaria analisi era parso essere un enorme uccello nero. Il cocchiere, interpellato, si strinse nelle spalle. Che diavoleria era mai quella?

«Una macchina fotografica.»

«Ma no! Intendo quella.»

Il giovane fotografo che aveva risposto sbuffò nonchalant.

Qualche metro più avanti, nel cortile polveroso, un cumulo di paglia si agitava sotto il peso di una specie di catafalco. Ne spuntarono un paio di baffoni all’ungherese applicati a una testolina la quale a sua volta era attaccata a un ometto che il dottor Cotignon aiutò a riacquistare la stazione eretta.

«Buon dio, state bene? Avete bisogno di un dottore? Perché si dà il caso che io lo sia. Che combinate? Cos’è quest’affare?»

Di fronte a quel fuoco di fila, l’ometto frastornato non trovò di meglio da ribattere che esibire il biglietto da visita: François Reichelt; sarto per signora; rue Gaillon numero otto; secondo arrondissement; Parigi.

A poche settimane da quell’evento il dottor Cotignon bussò alla porta dell’atelier di François Reichelt: «Amate la vostra patria monsieur?» François Reichelt, boemo tedesco, ceco di natali, naturalizzato francese portò la mano al cuore senza esitare, fissando rapito la bandiera che immaginava sventolare dinnanzi a sé, quale che fosse quella che il dottore intendeva.

«Se rivelerete quanto vi sto per dire vi aspetta la corte marziale.» François Reichelt aveva l’abitudine di misurare persone e eventi in tagli di stoffa e calcolarne a quel modo perdite e utili. Stimò il rischio della corte marziale assai più remoto dell’ampliamento delle Galeries Lafayette con annessa ulteriore emorragia di clienti.

Si limitò a annuire risoluto, non credendo essere ancora arrivato il momento di menzionare compensi e rimborsi spese.

«Benissimo! Ora: a che punto siete con il vostro paracadute?»

Un andirivieni di garzoni e fantesche, sempre nuovi, a scadenze regolari prese a dare l’assillo alla porta dell’atelier. La richiesta, declinata in vario modo, era ogni volta la medesima: il dottore chiedeva a che punto si fosse con il suo ordine. François Reichelt faceva cenno di attendere.

«Dev’essere bello largo questo dottore.» Ipotizzava l’amico e collaboratore Walter Meyer mettendo fede alle tempistiche per quella confezione.

François Reichelt crollava il capo: negli ultimi tempi crepava più gente di caduta libera che di vaiolo. A lui si chiedeva di lanciarsi dal primo piano della Tour Eiffel appeso a qualche metro quadro di tendaggio.

«Di cosa vi preoccupate? Sono dottore e intimo dell’ingegner Eiffel, conosco il corpo umano e l’aerodinamica come le mie tasche. Se vi dico che ne uscirete senza un graffio dovete fidarvi.»

François Reichelt non si fidava proprio per niente. Documenti segreti, guardie della torre al soldo del nemico, salvezza della patria: si giocava l’osso del collo sopra una faccenda che, vedeva bene, era imbastita con lo spago. Non sapeva come c’era finito dentro e non sapeva come tirarsene fuori.

Il giovane Rémy Barlatier, fotografo ufficiale di quegli esperimenti paracadustici, nonché cineoperatore saltuario per il Pathé-Journal, occasionale direttore della fotografia per gli studi George Méliès, impiegato a vario titolo e alla bisogna all’obitorio cittadino del Quai de l’Archevêché, già apprendista barbiere, giramondo, tombeur de femmes e quant’altro, di fronte all’ennesimo ruzzolone dal fienile di Joinville valutò che il principale problema risiedesse nel peso. «Incomincerei rasando quei baffi.» Consigliò in un accesso di risa. «Lo dico per te, mio buon François: ne vedo fin troppi di baffi stecchiti giù al Quai de l’Archevêché.»

François Reichelt non era tipo da sprecare parole, specie da quando di mezzo si era messa la corte marziale. Ma di fronte alla macabra immagine di una fila di baffuti morts inconnus non riuscì a trattenersi: «Ami la tua patria Rémy?»

Il giovane fotografo sbuffò tranchant.

«E se ci aggiungessi mille franchi?»

Al numero otto del Boulevard des Italiens, gli spettatori del Théâtre Robert-Houdin si azzittiscono. Il pianista asseconda con maestria gli umori del pubblico: il mormorare smarrito degli uomini con la mano sinistra, le grida soffocate delle donne con la destra. Il direttore del teatro George Méliès fatica a trattenere la propria ilarità. È tanto che non ride che quasi gli fa male, ma non può farne a meno. Il macchinista alla manovella gli rivolge uno sguardo di biasimo: il numero del Pathé-Journal appena proiettato è tutt’altro che ridicolo. Nella pellicola un uomo si è lanciato dalla balaustra del primo piano della Tour Eiffel precipitando sullo Champ-de-Mars come un mucchio di stracci. Alcuni uomini trasportano via il suo cadavere e l’inquadratura si chiude con l’impronta profonda dell’impatto nel terreno gelato.

George Méliès è costretto a guadagnare le quinte con il fazzoletto sul volto. Il regista e illusionista Méliès, dopo tanti anni, ancora non si capacita di come alla gente sfugga sempre la cosa più banale, quella che sta proprio sotto al loro naso. Non conosce tutti i dettagli Méliès, ma preferisce così: sa bene che una volta scoperto il trucco non è più possibile godersi l’incanto. L’emozione è tale che non può evitare di condividerla. Lascia il Robert-Houdin e esce in strada dalla porta degli artisti. Appena rincasa, raggiunge il capezzale della moglie Eugénie. È così giovane e così malata Eugénie. «Ricordi, tesoro, quel Barlatier?» Attacca Méliès. «Quel bel giovane che lavorava per noi?» È così stanca Eugénie. «Ti va, tesoro mio, di ascoltare una storia?» Eugénie chiude gli occhi, annuisce e sorride.

Non lontano dalla Nuova Caledonia, i giovani nativi di quelle isole del Pacifico si sottopongono a un rituale di iniziazione molto particolare. Rémy Barlatier, in ogni suo viaggio, appena a tiro di marinai reduci di quelle latitudini, chiedeva lumi a riguardo. Dalle loro testimonianze, meditava, presto o tardi ci avrebbe tirato fuori un film.

Lunedì cinque febbraio millenovecentododici, la prima pagina del Petit Parisien titola sulla pubblica esibizione di paracadutismo tenutasi il giorno innanzi e conclusasi in tragedia. Monsieur Gassion, fra i custodi intervistati, dichiara che François Reichelt si era presentato quella domenica quattro febbraio, di buon mattino, nei locali dell’amministrazione della Tour Eiffel. Con lui due accompagnatori, uno poco più che adolescente.

Quando ha qualche pensiero, George Méliès, fatica a dormire. All’alba, per distendere i nervi, esce a passeggiare. Più pensieri lo assillano, più allunga il suo itinerario. Dal Boulevard des Italiens, attraversando la Senna dopo Place de la Concorde, doppiando la Tour Eiffel e riguadagnando la rive droit dal Pont d’Iéna, per poi rientrare da un affluente a casaccio degli Champs-Élysées, è una sgambata di più di due ore. George Méliès, sabato tre febbraio, alle sette e trenta del mattino, per liberare la mente è addirittura salito sulla terrazza della Tour Eiffel e si chiede che diavoleria è mai quella.

«Una cinepresa.»

«Grazie tante! Ma intendevo quella.»

Il giovane cineoperatore che aveva risposto riconosce il vecchio datore di lavoro. Prima arrossisce, poi sbianca.

«Non vorrete mica buttarvi con quel coso da quassù?» Si preoccupa George Méliès, che di ruzzoloni e ossa rotte ne sa più di quanto vorrebbe.

Ci si leva i cappelli, si stringono mani e si fanno le presentazioni.

«Certo che no, monsieur.» Spiega Walter Meyer, che non ha idea di chi sia George Méliès. «Qui si gira un film.»

George Méliès del sottile confine tra finzione e verità ci ha fatto un mestiere. Fissa inquisitorio Reichelt e lo strano marchingegno che indossa, quindi Barlatier che si fa scudo di una cigolante Pathé trentacinque millimetri. «E quale sarà il titolo?» Insiste malizioso.

«Escamotage.» Risponde Barlatier. E si morde le labbra.

George Méliès se ne compiace, spende parole di incoraggiamento, indugia mentre François Reichelt sale sulla balaustra, gli raccomanda attenzione, si scusa per la fretta e saluta nel preciso momento in cui Barlatier ha fermato la macchina da presa e già traffica con nodi, funi e materiale di scena vario. Si stringono mani, si fanno cenni di saluto. Non Reichelt: lui non muove un muscolo.

Il giorno appresso, domenica quattro febbraio, ore otto del mattino, la passeggiata di George Méliès si inceppa davanti alla piccola folla di curiosi sullo Champ-de-Mars. Il cadavere di François Reichelt, gli viene riferito, è già diretto all’Hôpital Laennec e, tutto a un tratto, di quella linea sottile tra finzione e verità George Méliès stenta a distinguere i contorni.

Seduto a terra c’è Walter Meyer: ha l’espressione smarrita e il volto paonazzo per la troppa sollecitudine dei suoi soccorritori. «Cos’è accaduto?» Ma Meyer scuote la testa, non ci si raccapezza. Non era sulla torre con Reichelt né sapeva della sua intenzione di saltare.

George Méliès non conosce tutti i dettagli. Non sa chi fosse il ragazzo poco più che adolescente che verrà menzionato l’indomani sul Petit Parisien, ma crede che due braccia forti per aiutare a trasportare un grosso carico, diciamo settanta chili avvolti di tendaggi, fino al primo piano della Tour Eiffel le si possa trovare a pochi franchi e senza dare troppe spiegazioni. Sa anche che all’obitorio del Quai de l’Archevêché di morts inconnus dal volto irsuto ne arrivano fin troppi e spesso nessuno li reclama. Sa, George Méliès, che è facile fare apparire e sparire oggetti e persone con una macchina da presa e lo sa perché quel trucco l’ha inventato lui. Sa anche (e questo è ciò che più lo diverte) che, fra l’inquadratura sulla balaustra della Tour Eiffel e la successiva con lo schianto al suolo, il montaggio ha saltato ventiquattro ore. Lo sa perché del giovane aiutante, menzionato dal custode monsieur Gassion, nel filmato non c’è traccia. Il Pathé-Journal sulla balaustra con François Reichelt mostra invece lui, George Méliès, in bella vista e sotto il naso di tutti, durante la sua passeggiata del sabato mattina.

Non conosce tutti i dettagli George Méliès, né vuole conoscerne di più. Non sa di preciso dove si trovi la Nuova Caledonia, ma Rémy Barlatier, un tempo, lo aveva messo a parte di un rito di passaggio per cui giovani selvaggi si lanciavano nel vuoto affidandosi a liane legate alle caviglie. Non sa, Méliès, che un sarto boemo, per togliersi dall’impaccio di una corte marziale e nell’illusione di scongiurare una guerra, stava massaggiandosi il labbro appena rasato sul ponte di un transatlantico. Né sa di documenti trafugati nel cavalletto di una macchina da presa con la complicità di un cineoperatore avventuriero, ora diretto alla volta del Pacifico. Méliès non sa che il dottor Jean-Baptiste Cotignon aveva dovuto impegnare anche il proprio Beaucourt da taschino, credendo di finanziare un prototipo di paracadute che non sarebbe mai stato realizzato, con la speranza di arricchirsi passando al nemico progetti segreti che le correnti oceaniche stavano invece disfacendo a nord di Capo Verde. Non sa che Walter Meyer, ancora a lutto e disorientato, riceverà un vaglia anonimo della U.S. Postal per la somma di cinquecento dollari, recante la criptica causale «pedalino spaiato: a parziale risarcimento». Infine non sa, Méliès, che l’anziano Gustave Eiffel dovrà abbandonare l’idea di migliorare gli scarichi igienici del suo bureau avendone smarrito, va a capire come, tutti i progetti.

Eugénie Méliès sta intanto cedendo al sonno. Lei sa che suo marito del confine tra finzione e verità non ha mai ben saputo cosa farsene. Ma per una volta vuole sperare che le cose stiano proprio così come lui le ha raccontate.

Gran palissandro

Racconto di Francesco Petrucci, secondo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2025.

Pubblichiamo di seguito il testo secondo classificato della quarta edizione del Premio Lo Spazio LetterarioGran palissandro di Francesco Petrucci.


Gil Da Silva era uomo d’onore. Le sue mani grandi, cotte di fatica, stringevano le altrui con vigore, e quello era il contratto. Occhi a fessura, capelli ricci ormai grigi, ciondolava la carcassa color cuoio fra le foreste dell’interno, in cerca del meglio.

Dopo aver scortato il carico fino in città, lui e i figli Dulcìdio e Vinicius puntarono la bussola verso la sagoma bianca e ocra della Igreja de Nossa Senhora da Barroquinha per l’usuale ringraziamento. Una breve, sentita preghiera, poi furono fuori, sulla via animata da gente e rumori. Sotto il tendone arancione aggrappato alla facciata verde opale di un palazzo di fronte li aspettava il loro tavolino: una bottiglia di cachaça gelata sarebbe bastata a placare le loro gole in agguato. Gil posò il cappello fradicio di sudore, scacciò con una manata un agrilo dalla corazza azzurrognola che ci s’era abbarbicato e si accasciò su una sedia logora, allungando i calzoni in tela grezza nocciola da cui sbucavano scarpe polverose. Dopo un sorso di bruciabudella schioccò sonoramente la lingua e rifletté. La merce l’aveva consegnata: non sarebbe più stato affar suo. Non gli importava di dove sarebbe andata a finire o forse sì, ma non era uomo da rompicapi.

Il carico partì il giorno successivo. Dieci tonnellate abbondanti di tavole grezze di uno splendido palissandro rossiccio con striature nere, sagomate in segheria e accatastate una sull’altra. Estratte pochi giorni prima da maestosi alberi delle foreste interne dello stato di Bahia, viaggiavano spedite da Salvador verso Rio, in pancia alla motonave Aparecida. Successivamente avrebbero puntato verso l’emisfero nord, tagliando l’Atlantico: era un controsenso scendere per poi risalire, ma gli uomini sono fatti così. Il legname giunto a Rio venne trasferito sul bastimento Piemonte II, ex nave passeggeri convertita all’uso mercantile, e partì due giorni dopo. Ci volle una traversata di circa cinquemila miglia prima di avvistare la Lanterna di Genova, Italia.

All’ingresso in porto, mentre la pilotina faceva strada, capitan Perasso, un segaligno con baffetti taglienti e un naso rincagnato da una banale caduta su uno scalino che lui spacciava come lascito d’una rissa gloriosa, guardava l’orologio con impazienza. Era pervaso da un certo formicolio alle parti basse, dato che non vedeva Nives la rossa, la sua amante a gettone, da ormai quattro mesi. Non prestava l’occhio alle plastiche danze dei gabbiani in volo sopra uno sfondo ardesia cupo turbato da una cotonosa nuvolaglia, né orecchio ai fischi striduli delle sirene, sospinti da una tramontana impietosa. A malapena salutò il pilotino Pinin Canepa, un atticciato sessantenne con la pelle di prugna secca, che si sbracciava da una cerata gialla oversize.

Perasso era arrivato, ma per il carico di palissandro si trattava di un altro pit stop.

Sul molo, sotto l’ululato del vento rabbioso, una banda di rudi camalli baccaglianti in vena di bestemmie si occupò del brusco atterraggio dei bancali.

Poi vi fu un altro trasbordo su due bisonti rossi con rimorchio che sfoggiavano la lucente scritta cromata 642N65R, posta di sbieco sui musi gentili.

I bestioni partirono ruggendo, tra sbuffi acri di nafta combusta, e giunsero a destinazione dopo un viaggio relativamente breve, inizialmente tutto sballottamenti causa curve. Lissone, Brianza, era il capolinea.

C’è chi, ispirato, da un informe blocco di pietra dà vita a una statua, e perciò vien detto artista. Forse che l’artigiano, che plasma rozze tavole di legno in mobili, vale di meno?

Non la pensava così Gioàn Viganò, mastro mobiliere dal viso duro e compatto come la materia che lavorava con mani potenti, svelte e precise. Un uomo semplice che aspirava a migliorarsi e per progetti importanti si appoggiava a Vittorio Dassi, disegnatore dalla matita sapiente, che più avanti avrebbero ribattezzato designer.

Quel palissandro brasiliano si sarebbe sottomesso docilmente alla maestria del Gioàn, per assumere nuove forme e affrontare una seconda vita.

Fu così che dalla macedonia artigegnatori, come definivano il loro duo affiatato, prese vita un gioiello ligneo: l’armadio intarsiato Dassi/(Viganò). Il resto della materia prima ebbe sorte ordinaria e finì in mobilio omologato.

L’opera non rimase a prender polvere in magazzeno, come diceva Gioàn. Venne acquistata da un potente esponente della ricca borghesia milanese, tale Luigi Crippa, come regalo per la casa del figlio maggiore Gaetano.

L’armadio passò parecchi anni nella spaziosa camera da letto, assistendo a sonni e veglie, a letture e amplessi, a litigi e rappacificazioni, sorbendosi perfino roboanti ronfamenti e i sotterranei gorgoglii dei borborigmi.

Purtroppo, giunse inesorabile il tempo della dismissione. Un bel giorno venne soppiantato da un meno raffinato ma più modaiolo rimpiazzo, e finì in conto vendita in un mercatino dell’usato. Lo comperò una coppia giovane, in vena di vintage.

Paolo e Chiara erano innamoratissimi, e sul letto di fronte fabbricarono due bambini che fortunatamente andarono poi a sfogare i loro estri in un’altra camera.

Ma in un week end estivo non fu Chiara a infilarsi sotto le lenzuola, bensì Susy, collega di Paolo. Gli uomini sono proprio stupidi. Per una occasionale mitragliata di orgasmi, Paolo si giocò il matrimonio. Chiara rimase nell’appartamento coi figli, ma decise di cambiare tutto l’arredamento.

Il venditore del nuovo mobilio, il sig. Pandolfi, si offrì di acquistare in blocco l’usato a un prezzo vergognoso. Chiara accettò, senza batter ciglio. Lui aveva i suoi giri, sapeva a chi affibbiare quella merce poco appetibile.

Ad esempio, alle Rsa, strutture in costante espansione che avevano bisogno di arredare i locali a costi sostenibili con mobili dignitosi, anche se démodé. Ce n’era una con cui faceva spesso affari, diretta da un certo dottor Parodi, uno sparagnino calvo e ingobbito che pagava sull’unghia.

L’armadio, tirato a lucido per aumentarne il valore, imboccò a ritroso il corso di un destino beffardo e si ritrovò in una stanza della Residenza “I pitosfori”, a Genova Nervi. Sotto altre spoglie, un tempo aveva conosciuto i moli salini e ventosi di quella città.

Ora, nella camera 12, vigilava dall’alto della sua grande stazza.

La scorza luccicante, pervasa da un mix di toni cupi e rossastri e lingue scure, emanava un fascino austero e rifletteva il meglio baciata dalla giusta luce.

Era un cinque ante monumentale che dominava senza imporsi, piantato su una quaterna di zampe modanate a treppiede; due centrali e due laterali: mastodontico per quell’ambiente ed esagerato per l’uso cui era destinato. Gli intarsi delle ante, inseriti in una pannellatura a rettangoli sovrapposti separati da strisce chiare, come dorate, gli donavano un tocco artistico. Dentro ogni rettangolo, a sinistra stava un fascio ordinato di intarsi a fibre scure verticali, accostate a un fascio simile ma ortogonale, che occupava la parte destra. Sulla faccia interna dell’anta centrale era applicato un alto specchio con una incipiente maculatura nera dovuta all’argento ossidato; dentro, quattro ripiani. Aprendo le due ante di sinistra appariva una ridondante cassettiera a otto cassetti con sopra due ripiani. Dentro le due ante di destra, una barra metallica orizzontale aggraffata alle pareti laterali, cui erano agganciati degli appendiabiti scompagnati, alcuni in legno chiaro e altri in plastica nera opaca; i quattro in filo d’acciaio ammucchiati all’estrema destra parevano scheletri uncinati.

Aveva voluto andarci quando ancora gli funzionavano gambe e cervello. Aria buona, più sole e meno pillole, con vista mare e palme tutte le mattine. Una mano santa per quel vecchio lungagnone dinoccolato, dagli occhi glauchi infossati e le spalle spioventi.

Una vita alla Banca Popolare, il ragionier Egidio Girardi, tra mutui, fidi, estratti conto e altre amenità. Ricordava gli ultimi clienti come ghepardi guardinghi che si avventuravano in selve ignote. Con lui si annusavano reciprocamente, senza voglia di allacciare un qualche rapporto che andasse oltre quello professionale.

Dopo la pensione, un rosario di anni vuoti, della serie copia-incolla. Egidio era proprio stufo, la Residenza “I pitosfori” se l’era meritata.

Come avrebbe detto sua madre buonanima, veneta di Campodarsego, era un vitasola; forse lì, nell’imbuto di tempo che gli rimaneva, una qualche amicizia l’avrebbe racimolata. Quella spallina militare, l’aveva scovata in fondo a un cassetto del grande armadio.

Dalle decorazioni sulla stoffa aveva immaginato che fosse appartenuta a uno di un certo rango. Ma Egidio non aveva prestato il servizio per insufficienza toracica, e in quanto a divise, gradi e gerarchie, non ci capiva una mazza. Gli piaceva accarezzarla con delicatezza, come fosse una creatura.

Era di fattura pregevole, con fili argento su sfondo nero. Il disegno rappresentava a sinistra un disco bianco marezzato da cui si dipartiva una serie di stringhe dello stesso colore intrecciate fra loro, per comporre un gioco ottico che non ne faceva indovinare inizio e fine. Al centro campeggiavano due ghiande contrapposte in verticale unite per i gambi in un punto da cui sbocciavano, protese a sinistra, tre rigogliose foglie di quercia, con le loro belle nervature.

Era solo un pezzo di panno infeltrito che emanava un odore stantio di muschio fracido, ma ogni tanto Egidio lo tirava fuori, se lo rigirava fra le mani e lo palpava con cura, apprezzandone la maschia ruvidezza. Fantasticava, e lasciava che l’immaginazione perforasse la spessa capotta che gravava sui suoi giorni grigi. Dopo, lo riponeva nel terzo cassetto, sopra le maglie pesanti.

Arrivarono nel tardo pomeriggio; il giovane davanti, il vecchio a ruota. Procedevano spediti, lungo il corridoio. “Stanza 12, eccola” disse il giovane ammiccando col capo, “c’è ancora il nome di quello prima, Girardi”. Il vecchio, un ometto ritto e secco con sopracciglia irsute a punta che sembrava volessero volare da qualche parte, esitava sulla porta, roteando lo sguardo smarrito. Entrarono. Trascinavano un valigione, un trolley e un carrellino di tela con motivo scozzese, per i libri. La stanza aveva un piccolo balcone, la porta finestra era aperta.

“Guarda che vista, papà!” Uscirono entrambi.

“A destra, laggiù, c’è la città; Punta Chiappa è a sinistra, dove finisce il golfo” disse, puntando il dito. “Una volta, se è bel tempo, mi fermo e facciamo una gita in battello a San Fruttuoso.”

Si girò verso il padre. “Ti ricordi l’abbazia dal mare… e la mamma che s’era beccata quell’ondata, era tutta fradicia!” Il vecchio non ascoltava, aveva gli occhi semichiusi e si sfregava il pizzetto candido con le nocche della mano destra.

“E la passeggiata al porticciolo puoi farla da solo, quando te la senti. Sai che ci metto niente a venirti a trovare con Marisa e i bambini? Da Assago a Nervi è un’ora e tre quarti: centocinquanta chilometri, tutta autostrada.”

Il vecchio, con una mano agguantata alla ringhiera celeste, a capo chino guardava in basso, irritato dalla nuova macchia bruna fiorita sulla pelle arida.

Sotto, il giardino stava assaporando gli ultimi raggi di un crepuscolo aranciato.

Appartato tra i palmizi, un uomo in divisa bianca monitorava con occhio vigile gli elefanti. Uno, pietrificato su una panchina; due, femmine, che strascicavano passi podagrosi; un altro in piedi coi gomiti appoggiati al parapetto, fissava un punto lontano. Quattro, in fondo a destra, giocavano a carte sotto il pergolato.

C’era anche il mare.

Rientrarono, cominciando il lavoro di occupazione della stanza.

Pirandello – Tutto il teatro – lo metto sullo scaffale al centro?” disse il figlio, indicando la piccola libreria a muro.

“Dove ti pare.”

Il giovane posò lo sguardo sull’armadio. “E quel catorcio? Se la tirano da resort e poi risparmiano sull’arredamento; dopo gliene dico quattro, al direttore.”

Il vecchio non fiatò, si avvicinò al mobile e prese a lisciare la pelle lustra della prima anta.

“È un armadio intarsiato anni ’50, disegno di Dassi. Tu sei nato a Milano, ma io a Lissone dopo la scuola andavo a dare una mano al Gioàn, l’artigiano che l’ha fatto, un artista. È in palissandro brasiliano, specie Dalbergia.” Accostò il naso al legno e aspirò avidamente, volgendo gli occhi verso l’alto. Trattenne per sé il respiro per qualche istante, poi disse: “Si sente ancora un profumo di rosa… un gran palissandro questo, ora non ce n’è quasi più, viene tutto dalla Nigeria. Ma là i taglialegna illegali saccheggiano le foreste per il mercato cinese. È come per le pinne dello squalo bianco.”

“Cioè?”

“Per i cinesi è una prelibatezza, ci fanno le zuppe. Per quattro scodelle di brodaglia vengono mutilati questi pesci che perdono l’orientamento e muoiono disperati; ormai sono in via d’estinzione.”

“Sono belle storie papà… ma ora vediamo di sistemare tutta ‘sta roba, se no fai tardi per la cena.”

Raggiunse il padre, aprì le prime due ante e si mise ad armeggiare, cristando con la cassettiera, e alla fine assestò un vigoroso scossone a un cassetto che non voleva saperne di scorrere. “Ecco cos’era l’intoppo” sbottò, e posò sul tavolo un piccolo oggetto.

“Una spallina, viene dalla divisa d’un soldato, credo.”

“Credi? Si vede che non hai fatto il militare a Cuneo, anzi da nessuna parte” ironizzò il vecchio, sapendo che il figlio non avrebbe capito la battuta, e aggiunse: “Dev’essere di un ufficiale. Nazista, direi. Reichsführer, come dicevamo noi, o Rechsmarschall, come dicevano loro, quelli della Wehrmacht.”

“Nazista? Ma Girardi, il nome sulla porta… aspetta, ci sono! Era un partigiano, e la spallina è un cimelio di guerra.”

“Magari avevano fatto amicizia, era un regalo” buttò lì il padre, con un sorriso smorzato.

Nel mentre entrò Sebastiano, l’infermiere anziano della Residenza, sulle braccia una pila di lindi asciugamani prelevati da un carrello parcheggiato nel corridoio. Li depose delicatamente sul letto. “Ah, vedo che s’è già ambientato, professore. C’è una vista da qui, uno spettacolo, e poi vedrà, siamo una famiglia.”

Dal giardino salivano voci concitate, erano quasi urla. L’infermiere uscì sul balcone, e dopo una breve ricognizione, rientrò. Scuotendo la testa, richiuse la porta finestra. “Due bambini, litigano sempre, non sono mica cattivi, eh. Alla fine, davanti a un bianchetto e a una sleppa di focaccia fanno pace, in fondo si vogliono bene. È una famiglia, professore, vedrà.”

Nell’uscire, sbirciando il tavolo, venne attratto dalla spallina e, continuando a fissarla, disse: “To’, e questa da dove salta fuori? Sarà stata del Gandolfo, poveretto… che brutta fine. Dicono che fosse bravo, come attore di teatro. L’aveva chiamato anche quel regista famoso, una volta me ne aveva parlato. Sì, Lizzani mi pare fosse il nome… per un film importante, sulla seconda guerra”. L’infermiere concesse una pausa d’attesa, ma non arrivò nessun commento.

“Boh, chissà? Allora, questo cencio lo buttiamo” e fece per afferrare la spallina. Il vecchio, con una rapidità inaspettata, gli bloccò il polso e gli disse, con voce risoluta: “Lasci stare, ci penso io”.

Heidi Kruger

Racconto di Nicolò Matina, primo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2025.

Pubblichiamo di seguito il testo vincitore per la sezione “Racconti” della quarta edizione del Premio Lo Spazio LetterarioHeidi Kruger di Nicolò Matina.


A E.

I.

Ho conosciuto Heidi Kruger che ancora ero bello, dicevo in giro di esser triste come si è tristi a ventidue anni, attraversavo la vita in orizzontale e non credevo alla morte.

Ho conosciuto Heidi Kruger quando seguivo le norme goliardiche di una classe media di vitelloni che legittimava con qualche citazione che assomigliasse a cultura la tendenza a scialacquare le ore in luoghi in cui le voci riuscivano a coprire efficacemente il cadenzato rintocco del conto alla rovescia che, alla fine, avrebbe reso i comodi punti di domanda in fondo ai nostri pensieri in a capo e a capo, in invii a buon rendere, in larghi spazi bianchi tra i paragrafi della nostra vita che nessuno avrebbe letto, anche per il fatto che io, quei paragrafi, non mi premuravo di scriverli.

Ho conosciuto Heidi Kruger, cioè l’ho vista per la prima volta, quando c’era il sole che sbatteva su un prato, eravamo in gruppo, Piacere Heidi, Heidi come la Heidi a cui le pecore fanno ciao?, Lo dicono tutti comunque sì ahah, e poi basta, l’interazione si è limitata a queste diciotto parole mormorate da me con sarcasmo e da lei con quella posa spavaldamente annoiata che fa impazzire i vitelloni di città.

Ho conosciuto Heidi Kruger su quel prato verdissimo e ci siamo scambiati le diciotto parole di cui sopra e basta, non le ho detto nemmeno il mio di nome, tanto se lo sarebbe dimenticato o avrebbe fatto finta di dimenticarselo perché funziona così, ricordarsi i nomi si può evitare. È stata tutto il pomeriggio a portata di sguardo, io fumavo e parlavo con sofisticata ironia, sempre coscienziosamente a ridere e a scherzare perché tutti sapevamo che in fondo la serietà è come scaccolarsi, una cosa goffa e privata, riservata alla sera in pigiama.

Heidi, che facevo finta di non sapere già si chiamasse Kruger nonostante l’avessi saputo perché era stata taggata da Marianna Schiavone in una storia di qualche giorno prima, in una foto in cui erano loro due, Heidi e Marianna, in una strada notturna milanese, bellissime che se Dio fosse uno studente d’accademia creerebbe gli angeli esattamente così, vestiti così, con quei tatuaggi, e se postasse una foto del suo set fotografico sui sette giorni di cosmogonia, sarebbe proprio quella; avevo visto quella foto durante la lezione di letteratura italiana, in una breve pausa in cui la professoressa si era alzata dalla cattedra, io avevo preso il telefono ed ero automaticamente finito a scorrere le storie su Instagram e la terza che ho visto, mi pare, era questa, e su Instagram sono rimasto tutti i restanti 45 minuti di lezione lasciando all’oblio le parole della professoressa; avevo aperto il profilo di Heidi Kruger ed avevo studiato la potenziale nuova musa della mia vita, tutti i contenuti in evidenza, i post suoi e quelli in cui era taggata e me ne ero innamorato, stavolta sul serio. Quindi si potrebbe dire che ho conosciuto Heidi Kruger qualche giorno prima di quando effettivamente ci siamo visti nella vita vera, su quell’erba un po’ secca e sotto quel cielo grigio, però la racconto meglio, tolgo le nuvole, innaffio il prato, e dimentico Instagram, se no non c’è poesia.

Ho conosciuto Heidi Kruger e non abbiamo praticamente parlato, e io ne ero innamorato e lo avevo già detto a tutti, soprattutto a Nerio Belmonte, il mio migliore amico si potrebbe dire, tanto eravamo tutti innamorati di Heidi Kruger sotto sotto. Avevo capito, da come parlava (in realtà dalla bio di Instagram, in cui c’erano le due bandierine, tedesca e italiana) che non era solo italiana ma anche tedesca e viveva a Milano perché sua madre è italiana, probabilmente si era trasferita tra il 2020 e il 2021, e lo posso dire perché le foto antecedenti a tale periodo avevano la caption in tedesco, poi da maggio 2021 erano in italiano, ma già le storie in evidenza di febbraio 2021 sono a Milano; che strano che in questi due anni io non l’abbia mai vista, pensavo mentre ero a lezione e la professoressa di letteratura spiegava le Operette Morali. Mentre, quando ero semisdraiato su quel prato, dopo essermi presentato a quella che con ogni probabilità sarebbe stata la donna della mia vita, pensavo ad una scusa per avvicinarmi, però non l’ho fatto, sono rimasto a lamentarmi con gli altri innamorati che erano lì con me e Nerio Belmonte, e io pensavo, come lo pensavano tutti, di essere il più innamorato.

Ho conosciuto Heidi Kruger ed ho pensato a lei per circa un giorno e mezzo dopo quelle diciotto parole così spiccicate, maldestramente ironiche, un giorno e mezzo in cui se passava una ragazza non mi innamoravo di botto così su due piedi, non ci sognavo una vita insieme come invece era accaduto all’incirca da quando avevo inviato per e-mail i moduli firmati per iscrivermi all’università, fino al momento in cui avevo incontrato Heidi Kruger per la prima volta. Quattro anni in cui mi sarò innamorato sì e no seicento volte, ovunque, in metro, in classe, in biblioteca, in treno, a casa, nei film, nei porno, su Instagram, su YouTube, su Pinterest e per strada. E in maniera del tutto equivalente, che fossero studentesse in giro o pornoattrici sullo schermo, mi davano fondati motivi per pensare per tutta la durata di quegli innamoramenti (di solito pochi minuti), che fosse un amore ricambiato.

Poi però bastava un pensiero e questi amori non mi sembravano più validi, e allora tentavo di prodigarmi in qualcos’altro che mi facesse sentire poeta, artista o musicista, da fuori forse un idiota, da dentro era tutto legittimo, tutto giusto (in realtà spesso anche da dentro mi sembravo un idiota). Mi rifornivo di motivi per cui sarei dovuto essere io il prescelto, chissà da chi, più o meno con lo stesso meccanismo di quei giochi a gettoni in cui devi sapientemente condurre un braccio meccanico per afferrare pupazzetti, palline, premi in generale, o, in questo contesto, ventenni. Per essere scelti bisognava avere qualcosa di cui parlare, un progetto, un’idea, un lavoro, qualcosa che innanzitutto allungasse i minuti prima del silenzio imbarazzante che inevitabilmente arriva in una qualsiasi conversazione, e che in secondo luogo proiettasse nella testa dell’interlocutrice un’immagine il più possibile stratificata e accattivante di te, ma bisognava anche ponderare le informazioni per mantenere una debita dose di mistero e non ritrovarsi senza assi nella manica in eventuali seconde occasioni. Si tentava cioè di passare il tempo evitando di osservare annoiati un muro bianco (o più probabilmente dei ritratti fotografici femminili su Instagram, che inevitabilmente conducevano i pensieri alle succitate carenze) e allo stesso tempo facendo cose che permettessero di costruire un’immagine funzionale di sé. Tuttavia, bisogna anche sapersi vendere abilmente, romanzando la propria vita per il gusto di avere qualcosa per cui vale la pena essere ascoltati. Io ci provavo senza riuscirci troppo bene, cioè non ero un camaleontico stratega capace di mutare maschere performative in base al contesto per raggiungere scaltramente la meta, bensì più probabilmente il mezzo sfigato a volte troppo silenzioso di cui si percepiva solo il desiderio di essere cool, senza grandi abilità oratorie.

Tutto questo per un giorno e mezzo, quasi due, non è successo, e ho pensato per questo giorno e mezzo quasi due ad Heidi Kruger e alla sua post-artistica e angelica figura entrata a gamba tesa nella mia vita attraverso una menzione su Instagram, o, volendo essere poetici, attraverso una colazione sull’erba.

Quella conviviale riunione bucolica è durata circa due ore e mezza, e se è vero che ogni due minuti guardavo Heidi Kruger, penso di averla guardata circa 75 volte, e di quelle 75 volte ho incrociato il suo sguardo 13 volte, il che mi assicurava un 20% di possibilità che fosse a sua volta innamorata di me come lo ero io. Il ragionamento ora che ci penso filava di più quando ero in treno con Nerio Belmonte per tornare a casa con in bocca il dolce e malinconico sapore di birra e tabacco. Tuttavia, dopo quel giorno e mezzo in cui ero così innamorato da essere giustificato a non studiare e a bivaccare fuori dalle biblioteche per parlottare di ironici argomenti con i sodali vitelloni per ore e ore senza sentirmi tutto sommato in colpa, il ricordo sbiadì, forse offuscato dai sogni, forse dai migliaia di input visivi che stimolano un qualsiasi essere umano occidentale che vive nel terzo millennio.

II.

Ho rivisto Heidi Kruger un paio di settimane dopo, l’ho vista di sera, meglio per la socialità, per la situazione costruita, per la situa, i vitelloni la chiamano così, consente le interazioni, a volte alcolicamente innaffiate, a volte no, in ogni caso la notte è giovane, lo dicono in tanti. Era ancora bella, in quelle due settimane non era invecchiata nemmeno un po’, così sono ricascato nel mulinello dell’innamoramento, inebriato da quel suo rossetto rosso, dalla vertiginosa esposizione della schiena, dai capelli, corti, affilati, che impedivano in qualsiasi modo che l’aria li muovesse, scurissimi, senza identità ma inconfondibili, indossati provocatoriamente come una sorta di diadema, conferma artefatta di naturale nobiltà.

Sono arrivato con i vitelloni tra cui Nerio Belmonte che era già abbastanza tardi, meta un circolino policulturale che proponeva ogni sera una musica diversa, effervescente laboratorio di variegati progetti teatrali, nonché locus philosophicus per eccellenza del centro-sud di Milano, arrivammo in macchina, belli e disperati, o forse brutti e annoiati, agghindati come un non so, magliette camicie pantaloni baggy pelle non pelle maglioncini orecchini collane, così tardi che gli altri erano già tutti ubriachi, era mercoledì sera, ed io, la prima cosa che vidi nella piazza su cui dava il circolo iperculturale, fu Heidi Kruger abbandonata tra le braccia di un vitellone (si dice che quel ragazzo ora viva per raccontare questa cosa alle 23 davanti al megacircolo galattico). In quel momento di sconfortante visione ho avuto l’idea non cool di voltarmi, e mi sono notato riflesso nella una vetrina di un negozio, e ho visto da fuori l’ordinario vitellone agghindato come un non so che ero io, quei pantaloni, la camicia, gli anelli, le collane, le magliette, gli occhiali da sole appoggiati sulla testa, quell’atteggiamento lontanamente decadente, inebriato un poco dal vino del preserata in macchina per essere carichi, un coglione ho pensato, e sono finito a contemplare impotente ogni minuscola stortura della mia condizione. Non andava bene che ci fosse una vetrina mezza illuminata che mi rifletteva. Sono rimasto incantato davanti a quella goffa chimera di convenzioni e mi è parso di vederla inginocchiarsi di fronte alle porte della verità, porte che assomigliavano alle labbra di quell’angelo che intanto era abbandonato tra le braccia di un altro, inconsapevole portatore di annichilenti epifanie, a volte è l’effetto di un innamoramento come questo, pensavo, e dopo qualche istante ho visto il riflesso rialzarsi e mostrarsi come conveniva fare, ma con i nervi del collo tirati e gli occhi sbarrati e le labbra tremanti.

Ho rivisto Heidi Kruger e stavo per soffocare dietro ad una strana compressione, ho chiuso gli occhi, e ho sussurrato, nel buio, un secondo prima di coprire la visione dietro alla condensa del bicchiere di vino, ho sussurrato prima di tornare a rispondere all’appello dei giudici, ho sussurrato in silenzio ma non troppo per farmi sentire, ho sussurrato in quell’istante di goffaggine improvvisa causata dall’infausta apparizione sulla via del policircolo megaculturale, ho sussurrato a qualcuno che ha visualizzato ma non ha risposto, ho sussurrato (rigorosamente citando): portatemi Dio, gli devo parlare.

Ho rivisto Heidi Kruger mentre stava con un altro e allora com’è nell’ordine delle cose un essere umano si sente rifiutato e si innamora ancora di più e io ripiombai in quel vortice di vacui sentimenti, e nel giro di una quarto d’ora lo sapeva tutta la piazza che io ero innamorato, diffondevo la voce, tanto anche gli altri vitelloni si erano reinnamorati, quindi stavamo in piedi con il vino rosso a disquisire di pene amorose, ma sempre con un sorriso di cera e una serie di divertentissime battute che allietavano la nostra piacevolissima e noiosissima serata. Alcuni vitelloni erano ubriachi, altri volevano esserlo ma non potevano, ma soprattutto Heidi Kruger era ubriaca, unica donna rimasta nel gruppo che gravitava intorno a noi vitelloni. Volteggiava tra la folla con elegantissima sgarbatezza, inciampava, gridava, si sedeva, si rialzava, con un bicchierino di gin liscio tra le mani, cui reagiva con un conato di sbocco ogni volta che lo assaggiava, chiunque per questo motivo sarebbe stato allontanato a male parole dai colti vitelloni, ma lei era Heidi Kruger. Se ne andava in giro con in grembo una cassa bluetooth ad alto volume che tentava di opporre quasi teneramente alla musica jazz che usciva dal minicircolino monoculturale. Qualcuno cantava nei circuiti elettronici sostenuti dalle braccia di Heidi Kruger fall in love again and again fall in love again and again

(Quella sera, si sarà capito, ho consolidato a quota diciotto le parole scambiate con Heidi Kruger, quindi, sulla via del ritorno, ho cercato rifugio in Zipper, l’app di incontri che fonda la sua politica comunicativa sulla questione app fatta per essere rimossa, con l’intento di trovare altre donne.

L’ho scaricata pensando che non fai in tempo a matchare con donna X e già hai un appuntamento con il parroco di una piccola Chiesa nelle colline in Toscana dove celebrerai il tuo matrimonio, al quale inviterai un centocinquanta persone, per fare le cose in piccolo. La cerimonia unirà tradizione e post-modernità, avvalendosi dei dispositivi rituali della cultura cattolica italiana, accostati però ad un afterparty berlinese, durante il quale un amico artista che nel tempo libero si è da poco reinventato dj per arrotondare, sciorinerà un paio d’ore di set tutto per voi.

Poco prima che nonne, zie e mamme se ne vadano a letto, di fianco alla moglie X con la quale hai matchato 5 anni prima, tu percuoterai gentilmente un cucchiaino d’argento sulla superficie di cristallo di un calice, e declamerai le vicende biografiche che ti hanno condotto a quel momento con quella persona. Racconterai di come quella donna tu l’abbia conosciuta su Zipper suscitando un breve momento di ilarità collettiva, ma poi renderai l’atmosfera più solenne, tralasciando l’ironia per pochi istanti, perché è un momento che merita serietà, e descriverai a tutti l’amore secondo te cos’è, magari ad un certo punto ci infilerai qualcosa come “non ho la verità sull’amore, ma so che io l’ho provato davvero con la donna di fianco a me”. Tuttavia, proprio nel momento in cui incrocerai lo sguardo con gli occhi orgogliosi di tuo padre (che in realtà fino a quel momento era stato silenziosamente deluso dalla tua strada professionale, ma quella volta in cui ti aveva visto tornare a casa ubriaco a 29 anni ti sembrerà di aver sentito “quando ti sposerai ti metterai a posto”) proprio nel momento in cui incrocerai gli occhi forse ora quindi orgogliosi di tuo padre, ti tornerà in mente il volto di donna Y, mettiamo, che non c’entra nulla con le colline toscane, che non vedi da saranno 10 anni ormai, che avevi dimenticato sul fondo di un sorso di vita mandato giù troppo in fretta, penserai a donna Y e ai due anni o qualcosa di meno trascorsi uno con il cuore dell’altro, uno con la mente dell’altro. Penserai che ancora prima di (come si chiamava?) Heidi Kruger, c’è stato un momento in cui non hai dovuto giocare a sembrare e fare delle cose per assoggettare quasi morbosamente un’anima, e tu non hai cercato dei modi d’essere per trovare in lei quella che ti avrebbe svuotato momentaneamente dei buchi neri. E forse in quel momento ti commuoverai pensando a donna Y, e di fianco a te ci sarà donna X pronta a consolarti, sicura che quelle lacrime siano per lei, e donna X asciugherà lacrime gelide versate per donna Y e tu proverai a dire così piano che neanche donna X nonostante la vicinanza non capirà (e sarai sicuro che invece donna Y avrebbe sentito) qualcosa di melenso, sentimentale, qualcosa come “ti amo”. Nulla di più falso.)

III.

La terza volta che ho incontrato Heidi Kruger è stato due settimane dopo, eravamo in un club. Mi ricordo ero con Nerio Belmonte in una sala in cui non si riusciva a respirare dalla gente che c’era. Era un club di quelli che sembrava un centro sociale, mettevano musica che faceva vibrare le pareti e dopo un po’ che ero dentro saranno state le due e mezza l’ho vista sotto cassa, naturalmente in prima fila, e in quel momento di dionisiaca lucidità ho pensato che fosse giunto il mio momento. Mi sono girato verso il mio sodale di danze notturne e gliel’ho indicata. Lui mi ha guardato ha detto vai, e io sono andato.

Nerio Belmonte vedeva la vita con pessimismo e simpatia, più o meno come me, quindi uscivamo insieme. Lui voleva fare un film da tutta la vita e ogni tanto mi guardava con un piccolo sorriso e diceva “potremmo metterlo nel nostro film”. Io in realtà non gli avevo mai detto che avrei fatto un film con lui. Quando stavo tentando di approcciare Heidi Kruger, lui si avvicinò al mio orecchio, con il piccolo sorriso (immagino, dato che in quel momento era buio e non l’ho visto) e ha detto lo metterò nel mio film (che mi ha turbato ma in quel momento mi è passato subito di mente).

Mi sono avvicinato a lei e quando mi ha visto l’ho salutata mantenendo un certo virile contegno.

Nerio Belmonte intanto rimaneva qualche fila dietro, da solo, e si muoveva in maniera sempre meno convinta, voleva smettere di ballare. Ha alzato lo sguardo, cercava una qualsiasi cosa che limitasse il turbinante dipanarsi dell’inconscio nelle distruttive frequenze della musica. Era il modo più veloce per riottenere una parvenza di controllo, qualunque cosa andava bene per essere guardata, l’importante è che fosse ferma. Ha trovato un bicchiere appoggiato su uno dei rialzi del pavimento che si può chiamare tavolino. Era un bicchiere di plastica trasparente delle dimensioni standard da drink, ancora mezzo pieno, ma il colore slavato del fluido e l’assenza totale di ghiaccio suggerivano che fosse lì da tempo ormai, lasciato da qualche distratto avventore. Nessuno lo avrebbe mai ripreso, sarebbe rimasto lì fino alla chiusura quando la persona incaricata di fare le pulizie sarebbe passata e senza pensarci avrebbe gettato il bicchiere e il contenuto nel largo sacchetto di plastica che teneva con una mano. Dopo essersi concentrato su un elemento così drammaticamente concreto, Nerio Belmonte ha interrotto i suoi movimenti.

Per smettere di ballare, quindi, è necessario attraversare una fase di limbo tra il movimento e la staticità, una fase in cui il corpo non balla né ancora sta fermo, ed è facile risultare goffi. La goffaggine è un concetto strano, è brutto risultare goffi. Io in quel momento dovevo stare attentissimo a non esserlo, e per qualche motivo me la cavavo. Dopo pochi minuti di assurda interazione di sguardi e gesti, Heidi Kruger si è avvicinata al mio orecchio e mi ha chiesto di uscire.

Uscimmo io e lei uno di fronte all’altro in piedi fuori da quel cubo di follia. Le offrii una sigaretta lei mi ringraziò mi guardò con due occhi di vetro. Ma poi fu un secondo. Sarà stato il modo in cui teneva in mano l’accendino, sarà stato il modo in cui ha spostato i capelli, sarà stato che per la prima volta le ero vicino, un soffio, un momento e al posto di Heidi Kruger vidi degli occhi acquosi, un naso con un foruncolo, una bocca rugosa arrossata da un pigmento argilloso. D’un tratto non ero più innamorato. Heidi Kruger lasciava il tempo che trovava, non nel senso d’uso, aveva oltrepassato la mia vita. Come sempre.

Ho alzato gli occhi pensando di vedere donna Y tra le stelle. Non c’era, ho guardato in basso ed ho visto accartocciato sulla panchina di fianco a noi un pezzo di plastica trasparente bruciacchiata ai bordi e giallognolo, forse la plastica che confeziona il pacchetto di sigarette, un portatessere, o forse qualcos’altro.

Frodo e il libro di poesia come progetto: opera-mondo e concept-book nella contemporaneità.

di Riccardo Frolloni. In questo contributo Frolloni riflette sulle tipologie testuali di opera-mondo e concept-book in riferimento alla sua attività di lettore e poeta. Dopo aver tracciato un percorso bibliografico, l’autore fa riferimento alla propria opera e al panorama della poesia contemporanea.

Volevo scrivere del mio essere un lettore pigro, di come questo abbia delle ripercussioni negative su tutto, e sono finito a riflettere su quali siano i libri che mi rapiscono. Sono libri a un tempo monolitici e magmatici, centrati e policentrici. Sono concept-book, libri-progetto, opere organiche, opere-mondo, io un piccolo Frodo (o un piccolo Sem, il vero eroe è lui) mi perdo, cerco la soluzione, in fondo non la voglio trovare, forse non esiste nemmeno, per certi versi sono io. La mia stessa poesia desidera questa tensione, nel tempo sempre di più. Ho così iniziato a scrivere solo per progetti: senza una direzione non riesco più a scrivere. Ho fatto dunque una breve ricerca per chiarirmi alcuni concetti, per poterli fare miei.

Mi sono chiesto quale fosse l’origine del libro come progetto, e ho visto che la concezione del libro di poesia come opera organica ha radici profonde nella tradizione letteraria. Già Petrarca propone un modello inaugurale di libro unitario, disposto secondo un’intenzione strutturale tematica e narrativa che segue le vicende spirituali dell’io poetico. Tale paradigma riemerge con forza nel XIX secolo, quando molti poeti romantici e simbolisti iniziano a pubblicare raccolte organizzate da un coerente disegno interno: Les Fleurs du Mal di Baudelaire, le Poésies di Mallarmé e, su tutti, Leaves of Grass di Whitman, libro aperto, “the book”, continuamente rivisto e ampliato, concepito come corpus poetico totale, come una Terra di Mezzo testuale: sempre espandibile, mai del tutto esplorabile – ma pur sempre un’isola, per quanto grande come un continente.

Nel tardo Ottocento, questa idea si consolida nella convinzione che un poeta rilevante debba scrivere poemi o cicli coerenti, come accade con Une Saison en Enfer di Rimbaud. Tuttavia, è nel Novecento che la riflessione sulla struttura del libro di poesia diventa teoricamente consapevole e dichiarata: The Waste Land di Eliot e i Cantos di Pound, opera-mondo frammentaria ma intesa come un libro unico in progress con intento enciclopedico, vicino al concetto di opera-mondo delineato da Franco Moretti (un po’ come le appendici del Signore degli Anelli: affascinanti, vaste, enciclopediche, e spesso ne parliamo più di quanto effettivamente le leggiamo). Anche la poesia italiana del Novecento offre numerosi esempi: Montale, Saba, Ungaretti, Sereni – diversi gradi di unitarietà, in alcuni casi solo accennata o addirittura dedotta.

Un po’ di critica ci può aiutare. Enrico Testa, con Il libro di poesia. Tipologie e analisi macrotestuali (1983), sistematizza le forme della raccolta poetica unitaria individuando varie tipologie di macrotesti, dal canzoniere autobiografico ai cicli narrativi in versi fino alle raccolte sperimentali. Per Testa, il libro di poesia rappresenta «un particolare modello del mondo» che riflette un macrocosmo esterno (un mito, una storia, un’opera d’arte) senza però mai coincidere completamente con esso. Negli anni successivi, studi come L’esigenza del libro dello stesso Testa e Il poeta e il suo libro di Scaffai (2005) ampliano questa prospettiva storica. Scaffai combina l’approccio storico e quello teorico mostrando come la forma-libro evolva nel Novecento, dalle strutture cicliche e chiuse dell’epoca simbolista ed ermetica a forme più aperte e frammentarie del secondo Novecento, mantenendo comunque una logica progettuale.

Anche le avanguardie (ad esempio Laborintus di Sanguineti) conservano una tensione verso una poesia concepita come opera aperta, globale, pur frammentando il discorso poetico. Secondo Moretti, le opere-mondo sono «monumenti», caratterizzate da dimensioni enciclopediche, polifonia di voci e strutture aperte che mirano a coprire l’intero spettro dell’esperienza umana. In poesia, esempi classici sono i già citati Cantos di Pound, Omeros di Walcott, Autobiography of Red di Anne Carson, Hart Crane con The Bridge e Iovis Trilogy di Anne Waldman; tutte opere che tentano di fondere storia e realtà in un unico organismo testuale. Moretti evidenzia come queste opere siano punti di riferimento transnazionali, collegandosi al concetto di Weltliteratur, come nel caso del Canto General di Neruda – ma di ciò parleremo in seguito con Ramazani.

Anche la ricerca, poi, si è trasformata in un’ossessione, una condizione di iperconsapevolezza teorica che ha iniziato a permeare il mio lavoro. La materia poetica di Corpo striato era troppo calda e dolorosa, il flusso creativo è stato dirompente e incontrollato, avevo bisogno di un filtro diamantino per evitare il patetismo: una struttura per un testo compatto e coerente, una matrice, una serie, fredda abbastanza per mantenere il controllo – controllare la morte, attraverso il fare poetico, ciò che abbiamo sopportato viene portato e trasformato in un oggetto. Nel frattempo avevo centinaia di appunti per Amigdala, avevo una storia, e già questa è invece una manipolazione, molto più controllabile, non fosse che questa storia era piena di buchi, oscura e subdola, e il frammento e il frammentato, policentrico, si dimostravano come una logica compositiva possibile, una narrazione possibile solo in poesia – altra forma di controllo quella della costruzione della memoria, mi viene da dire: poesia come forma di controllo? Terrificante ma possibile.  

A questo punto, si rende necessario riflettere sui due aspetti centrali per la riuscita (la realizzazione?) di un libro di poesia unitario, di un progetto: la composizione e la ricezione. Per me è stata la costruzione dei personaggi familiari, della Storia e della storia, del paese, del paesaggio, mio e non mio, da ricostruire nella memoria, iper-realistico e magico contemporaneamente, io come poeta e poeta-personaggio, mio padre come mio-padre-vivo nel ricordo finzionale del libro e come mio-padre-morto nel presente del poeta-personaggio, mia-madre-viva nel ricordo finzionale del libro e mia-madre-viva nel presenta del poeta-personaggio, ecc. Come si compone e come si tiene conto della ricezione?

A livello compositivo: da trame narrative esplicite a reti più sottili di rimandi interni e isotopie tematiche che producono una progressione di senso, spesso simile alle dinamiche narrative del romanzo; da libri iper-strutturati a libri intenzionalmente frammentari o policentrici, che tuttavia presentano una coesione “di secondo grado”, giocando con la coerenza strutturale, inserendo deliberatamente elementi di rottura o discontinuità, come ne I costruttori di vulcani di Bordini, che presenta «un compromesso tra istanze costruttive e destrutturanti» (Morbiato).

Dal punto di vista della ricezione, Julia Kristeva, con la teoria dell’intertestualità, evidenzia come «ogni testo sia un mosaico di citazioni» che dialogano tra loro internamente (i testi dialogano tra loro) ed esternamente (il libro dialoga con altri discorsi culturali, miti, libri precedenti). Nel caso di un libro di poesia unitario, potremmo dire che ogni poesia si legge come citazione delle altre, in un mosaico interno: la pluralità di testi si integra nella mente di chi legge. In effetti, «il lettore è il luogo ultimo in cui tale pluralità si riunisce, in cui si inscrivono tutte le citazioni di cui il testo è costituito»​. Nel libro di poesia unitario, tale intertestualità è rafforzata dal concetto di subject in process, un io lirico frammentato, polifonico e in continua evoluzione, come accade ne Le fuggitive di Carmen Gallo, che Cortellessa definisce un «gioco tra fantasmi del sé [che]… esplicita la dimensione rituale… della coazione a ripetere»​, o nello stesso Omeros, dove ci sono più personae, personaggi o alter ego, Achille, Philoctete, il narratore stesso.

Parallelamente, con Gérard Genette dobbiamo introdurre il concetto di paratesto: elementi di soglia (titoli, epigrafi, prefazioni, note, «l’insieme di elementi che fanno sì che un libro si presenti come tale») fondamentali nei libri a progetto per orientare il lettore verso una lettura unitaria. Il paratesto è un po’ come la mappa della Terra di Mezzo: certo, puoi farne a meno, ma non lamentarti se ti perdi nella Vecchia Foresta. Penso a Citizen di Rankine, che dichiara subito il tema identitario-politico, o a Verso le stelle glaciali di Tommaso Di Dio, dove il paratesto, con un’Avvertenza, anticipa e indirizza l’esperienza interpretativa complessiva: Quattro itinerari compongono questo libro. Questo paratesto introduttivo funge da mappa per il lettore, ci dispiega la dispositio interna.

Jonathan Culler, da Structuralist Poetics (1975) a Theory of the Lyric (2015), dice che leggere poesia implica una continua ricontestualizzazione del particolare nel generale e comprendere una poesia significa applicare una serie di convenzioni e aspettative di genere da parte del lettore, in altre parole, esiste una competenza poetica che ci fa percepire un testo come lirico e ne coglie i meccanismi interni (ripetizioni, parallelismi, ritmi, metafore ricorrenti). Il libro unitario funziona come un concept album, dove il lettore scopre una narrazione implicita attraverso il dialogo costante tra rito (immagini reiterate, parole-chiave) e racconto (progressioni tematiche o narrative). Ogni singolo acquista pieno significato alla luce della struttura totale. Si genera una narrazione implicita, come quella che può emergere da una serie: pur non essendoci una trama esplicita come in un romanzo, la successione delle poesie può creare un racconto di fondo o uno sviluppo concettuale. Il lettore strutturalmente competente tende a naturalizzare la sequenza, cioè a leggerla come se avesse una logica narrativa o tematica​.

C’è dunque un filo sottile tra naturalezza e struttura, una confusione benevola, proficua, e questo riguarda sia il poeta-compositore sia il lettore-investigatore. Entrambi sonnambuli, equilibristi, prestigiatori.

Ma credo importante ampliare (complicare) ulteriormente il discorso e ricordare gli studi di Jahan Ramazani che in A Transnational Poetics (2009) sottolinea come molti libri trascendono i confini nazionali e culturali, configurandosi come opere transnazionali, «energie dell’immaginazione poetica che scavalcano gli oceani». Opere come Omeros e Autobiography of Red mescolano tradizioni linguistiche e culturali diverse, rivolgendosi a un lettore globale e cosmopolita: ecco La Compagnia dell’Anello, hobbit, elfi, nani, uomini, stregoni, insieme. In questo senso, intertestualità e transnazionalità si sovrappongono, richiedendo al lettore di cogliere connessioni tra culture e tradizioni eterogenee. Dal punto di vista tematico, un macrotesto poetico può incorporare voci e storie di diverse provenienze (il mito greco o la realtà caraibica nelle due opere già citate, ma anche gli eventi e i media statunitensi che risuonano ovunque ci sia una discussione sul razzismo come in Citizen di Rankine). Sul piano formale, la transnazionalità appare nell’uso di lingue diverse o di forme poetiche miste: ad esempio, poeti migranti come Ocean Vuong o Eduardo C. Corral scrivono libri in inglese che includono parole vietnamite o spagnole, integrando prospettive bilingui in un singolo progetto poetico.

Ramazani parla della «cittadinanza della poesia» che sfida le genealogie nazionali​, mostrando come molti poeti odierni “abitino” più tradizioni simultaneamente. Un libro di poesia transnazionale è costruito quindi su intertestualità culturali: ad esempio, Yang Lian nel suo libro Concentric Circles (2005) fonde la classicità cinese con l’avanguardia occidentale, creando un macrotesto che richiede al lettore di essere, per così dire, cosmopolita nelle sue competenze di lettura. Anche il concetto di translinguismo (poesia che mescola più lingue) rientra qui: libri come Taccuino del Nicaragua (1992) di Ernesto Cardenal, scritto in spagnolo ma ricco di citazioni in inglese e riferimenti alla cultura globale, sono macrotesti che deliberatamente oltrepassano la dimensione nazionale. Dal punto di vista della critica, la transnazionalità impone di connettere i puntini: leggere queste opere significa anche riconoscere le fonti eterogenee e capire come un progetto poetico possa fungere da crocevia. In un’epoca di globalizzazione culturale, il libro di poesia unitario può diventare uno spazio transnazionale: un macrotesto come luogo d’incontro di voci del mondo. Ad esempio, Trickster Feminism (2018) di Anne Waldman incorpora miti dei nativi americani, riferimenti al buddismo tibetano e al femminismo internazionale in un unico ciclo poetico – la lettura richiede di attivare conoscenze diverse, e la critica ne ha parlato in termini di «poesia translocale». Ramazani e altri teorici evidenziano quindi che concetti come intertestualità e transnazionalità possono sovrapporsi: le citazioni e i richiami in questi libri spesso provengono da più culture, e il lettore ideale è chiamato a essere un interprete transnazionale, capace di cogliere nessi al di là di un singolo contesto nazionale.

Possiamo, dopo tanto straparlare, pretendere ancora un pubblico? Non chiediamo troppo? Come già sosteneva Testa, il libro di poesia «è un particolare modello del mondo», personale o collettivo, locale o globale, lineare o frammentato, ma sempre progettato secondo una logica strutturale consapevole – superbo, no? Implica una lettura attenta, integrale e attiva, rendendo la poesia contemporanea un genere che non ammette più una fruizione casuale, ma che richiede un coinvolgimento profondo e un’esplorazione guidata, simile al viaggio attraverso una «cattedrale di parole» che arricchisce la nostra esperienza del testo poetico, una Minas Tirith testuale che attende il lettore-esploratore. Ci sono testi che riescono in questa impresa alchemica – d’altronde Dante è ancora vivo, e senza scomodare il Sommo, tutti i libri splendidi che qui abbiamo citato. Forse il segreto è ancora nella narrazione e nel verso, nella tensione dei versi, che attrae magneticamente il fruitore, il quale, verso dopo verso, immagine dopo immagine, suono dopo suono, in una prima o in una seconda lettura, si sintonizza con la forza del compositore: una danza forse, Beren e Lúthien che danzando creano mondi (chi più di Tolkien è un autore-mondo?). Come lettore cerco questa danza, come autore provo a indicarne la soglia.

Come fare femminismo in versi scritti? Qualche considerazione su modalità e contraddizioni

In questo contributo, Letizia Imola riflette sulle modalità di fare femminismo in versi scritti, partendo da un’esperienza personale e da letture significative. Proponendo tre poesie inedite e considerazioni stilistiche, l’intervento esplora tensioni, resistenze e possibilità legate alla scrittura femminista, formulando ipotesi aperte su forma, militanza e trasmissione.

In pieno testo
Per caso e per privilegio ho vissuto tre mesi ancora più all’estero di quanto non ci viva normalmente. L’agio ha fatto sì che avessi ancora più tempo e più spazio per stare da sola, leggere e scrivere. (L’eccezione a questa triade è stata una nuova amica che credo un’amica per la vita, una compagna). In quei tre mesi ho “fatto ricerca” in più direzioni di quelle che pensavo. Ho scritto sette poesie, una cifra per me sorprendente. Nonostante le guerre sempre nelle orecchie, ho vissuto talmente in pace da acquisire il recul che stavo aspettando. L’attesa necessaria perché un’altra ondata di ordine (interventi che sento immediatamente come giusti) investisse quello che spero presto sarà il mio libro.

Dopo un mese ho scritto un testo credo femminista e mi sono chiesta perché. A posteriori ho pensato che abbia più senso interrogarmi sul come partendo da un dato incontrovertibile, il testo.
Avevo portato con me pochi libri, quasi tutti scritti da donne. Sentivo di averne bisogno. Infatti una somma di scrittici e la nuova amica mi hanno aiutata a resistere nella casa della discordia quel primo mese. Della Ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda avevo già letto le prime cinquanta pagine circa un anno prima. Ero entusiasta, ma quella volta non avevo molto tempo. Ne avevamo comunque parlato con un vecchio amico. Lui ci ha scritto un testo. La stessa cosa è successa a me. Mi era già capitato di scrivere un testo in versi dopo una lettura in prosa. In parte è l’effetto naturale di certe scritture, in parte è una volontà di capire e di tradurre. Per l’amicizia, per quel testo che si intitola «I saggi di F.F.», questo:

Il libro di R.R.

Scrivere in prima persona
con poca umiltà ma senza delirio
dà il senso del limite al singolo;
basta cercare nel genere giusto
e capisci che la finzione
è per chi ha già capito tutto
o per chi non vuole capire.

La pasta sfoglia è termine di paragone
per gli strati d’identità femminile
e per la società che si solleva:
il cerchio del libro si chiude.

Scrivi un appunto nel diario
se riesci persino un piccolo testo
per poi rileggerlo e ripetere
secondo i tuoi tempi nel tempo fermo;
solo grazie al modo francofortese
questa cosa rimane per la vita
ma ricorda: sono cose da poco
le cose che non mutano.

Vorresti essere di poche parole
e non temere la ripetizione;
almeno c’è qualche nuova certezza:
hai studiato troppo gli uomini
una rivista non è un’antologia
testimonianza è il contrario di politica
la forma è inevitabile.

Il testo conta ventisei versi. Circa la metà hanno un rapporto stretto con Rossanda, per i restanti è questione di altro; qualcosa che potrei chiamare l’incontro tra Rossanda e un sostrato di nervi scoperti. Dai nervi credo sia venuto il ‘tu’, che io uso davvero poco. Rileggendo individuo cose che mi sono state fatte notare. La dizione composta e a tratti lapidaria (e il modo in cui essa si esplica in sequenze versali costituite di volumi netti e ben squadrati). Un testo enunciativo controllato formalmente dove è avvenuto mascheramento/ raffreddamento/nascondimento, dove in realtà non è difficile risalire alle fonti, rimangono dei frammenti a mo’ di segnali destinati a essere più o meno impercepiti. Viene da chiedersi: è una postura generazionale? Una modalità di stare? Una modalità di sguardo che filtra la dimensione emotiva? Riconosco un mio uso della punteggiatura. Voglio credere che non c’è scimmiottare, non c’è pastiche. Sento la mia voce formale attraversata solo tematicamente da Rossanda. Forse è per questo che mi sembra che funzioni. Allora è bello riportare le due citazioni sulla pasta sfoglia. La prima si trova a pagina 37: «È stratificata come una pasta sfoglia l’identità femminile.» La seconda a pagina 382: «La società si era sollevata in quei due anni come una pasta sfoglia.» Rossanda è per la pagina scritta che si legge e si rilegge secondo i propri tempi. In questo senso si è definita “francofortese”. Per lei bisogna adattarsi al tempo fermo dello scritto una volta per sempre. Tutto il resto è una trappola. Bisogna fermarsi, tornare indietro. Bisogna rileggere. E così ho chiarito due riferimenti. C’è bisogno di dire altro? Per ora non credo. Né per me, né per chi legge.

Ci vorrebbe l’introduzione
Nel parlare di poesia femminista è fondamentale operare un distinguo – tutt’altro che scontato – rispetto a ciò che viene genericamente definito poesia femminile, nel senso di scritta da donne. La poesia femminista non coincide necessariamente con la scrittura femminile: è una pratica esplicitamente orientata a interrogare, criticare o sovvertire le strutture patriarcali e le dinamiche di potere di genere, e può essere scritta da soggettività non solo femminili, ma anche maschili, trans, non binarie e queer. Questo ambito si declina in forme molteplici e spesso intersezionali, come dimostra la poesia femminista delle minoranze, in cui le dimensioni di genere, razza, classe, orientamento sessuale e identità di genere si intrecciano profondamente. Figure come Audre Lorde, bell hooks e Adrienne Rich, accanto a voci affini come Monique Wittig, Cheryl Clarke, Pat Parker, June Jordan, Eileen Myles o Nicole Brossard, non solo hanno coniugato militanza politica e ricerca formale, ma hanno anche ribadito con forza il valore della poesia come spazio performativo, orale e comunitario. Nella poesia lesbica, in particolare, l’identità sessuale diventa veicolo di resistenza e di reinvenzione del linguaggio, spesso in tensione con la normatività eterosessuale e con le strutture canoniche del discorso poetico. Più recentemente, le scritture poetiche trans, non binarie e queer hanno contribuito ad ampliare ulteriormente l’immaginario e la grammatica della poesia femminista, decostruendo le dicotomie di genere e aprendo nuovi spazi per l’espressione del corpo, della soggettività e della trasformazione. Autor* come Alok Vaid-Menon, Juliana Huxtable, Kae Tempest, Jay Hulme o Danez Smith portano avanti una pratica poetica che è insieme performativa, politica e radicalmente sperimentale, spesso al confine tra poesia orale, spoken word e gesto corporeo.
Accanto a questa linea più propriamente militante si sviluppa, soprattutto nel contesto nordamericano, una forma ibrida e sempre più influente di saggismo lirico femminista che attraversa i confini tra poesia, autobiografia e teoria. Autrici come Anne Carson, Maggie Nelson e Claudia Rankine hanno ridefinito le possibilità del discorso poetico, fondendo riflessione critica e lirismo in un gesto insieme intellettuale e corporeo, che spesso si apre anch’esso alla dimensione performativa. Non è un caso che queste pratiche abbiano trovato particolare diffusione negli Stati Uniti, dove la tradizione orale, la spoken word e le forme ibride di espressione hanno da tempo abbattuto le barriere tra testo scritto e voce. In questo contesto, la poesia torna a essere non solo oggetto di lettura ma gesto incarnato, relazione, azione politica.

Se questa fosse un’introduzione, ci vorrebbe anche un paragrafo sul panorama italiano. Non solo sul versante poetico – e qui dovrebbe figurare un lungo elenco dei nomi giusti da cui mi defilo – ma anche teorico, a partire da tutto quel terreno pregresso che ha preso forma attraverso il pensiero della differenza, e che oggi dovrebbe entrare in dialogo con prospettive intersezionali complesse. Ma soprattutto, bisognerebbe aver letto, ascoltato, attraversato, per potersi riconoscere in un certo pensiero e non solo nominarlo. Per potersi chiedere: che pezzo di strada è stato percorso? E io, nel mio modo di leggere, di guardare il mondo, di scrivere – che spostamento metto in atto?

What’s better ?
Torno al mio interrogativo sul come e magari una risposta provvisoria (in campi come questo molte cose sono transitorie, le proposte si rinnovano) dirà qualcosa sul perché.

Come fare femminismo in versi scritti? [1]

Provo a scomporre la domanda che mi sono posta nelle sue cinque componenti. La prima è appunto il come e riguarda le modalità al plurale, perché la questione implica necessariamente una molteplicità di vie. La seconda è il femminismo come sineddoche di militanza, sperando che il discorso sia trasferibile a un piano intersezionale. La terza componente è la forma versale, escludendo per ora la prosa poetica (questo solo perché la domanda per ora la pongo a me stessa adesso che scrivo poco in prosa). La quarta è la dimensione dello scritto, ovvero versi che non nascono con un intento recitativo, ma già sanno che rimarranno sulla pagina (a parte, forse, qualche presentazione più o meno intima che proverà a uscire dalla nicchia). Il quinto elemento è che si tratta di una domanda: l’interrogativo è contingente quanto lo è il suo decorso qui presentato, meglio ribadirlo.

Se su questa questione a livello terminologico è stato facile parlarmi dentro, non lo è stato a livello esperienziale. Provo a farla semplice anche qui: avverto una sensazione di pericolo di fronte al femminismo in versi. Infatti, è qualcosa che non ho mai cercato, tutt’ora non cerco e ho scoperto che vale altrettanto per una serie di mie coetanee che si definiscono femministe e che scrivono poesie. Cerco il femminismo nella prosa, soprattutto come intenzione primaria dell’opera. Molto banalmente, credo che la prosa riesca a realizzare in maniera compiuta lo snodarsi e il racconto del pensiero femminista. Credo che la prosa sia lo spazio letterario giusto per articolare la denuncia, i problemi di unità, quelli di spessore simbolico e tanto altro. Il pericolo che avverto – la retorica – mi annichilisce. Mi spaventa lo slogan sulla pagina, in corteo invece lo urlo anche io.

Un’amica più adulta mi ha detto police partout, justice nulle part. Mi ha detto sono pochi gli slogan a non essere vittime del tempo. All’interno di una logica di mercato dove si fa mercato di tutto bisogna chiedersi ogni giorno se uno slogan è ancora valido nei suoi termini.

Per ora tutto ciò non mi spinge a posizionarmi in modo reattivo. Ho il sentore che la lotta sarebbe qui una battaglia al contrario, l’importante è che il fuoco non si spenga. E poi dalla nicchia e dal privilegio sempre parliamo.

Un altro amico ha detto credo nell’autonomia dei due momenti, militanza e poesia, ma li considero vasi comunicanti. Prassi e stasi. La questione è: voglio investire una fetta di esistenza e di senso?

Se incanaliamo la cosa nel nostro discorso, il femminismo può essere un vaso comunicante della poesia non solo femminile. Poi, il fatto che a me piacerebbe questa fosse la logica dietro a tutte le raccolte di poesia che tutt* dovremmo avere voglia di scrivere è un’altra questione e ha a che fare con il perché. Resto nel come e cerco di avvicinarmi a un nucleo in cui credo e di cui vorrei parlare, quello di retaggio positivo.

Non cercando poesia ideologica, poesia di reclami esplicitamente femministi, incontro, sostengo, e a questo punto genero anche, una poesia in cui non vengono messe a tema le questioni femministe, ma in cui il testo stesso, per la sua costruzione (visibile e non), mi porta a interrogarmi, mi obbliga a sostare. Uno spazio permeato da un femminismo fertile in cui si rompono automatismi e si fa venire alla luce un impensato rispetto a questioni che sono tra l’altro femministe.

Questo mio amalgama di paure e convinzioni si è imbattuto in una bolla di poetry slam italofono all’estero grazie a un’altra nuova amica. Grazie a lei ho visto una forma e un mondo poetici che mi erano abbastanza sconosciuti. Uno spazio in cui vigono dinamiche diverse da quelle che ho sempre sperimentato e che sono date dalla dimensione corporale e sociale presupposte.

«It’s better to speak» Lorde lo scrive, quindi è vero anche «It’s better to write».

Il megafono fa cool, è talmente ovvio. Siccome noi non siamo in corteo, ma in poesia in versi scritti, sono tanti i rischi: oltre alla retorica e all’incomunicabilità dei due momenti, a me appaiono davvero insidiosi i pericoli del filone e del “criterio amichettistico”, di cui si parla anche nell’editoriale di questa rubrica. Mi sto chiedendo se essere uncool in questo senso sia una forma di resistenza. Se non sia fondamentale anche un’altra forma di contributo. Non occupare lo spazio dei social e scrivere versi con un forte retaggio femminista perché si è propens* a introiettare un’intersezionalità sistemica, è una forma di militanza? Mi sembra che questo femminismo sia solido perché imprevedibile. Dal suo humus possono darsi dissidenze e contronarrative proficue (se si crede nella continua provvisorietà di molte armi e proposte della lotta femminista). Credo che questo femminismo possa agire anche a livelli sconosciuti e imprevisti proprio perché permea e attecchisce in un substrato profondissimo e, così tellurico, riesce a sovvertire.

Forse questa via è anche una scrittura aperta, una poesia abitabile da altr*. (Prevedere la libertà di chi legge. Accettare che non esiste il colpo di grazia.) Se entra nel pubblico, niente esclude che ecceda, prosegua, inneschi, attivi un impensabile altrove, venga interpretata e tradotta in un altro modo, che sarà necessariamente giusto perché possibile, perché espansione, sopravvivenza.

Un dittico
Prima di pensare a tutto questo ho scritto altri due testi credo femministi. Poi mi è venuto da ritoccarli calcando un po’ la mano.

Il gruppo

C’è un gruppo che mi fa molta paura
esiste e al contempo non esiste
potrei disporne in cerchio i membri
ma temo non si riconoscerebbero
nonostante il genere e la generazione.

Alcune di loro ci sanno fare
sono prestanti e le parole le usano
in modo del tutto diverso
si prendono troppo sul serio non sanno
che a fianco bisogna comunque campare.

Si giustificano sempre con formule
che io mi vorrei appuntare
ammesso che ciò che trattengono
le sottragga da morte insicura.

Se provo paura, se sono ostile
è una questione di campo e di spazio.


Il genere

Ho indicato le affinità nel genere
a posteriori, infatti credo
di averne un’esperienza muta e vera
spero di non dovermi mai ricredere
(per ora noi pensiamo unite
ma non scriviamo insieme).

La sommatoria è una persona unica
calda come la prima vocale
che le alterazioni emotive tengono
al di qua dalla produttività.

Senza gelosia per le coincidenze
raccontiamo di nuovo le nostre cose
mentre l’altra è presente e c’è il piacere
di riaprire insieme certi cassetti.

I traumi a quel punto diventano
una stronzata o un privilegio.

I due testi formano un dittico in seno alla mia raccolta, dove però mi auguro instaurino anche un dialogo più ampio con le altre poesie della sezione, oltre che con il resto del libro. La sezione si intitola Abrégés e consta di brevi ritratti (degli abstract, se si vuole, ma è una parola che si è abbruttita spaventosamente) di persone che per me funzionano particolarmente bene come gioco di sponda e allo stesso tempo come apertura di brecce nell’analisi di varie cose, tra cui di me stessa.

Ho incluso questi due testi perché sono stati scritti nei mesi di pace. Sotto al primo, tra le altre cose, adesso intravedo Nathalie Sarraute, che non stavo leggendo, ma che è sempre lì. Nel secondo – e ancora di più in una prosa degli stessi giorni – c’è finita Luisa Muraro, che stavo scandagliando.

Guardandoli bene mi sono resa conto che il retaggio femminista qui era talmente forte da rovesciarsi nel tema. Come annunciavo, sono testi che ho ritoccato. A posteriori mi chiedo: si può fare? Si può lavorare a un testo in direzione femminista? A me è successo, ma quanto del lavoro era cosciente? Mi sono accorta abbastanza chiaramente della cosa a distanza di mesi, dopo aver attribuito due titoli in un certo senso polari e che a me appaiono giusti. Non sono gli unici testi con cui mi è capitato, ma parliamo comunque solo di un paio. Forse anche questo tipo di addensamento, di stratificazione (meglio se imponderabile, mi sembra) può essere una via di fare femminismo in versi scritti. Ma credo ci voglia il lavoro giusto in un momento talmente propizio, che non si dà spesso, anzi.

Di fatto qualche testo è arrivato. Con essi, tante tante domande, qualche scoperta e qualche nuova convinzione. Per le solite paure, viene voglia di lasciare giacere tutto ciò a uno stadio di materia opaca, di esperienza muta, e lasciare fuoriuscire giusto qualche considerazione provvisoria e sommaria. Il cerchio si chiude solo nel libro, nella mia realtà si riapre. È così azzeccata la metafora della pasta sfoglia. Interrogativi e proposte in divenire, questo, mi sembra, è quello che posso formulare per ora. C’è qualcosa che sta lavorando.


[1] Si dovrebbe discutere, certo, anche della formulazione “essere femminista” in luogo di “fare femminismo”: non è solo una variazione linguistica, tocca il rapporto tra identità e pratica.

Poesia e deindividuazione: su alcune tendenze delle scritture contemporanee

In questo contributo, Riccardo Socci riformula alcune questioni che ha già trattato durante un intervento nell’ambito del seminario Poètes-critiques dell’Università di Aix-Marseille e, soprattutto, nel saggio “Modi di deindividuazione” (Mimesis 2022), estendendo i limiti temporali dell’analisi, che in quello studio si fermavano sulla soglia degli anni 2000, ai nostri giorni.

Perché deindividuazione?

Come ho spiegato in maniera più distesa altrove, la preferenza che ho accordato a questo termine rispetto ad altri spesso usati nell’ambito della poesia lirica italiana dell’ultimo Novecento (come desoggettivazione o spersonalizzazione) è dovuta sostanzialmente a due riferimenti: il primo è Le radici dell’io di Charles Taylor – saggio fondamentale, a mio giudizio, per inquadrare la questione dell’io e del soggetto della poesia moderna –, nel quale il filosofo canadese pone un principio di individuazione alla base della costruzione del concetto moderno di soggetto e soggettività nella cultura e nella filosofia occidentali; il secondo riferimento è la celebre formula di Adorno, secondo cui il genere lirico si configurerebbe come il luogo in cui il poeta “spera di conseguire l’universale attraverso un’individuazione senza riserve”.

Che cosa intendo con deindividuazione?

Nelle mie intenzioni, questo termine non vuole delineare una categoria circoscritta ed esclusiva, ma un insieme variegato di fenomeni e di tendenze che attraversano diacronicamente buona parte della poesia italiana del Novecento[1] e che, a partire dagli anni ’80 e ’90, si manifestano a mio modo di vedere in maniera sempre più chiara.

Questi fenomeni riguardano da un lato i contenuti (l’aspetto forse meno interessante), dall’altro la forma. Sul piano contenutistico, riconduco alla deindividuazione tendenze e temi come l’eclissi dell’io empirico del poeta (e quindi dell’autobiografismo), l’ostentazione della marginalità del soggetto poetante, l’alienazione e l’estraneazione della prima persona, l’inconsistenza della sua identità, il carattere frammentario della sua esperienza nel mondo. Com’è evidente, questi sono discorsi che caratterizzano in vari modi molta poesia italiana del Novecento, dai crepuscolari in avanti.

Sul piano della forma e dello stile, possiamo invece rintracciare costanti quali la rimozione (totale o parziale) dell’io poetico, ossia della prima persona quale soggetto dell’enunciazione, il ricorso a “formule di debolezza conoscitiva” e a “interposte persone”[2], l’uso sistematico di pronomi personali indefiniti e di verbi impersonali e, più in generale, meccanismi testuali atti a relativizzare continuamente il discorso svolto del soggetto.

Si tratta di costanti che, combinate in maniera diversa da autore a autore, emergono con particolare evidenza nella poesia (e specificamente nella lirica) italiana degli anni’80 e ’90, ad esempio nei lavori di Mario Benedetti o Umberto Fiori. Questi poeti, come altri della generazione dei nati fra anni ’50 e ’60, sembrano in effetti negare la sintesi adorniana in due modi, fra loro complementari: in alcuni casi viene meno il principio stesso di individuazione, e la lirica cessa di essere un discorso dell’io, o abolendo del tutto la prima persona o adottando un soggetto dell’enunciazione impersonale e privo di tratti identitari e distintivi; in altri casi, l’individuazione ha luogo con riserva, ovvero soltanto se accompagnata da una serie di strategie discorsive atte a metterne in mostra la natura soggettiva, e dunque la parzialità.

A mio giudizio, il periodo compreso fra anni ’80 e ’90 rappresenta davvero uno spartiacque: la fine, sempre più definitiva, della tradizione centrale del nostro Novecento poetico e dei suoi paradigmi (il “classicismo lirico moderno”, come lo definisce Guido Mazzoni) ha comportato cambiamenti intervenuti nello statuto stesso di genere del discorso lirico. Questi cambiamenti hanno coinvolto in particolare la questione fondamentale del soggetto della poesia, un soggetto che già tra anni ’50 e ’60, com’è noto, era entrato in crisi: da un lato, in maniera esplicita, nelle opere della Neoavanguardia (la “riduzione dell’io quale produttore di significati”, secondo la formula di Alfredo Giuliani, e la “spersonalizzazione della scrittura” di cui parla Lucio Vetri), dall’altro, in maniera meno evidente ma più articolata – e per questo, a mio avviso, più interessante –  in quelle di autori ancora legati a un’idea tutto sommato tradizionale di poesia, come Vittorio Sereni, Amelia Rosselli, Giorgio Caproni o Mario Luzi.

L’importanza della Neoavanguardia, in particolare nel confutare quel principio di sovrapponibilità tra poesia e lirica di matrice romantica, è un dato ormai acquisito e ampiamente storicizzato. Tuttavia, com’è stato già fatto notare[3], se consideriamo la logica che sorregge il discorso letterario, il lavoro della Neoavanguardia non appare essere così innovativo rispetto a quanto avevano già fatto le avanguardie storiche in Italia e in Europa. Una differenza importante riguarda però gli effetti che i due movimenti sono riusciti a ottenere: mentre le seconde hanno segnato un momento di rottura circoscritto, che di fatto ha preceduto la stagione più importante della lirica novecentesca italiana, i primi hanno determinato davvero un’estensione decisiva e irreversibile del campo della poesia, giungendo nel momento in cui quella stagione stava ormai volgendo al termine e un nuovo periodo della storia della poesia italiana stava iniziando. Tra le varie cose, a mutare era stato innanzitutto il contesto dal punto di vista della sociologia della letteratura.

I cambiamenti di cui parlavo prima, intervenuti nel corso degli ultimi vent’anni del Novecento, vanno interpretati anche (forse soprattutto) come una forma di reazione a circostanze mutate, e in particolare alla perdita definitiva del mandato sociale del poeta, del suo ruolo istituzionalmente e pubblicamente riconosciuto, di cui molto si è già discusso.

C’è la consapevolezza, insomma, da parte degli autori di non potere più attuare nella scrittura poetica in generale e in quella lirica in particolare, il genere che per definizione e tradizione costituisce il discorso privato e idiosincratico di un io, quell’individuazione senza riserve di cui parlava Adorno. Questa presa di coscienza ha comportato una crisi che ha investito innanzitutto il soggetto stesso della poesia, determinando in alcuni autori una vera e propria fuoriuscita, almeno sul piano pronominale, dalla prima persona – penso ad esempio ai primi libri di Umberto Fiori.

Per arrivare ai nostri giorni, mi sembra che molte scritture poetiche contemporanee, liriche e non soltanto, partano proprio da questa domanda: come rientrare nella soggettività (o quantomeno, in una soggettività) in maniera credibile e non ingenua?

Chiaramente questo non è un discorso che vale per tutti. Molti autori si trovano ancora benissimo in posture oracolari e ipersoggettive, aggrappate al “mito delle origini” di cui parla Gianluigi Simonetti e ai riti magici della parola poetica, oppure in testi smaccatamente lirici, ingenuamente (o peggio, maliziosamente) espressivi o confessionali. Molti autori, in sostanza, non si pongono affatto il problema di come dire “io”, o del perché il lettore debba ascoltare la voce di questo io che gli parla degli affari propri, delle proprie idiosincrasie, delle proprie trasfigurazioni, e va bene così. Ma la mia simpatia di lettore non va per questo tipo di scritture, che mi sembrano del tutto anacronistiche e che pure, se consideriamo il totale dei libri di poesia pubblicati oggi in Italia, rappresentano ancora l’ampia maggioranza.

Allo stesso modo, però, in molti casi non mi entusiasmano quelle scritture poetiche che rinnegano in assoluto e a priori la soggettività, preferendo all’espressione della prima persona – o comunque di una qualche forma di voce individualizzata – la pura “mimesi della schizofrenia” collettiva del nostro tempo (per riprendere le parole dello stesso Giuliani), dell’impersonalità del linguaggio dal quale siamo parlati, dell’intercambiabilità e dell’insensatezza delle nostre esistenze private e così via. In buona sostanza, quelle scritture vocate all’oltranzismo che scelgono l’orizzontalità, l’omologazione e la neutralità di linguaggio e stile per rappresentare l’orizzontalità e l’omologazione della nostra società, l’apparente neutralità dei rapporti di forza che la governano o delle vite che gli individui conducono al suo interno. Mi sembra una limitazione autoimposta, troppo stringente e asfittica, sul piano stilistico, delle possibilità della scrittura, che rischia in molti casi di risolversi in un mero atto combinatorio, ripetibile all’infinito, e che aggiunge poco o nulla all’esperienza di mondo che già faccio.

Dove va la mia preferenza di lettore?

In estrema sintesi, per quelle scritture che mantengono vivo un certo grado di intenzionalità dell’autore, di soggettività del personaggio che prende la parola nel testo e del linguaggio e dello stile che usa per esprimersi. Quelle scritture, insomma, che, rifiutando l’idea anacronistica e postuma della poesia come pura espressione del sé, costruiscono forme di soggettività nuove attraverso un continuo atto di mediazione, di relativizzazione dello stesso soggetto poetante. Ecco, con deindividuazione intendo in sostanza questo tentativo che ha luogo nella scrittura poetica, e che si realizza sul piano formale e tematico secondo i modi che descrivevo brevemente all’inizio.

Qualche esempio testuale potrà forse essere utile a precisare il discorso.

Se, come detto, la prima persona egoriferita e autobiografica della lirica tradizionale non occupa più il centro della scena, possiamo chiederci quale sia il ruolo del soggetto poetico in questo tipo di scritture contemporanee. Sicuramente non è il portatore di esperienze eccezionali o esemplari (una postura, questa, che oggi sarebbe ridicola); piuttosto, è un individuo estroflesso che condivide una visione e un’esperienza parziali, estremamente limitate (quando non del tutto indeterminate), ma non per questo necessariamente insignificanti. Una delle costanti di molte scritture è quindi lo sdoppiamento (in certi casi la moltiplicazione) e la frammentazione del soggetto, che si guarda da fuori perché sa che non può correre il rischio di assolutizzare il proprio discorso, sprofondando in sé stesso, di esercitare la propria “fantasia dittatoriale”, secondo una formula di Friedrich, come avviene nella cosiddetta poesia pura, simbolista, ermetica, orfica, neo-orfica ecc. Questa fuoriuscita dall’io, rintracciabile in opere anche molto diverse fra loro (da quelle più liriche a quelle più vicine a un grado zero della scrittura), assume di frequente una connotazione esplicitamente metapoetica:

Guardo le nuvole sopra di me, sono un’idea,
sono l’immagine di un intero che mi sovrasta,
vedo me stesso come qualcuno che coglie
l’immagine di un intero dentro le nuvole che lo sovrastano.
[G. Mazzoni, La pura superficie, 2017]

Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica
ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome. […]
Alla fine torno all’io che finge di esistere,
ma è una busta come quelle usate per la spesa
piena di verdura o pesce surgelato.
Io con l’io mi nascondo.
[A. Anedda, Historiae, 2018]

Ho sedici anni.
Questa bestia che ho dentro in qualche modo deve uscire.
Ho zero anni.
Perdo i denti. A volte anche i capelli. Mi smarrisco nei labirinti. Sono su una macchina che non so guidare e mi vado a schiantare. La folla. Cado col lettino dal ballatoio della nonna. Non sono in picchiata ma il letto si disfa progressivamente fino a quando l’unica protezione contro lo schianto è la mia impronta sul materasso. Polvere e cenere in turbini. Mi va malissimo il compito in classe di matematica che devo svolgere.
Ho ventisei anni.
Ho molta paura. Giorni senza soluzione, senza fine. Come se il mondo fosse finito.
Ho ventisette anni.
Mi sono buttata dalla finestra: tre mesi di sedia a rotelle con le ossa rotte, prova solo a immaginarti la rabbia di una che si vuole ammazzare e resta imprigionata.
[P. S. Dolci, Diario del sonno, 2021]

Rendendosi conto che la propria esperienza di mondo non ha nulla di eccezionale o di esemplificativo, il soggetto della poesia cessa perlopiù di collocarsi al centro della scena, che spesso viene occupato da personaggi diversi dall’io. In molti casi, chi prende la parola esplicita la distinzione fra io empirico e io lirico (il legame fra questi due io cessa di svolgere una funzione normativa proprio fra anni ’70 e ’80), e si identifica di frequente con il ruolo di autore, più che quello di protagonista, esercitando nei testi la propria funzione normativa e intervenendo nel discorso come farebbe una sorta di narratore, più che un io lirico tradizionale:

Sono uscito a camminare verso il mare, ma devo negarlo
perché ero uscito e in realtà quasi subito
ho incontrato un platano e mi tocca di scriverlo,
anche se scrivere è di più che raccontare,
anche se raccontare è già difficile,
anche se il difficile è rientrare
a scrivere del platano,
a raccontare il platano
senza averlo davanti,
cercando di ricordare […].
[S. Dal Bianco, Ritorno a Planaval, 2001]

L’autrice si domanda
se sarà possibile parlare
della morte
senza parlare di dolore […].

Credo che verrò meno
a quel mio proposito iniziale;
non possiamo fingerci eterni […].

L’io è uscito
forse dal canale orale e la figura pare
ora tanto leggera, di carta.
Eppure non manca niente al corpo
è tutto ancora dentro,
uguale a prima, sì, ma spento.
[M. Lotter, Atlante di chi non parla, 2022]

In altri casi, il soggetto dell’enunciazione si identifica con figure marginali, o mescola la propria esperienza a quelle di molti altri personaggi, secondo un’impostazione del tutto orizzontale, creando effetti deindividuanti pur senza rinunciare a un grado minimo di soggettività del discorso, ossia rispettando l’inevitabile triangolazione fra scrittore, testo e lettore – laddove la lirica ipersoggettiva pretende di annullare l’ultimo, mentre la scrittura forzatamente impersonale, tendente a un grado zero della comunicazione, vorrebbe fingere che il primo non esista:

Collins che resta a orbitare sul Columbia mentre Armstrong e Aldrin scendono verso la Luna e lui li fotografa con la Terra sullo sfondo, in un’immagine che contiene l’umanità presente, passata e futura, tutti i vivi e i morti tranne lui, Collins, che parla con la radio e cerca conforto a Houston, fino a quando la massa della Luna si interpone tra lui e la Terra tagliando il collegamento e lasciandolo solo come nessun altro essere umano è mai stato tranne i sepolti vivi […]; Collins, il terzo astronauta, quello che pochi conoscono, quello che non è mai stato veramente sulla Luna, come gli verrà ricordato in tutte le interviste del futuro […]. Parlavo della possibilità che lei morisse, della paura, della non-paura che questa idea mi suscita, come se non appartenessi mai veramente, come se non amassi mai qualcosa per intero […].
[G. Mazzoni, Scatola nera, 2023]

Per un anno, quando ne hai trentadue, ti improv­visi imprenditore nel comparto dolciario, hai otte­nuto la qualifica di operatore edile alle strutture, ti sei fatto una posizione. Sei un esperto di taglio cabochon, di cloisonné e di archeologia indu­striale – hai pescato in un fiumicello uno storione mostruoso. Di fianco a te, nel bagno pubblico, il vecchio Humbert ha lasciato l’orinatoio sporco di sangue. Sei in coma farmacologico a seguito di un intervento d’emergenza, allettato in ospedale in una città che non conosci. 
Ti sei soffocata con un boccone in un’angurieria, procurata un ascesso al fegato o un enfisema su una petroliera. Soffri di un’affezione sconosciuta, sei cianotica, esanime. L’anomala secrezione di sostanze ormonali nel tuo organismo ha denunciato una recente insorgenza tumorale: stai morendo poco più che cinquantenne per una malattia che non lascia scampo; hai com­prato una djellaba come la volevi tu in un bazar in cui non entravi da anni, gettato con un’alzata di spalle il tuo grembiule guajiro…
[A. Broggi, , 2024]

Le voci in stazione si accumulano
in un modo che ti sovrasta in uno spazio
che non sai contenere. La torre è troppo alta
le mura si sono moltiplicate. Non sappiamo
parlare, intendo con questo entrare disarmati
nel vuoto, superato il primo inganno elementare.
L’impressione di riconoscersi è un fossile da cui
soffi via la terra la polvere. Una voce sola
lampeggia: non superare la linea gialla.
[S. Branca, Interferenze, 2024]

Un’ultima tendenza, per me molto significativa, riguarda i modi di costruzione del contesto enunciativo. Come ha illustrato Bernardelli[4], quello lirico tradizionale è un discorso che si svolge “in presenza”, ovvero assumendo aprioristicamente la presenza del lettore all’interno della scena enunciativa; facendo insomma finta che il lettore sia davvero lì, accanto al soggetto che parla. L’uso dei deittici che caratterizza l’incipit dell’Infinito di Leopardi è un caso esemplare: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle / e questa siepe”. Se ci trovassimo all’interno di una situazione comunicativa normale, le prime domande che sorgerebbero spontanee sarebbero: quale colle? Quale siepe? Chi parla nel testo di Leopardi finge che il lettore sia presente lì accanto, che veda lo stesso paesaggio e che stia condividendo la stessa esperienza della prima persona.

In molti testi contemporanei avviene invece il contrario. Non essendo più la presenza di un lettore garantita, il soggetto costruisce la situazione e il contesto enunciativi mentre parla o, meglio, dopo avere iniziato a parlare. È un modo, a mio avviso, di cercare un piano condiviso di incontro con il lettore stesso, senza pretendere che l’altro da sé entri “senza riserve” all’interno del mondo del soggetto, senza esercitare in maniera ingenua e dittatoriale la propria fantasia, senza imporre all’altro, in nome di una supposta oggettività del discorso, la propria visione del mondo:

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.
Ho freddo, ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.
[M. Benedetti, Umana gloria, 2004]

La strada è accidentata. Piove. Stiamo entrando nel paesaggio e cominciamo a distrarci camminando: a volte pensiamo a una persona in particolare, altre volte è solo l’idea di una persona. Seguiamo puntualmente il percorso: cosa c’è di fronte a noi? La linea azzurra di un corso d’acqua riflette le prospettive, la visuale si schiarisce. Non smettiamo di ridere, la cosa più importante per noi è che succeda qualcosa. […] In uno scenario che chiameremo “il paesaggio” è notte. Non ci interessano i dettagli geografici né qualsiasi specifica localizzazione, progrediamo attraverso la vegetazione. […] Cominceremo parlando sinceramente: non riuscivamo a uscire per strada a causa dell’eccesso di informazioni. Ogni persona che incontravamo o che vedevamo era un nuovo mondo possibile, una biografia in corso.
[A. Broggi, Noi, 2021]

La costruzione del contesto enunciativo, all’interno del quale ha luogo la comunicazione, è dunque un atto che spesso viene condiviso con il lettore nel testo, non prima. L’idea che tutti abbiano visto il mondo (il Natale, il parco, la strada) come lo ha visto il soggetto dell’enunciazione, nel suo modo parziale e individuale, non può essere data per scontata: con questa consapevolezza della propria parzialità è necessario fare i conti, pena l’ingenuità.

Tornando alla domanda iniziale – perché deindividuazione, e non desoggettivazione?–, la risposta, a questo punto, potrà forse essere più chiara: in questo insieme di scritture contemporanee, a volte anche molto diverse fra loro per forma e stile, a venire meno non è la soggettività, ma quel principio di individuazione che, stando a Adorno, dovrebbe caratterizzare in poesia il soggetto che prende la parola.

La poesia contemporanea che più mi interessa e mi appassiona come lettore non rinuncia al soggetto: lo problematizza, lo relativizza, lo attraversa. Rifiuta la verticalità del discorso esemplare e onnisciente, ma al contempo non rinnega la possibilità di una voce. Cerca di costruire forme plurali, parziali e non totalizzanti di esperienza (ma non per questo prive di senso), uno spazio di relazione con il lettore che può esistere solo quando chi comincia a scrivere esplicita innanzitutto la propria posizione nel mondo.


[1] Per una ricostruzione storica più completa e articolata di ciò che chiamo deindividuazione rimando al saggio citato all’inizio.

[2] Enrico Testa, Dopo la lirica (2005) e Per interposta persona (1999).

[3] Si veda ad esempio Carlucci: https://www.nazioneindiana.com/2013/03/11/note-sullinfluenza-della-neoavanguardia-italiana/

[4] Giuseppe Bernardelli, Il testo lirico. Logica e forma di un tipo letterario (2002).

 

Note su Hahaha Bring Me Back di Anna Tierney

di Eugenia Delbue, Caterina Dufì, Eleonora Negrisoli, Caterina Profico

Giovedì 24 ottobre 2024, è andato in scena ad Atelier Sì Hahaha Bring Me Back della danzatrice e performer Anna Tierney – apertura della residenza artistica nell’ambito del progetto Artists in Residensì in collaborazione con il programma Nouveau Grand Tour, ideato e concepito dall’Istituto di Francia in Italia (IFI).

Aperte le porte, il palco è vuoto, salvo per alcuni fogli scritti al computer sul pavimento e, come poi si scopre, anche altrove. Sul fondale nero si staglia un grande schermo su cui verrà proiettato in forma scritta il testo pronunciato in francese, sottotitolato in italiano. Anna entra in scena e si sdraia, piedi al pubblico, rivolta verso il foglio più distante. Indossa una tuta in acetato da palestra. Inizia la musica, composta da Dimitra Sofroniou, e poco dopo la voce di Anna amplificata. 

Anna si muoverà, per circa 30 minuti, soltanto per passare da un foglio all’altro e leggere il suo contenuto. È il testo che Anna e Antoine Dupuy Larbre, dramaturg del lavoro, hanno scritto quasi interamente durante le due settimane di residenza, ridisegnando parte della storia personale di Anna per creare una figura fittizia che evocasse, attraverso il suo racconto, temi come la costruzione dei corpi, l’emergere del desiderio, l’adolescenza e la formazione, l’identità, la classe sociale di provenienza, l’orientamento sessuale – questioni che la circondano, senza che lei ne sia completamente consapevole. 

Questo articolo raccoglie alcuni estratti del testo di Anna Tierney, accompagnati da altre voci scritte da Eugenia Delbue, Caterina Dufì, Eleonora Negrisoli e Caterina Profico, immagini, canzoni.

Ringraziamo Anna Tierney per averci consentito di pubblicare il suo testo e di aprire finestre di immaginazione su Hahaha Bring Me Back. Anna continuerà a lavorare al progetto e a portarlo in scena. Questo autunno sarà in residenza a Tarbes, grazie al supporto di TRAVERSE, Cie SANS6T e Scène Nationale de Tarbes, con un esito aperto al pubblico presso Le Parvis (Scène Nationale Tarbes Pyrénées).

* La traduzione del testo francese di Anna Tierney è a cura di Elena Strappato, Eugenia Delbue e Caterina Dufì.
La traduzione del testo di Melissa Febos (Questa mia carne. Scrivere di sé come atto radicale, Nottetempo 2024) è a cura di Federica Principi.
Nel testo si fa riferimento anche a: Kathy Acker (Against Ordinary Language: The Language of the Body, 1993) e Yukio Mishima (Sole e acciaio, 1970).

Il femminismo è negli occhi di chi guarda: feminist gaze e immaginari letterari secondo Azélie Fayolle

Le parole dei vivi | Intervista a cura di Marta Olivi e Alessandro Farris

© Les Créatives, Roxane Gray

Nel voler compiere un necessario passo avanti dal concetto di “femminile” a quello di “femminista” – sia in ambito letterario (quella “letteratura al femminile” che ancora infesta certi inserti del weekend) sia in quello critico (l’ormai superata ginocritica degli anni Ottanta) – ci troviamo di fronte a una distinzione sottile ma fondamentale. È proprio da qui che prende le mosse Scrivere femminista (Nero, 2024; traduzione di Laura Marzi) di Azélie Fayolle, un libro che ci invita a ragionare sulla letteratura femminista non in quanto espressione di autrici donne, ma in quanto spazio di elaborazione politica e critica, capace di sfuggire all’essenzialismo di genere e alla riduzione del corpo a unico luogo del politico.

Fayolle, accademica francese e divulgatrice, propone uno sguardo capace di tenere insieme la materialità dell’esperienza soggettiva e corporea con l’urgenza di superarla come destino. Lo chiama feminist gaze: uno strumento critico fluido, situato, non neutro e non riservato all’accademia, che legge i testi – letterari e non – interrogando forma, postura e potenziale, più che contenuti esplicitamente femministi. Un approccio che invita a praticare letture nuove, condivise, trasformative.

Nel libro, questa prospettiva si traduce in un coro di voci che inventa una lingua e uno stile capaci di far circolare lo sguardo femminista nella letteratura, ripensando anche i luoghi della produzione e della trasmissione del sapere: l’editoria, la scuola, gli spazi critici. Abbiamo avuto modo di discuterne direttamente con Fayolle in occasione della presentazione bolognese di Scrivere femminista, il 27 febbraio al Centro delle donne, in dialogo con Gloria Baldoni e Francesca Massarenti di Ghinea. L’intervista che segue ripercorre i nodi principali del suo lavoro: dallo sguardo alla materialità, dai luoghi della cultura alla tensione utopica verso ciò che ancora non esiste – ma che potremmo iniziare a immaginare.

Primo tema: IL “GAZE” DELLA CRITICA.

Ciao Azélie! Tu nel libro lavori molto con il concetto di una critica femminista, un “feminist gaze”, da indossare in moltissimi contesti diversi, per leggere libri e guardare film a prescindere dallo stile più o meno femminista dell’opera. Proprio per questo motivo, il “feminist gaze” può essere applicato a qualsiasi tipo di testo e di narrazione. Il concetto di gaze è stato anche molto discusso nella presentazione del libro e ci piacerebbe ora iniziare proprio da qui. 

1) C’è una differenza tra il “feminist gaze” del critico (accademico o militante che sia) e del lettore più casuale? Tra la critica di professione e quella che, dici tu nel tuo saggio, si fa davanti a una birra conviviale dopo aver visto un film con le proprie amiche?

È una domanda davvero importante, che mi sono posta da quando ho pubblicato questo libro sul “feminist gaze”. Mi sono resa conto recentemente che, in effetti, il movimento che si trova sia nel pubblico che nell’accademia è lo stesso. Ho cercato di proporre una sovversione dello sguardo maschile e un’alternativa a uno sguardo femminile. Ora sto lavorando su una teorizzazione più scrupolosa dello “sguardo”. Non credo che ci sia una separazione netta tra il pubblico e l’accademia, né una diretta ascendenza di quest’ultima sull’altro, ma piuttosto una costruzione condivisa di conoscenze e concetti – con funzioni e status differenti, ovviamente. Alla fine, tutti possono prendersi una birra dopo il film…

2) Pur non volendoci addentrare nell’annosa questione della “morte dell’autore”, praticando il “feminist gaze” si può parlare di una specie di “inconscio femminista” à la Jameson? O sarebbe ciò che Sedgwick chiama paranoid reading?

Questa è un’altra domanda importante per cui non sono sicura che ci sia una risposta davvero chiara: il tutto si riduce alla convinzione che ci sia una sola verità in un testo, il che presuppone una lettura teologica della “scoperta”. Questo è ciò a cui Barthes mette fine con “la morte dell’autore” costringendoci ad accettare che non ci può essere certezza. Adotto una posizione formalista col fine di proporre uno strumento (“sguardo femminista”) e di cercare di migliorare questo strumento collettivo per interpretare i testi. Il formalismo è originariamente un movimento che rifiuta la dimensione politica dei testi. Per me, questa è una grave negligenza, se non un errore. Vedo questa scelta (includere la dimensione politica nella lettura dei testi, N.d.t) come una scommessa, che il pubblico in realtà sta chiedendo (vedo spesso richieste riguardo alla categorizzazione delle opere: le persone vogliono poterle interpretare senza fare riferimento solo alle analisi di ricezione). Questo è ciò che mi piacerebbe vedere: strumenti per aiutare le persone a interpretare e dibattere le opere!

Secondo tema: MATERIALITÀ – DELLA LETTERATURA, DEI CORPI E DELLE CONOSCENZE.

Al di là dell’approccio critico e teorico che guida il discorso che porti avanti nel libro, nel corso della lettura emerge con urgenza la necessità di fondare l’analisi su una solida base materiale, di stampo ontologico. Durante la presentazione ti sei anche definita “epistemocritica”, in movimento tra scienza e letteratura, dal momento che ti sei occupata, per esempio, del ruolo delle scienze naturali nell’opera di Ernest Renan.

3)  Ti chiederei dunque, come entra il corpo nell’epistemologia? Cosa ne pensi dell’ontoepistemologia che sta entrando di recente negli studi femministi, sulla scorta di Karen Barad e molte altre, che parte anch’essa, come fai anche tu, dalla premessa dell’importanza dello sguardo che plasma ciò che è visto, in maniera simile alla tua idea di feminist gaze, che rifugge l’obiettività e cerca il pluriprospettivismo?

Devo confessare che non ho ancora esplorato le possibilità dell’onto-epistemologia – è ancora un lavoro in corso… Personalmente, sono piuttosto diffidente riguardo lo scrivere sul corpo, cosa che è molto creativa e importante, ma che corre il rischio di essenzializzare le identità sulla base dei corpi. Penso di condividere la reticenza di Beauvoir riguardo al corpo: è per questo che ho preso una direzione opposta, non partendo dal corpo (come potrebbe fare la fenomenologia), ma facendone un tema, una tappa, in un possibile percorso femminista (e includendo trasformazioni, felici o meno). In ogni caso, sono sempre più convinta, come dite voi, dell’importanza del pluralismo prospettico, che ci permette di muoverci verso una forte obiettività e forse, nella letteratura, anche verso una forte empatia. Ora sto facendo un passo ulteriore: non considero più (in francese) lo sguardo come incarnato, ma conservo la parola in inglese per disincarnarlo e aprire i limiti del concetto il più possibile.

4) Come possiamo incarnare questo feminist gaze non solo nella critica dei testi ma portandolo anche dalla parte della produzione e della messa in luce di voci marginalizzate? Come passare quindi dalla teoria alla prassi sia nel mondo dell’editoria che nella divulgazione (come fai tu con il tuo canale Youtube)? Come possono questi ruoli “satellitari” influenzare la produzione della letteratura?

Questa è una delle ragioni per cui ho scritto questo libro: nella speranza che possa contribuire a un rinnovamento generale della produzione. Certamente non voglio vincolare la creazione. Al contrario, penso che sia il momento di aprire nuove porte, di tracciare nuovi sentieri. Non credo che ci sia un metodo definito (come se la critica accademica fosse una serie di istruzioni!), ma piuttosto un grande ribollire, senza un luogo necessariamente definito. Non esistono la creazione da una parte e la critica dall’altra… questo è anche ciò che ora comprendo riguardo al concetto di “sguardo”: fin dall’inizio è stato un concetto ibrido e plasmato tanto dal pubblico quanto dall’accademia. Certo, è passato del tempo… ma meno di quanto si pensi, se si guarda a ciò che accade anche ai margini della produzione commerciale, nella fan fiction, nelle fanzine, nell’arte performativa… le possibilità sono numerose!

Terzo tema: IL CANONE, LA SCUOLA, L’ACCADEMIA.

A proposito di prassi, il canone, con il suo portato e il suo peso politico, ha un ruolo centrale all’interno di spazi, come la scuola o l’accademia, che dovrebbero invece lavorare sulla sua decostruzione. Ovviamente si tratta di realtà che hanno una storia fortemente compromessa con i sistemi di potere che hanno portato al consolidamento un canone maschile, e che quindi richiedono un lavoro enorme per arrivare a una decostruzione anche minima, sia a livello di programmi di insegnamento che di pratiche didattiche e di trasmissione della conoscenza.

5) Partendo anche dalla tua esperienza personale come ricercatrice, come pensi che si possa piegare il canone scolastico alla volontà del docente che adotta un gaze femminista? L’insegnante dovrebbe mediare in questo senso tra la decostruzione del pensiero ciseteropatriarcale e lo spazio, necessariamente complesso e talvolta distante da queste istanze, in cui avviene la decostruzione, ovvero la classe (universitaria o scolastica) e l’istituzione? E poi, come (se è legittimo) plasmare lo sguardo di chi apprende?  

Sono molto preoccupata per la questione del canone e dei programmi, che in Francia sono fortemente centralizzati: i programmi per il baccalauréat una volta erano indicativi, ma ora prescrivono opere specifiche (come insegnante, puoi scegliere solo da un numero ristretto di opere, e gli studenti non scelgono nulla). I programmi universitari sono più decentralizzati, ma comunque validati dal Ministero. Gli esami di concorso per l’insegnamento si basano su programmi specifici, e le cose diventano sempre più ristrette con ogni riforma… Vorrei anche sottolineare che è difficile fare a meno di un canone letterario. E se non è stabilito dall’accademia, chi lo stabilirà? Il mercato? Il canone ci consente anche di condividere un patrimonio comune (questa una volta era la funzione delle epiche). Penso che dovremmo tenere a mente questa importanza memoriale collettiva quando riflettiamo sul canone e su cosa implicherebbe liberarsene.

Vuol dire che non possiamo fare nulla? La libertà pedagogica è attualmente sotto attacco in tutto il mondo (la Francia non fa eccezione), ma è ancora possibile analizzare (purché si rimanga nel quadro dei metodi della disciplina) e insegnare il pensiero critico. Come femminista (e semplicemente come critica letteraria), si può analizzare un testo che contiene uno sguardo maschile e violenza, sia che sia oscurato o estetizzato. Questo non significa necessariamente decostruire il canone: significa comprendere e combattere la dominazione.

6) La critica femminista è per forza situata, come dici anche tu nel primo capitolo del libro, dove affermi che hai costruito il tuo canone di letture femministe, includendo i nomi che abbelliscono la copertina dell’edizione italiana situandoti “sulle spalle delle giganti”. Ti sei fatta (e ti fai) influenzare da amiche, studenti o altro per costruirlo? La domanda si ricollega alla precedente perché si potrebbe riflettere anche su pratiche di costruzione del canone che rifuggano da un approccio più rigido e accademico, e di conseguenza su pratiche alternative di costruzione e consolidamento del sapere!

Sì! Ho trovato la maggior parte dei miei riferimenti femministi, sia letterari che critici o teorici, al di fuori degli ambienti accademici… da sola, esplorando blog e siti web, attraverso amici, ascoltando figure femministe, ma raramente a scuola o nelle aule universitarie… Adoro anche andare a caccia di libri nelle librerie. Certo, ora applico metodi accademici per trovare riferimenti in modo più sistematico, ma ci sono sempre cose che sfuggono (specialmente quando cerchi narrazioni invece di temi), e sono sempre molto felice di ricevere consigli di lettura da amici e familiari, o a volte da iscritti (ma rifiuto per lo più i press services, con cui non mi trovo molto a mio agio).

Quarto tema: PROSPETTIVE UTOPICHE E IMMAGINIFICHE.

Fondamentale all’interno del libro è l’idea del potenziale immaginifico della scrittura femminista e delle sue potenzialità creative. La tematica della fiction e della “letteratura di genere” è strettamente connessa all’idea che il fantastico possa diventare portatore di diversità e alterità.

7) Nel libro si parla di come la fiction, il fantastico, l’horror e il grottesco siano quindi strumenti capaci di dare alla scrittura femminile e femminista lo spazio in cui immaginare possibilità di senso inedite e al di là dei limiti epistemologici del ciseteropatriarcato. Questo tipo di scrittura, caratterizzato da una spinta utopica che può prendere forme diverse, è identificabile come una reazione al contesto più ampio in cui si muovono e scrivono le autrici prese in esame nel libro o ha invece una sua specificità, una sua creatività innata?

Non so se sia possibile distinguere un utopismo reazionario da un utopismo innato… in ogni caso, non è possibile pensare all’emancipazione al di fuori dell’oppressione quando siamo immersi in essa (perà l’antropologia e la storia ci permettono di conoscere altre società, non necessariamente senza oppressione, ma le cui combinazioni sono almeno diverse, o meno oppressive). Anche nell’utopismo, sono diffidente nei confronti di ciò che viene costituito come un’essenza… In questi giorni, comincio a interrogarmi sul modo in cui i pensieri teorici e di fantascienza si mescolano, a volte in modo molto sottile. La domanda, in definitiva, è come pensare e creare al di fuori degli schemi, come inventare. Forse la risposta è collettiva, e forse richiederà tempo: non possiamo pensare al mondo di domani per farlo esistere, ma possiamo facilitare il suo arrivo.

8) A proposito di questo tema, qual è invece il rapporto dei testi di non-fiction e della testimonianza con le prospettive utopiche di cui si parlava? Come si può arrivare a costruire un’utopia a partire dal potenziale trasformativo del personale, del privato e della testimonianza di oppressione e una violenza totalizzanti?

Nel libro, intendo il testimone femminista come una trasgressione della teoria delle sfere separate, che isola (artificialmente, ma fermamente) il pubblico dal privato. Testimoniando la loro sofferenza, e in particolare la violenza sessuale che subiscono, le donne commettono una trasgressione che viene percepita come indecente (e che spesso è commentata come tale, per lamentarsene, per difendersi: questi commenti mostrano che questa trasgressione non è data per scontata e costituiscono una messa in scena di questa trasgressione). In sé, si potrebbe pensare che in queste testimonianze non ci sia altro che realtà fattuale, il cui carattere autobiografico è spesso assunto come ovvio. Ora credo che l’utopia possa trovarsi ovunque, anche prima che le persone comincino a parlare: è stata l’utopia a guidare la fede delle prime femministe francesi, le sansimoniane, quando hanno cominciato a parlare del loro dolore; lo hanno fatto perché pensavano che sarebbero state ascoltate e che avrebbero potuto correggere il mondo. Questo non porta necessariamente a una vita migliore, o a un mondo senza violenza, ma a un movimento verso quel mondo.

Domandina finale:  Per concludere, su cosa stai lavorando al momento? Hai altri libri in cantiere o dei progetti legati al tuo  canale youtube (https://www.youtube.com/@ungraindelettres)?

Per il momento, continuo con il canale, con un video a settimana e interviste di tanto in tanto: è un bel po’ di fatica, ma serve come supporto, come bozza per il resto del mio lavoro. Sto finendo di scrivere un seguito a questo primo libro. Voglio riprendere il concetto di sguardo in generale e proporre, più che una tipologia chiusa, dei criteri per identificare le oppressioni (con lo sguardo maschile) e le emancipazioni nelle opere. Ho appena saputo che sono stata ammessa al CNRS in Francia: quindi, la mia ricerca proseguirà nelle migliori condizioni possibili! Spero di riuscire ad ampliare la mia comprensione delle pensatrici femministe, in particolare dell’Ottocento, e di continuare a esplorare come possiamo scrivere e pensare ad altri mondi…