Dove siamo stati bene

In questo contributo della rubrica Frontiere Matteo Tasca riflette sulla vergogna della poesia da un punto di vista personale e generazionale.

Ogni sentimento ha la sua storia. La storia della mia vergogna per la poesia inizia da qui:

Le onde sembrano dare ritmo alla quiete
senza osare incrinarla e la melodia scivola
dolcemente su distese di immense maree,
galoppa sulla spuma con briglie di salsedine,
galoppa veloce verso l’ombra;
mangiami, mangiami oscurità,
mangiami e fammi tuo
perché davanti alla tua onnipotenza
non posso che chinare docile il capo
e pregare di annegare nella promessa della tua eternità.

Questo testo l’ho scritto a diciott’anni e penso che lasci intendere cos’era per me la poesia quando ho cominciato a scriverla. Non credo neanche che avesse a che fare con l’espressione del sé; era più che le mie vicende interiori avevano a che fare con le cose ultime e definitive, io ero la cosa più importante dell’universo. La totale assenza di pudore era autorizzata da quello che è la poesia nel senso comune – a cui io forse aggiungevo un pizzico di grandiosità superiore al necessario – ovvero lo spazio in cui non ci sono regole, si può dire e fare il cazzo che ti pare (o, come dice Mazzoni in Sulla poesia moderna, «un io esprime un contenuto personale in una forma personale»). E se io posso fare il cazzo che mi pare inizio a parlare di me, un po’ riporto cose che ho provato un po’ me le invento, e in questa maniera godo.

Quando sono cresciuto e ho iniziato a studiare poesia ho avuto orrore di tutto questo, in un duplice senso. A livello cosciente era un orrore etico: pensare di essere la cosa più importante dell’universo è il Male, vuol dire abolire l’altro e il mondo. Ho letto Sereni, Caproni, Pasolini, autori che cercavano di andare oltre l’ermetismo, mettevano in questione l’io, volevano parlare della realtà e della storia. Travisando in parte i loro discorsi, mi sembrava che parlassero a me, che mi dicessero molla, sei un narcisista di merda, devi mettere da parte te stesso e dare spazio alle persone e alle cose. Ok, alla grande, da oggi in poi non sarò più narcisista – la cosa più facile del mondo se si trasforma una questione psicologica in un problema morale. Basta convincersi di non essere più quello che si è stato fino a quel momento. Chi può venire a dirti che non è vero, che è più complicato di così?

C’era però un altro orrore, legato alla mia posizione nel campo sociale, e che agiva in modo inconscio: studiando poesia avevo acquisito del capitale culturale che andava speso in qualche maniera; naturalmente l’ho speso in distinzione, ovvero allontanandomi dalle scritture che incarnavano il senso comune in poesia. Castigare l’espressione per entrare in un circolo d’«élite», per far vedere a tutti che avevo capito e non ero un ingenuo. Per distinguersi dalla cultura popolare, smielata e incline alle facili commozioni, la cultura alta tende a diventare patofobica, cioè a negare le emozioni.

[A volte i meccanismi di reazione della cultura “alta” sono incredibilmente poco fantasiosi: disumanizzare l’arte per non somigliare a Fabio Volo, una roba che si fa più o meno da metà Ottocento.]

In questa “fase”, che chiamerei della poesia “etica”, non provavo vergogna (o meglio, la provavo solo pensando al passato) perché nella mia immaginazione il testo che ho riportato qui sopra non mi riguardava più in alcun modo. Negare qualcosa così, senza la fatica che costano gli attraversamenti, è il modo migliore per farla continuare a vivere in un luogo segreto, per entrare in dissonanza cognitiva. Tutto deve cambiare perché tutto resti uguale, ecc. Scrivevo cose di questo tipo:

nella stanza c’è una fiamma che va tenuta desta
perché tutti noi
stiamo chiusi in quella stanza
e non ha senso la domanda a che vale questa pena:
la pena è per la luce della fiamma,
non c’è altro. l’anima dell’uomo non è un dono,
è un lavoro che redime l’animale
dal vizio della tana se fatica col vicino,
se calibra il suo gesto in armonia con ……
diceva pietro concitatoma in quel punto mi distraggo,
i miei spiriti o demoni senzienti
stanno adunati nello sguardo
che trabocca di lei
prima mai notata da ora per sempre ignota
in fondo alla sala che ride
con la mano schermendosi il viso
per non mostrarsi scomposta ed allegra.
E così ho pensato che in realtà
l’anima è distanza da un bene autentico
smarrito da sempre sottrazione perpetua
ferita originaria che non si rimargina.

La poesia era diventata uno spazio per verificare la rettitudine delle proprie intenzioni, raddrizzare qualcosa di interno che si era storto. In pratica una specie di confessionale, dove io ero sia il confessore che il penitente. A un certo punto scrivere in questa maniera ha cominciato ad annoiarmi, ci stavo perdendo il gusto.

Non so bene perché, ma mi sono messo a riscrivere poesie sui paesaggi, ed è stato bellissimo. Da quel momento ho ricominciato a provare vergogna per il mio modo di scrivere, ma non ho più smesso di fare le cose che mi fanno vergognare quando scrivo. Sotto questo aspetto mi sembra di aver trovare una specie di pacificazione: tutto quello che esiste vuole apparire, e allora che stia pure alla luce. Ispezioni la macchina signor agente, faccia pure il suo dovere, non ho niente da nascondere.


Credo che la cosa in sé sia abbastanza semplice: sotto la vergogna c’è un desiderio che io non vorrei provare, una voce che dopo aver finito di scrivere ti dice «sei grande, quanto cazzo sei grande». Chi non si vergogna di questo desiderio è un megalomane, chi lo reprime troppo efficacemente non vede qualcosa di sé, chi fa finta che non esista è un ipocrita. Ma che cosa bisogna farci con questa voce idiota, che ti dice che sei il più grande?

Le contraddizioni sono importanti perché dicono di più della somma delle loro parti. A me sembra del tutto scontato che «io sono la cosa più importante dell’universo» è una frase che non si può assolutamente dire ad alta voce. Se la dici sei uno stronzo. D’altronde è del tutto scontato che chiunque di noi agisca quasi sempre dando per assodato che questo sia vero. Se una persona, un rapporto, una situazione lavorativa o di vita ci fanno del male siamo generalmente legittimati ad abbandonarle per prenderci cura di noi, perché noi siamo più importanti. Come si fa ad alienarsi veramente in delle strutture sociali (la famiglia, l’azienda, il partito)? L’io è più importante degli altri, e questa è oggettivamente una cosa tremenda.

Anche questa logica ha una sua storia. Voglio dire: Fortini si sentiva così fico dopo aver scritto una poesia? E Sereni? Io non ho nessuna prova per dirlo, ma penso di no. Sicuramente erano presi bene ma era una cosa diversa da quella di cui sto parlando io. Loro potevano sentirsi dei poeti, potevano dare ancora un senso alla scrittura come pratica, potevano dire «Nulla è sicuro, ma scrivi» e risultare credibili.

Al netto che certa roba era già andata in crisi, avevano ancora una specie ruolo sociale dentro cui immaginarsi, il loro narcisismo poteva infilarsi dentro uno stampino e assumeva una forma e dei contorni precisi. Noi questo stampino non ce l’abbiamo, perché scrivere poesia o essere poeti non significa più niente dal punto di vista sociale, e quindi il narcisismo non si cala dentro una forma, ma come un gas tende ad occupare tutto lo spazio disponibile.

Quello che voglio dire è che provare vergogna è giusto, perché per scrivere una poesia bisogna essere in grado di dimenticare tutta una serie di cose e accettare di credere in altre su cui è più che legittimo avere dei dubbi: che ha senso parlare di noi, che i nostri pensieri contano, che le nostre parole possono esprimere veramente pensieri e sensazioni e che possano comunicarli ad altri, oppure che possano descrivere la realtà, o criticare la realtà, o aiutare qualcuno a prendere coscienza di qualcosa, che la nostra esperienza o la nostra creatività possa significare qualcosa per qualcuno che non siamo noi.

Mi piace pensare che la vergogna per la poesia abbia a che fare con la morale, come se scrivere fosse una specie di impostura, ma in realtà credo che abbia più a che fare con l’adulto che riconosce in sé degli atteggiamenti da bambino, e prova imbarazzo per una parte di sé che non è mai cresciuta e continua a credere cose come Babbo Natale o il valore delle proprie parole.

Comunque anche questa oscillazione per cui posso pensare di essere la cosa più importante dell’universo e contemporaneamente dubitare che qualunque cosa io dica o faccia abbia un valore è interessante. Quando una cosa diventa pienamente sé stessa ecco che si trasforma nel suo opposto. Pensare di essere tutto o niente sono due facce della stessa medaglia, un pensiero sostiene l’altro.

Ho parlato con molti miei coetanei della vergogna per la poesia, e a volte mi sono chiesto (ci siamo chiesti) se è una cosa che varrà anche per i più giovani. Ci sono delle ragioni per pensare di no, perché mi pare che le persone più giovani di me accettano con molta più serenità che la performance sia una seconda natura, che niente è autentico, che si può godere senza sensi di colpa. Se fosse così, non sarebbe né un male né un bene, solo una differenza. Per sapere se questo è vero o no bisognerebbe chiederlo ai giovani, e io non voglio parlare al loro posto.

Scrivo questo solo perché mi permette di fare un ragionamento: che se ci vergogniamo della nostra poesia è perché una volta abbiamo sentito che ne esisteva un’altra, pienamente legittima, un’origine incorrotta che rende il mondo presente una copia imperfetta di quello che è venuto prima. Quest’origine – come ogni origine – non l’abbiamo sperimentata per davvero, ce la siamo solo immaginata. Siamo prigionieri di qualcosa che non abbiamo mai visto, con cui non siamo mai entrati in contatto. Se la poesia fosse soltanto quello che è non proveremmo vergogna per la poesia che scriviamo.

Questa che sto cercando di descrivere non è una condizione realmente tragica, anche se può averne l’aspetto. Non è tragica perché magari siamo un po’ inibiti, ma nessuno è realmente bloccato, non c’è nessun destino che ci dà la caccia. Per vergognarsi della poesia bisogna continuare a scrivere poesia, negare serve a salvare contemporaneamente sia la scrittura che non smettiamo di praticare, sia il sogno di un’altra scrittura, piena e giusta, che non possiamo praticare. Più che di tragedia forse si può parlare di satira, nel senso che al cuore di questo immaginario c’è una scissione, il mondo reale che ci ha deluso e il mondo dei sogni che non delude mai, ma non è da nessuna parte e nessuno l’ha mai visto.

Come per le satire, c’è una certa dose di paraculaggine, perché il sogno funziona finché nessuno fa niente per realizzarlo. La vergogna allora diventa anche uno stile per presentarsi al pubblico, una posa, un modo di essere sempre ulteriori a sé stessi, sto facendo questa cosa ma non aderisco a quello che faccio, sono inafferrabile. È come dire: sto vivendo un conflitto, ma in realtà non c’è nessun conflitto. Ogni cosa è al suo posto.

Non è che abbiamo propriamente un super io iper-vigile. È più una sensazione vaga che tutto sia profondamente sbagliato, ma che non ci si può fare niente, e quindi tanto vale fare quello che viene più semplice, pur avendo il sospetto di essere sempre in errore.

Se provo a parlare della vergogna con persone che non si occupano di poesia non mi capiscono, oppure mi guardano male. Queste sono situazioni importanti, e io mi ricordo subito che hanno ragione loro. Per molti il fatto che io scriva poesia è una cosa bella, a qualcuno semplicemente non importa niente. Nessuno capisce perché dovrei vergognarmi. Mica te l’ha imposto il dottore, se ti crea problemi non farlo. Ma la verità è che non mi crea nessun problema, è solo una parte del gioco. Deve stare lì perché tutto funzioni. E perché io possa non godere pienamente di una cosa che mi fa godere.

Abitare dentro questa contraddizione è il mio modo per non dover perdere niente, per tenere tutto dentro il mio grande abbraccio. È anche una mancanza di fiducia: ho paura che se non vi tengo tutti stretti ve ne andrete lontano e non farete ritorno.

Provare vergogna per la poesia è enormemente stupido perché nascondersi non serve a niente, perché i nostri pensieri non saranno più lucidi, la nostra scrittura non sarà più utile né più vera, non saremo più buoni o più giusti, non c’è niente da difendere, niente da farsi perdonare.

Allora si può essere doppiamente stupidi perché si scrivono poesie e perché lo si fa con vergogna, come se scrivere o vergognarsi di scrivere contasse davvero qualcosa, e contemporaneamente si può essere doppiamente furbi perché non si smette di scrivere poesie e di aggirare la vergogna con dei mezzucci, delle formazioni di compromesso. Si può usare la vergogna come una riserva di energie creative, perché qualcosa ci impedisce di fare quello che vorremmo fare, e allora dobbiamo farlo senza far sembrare che lo stiamo facendo per davvero, trovare nuovi modi per riproporre un gesto antico, innovare la scrittura per aggirare la vergogna, tornare di nascosto dove siamo stati bene.

Sad cut-up. Alcune idee sulla scrittura per interposta persona

Antonio Francesco Perozzi firma per la rassegna Frontiere un contributo sulla pratica del cut up (e non solo)

Incuria

Da un po’ di anni, ogni tanto, faccio questo gioco di stampare su dei foglietti di carta alcuni brevi testi numerati, scriverci dietro Spore e disperderli in giro. Mi capita di farlo soprattutto sui treni, o in città lontane dalla mia, nei tragitti dalla stazione al posto in cui sono stato invitato a parlare di poesia. In quel momento, il gusto è infantile: giocare con il linguaggio al di fuori dalla pagina, in un orizzonte mobile e imprevedibile come quello urbano.

Mentre butto giù questi appunti, però, a freddo, riconosco come in occasioni del genere si crei anche una precisa rispondenza: da una parte il momento ufficiale – diciamo così –, il momento in cui ti chiamano poeta e devi pronunciarti come poeta, cercare di fare discorsi coesi e coerenti, impostati, proteggere la posizione; dall’altra un momento aleatorio, che circonda quello ufficiale, e che è fatto di un linguaggio effimero e incontrollato, di incuria, non destinato a niente.

Quando una parte di quei testi è uscita in un libro[1], qualche mese fa, ho cominciato a dire che le Spore rappresentano il retro della mia scrittura, e vorrei ripeterlo qui nella maniera meno compiacente possibile. Cioè vorrei dire che questa esperienza mi ha convinto che esistano due livelli, quando scriviamo, e che uno prevalga sull’altro per una decisione in realtà feroce e arbitraria, che applichiamo tenendo conto – più o meno consciamente – del contesto e del ruolo che ciò che scriviamo potrà occupare nel campo una volta licenziato.

Che insomma a un certo punto sulla superficie del linguaggio accumulato decidiamo che una forma può reggersi anche da sola, che può avere un nome e che può essere pubblicata, al contrario di tutto il resto del serbatoio, che invece rimane inespresso, perché è rumore e non è letteratura.

Intermezzo sulle forme

A proposito della forma. Sono dell’idea che non si debba sempre e necessariamente scrivere allo stesso modo. Esiste questa possibilità: il poeta che segue un percorso lineare di continuo approfondimento di una forma, di continua sua cesellatura e indagine, che è stato anche il percorso più in voga nel secolo scorso. Questa possibilità continua a esistere anche oggi ed è per me del tutto rispettabile, anche perché ho sempre amato i Ramones.

Io però un po’ per l’idea che i libri sono progetti, un po’ per noia, un po’ per cronica incapacità a comprendere le rilevanze del campo, di solito ho fatto il contrario. Nel senso che ho pubblicato libri tutti diversi, come approccio oltre che stile, e in alcuni libri ho usato la prima persona singolare mentre in altri no, e in alcuni ho agito contro quelli che li precedevano. Non so se questo accontenterà per me lo strepito tipico della bolla poetica di farsi immeridianare, prima o poi, o comunque di vedersi citati nelle bibliografie una volta morti – ma tant’è. Rocket to Russia disco epocale.

Il problema delle forme non è però a mio avviso una questione solo stilistica, appunto, di scelta espressiva. È una questione antropologica. Sappiamo bene come da un certo momento in poi la relazione diretta tra forma estetica e antropologia occidentale si sia incrinata. Non serve qui ripercorrere con precisione la trafila storica – tuttavia si possono indicare alcune soglie significative, tra cui semplificando al massimo mettiamo la dissoluzione della civiltà rurale in favore dell’industrializzazione, l’aureola infangata di Baudelaire, la riproducibilità tecnica di Benjamin, il passaggio alla società liquida e post-industriale.

Sul piano estetico, poi, il pastiche postmoderno ha dato prova di come a seguito di queste soglie tutte le forme siano diventate disponibili, e come fare arte si sia trasformato in una manipolazione continua, giocosa e alienata di tutte le forme estetiche. Una condizione, a me sembra, molto simile a quella che descrive Taylor in Radici dell’io, parlando però di moralità: con la fine di Dio come fonte di moralità assoluta e incontrastata, il centro si è spostato verso una dimensione espressivista della morale e della religione, che ha significato fondamentalmente eclettismo delle forme liturgiche.

Benché i fatti recenti, a livello mondiale, stiano portando a galla ora più che mai come dietro la patina del neoliberismo persistano delle fratture violente e irrisolvibili all’interno della sua cornice, a me pare che questa condizione antropologico-morale, quindi culturale, sia ancora attiva, e sia ancora ciò con cui scrivendo dobbiamo fare i conti.

C’è infatti una linea di continuità tra le forme estetiche e le merci. E non solo nel senso che l’esperienza estetica è ora in larghissima parte vissuta attraverso la mediazione del mercato. La linea è più profonda e riguarda una “disponibilità” antropologica: venuta meno una certa antropologia, e venuta quindi meno la liturgia – cioè la forma estetica e simbolica – che riconfermava quell’antropologia a se stessa, si dava inizio a una cultura esplosa che nessuna liturgia del vecchio regime era in grado di sigillare, perché appunto il centro di significato si era mosso.

Di questa frattura il capitalismo è stato causa e (apparente) soluzione, e Lyotard mancava clamorosamente il punto quando parlava di fine delle grandi narrazioni ma lasciava unseen la narrazione che invece è sopravvissuta, e ha preso il centro, e che appunto è quella del Capitale. Reggendosi sulle merci e su ciò che Marx chiamava l’«equivalente generale», il capitalismo non produce una forma estetica unica e precisa – semmai un’esteticità generica e mutaforma che ribadisce la possibilità che tutto venga mercificato.

Ne consegue che in un certo senso l’antropologia del postmoderno dice proprio che nessuna forma estetica ha più valore antropologico in sé; e però che tutte, e contemporaneamente, lo hanno come generica affermazione della riproducibilità del capitale.

Concetti del cut-up

L’ho presa larga, e con molta libertà interpretativa. Quello che voglio dire, in sintesi, è che in questa fase della storia tutto si presenta estetizzabile, come già nel mandato duchampiano e warholiano ma con l’aggiunta dell’accelerazionismo memetico. Tutto è estetizzabile, anche in letteratura, perché nessuna forma (in Occidente) sembra avere un valore antropologico o liturgico solido e univoco, o almeno a me così appare. E in un quadro di questo tipo la pratica del cut-up, per esempio, diventa particolarmente rivelatoria.

Due paragrafi fa ho descritto il lato performativo delle Spore, mentre non ho parlato della loro natura testuale. Ecco, le Spore sono in gran parte cut-up – torno più avanti sul lato, invece, “manuale” – o comunque risultato di tecniche di scrittura “impersonale”, come googlism, flarf, eavesdropping eccetera.

Ovviamente, ognuna di queste operazioni ha un suo baricentro semiotico e una sua specificità estetico-concettuale. Soffermarsi sul cut-up, però, permette di esprimersi anche sui nuclei fondamentali delle altre modalità, visto anche che le precede a livello cronologico e infatti le attraversa tutte concettualmente.

Parlo di cose note, ma forse può essere utile a chi legge avere sottomano una descrizione essenziale del fenomeno, che consiste in sostanza nella giustapposizione di materiale verbale preesistente all’atto scrittorio e che prende il nome, infatti, dal gesto di tagliare e rimontare fisicamente una stampa destinata in origine a un’altra comunicazione.

Storicamente, leghiamo l’operazione alle avanguardie poetiche (soprattutto allo spettro che intercorre tra dada e surrealismo e, più tardi, alle scritture combinatorie tipo Oulipo), da cui poi è sfociata anche in ambito narrativo (tramite Burroughs, per esempio) e nella scrittura per musica (vedi Bowie o Cobain). In Italia, Balestrini ne rappresenta probabilmente il punto di riferimento più quotato, e la sua eredità è stata infatti costantemente rivendicata dalle ondate sperimentali e di ricerca successive (penso ovviamente anche a gammm.org e Prosa in prosa), le quali – in accordo con quanto succedeva anche all’estero, specie in Francia e USA – hanno provveduto ad allargare l’orizzonte della scrittura “impersonale” e soprattutto a misurarlo con l’alba della società digitale.

A questo proposito, gli scritti di Kenneth Goldsmith e K. Silem Mohammad risultano decisivi. Dal primo desumiamo l’idea che il web abbia rappresentato per la scrittura ciò che la fotografia ha rappresentato per la pittura, e cioè l’accessibilità pressoché infinita e preesistente del materiale significante[2]; dal secondo, invece, quella relativa alle «costrizioni» testuali ulteriori che l’uso di strumenti algoritmici (ad esempio Google) produce rispetto alla “semplice” manipolazione della stampa[3] – cosa che dice molto anche sul tipo di esperienza contemporanea del linguaggio, cioè sulla coesistenza tra ipertrofia segnica e profilazione algoritmica che caratterizza, per esempio, la nostra frequentazione dei social network, dell’informazione e quindi anche della community letteraria.

Questa ricostruzione è ben al di sotto della sufficienza storiografica, ma è abbastanza, qui, per riconoscere una connessione tra lo sviluppo di queste scritture e la progressiva ascesa del capitalismo. Vorrei ancora però cercare di suggerire un legame il meno deterministico e scontato possibile. Mi interessa il rilievo antropologico di questa connessione.

Cioè il fatto che la forma cut-up incarni – almeno a mio parere – non solo il riflesso della serializzazione dei segni, ma più profondamente la perdita di un centro antropologico davvero riconoscibile, e l’acquisizione per contro di questo strano criterio, una meta-antropologia, che si basa sull’«equivalente generale».

Nel cut-up e nelle sue diramazioni non ci si pone come obiettivo la costruzione di una forma estetica direttamente “rituale” – nel senso di antropologicamente decisiva, liturgica – quale riusciva ancora ad essere, ad esempio, la costruzione metrico-prosodica[4]; per riflettere l’antropologia capitalistica occorre una forma che abolisce le forme, che anzi convoca contemporaneamente tutte le forme estetiche possibili, tutte le antropologie, e le strania.

La dispersione

Sarebbe un po’ troppo automatico, però, leggere in questa corrispondenza il cut-up (eccetera) come sintomo inerte di una condizione storica, quindi come riproduzione mimetica del sistema contro cui invece si dovrebbe scagliare. Questa lettura spesso postula la capacità della letteratura di divincolarsi dalle condizioni storiche e di porglisi di fronte eroicamente – prospettiva che mi sembra pressoché irreale.

Se è vero che un determinismo troppo lineare riduce i fatti estetici a un mero epifenomeno, quindi, è altrettanto vero che pensarsi esenti dalle condizioni storiche è di fatto impossibile. Mi viene da dire che a quest’altezza storica tutti i testi sono cut-up, da un certo punto di vista. Non lo sono stricto sensu, ma lo sono dal momento in cui non possono ritenersi antropologicamente fuori dall’«equivalente generale».

Bisogna a mio avviso ripensare quindi la relazione tra forme estetiche e storia superando il determinismo che produce solo sociologia della letteratura, solo debunking ideologico, e, insieme, gli heideggerismi di ritorno che vogliono la poesia come un’autenticità trans-storica da iniziati. Bisogna insomma ragionare al di fuori della mimesi e dei referenti.

Per me, la letteratura si compie all’interno di una tensione, non si misura a partire dal suo impegno mimetico. E ciò che a me sembra possa essere interessante, in questa fase, è una letteratura che riconosca, intanto, lo specifico dell’antropologia e della storia in cui si produce, e che la contesti, semmai, a partire da questa consapevolezza.

Non mi riesce semplice spiegarmi. Però mi circolano in testa queste impressioni quando realizzo come il discorso di Spore sia strettamente legato a quello degli altri miei lavori, nel senso che solo se pensati insieme essi riescono a incarnare questa molteplicità contraddittoria, e in particolare questa ombra per cui a ogni testo cesellato corrispondono dieci scarti.

Che insomma esista una dimensione dispersiva che fa da contraltare a quella – promossa dall’editoria – del testo levigato, intitolato e finito. Conclusa la missione antropologica della forma estetica – almeno per come la conoscevamo –, i pezzi e le chiavi del valore hanno iniziato a disperdersi. Mi chiedo cosa sia questa dispersione, e se non stiamo in realtà distogliendo lo sguardo.

Per provare a capirlo, però, mi serve ora riportare qualche testo. Le Spore sono fatte così:

372.
costretta in un rigido perimetro, distesa,
lei la notte sognava –
in un unico luogo – tutte le risorse digitali

cioè di morire

812.
L’Organizzazione panamericana della sanità,
che potresti conoscere, è su Instagram

467.
nel milanese, altri due operai
hanno perso la vita. eccone un
VIDEO SPETTACOLARE:

1017.
davvero perdonatemi per il wall text ma mi sento disperata

Ne ho prese quattro a caso. Come si vede, non c’è continuità stilistica. Se lo stile è ciò che marca la riconoscibilità di un testo, quindi anche la sua identificazione letteraria, entrando nei territori del cut-up e delle pratiche derivate non è possibile parlare di stile. E non solo perché il testo non si fa portavoce di un’individualità che si esprime (di cui lo stile sarebbe il più evidente tratto identitario), ma più profondamente nel senso che diventata egemone l’antropologia delle forme estetiche multiple, il tutto estetizzabile, la cornice comincia forse a produrre la letterarietà (intesa qui sociologicamente con: ciò che viene ritenuto letterario in un dato contesto) molto più di quanto non faccia lo stile, intrinsecamente.

Ma appunto io credo sia da ragionare sul venire meno dello stile e sull’antropologia/fase storica a cui partecipiamo (volenti o meno). C’è un altro aspetto riguardante il cut-up, che tocca anche le Spore. Un altro uso, anzi, e cioè quello che prevede che il cut-up (o simile) sia sfruttato contemporaneamente alla scrittura “manuale”. Quei casi mi sembrano significativi perché frequentano il montaggio ma non necessariamente lo espongono; perché insomma l’opera che generano non è solo “un’opera di cut-up”, scritto in grassetto sulla copertina.

Una faccenda che mi diverte delle Spore è quando realizzo che non so cosa ho scritto io e cosa no. Nel senso che durante la fabbricazione dei testi – come da programma rapida e industriale, nell’accezione che a questa parola dava Pinot Gallizio in riferimento alla propria pittura – le stringhe prelevate da altrove e quelle inserite manualmente da me, le piccole modifiche, si sono giustapposte e cucite al punto da diventare, dopo un po’ di tempo, del tutto indistinte anche ai miei occhi.

Tutto ciò che concerne cut-up e dintorni non ha a che fare, del resto, con la citazione, con il tassello richiamato o alluso alla maniera di una reliquia – non c’è citazione, nel caso delle Spore, perché «wall text» e «VIDEO SPETTACOLARE» vengono dalla marmaglia linguistica e senza nome di internet; non c’è citazione, nei cut-up in generale, perché il punto è la problematizzazione di un’intera antropologia.

L’interposta persona

Io lo so che tutto questo discorso apre una serie di domande sulla soggettività. Le sto evitando di proposito. Non perché non possano essere affrontate – l’ho fatto spesso in altre sedi –, ma perché ciò che vorrei evitare è rinchiudere questo argomento in una logica del tipo “così il soggetto, così la sua scrittura”, e provare a mettere tra questi due poli altri elementi, e vedere allora cosa regge e cosa no. Questi altri elementi come dicevo riguardano la configurazione antropologica ed economica di una stagione, e un punto del discorso è che sono inaggirabili. Mentre scrivo Lo spettro visibile, o bottom text, io scrivo Spore. Compaiono.

A non reggere, secondo me, è l’idea che la scrittura sia necessariamente migliore se la sua espressione cerca di aderire il più possibile, platonicamente, referenzialmente, all’intenzione di chi pensa e a ciò che si vive prima della scrittura. Non dico che questo sia qualcosa da espellere del tutto dal discorso, e perciò ribadisco: io non scrivo solo Spore, non sarei soddisfatto in una pura testualità per la testualità (e tra l’altro le stesse Spore non mi sembrano siano questo); la mia attività principale, in realtà, è scrivere libri che introducono o problematizzano più implicitamente e non in maniera così frontale questo problema, che è però a mio avviso ineludibile (teste lo spavento generale per la scrittura con AI).

Questa ineludibilità costringe a chiedersi se sia ancora possibile considerare perfettamente compatto il filo che va da enunciante a enunciato, e in ogni caso se preservarlo sia la strategia migliore, oggi, per fare buona letteratura.

Questo non vuol dire, per contro, accogliere la piena automazione dei testi. Io continuo a misurare il problema della mia esistenza sulla scrittura, a prescindere da chi legge. È un lavorio quotidiano, in cui da un po’ di anni sono entrato, di messa alla prova dell’esperienza e del senso tramite il linguaggio. Ma proprio per questo – proprio perché tengo anche alla rilevanza che ha la scrittura agli occhi di chi la scrive, al dialogo personale con il linguaggio – ho sempre sentito la necessità di esplorare uno spettro più ampio dell’equivalenza conchiusa tra scrittura ed espressione. Se volete, provo a dirlo con una parola propria di un altro ambito: verticalità.

Di solito sento usare questa parola in termini fondamentalmente idealistici o heideggeriani, che mi sono lontani: poesia come verticalità in grado di trascendere lo stato di cose presenti, la storia addirittura, e attingere a uno strato se non superiore quantomeno autentico, l’unico autentico. Mi piacerebbe invece poter parlare di esperienza di verticalità attraverso la scrittura a partire proprio dalla condizione ipertrofica, (post-)gutenberghiana, mercificata, quantistica, della valanga dei linguaggi in cui siamo costretti a vivere. Una verticalità deleuziana, voglio dire, come insufficienza anti-metafisica, del corpo a partire dal corpo e del linguaggio a partire dal linguaggio.

Questo secondo me può avvenire nel cut-up. E in generale nella scrittura per interposta persona. È vero che la tradizione del cut-up ci ha abituato a una postura giocosa e irriverente, che ha senz’altro ragion d’essere se, spesso, è nata come operazione obliqua, o proprio avversa, rispetto a un sistema editoriale-letterario. Dal momento che la scrittura-espressione è egemonica, ogni forma di disobbedienza può facilmente prendere i panni della derisione. E infatti, quando leggo le Spore, il pubblico ride. Di solito. A dirla tutta non gli è chiaro, quando ridere o meno.

Anche se pervaso da linguaggi altrui e da meme fritti, col tempo mi sono reso conto che il cut-up, almeno per come lo vivo io, è una pratica estremamente solitaria. Significa sguazzare nelle rovine della comunicazione, rendersi conto della loro incapacità segnica e lavorare ossessivamente su un centimetro-quadrato di linguaggio da cui però pare potersi diramare tutto, in maniera incontrollabile.

La domanda finale, a questo punto, riguarda il senso del testo e la dispersione. Se non stiamo in realtà ignorando deliberatamente il serbatoio di linguaggi che con forza materiale, invece, condiziona la letteratura e generalmente la nostra esperienza, e se i testi che chiamiamo testi non siano in realtà solo l’accettazione di forme contingenti di un contenitore pseudo-antropologico che assicura genericamente tutte le forme, e cioè le disinnesca.

Io non ho risposte perché di fatto oltre alle Spore continuo a pubblicare libri a mio nome, con il mio nome e con il mio ego. Nel frattempo, però, vengono a galla residuati e brandelli del serbatoio, e anche se non lo firmo col sangue, certe volte ho l’impressione che l’unica forma di realismo rimasta sia quella dell’esploratore all’interno del serbatoio. Non è esattamente (cioè non è solo) il cut-up irriverente di Balestrini, e la ripetizione infinita della parola «cane». È un’attività solitaria. Se fosse un genere musicale lo chiamerei sad cut-up.


[1] Si chiama spore | 1 e lo ha pubblicato déclic a novembre 2025.

[2] K. Goldsmith, CTRL + C, CTRL + V (scrittura non creativa), Nero, Roma, 2019, pp. 23 e sgg.

[3] K. Silem Mohammad, Sought poems, su gammm.org.

[4] Su questo rimando a J.M. Glaize, Qualche uscita. Postpoesia e dintorni, Tic, Roma, 2021, p. 38.

“L’ultimo mondo” di Mariachiara Rafaiani non prevede pian(et)i B

Nota di lettura a cura di Simone De Lorenzi.

Leggendo la quarta di copertina di L’ultimo mondo di Mariachiara Rafaiani (Tlon 2025) ci aspettiamo che le liriche dell’autrice, ricercatrice in letteratura latina, si situino «nel solco delle scritture della fine» seguendo, manieristicamente, una concezione della poesia di ascendenza e stampo classici; una pre-lettura che Matteo De Giuli, nell’introduzione, rinforza facendo i nomi di Catullo e Lucrezio. Sorprende e rassicura scoprire che L’ultimo mondo, invece, è un libro straordinariamente contemporaneo, che scampa il temuto rischio di anacronismo.

Merito di questa attualità sta nel linguaggio adottato, che resta lontano da ogni enfasi, «fra le cose degli uomini» (p. 74): attinente al terreno, al concreto, e distante da proclami metafisici. In questo riconoscimento della fine del mondo non ci sono profezie dall’alto di montagne, solo desolate constatazioni «nella luce della City, tra palazzi straordinari» (p. 28) o alla fermata del «tram giallo, / resistito alle epoche», che «attraversa / Milano» (p. 34).

Questo castello di sabbia svanirà
in meno di vent’anni. Ho preso una laurea
per potervi dire qualcosa di questi detriti,
residui di città costiere,
budella lacerate.

Anche a noi, non troppo tempo fa,
considerando il tempo dell’universo
che ci regge, sembrava impossibile
non vedersi mai più. Invece:
il mondo finisce,
è accaduto, e non c’è rimedio.

Ce ne andremo in fila.
Ce ne andremo tutti.

La visione che prende forma è quella di un ecologismo post-Greta Thunberg, propria di una sensibilità figlia dei Fridays for Future: uno degli slogan ricorrenti agli scioperi per il clima, il claim There’s No Plan(et) B, potrebbe tradurre efficacemente il titolo di questa raccolta poetica.

Rafaiani mette nero su bianco la presa di coscienza di chi ha vestito la propria adolescenza alle catene di fast fashion e ora depreca i «capi dozzinali / pagati cinque euro in quei posti / dove l’uno vale l’altro» (p. 87); quella di chi non prende sottogamba il cambiamento climatico, se «a novembre si riempiono le spiagge / e si fa il bagno al mare» (p. 36), e ci sono «quattordici gradi a dicembre» (p. 68). Indizi di questa consapevolezza tipicamente millennial/gen Z sono certi interrogativi relativi a questioni ambientali:

La doccia trenta litri d’acqua,
novanta litri la vasca,
e allora la pioggia?
La lavatrice allora?
[…] (p. 52)

Ad allontanare dallo spettro della magniloquenza altisonante è anche la postura della voce poetante, che si impronta all’arrendevolezza e all’impotenza. Alla vagheggiata minaccia di sapore religioso della tradizione si sostituisce la minaccia compiuta della metropoli, religione laica dei nuovi tempi. Ed è così che (De Giuli) «ci si abitua a tutto, e si abita la catastrofe», che «comincia a trasformarsi in una cosa piccola, un soprammobile» (pp. 8-9).

[…]
Questa è ora la mia rassegna:
anche se non aspetto gioie
per tenerti al caldo sopravvivo.
[…] (p. 35)

Questa desolazione – si intuisce anche se non viene esplicitato – non è limitata alla questione ambientale, ma penetra fin dentro la sfera del sociale; l’autrice testimonia la precarietà dei suoi coetanei: i giovani a cui viene lasciato in mano l’ultimo mondo pensano che «i figli è meglio non farli / o non farli crescere mai» (p. 24). Nonostante questo squallore, o forse proprio per fargli fronte, non mancano gli inviti a farsi pratica di cura:

[…]
Ma proprio dove non guardi
la vita è morte,
dove guardi vive. (p. 64)

Ecco che sembrano aprirsi sprazzi di speranza, perché «L’ultimo mondo è un desiderio» (p. 27): «Aspetto come una madonna / la felicità che viene dopo la paura» (p. 25); «Voglio godermi il poter capire / quanto dura il gioco» (p. 47). 

Una strana felicità ci attende
se penetriamo con gli occhi aperti
il futuro.
Corazziamoci d’acciaio invece
e poniamo una benda sugli occhi.

Allora succederà questo:
penetreremo nel futuro senza saperlo
e la felicità sarà completa. (p. 53)

È un’umanità, quella di Rafaiani, che tende a impigliarsi negli «ingranaggi / d’acciaio» (p. 48) della tecnologia: la para-umanità di chi dà vita al «futuro cibernetico» (p. 51) tutto materico – e ormai antiquato – dei cyborg piuttosto che a quello dell’intelligenza artificiale smaterializzata che domina l’oggi. Davanti a questo scenario distopico torna forte il richiamo alla «carne desiderosa» (p. 68), perché sono anche le aspirazioni del corpo a portare avanti la vita: «La questione riguarda solo la carne, / è inutile che guardi il monitor» (p. 49).

Il personaggio rappresentato nelle pagine della raccolta è connotato dalla solitudine e agisce in un mondo apocalittico a tratti simile a quello di WALL•E, il robottino della Disney che abita una Terra ridotta a un ammasso di rifiuti. Così come è a questo pianeta ferito che si affianca il «caos / degli aeroporti interstellari» (p. 57), piuttosto che alla superomistica corsa allo spazio di Elon Musk con Space X o ai voli spaziali commerciali di Jeff Bezos per “astronaute” VIP.

[…]
Tutta la terra aspetta conquistata
e gli astri, ormai visti, nudi,
si allontanano. (p. 63)

Non ci sono profezie, dicevamo, e quindi non ci sono nemmeno date di scadenza, perlomeno future. L’ultimo mondo è già stato e non ci sarà mai più: «Ultima data: gennaio 2025» (p. 35), che corrisponde al mese di edizione del volume. Eppure si continua a vivere. Ma se tutto è passato – e nemmeno la dimensione della memoria ha più importanza («Non sono bravo con i ricordi. / Li ho dati via in cambio di medicine / e di tempo», p. 71) –, viene da chiedersi che cosa sta aspettando la poeta, sospesa in questo non-tempo che porta alla frustrazione.

Sorge allora spontanea la domanda: «Restare?» (p. 89). La risposta non c’è o se c’è è poco chiara; ma il solo fatto di tenere in mano questo libro e sfogliare le sue pagine fa pensare che alla fine anche la poesia sia un modo come un altro «per vivere un po’ di più» (p. 84) e far vivere un po’ di più:

Piano B

Mi resta ancora questa voce
così racconto e formo
per te che guarderai dal futuro
il futuro in cui ti sei salvata. (p. 92)

Piove. È giovedì. Sono a Follonica

Riparte la rassegna Frontiere, un format di riflessioni attorno alla scrittura di poesia. Abbiamo invitato varie persone a parlarci del loro modo di intendere alcune delle questioni che riteniamo più importanti nel panorama attuale, partendo o approdando alla loro opera.

Piove. È giovedì. Sono a Follonica

a casa di un amico di famiglia. Vivo una forma minima di agio, garantito da un affitto relativamente basso e un contratto di docenza al 31 agosto. Da qualche mese insegno nell’istituto dove dovrei entrare di ruolo una volta conseguita l’abilitazione. La mattina, mentre vado a lavoro, ascolto interviste a vari membri delle BR o documentari sugli anni Settanta, fra questi uno in cui Prospero Gallinari sta sdraiato su un lettino di ospedale e attende di essere sottoposto all’impianto di un pacemaker, misura estrema di controllo biopolitico.

La prima volta che l’ho visto ho sovrapposto quei frame all’immagine mentale che mi evocano alcune poesie di Marino Moretti, come se la mia malinconia da ex-ceto medio riflessivo potesse essere eroicizzata dall’icona di un sovversivo in trappola. Vedendo qualche frame delle interviste a Mario Moretti si potrebbe pensare che sia una persona tendente alla malinconia, sensazione che Barbara Balzerani non trasmette mai. Ma cosa c’entra con il nuovo editoriale di Frontiere? Ma non vi interessavano le forme?

Nel mio trip ho pensato che queste osservazioni avessero qualcosa a che fare con la sensazione di impotenza e impossibilità della prassi, condizione di cui per ora non si vede la fine. Le proteste che hanno scosso l’Italia durante l’autunno del ’25 hanno mostrato una possibile via d’uscita, che però richiede di accettare la possibilità di confrontarsi con le forze dell’ordine, eventualmente trovandosi a frequentare periodicamente aule di tribunale, posti in cui il framework che rende credibile il maledettismo non sussiste. Solo chi alla fine non lancia il sasso, oppure nasconde presto la mano, riesce a indulgere nella mitopoiesi: Io, il poeta con il megafono. Io, la ricercatrice amica degli scioperanti. 

I movimentati, poi, sono in buona compagnia nel forzare il ritorno dell’epos, se è fondata la mia impressione di essere assediato da ogni lato da una schiera di stregoni-poeti. C’è un video su YouTube in cui sono intervistate alcune persone che hanno assistito alla presentazione del libro Capitalismo cibernetico. Dopo il panottico, oltre la sorveglianza di Curcio, a Jesi. Fra queste c’è un giovane poeta che dice «[…] la questione capitalistica oggi, ma da sempre in verità, sia fondante, sia attraversabile nella molteplicità e nella polvere che crea e che si incastra in tutte le nostre vite quotidianamente. Per il modo in cui assoggetta e per il modo in cui, per altri, libera».

Avrei voluto parlare solo di forme, ma non riesco a trattenermi. Essendo un individuo patologicamente ironico, non riesco a credere alle posture stregonesche, profondamente mistificatorie. Mi verrebbe da dire kistch ma a me Fassbinder e Waters piacciono, invece queste sono solo banalità mortali.

La tragedia richiede almeno la convinzione di esserci, figurarsi quella di essere poeti. Al netto della non-sussistenza di un trauma o di un’esperienza che lo giustifichi, mi pare di vedere la mia vita con la stessa distanza con cui Mario Moretti e Gallinari socializzano la propria esperienza di lotta con chi non ne condivide i presupposti, “io a quel tempo ritenevo che”. Chiamo questa tendenza moretticore, alludendo contemporaneamente ai due Moretti. E non c’è niente da rivendicare, nemmeno la postura di un every man che rifiuti eroicamente l’eroismo: siamo disincantati nella sfiga, ipoassertivi per balbuzie, incerti perché distanti, confusi e distratti.

Nella prima serie di questa rubrica abbiamo invitato persone che scrivono poesia a riflettere, eventualmente partendo o approdando d/alla loro opera, su alcune delle questioni che riteniamo più importanti fra quelle che riguardano la scrittura di poesia: la deindividuazione, alcuni possibili modi di concepire il rapporto fra scrittura e l’impegno politico, il libro di poesia come progetto. Fra i temi che vorremmo affrontare questo anno ci sono: la vergogna della poesia, il rapporto fra poesia e personal essay, quello fra poesia e pedagogia.

C’è qualche bastardo che scrive sui social che è scandaloso occuparsi di queste cose mentre nel mondo si muore e poi va a giocare a calcetto. Non fatemi scrivere cose tipo “La poesia è utile proprio perché è inutile”. Siamo insegnanti o lavoriamo nella formazione, professionisti umanisti depositari di tradizioni non rifunzionalizzabili e che ci rendono alienati, tirati per il bavero da chi dice che il Novecento è finito quando io sono più moretticore di Marino Moretti. 

E qui ci colleghiamo alla questione della forma: come si mandano in pensione le forme se la Storia non è finita? Dovremmo semplicemente smettere di scrivere? Se è vero che l’ascia di selce è stata riscoperta e dimenticata più volte dall’umanità, perché dovremmo arrenderci a riporre la poesia? Come se la minorità l’avesse scoperta solo Giglioli. Un abbraccione.

La Cruz del Sur. Poesia argentina contemporanea / 1 : Laura Wittner

Nota di lettura e traduzione di alcune poesie di Laura Wittner, a cura di Camilla Marchisotti.

Foto di copertina: Juana Gimeno. Per gentile concessione di Malba Puertos

Introduzione e traduzioni a cura di Camilla Marchisotti

Treni, aeroporti, automobili, addirittura seggiovie: sin dall’esordio El pasillo del tren (1996), acerbo come tutte le prove giovanili ma già emblematico di quello che verrà, le poesie di Laura Wittner (Buenos Aires, 1967) sono costantemente attraversate da vari mezzi di trasporto, che a loro volta servono ad attraversare o trasgredire numerosi confini: geografici, linguistici, mentali. Paradossalmente, però, proprio a partire da questo movimento incessante, dallo «sguardo dal treno in movimento» che profeticamente annuncia una costante della scrittura anche futura, i testi di Wittner si caratterizzano per una fortissima ansia di posizionarsi. Si tratta di un soggetto che vuole stare, che vuole osservare (ma anche: sentire, ascoltare, annusare, toccare…), in una fenomenologia della percezione che non può prescindere, dunque, dal corpo. Alcuni spazi, questo soggetto-corpo, li frequenta più di altri; primo tra tutti quello urbano, la città di Buenos Aires, che funge però da specola, osservatorio da cui relazionarsi, oltre che con l’umano, con l’animale e il vegetale. Dalle finestre, dalle terrazze e dai balconi, il soggetto-corpo tende verso, per conoscersi e conoscere. Si tratta, tuttavia, di un tipo di conoscenza intrinsecamente mobile, che va costantemente ricalibrata, rinegoziata, ricomposta, riguadagnata per poi essere, un attimo dopo, perduta. Infatti, siccome sta nelle cose e non le precede, essa è per sua natura cangiante come, per esempio, i fenomeni e i dati atmosferici per cui Wittner nutre una vera e propria ossessione (si pensi alla pioggia, a cui dedica un intero libro, Lluvias, del 2009, ma anche alle infinite annotazioni sul freddo, il caldo, l’umido, il passaggio delle stagioni, il tono della luce). L’azione del conoscere, del comprendere (se di azioni si può parlare, perché si ha spesso l’impressione che il soggetto, da questa comprensione, venga agito) si configura quindi come fugace (e proprio fugaz è un aggettivo ricorrente); il suo contenuto è incompleto, basato sull’intuito e declinato montalianamente in occasioni (proprio Montale viene citato in esergo alla serie che apre Balbuceos en una misma dirección, 2011).

Più ancora che a Montale, però, posizionandoci da questo lato dell’oceano e facendo l’utile esercizio di immaginare le risonanze che potrebbe avere la poesia di Wittner nello spazio letterario italiano, il tipo di operazioni e di attitudini che la caratterizzano fanno venire alla mente quel ‘balcone del corpo’ da cui procede una voce ormai centrale nella mappa della nostra poesia italiana contemporanea, e cioè Antonella Anedda. Le somiglianze tra le due autrici sono tanto più sorprendenti se si pensa che Wittner non conosce Anedda. Altri autori e autrici della nostra letteratura, invece, esercitano su di lei un’influenza diretta, che deriva cioè dalla frequentazione, e che a volte sfocia addirittura nella citazione (si pensi al primo verso di “Placeres nocturnos”, dichiaratamente preso in prestito a Pavese). Wittner, infatti, oltre a essere poeta, è traduttrice: principalmente dall’inglese, ma, più sporadicamente, anche dall’italiano, lingua che parla e legge. Così, oltre ad Anedda, se è vero che il corpo è, in Wittner, anche il corpo del ritmo, qualcosa nella sua ossessione per la metrica (che si traduce, anche tematicamente, nella mania per l’atto del sillabare), e soprattutto nel frequente e quasi involontario inciampare sull’endecasillabo, rende inevitabile il confronto con Patrizia Cavalli (poeta, invece, letta e amata). Vicini a Cavalli sono anche un tono che si fa volentieri ironico e un registro che si diverte a virare verso il colloquiale, il conversazionale, il confidenziale. E ancora, prendendo come punto di partenza il dato biografico della maternità (che almeno da La tomadora de café, 2005, diventa anche poeticamente rilevante), succede alla poesia di Wittner qualche cosa di simile a ciò che raccontava Natalia Ginzburg (altra lettura dichiarata). «Adesso non desideravo più tanto di scrivere come un uomo», scrive Ginzburg in “Il mio mestiere” (Le piccole virtù, 1962), «perché avevo avuto i bambini, e mi pareva di sapere tante cose sul sugo di pomodoro e anche se non lo mettevo nel racconto pure serviva al mio mestiere che io le sapessi: in un modo misterioso e remoto anche questo serviva al mio mestiere». Anche in questo caso, l’esperienza della maternità non costituisce un intralcio alla scrittura; al contrario, essa pare rafforzarne e allargarne temi e strumenti. Infatti, la conoscenza a cui si accennava prima, oltre a essere fugace e incompleta, è anche sempre sessuata, cioé femminile e materna. Ciò ha delle importanti conseguenze tanto sul già citato rovello dello spazio (la rivalutazione del domestico, del materiale, dell’ordinario, del basso), quanto sul tempo, in una preoccupazione che diventa generazionale e che, come emblematicamente accade in “Por qué las mujeres nos quemamos con el horno”, si dispiega cronologicamente nel lignaggio nonna-madre-figlia. Così, lungo il corso della vita e dei libri, anche figlie e figli (prima neonati, e poi via via bambini, adolescenti, adulti…) si affermano come personaggi ricorrenti nella poesia di Wittner, si staccano dalla mera realtà biografica per divenire quasi delle funzioni: corpi nati dal corpo che li ha partoriti, di cui si deve avere cura e che, a loro volta, ci curano (in un equilibrio che non sempre è facile trovare). 

*

Laura Wittner è nata a Buenos Aires nel 1967. Oltre a essere poeta, traduce dall’inglese e, più sporadicamente, dall’italiano. Organizza workshop di scrittura creativa e traduzione, è autrice di numerosi libri per ragazzi. Nel 2021, ha pubblicato un saggio sulla sua attività traduttiva intitolato Se vive y se traduce; è invece del 2025 l’autobiografico Diario de menopausia. È autrice dei seguenti libri di poesia: El pasillo del tren (1996), Los cosacos (1998), Las últimas mudanzas (2001), La tomadora de café (2005), Lluvias (2009), Balbuceos en una misma dirección (2011), La altura (2016), in seguito riuniti nell’antologia Lugares donde una no está (2017), in cui sono comprese anche alcune sue traduzioni e testi di occasione in prosa. Nel 2020 è uscito il suo ultimo libro di poesia, Traducción de la ruta. Suoi libri sono stati tradotti in varie lingue, tra cui il portoghese, il tedesco, il coreano, l’inglese. 


Lugares donde una no está (Poemas 1996-2016), Gog y Magog, 2017

da El pasillo del tren (1996)
Un ultimo sguardo dal treno in movimento

Un ultimo sguardo dal treno in movimento
vorrebbe essere uno sguardo speciale
ma è come tutti, questo spazio che occupiamo
adesso, vuoto di noi,
inizia il movimento di retrocessione
di ripiegamento nella memoria
per, allo stesso tempo, disturbare
segnalando che
continuerà ad esistere,
altri abitanti lo percorreranno
come qualcuno che abbiamo amato
e il paesaggio andrà modificandosi,
il ricordo, allora, sempre più inesatto
non per usura
ma perché l’originale cambierà.
Le ultime cose che vedi
saranno anche le prime che vedrai
tornando
(you are leaving Las Pirquitas we are already missing you).
Eppure, abbiamo sempre vissuto in questa città
e quando la domenica passiamo accanto a barche arenate
e ponti arrugginiti
e scendendo dall’auto vediamo che il fiume
è una cosa nera, spessa,
che distilla bolle tra le macchie chiare
come sputi che si espandono
(“si è formato sopra l’acqua uno strato anaerobico
dove impensabili creature
si sviluppano ed esistono senza ossigeno”)
allora non c’è dolore per il luogo lontano
né gesti significativi nell’ultimo sguardo
sarebbe inutile: non ci sono limiti
per entrare o uscire.

Una mirada de adiós desde el tren en marcha

Una mirada de adiós desde el tren en marcha
querría ser una mirada especial
y es como todas, este lugar que ocupamos
ahora, vacío de nosotros,
inicia el movimiento de retroceso
de replegarse en la memoria
para al mismo tiempo molestar
dando la señal de que
seguirá existiendo,
otros habitantes lo recorrerán
como a alguien que quisimos
y el paisaje se irá modificando,
el recuerdo entonces cada vez más inexacto
no por desgaste
sino porque el original va a cambiar.
Lo último que veas
será también lo primero que veas
cuando regreses
(you are leaving Las Pirquitas we are already missing you).
Por otra parte siempre hemos vivido en esta ciudad
y cuando un domingo pasamos junto a barcos varados
y puentes color óxido
y al bajar del auto vemos que el río
es algo negro, espeso,
destilando burbujas entre manchas claras
como salivazos en expansión
(“se ha formado sobre el agua una capa anaeróbica
donde criaturas impensables
se desarrollan y existen sin oxígeno”)
entonces no hay pena por el lugar lejano
ni gestos significativos en la última mirada
sería inútil si no hay límites
para entrar o salir.

da La tomadora de café (2005)
Un po’ verde, verde, molto verde

Febbraio

Quando piove, il reggae è tutta un’altra cosa.
Il giornale di domenica diviso per sezioni,
le piante che orgogliose accettano l’acqua fredda dell’estate,
il caffè, il pane, i tovaglioli di carta, la zuccheriera,
le terrazze che vanno e vengono tra lo spesso spray.

Giugno

Il vento cittadino spinge e smette – ha i suoi dubbi.
Tutto il balcone è all’ombra e carico di umidità,
liscio come una vecchia macchia di tè, insistente e calcareo.
Le foglie del ficus ballano: ma è un triste gioco
e accanto, rossi, anche i fiori impazienza
si assordano al vento.
Sembra che controvoglia allunghino la testa.

Agosto

Dopo la pioggia, colombe fradicie
atterranno sulla ringhera del balcone.
Due provano a corteggiarsi, si corteggiano.
Le altre le rifiutano: como può essere…?
Ma subito i loro sguardi fulminanti, senza elasticità,
cambiano direzione. Con loro se ne vanno
anche i neri – funesti – pensieri.

Settembre

Sono caduti i primi kumquat. Avrei voluto
avere un angolo dove bruciarli, guardarli, aspettare
che questa stessa quiete acidula e aranciata
ardesse nel carbone, intima ma invadente.
Invece ci sono due frutti rotondi
posati in silenzio per terra.

Ottobre

Tutto si affretta a crescere e fiorire.
Le piante serie finalmente si impongono sulle erbacce
e ognuna inventa le germinazioni più inattese.
Era tutto qui, carnalità? Vegetazione che straborda
forma lacci, circonda la casa e soddisfa
le sue più selvagge, verdi fantasie?

Novembre

La sera di domenica mi trova a trasportare un cesto
che mia madre ha riempito di piantine fatte in casa.
Alla luce artificiale il campionario silvestre apre gli occhi
(o le bocche) sul nuovo ambiente, cinque piani più in alto,
meno esposto al sole, più ventoso, meno circolare.
Il mio è decisamente un gesto da Cappuccetto:
trasportare un cesto al tempo in cui ogni scambio
sembrerebbe stabilirsi botanicamente.

Dicembre

Guardo le piante di notte, le chiamo per nome,
non so se reagiscono. Conoscerle è un esercizio
che mi terrebbe sveglia per la strada, se trasportassi
carichi notturni da una città ad un’altra.
Parole strane, ovvie, infallibili,
dai fioriti etimi che io sillaberei, insonne.

Un poco verde, verde, muy verde

Febrero

En día de lluvia, escuchar reggae es otra cosa.
El diario del domingo separado por secciones,
las plantas aceptando con orgullo el agua fría de verano,
el café, el pan, las servilletas de papel, la azucarera,
las terrazas que se van y vuelven de entre el espeso spray.

Junio

El viento urbano empuja y para -tiene sus dudas.
Todo el balcón está en sombras y embebido en humedad,
terso cómo una vieja mancha de té, insistente y calcáreo.
Las hojas del ficus bailan: pero es triste su juego
y al lado, rojas, las flores impaciencia
también se ensordecen con el viento.
Parece que a disgusto estiraran la cabeza.

Agosto

Tras las lluvias, palomas empapadas
aterrizan en la baranda del balcón.
Hay dos que intentan cortejarse, se cortejan.
El resto las repudia: ¿Cómo puede ser…?
Pero enseguida sus miradas fulminantes, sin elasticidad,
cambian de dirección. Con ellas van también
los negros -funestos- pensamientos.

Septembre

Cayeron los primeros kinotos. Habría querido
tener un rincón donde quemarlos, mirarlos, esperar
que esta misma quietud traspasada de ácido y naranja
ardiera en el carbón, íntima pero invasiva.
En cambio hay dos frutos redondos
en silencio posados en la tierra.

Octubre

Todo se apura a crecer y dar flor.
Las plantas serias por fin se imponen a los yuyos
y cada cual inventa las más sorpresivas brotaciones.
¿Esto era todo, carnalidad? ¿Vegetación que desborda,
forma lazos, rodea la casa y satisface
sus más salvajes, verdes fantasías?

Νoviembre

La noche de domingo me encuentra cargando una canasta
que mi madre llenó de plantines caseros.
Bajo la luz artificial el muestrario silvestre abre los ojos
(o las bocas) a su nuevo entorno, cinco pisos más alto,
con menos sol directo, más ventoso, menos circular.
Mi acción es netamente la de Caperucita:
llevar una canasta en tiempos en que todo intercambio
parece haberse instalado en el nivel botánico.

Diciembre

Miro las plantas de noche, las llamo por su nombre,
no sé si reaccionan. Conocerlas es un ejercicio
que me mantendría despierta en ruta, si llevara
cargas nocturnas de una ciudad a otra.
Palabras raras, obvias, indefectibles,
de floridos orígenes que yo deletrearía, insomne.

*

Altra città

Quando alzo lo sguardo vedo neve,
neve che brilla dal televisore.
Come sempre, luccicano sulla mappa
i luoghi dove una non è.
Certo mi mancherebbe il mercato dei fiori
e svegliarmi in questo piano ottavo
che si apre e sfida il vento.
La verità è che c’è stato un solo giorno di neve
e che esiste una seconda possibile versione
per le cose conosciute.
Le valigie sono fatte da sempre
e in più stanno sul divano
in posizione di attesa.
Questo momento dura, si mantiene,
è una maniera di stare:
essere a punto di venire abbandonato.
Il pozzo nero delle valigie pronte,
rovescio dell’atterraggio:
il desiderio umano per l’incompleto
che si riflette, dicono,
nella predilezione per il piccolo,
il breve, il frammento.

Otra ciudad

Cuando levanto la vista veo nieve,
nieve refulgiendo desde el televisor.
Como siempre, titilan sobre el mapa
los lugares donde una no está.
Seguro extrañaría el mercado de flores
y despertar en este piso octavo
que se abre desafiando al viento.
La verdad es que hubo un solo día de nieve
y que hay una posible segunda versión
para las cosas conocidas.
Las valijas están hechas desde siempre
y además están sobre el sofá
en posición de espera.
Ese momento dura, se sostiene,
es una manera de estar:
estar a punto de ser abandonado.
El pozo negro de las valijas hechas,
reverso del desembarco:
el deseo humano por lo incompleto,
que se refleja, dicen,
en la predilección por lo pequeño,
lo breve, el fragmento.

da Lluvias (2009)
Questa sera pioverà

L’hanno detto alla tele;
lo dice il cielo che evidentemente
già si prepara però senza fretta:
formula nuvole mollicce
sempre più opache
e sempre più signore e padrone:
lievitano, provano a fare del cielo un tetto,
esalano un profumo promettente
che trasforma il tono molecolare dell’aria.
L’hanno pubblicato sul giornale
con il disegno della nube grigia
attraversata dal fulmine;
non resta che aspettare, dissimulando,
come se la certezza della pioggia
non ricadesse sulle nostre azioni
completamente rinnovandone il carattere.

A la noche va a llover

Lo dijeron en la tele;
lo dice el cielo que evidentemente
se va preparando pero sin apuro:
formula nubes blanduzcas
cada vez más opacas
y cada vez más dueñas y señoras:
levan, intentan hacer del cielo un techo,
exhalan ese perfume promisorio
transformador del tono molecular del aire.
Lo publicaron en el diario
con el dibujo de la nube gris
atravesada por el rayo;
sólo queda esperar, disimulando,
como si la certidumbre de la lluvia
no se volcara sobre nuestros actos
renovando del todo su carácter.

*

Marzo

Salvo il picchiettio
delle gocce sulla tela dell’ombrello
è completo il silenzio.
Nessuno esce da
né entra in queste case,
nessuno si avvale
del suo diritto a andare in auto.
Avanzo nell’incantesimo
con lo sguardo prudentemente basso
e il gesto neutro
che si confà
a un’occasione tanto rara:
essere stata toccata
dalla bacchetta della realtà.

Marzo

Salvo por el alfileteo
de las gotas sobre la tela del paraguas
es completo el silencio.
Nadie sale de
ni entra en estas casas,
nadie hace huso
de su derecho a andar en auto.
Avanzo en el hechizo
con la mirada prudentemente baja
y el gesto neutro
que corresponde
a tan rara ocasión:
haber sido tocada
por la varita de la realidad.

*

Casa nel bosco

Fuori, resti d’acqua
pendono dalle pigne che pendono dai rami.
Varie forme ovali che vorrebbero staccarsi:
tutto si abbassa.
Qui, un silenzio eccelso. Brevi raffiche
di gocce dell’ultimo momento sopra tetti e vetri.
La nuvola, che finisce di esprimersi
e manda sferzate ottimiste.
Uno strano caldo, sovraindotto,
venuto per confonderci stanotte,
ora, con l’allerta delle arance e del caffè,
ci fa quasi esplodere di aspettative.
Coronando attività silenziose,
motori e fluidi che sapranno quel che fanno:
lo fanno, suppongo, per noi.

Casa en el bosque

Afuera, restos de agua
cuelgan de las piñas que cuelgan de las ramas.
Varias formas ovales proponiendo desprenderse:
todo baja.
Acá, un silencio excelente. Ráfagas breves
de gotas de último momento sobre techos y vidrios.
La nube, que termina de exprimirse
y manda optimistas latigazos.
Un calor raro, sobreinducido,
para marearnos por la noche,
ahora, con el alerta de las naranjas y el café,
casi nos hace estallar de expectativas.
Coronando actividades mudas,
motores y fluidos que sabrán lo que hacen:
lo hacen, supongo, por nosotros.

da Balbuceos en una misma dirección (2011)
Il mio lato del dialogo

Va bene; ma quando attraversavamo paesaggio
arido o umido, industriale o bucolico,
sotto cieli turchesi o l’effetto di droghe
la morte e la malattia erano lontane.

E basta, poi; tanta preparazione teorica
per quel che c’è da dire, che non è mai molto.
Due cose: essere gentili gli uni con gli altri;
nel circolo intimo, divertirci, godere.

Perché fugace è tutto.
Succede che nella memoria acquista peso.

Ascolta, non lo reinviare.
Quello che dico, lo sto dicendo solo a te.

Mi lado del diálogo

Está bien; pero cuando atravesabámos paisaje
árido o húmedo, industrial o bucólico,
bajo cielos turquesas o el efecto de drogas
la muerte y la enfermedad estaban lejos.

Basta, además; tanta preparación teórica
para lo que hay que decir, que nunca es mucho.
Dos cosas: ser amables los unos con los otros;
en el círculo íntimo, divertirnos, gozar.

Es que fugaz es todo.
Pasa que cobra peso en la memoria.

Mirá, no lo reenvíes.
Lo que estoy diciendo te lo digo sólo a vos.

*

Perché insistiamo con i viaggi

I pali della recinzione si susseguono
nei limiti che il dito ha disegnato
sulla condensa del vetro: secondi
nella linea del tempo in agguato, trattini
nella linea dello spazio lungo la strada,
trattini secondi trattini, un viaggio
tranquillizza per un po’, facilitando
il procedere congiunto di spazio e tempo.
Che passi il tempo, che passi lo spazio,
che uno passi per il tempo e per lo spazio,
sospirando finalmente:
questo ha
più senso.

Por qué insistímos con los viajes

Los postes del alambrado se suceden
dentro de los límites que el dedo desaguó
en el vaho del vidrio: son segundos
en la acechante línea temporal, guiones
en la línea espacial junto a la ruta,
guiones son segundos son guiones, un viaje
tranquiliza por un rato, propiciando
que avancen juntos el espacio y el tiempo.
Que pase el tiempo, que pase el espacio,
que pase uno por el tiempo y el espacio,
suspirando por fin:
esto tiene
más sentido.

da La altura (2016)
Seggiovia

Galleggia sul silenzio di boscaglia
si accende una sigaretta e sale.
Non esiste oltre a questo cigolio
intermittente, al nauseato dondolio
diretto al cielo. I piedi
in primo piano; non il presente
né il futuro, niente. Solo i piedi
che penzolano, e anche la carrucola
che stride, e il profumo caldo
della boscaglia sotto, e del fumo
che la nasconde e culla nella sua strategia.

Aerosilla

Flota sobre el silencio de maleza
prende un cirgarillito y va subiendo.
No existe más allá de ese chirrido
intermitente, del bamboleo mareado
en dirección al cielo. Los pies
en primer plano; no el presente
ni el futuro, ni nada. Sí los pies
que cuelgan, y también la roldana
que chirría, y el perfume caliente
de la maleza abajo, y el del humo
que la esconde y la acuna en su estrategia.

*

Giocano i ragazzi nella piazza

Più in là, sagome giocano a tennis.
Ancora più lontano c’è il ronzio
che si alza da qualche flusso in transito.
E più lontano il muro
irregolare di edifici cari
di cui a quest’ora solo uno
e solo ai due piani più alti
riceve luce, anche se scialba.
Adesso, guarda che succede:
tra il cerchio dei pini che è il tuo primo piano
qualcuno, un uccello, si mette a cinguettare
al massimo delle sue forze,
con sfida e con maestria:
è breve ciò che emette, ed efficiente.
Se avevi lo sguardo sul libro
spostandolo in alto di colpo comprendi
che cosa magnetizza questi strati sovrapposti
di urbanismo irreale che ti includono.
Come fanno a non crollare
strato per strato, lasciandovi
nel centro della scena nudi.
Ma comprendere è fugace
come il grido dell’uccello.

Los chicos juegan en la plaza

Más atrás siluetas juegan tenis.
Todavía más atrás está el zumbido
que se eleva desde algún fluir de tránsito.
Y más atrás el paredón
irregular de los edificios caros
de los cuales a esta hora sólo uno
y sólo en los dos pisos superiores
retiene luz del sol, bastante aguada.
Ahora, fijate lo que pasa:
de entre la ronda de pinos que son tu primer plano
alguien, un pájaro, rompe a trinar
a todo lo que da,
con desafío y con oficio:
es breve lo que emite, y eficiente.
Si estabas con la vista sobre el libro
al mirar hacia arriba entendés de un tirón
qué es lo que imanta esas capas superpuestas
de urbanismo irreal que te contienen.
Cómo es que no se desmoronan
estrato por estrato dejándolos a ustedes
desnudos en mitad del escenario.
Pero entender fue tan fugaz
como el grito del pájaro.

*

Piaceri notturni

A Clara

Anche noi ci fermiamo a sentire la notte
ognuna dal suo quartiere ma allo stesso tempo.
Qui c’è un cielo grigio slavato
che sa di acqua di fiume o giù di lì.
Non entro in casa; inspiro a fondo,
esprimo un desiderio unico a questo odore.
E allora il desiderio si atomizza,
atomi di desiderio coprono la città:
comincia una pioggerellina piana, discreta,
fatta di costanza, che non si sente
con le finestre chiuse.
Questo è compiersi, più o meno.

*(Titolo e primo verso me li ha prestati Pavese)

Placeres nocturnos

A Clara

También nosotras nos paramos a sentir la noche
cada una en su barrio pero al mismo tiempo.
Acá hay un cielo gris blanqueado
que huele a agua de río o algo así.
No entro a casa; aspiro hondo,
le pido un deseo único a ese olor.
Y entonces el deseo se atomiza,
átomos del deseo cubren la ciudad:
empieza una lluviecita plana, discreta,
hecha de constancia, que no se escucha
con las ventanas cerradas.
Eso es cumplirse, más o menos.

(*Título y primer verso me los prestó Pavese)

*

Il peso

Che mi pesino i capelli. Tanto per cominciare.
Se no non so chi sono, cosa penso.
Come inclinare appena la testa,
come affrontare presbite la luce
se non peso, se non mi pesano i capelli,
e da lì in giù divento attraversabile
già dubito della mia consistenza?
Non c’è verso.
Non si giustifica
la tendenza attuale a togliere volume
perché senza il volume non c’è peso,
non vedete? E cosa siamo?
Leggeri come polli,
con i capelli dritti,
senza àncora, senza memoria,
come dicendo giro qui
o proseguiamo dritto?

El peso

Que me pese el pelo. Eso para empezar.
Si no no sé quién soy, qué cosas pienso.
¿Cómo inclinar un punto la cabeza,
cómo encarar la luz con la presbicia
si no peso, si el pelo no me pesa,
y de ahí para abajo ya me hago traspasable,
ya dudo en consistir?
No hay forma.
No sé justifica
la tendencia actual a sacar el volumen
porque con el volumen se va el peso,
¿no lo ven? ¿Y qué somos?
Livianos como pollos,
con el pelo erizado,
sin ancla, sin memoria,
cómo diciendo ¿doblo acá
o seguimos derecho?

*

Favola dell’alano

Dissi così per dire: come vorrei
avere un grande alano, e per la strada
che figurone che faremmo.
Lui al mio fianco, un fidanzato principesco,
mentre gli parlo spensierata.

Mi fu risposto: che idiozia,
che progetto impossibile.
Chi può permettersi un alano?
È grande, caro, scemo, blablablà.

Chi così si esprime, pensai io,
non fa per te. Non sa capire
i tuoi sproloqui. Abbatte il pugno
sulla fantasia che salva.
Allontanati da lui. E me ne andai.

Fabula del gran danés

Yo dije por decir: me gustaría
tener un gran danés, porque en la calle
que regios quedaríamos.
El a mi lado, un novio principesco,
y yo despreocupada conversándole.

Y se me respondió: qué estupidez,
qué proyecto imposible.
¿Quién puede mantener un gran danés?
Es grande, caro, tonto. Blablablá.

Alguien que así se expresa, pensé yo,
no te conviene. No sabe interpretar
tus devaneos. Baja el puño
sobre la fantasía salvadora.
Aléjate de él. Y me alejé.

*

Perché questa è una poesia

Se c’è qualcosa che davvero mi importa
è appropriarmi dei nomi.
Per questo devo fare pratica
perché i nomi – salvo il proprio –
sono i nomi degli altri.
Metzer Straße
ripeto mentre cammino controvento.
Friedrichstraße. Carsten.
Regolo i muscoli della gola.
Mi affermo sul terreno.

Por qué esto es un poema

Si hay algo que de verdad me importa
es apropiarme de los nombres.
Para eso tengo que practicar
porque los nombres -salvo el propio-
son los nombres de otros.
Metzer Straße
repito mientras camino contra el viento.
Friedrichstraße. Carsten.
Ajusto los músculos de la garganta.
Me afirmo sobre el suelo.

*

Ho fatto brutti sogni ma è stata una notte tranquilla

Dopo il temporale le ragazze starnutiscono
sulla banchina della metro a mezzogiorno
andando ai pranzi di domenica vestite come ieri.
Io faccio come al solito: mi sfrego gli occhi,
penso ai miei figli, penso a te, conto le sillabe.

Tuve sueños feos pero fue una noche plácida

La tormenta trajo chicas que estornudan
en el andén del subte al mediodía
yendo a almuerzos de domingo con la ropa de ayer.
Yo hago lo de siempre: me refriego los ojos,
pienso en mis hijos, pienso en vos, cuento sílabas.

Traducción de la ruta, Gog y Magog, 2020

Perché noi donne ci bruciamo con il forno

Il segnetto rosso ce l’abbiamo tutte.
Qui sulla mano sinistra, con cui scrivo,
c’è anche la mia bruciatura da forno.
Se la guardo fisso, sopra il radio
mi si dispiega in tre:
mi si tridimensiona il polso
e socchiudendo gli occhi si possono vedere
il polso di mia madre, quello di mia nonna
e, con uno scatto in avanti, quello di mia figlia,
punto dalle zanzare, levigato ma già pronto
per il segno della griglia ardente

Por qué las mujeres nos quemamos con el horno

La marquita roja la tenemos todas.
Acá en la mano izquierda, con la que escribo
está también mi quemadura de horno.
Si la miro muy fijo, sobre el radio
se me despliega en tres:
se me tridimensiona la muñeca
y entrecerrando los ojos pueden verse
la muñeca de mi madre, la de mi abuela
y, en un tirón hacia adelante, la de mi hija
picada de mosquitos, pulida y ya dispuesta
a la marca de la rejilla ardiente

*

Perché non deve piovere la domenica sera

Tuona e i miei figli sono nell’altra casa.
Prima un tuono lontano,
poi uno più vicino,
un tuono finalmente rintronante
che rimbomba in ogni stanza vuota
e in questa unica stanza illuminata
dove lavoro a mezzanotte.
Tuona e non ho chi calmare
cosa che per un attimo somiglia
a non avere chi mi calmi. Ma no.
Una madre si ricompone in fretta
anche se i figli sono nell’altra casa.

Por qué no tiene que llover los domingos a la noche

Truena y mis hijos están en su otra casa.
Primero un trueno lejos,
después uno más cerca,
un trueno finalmente atronador
que retumba en cada cuarto vacío
y en este único cuarto iluminado
donde trabajo a medianoche.
Truena y no tengo a quien calmar
lo que por un segundo se parece
a no tener quien me calme. Pero no.
Una madre se recompone pronto
aunque los hijos estén en su otra casa.

*

Ma

Ha semi?
Ha spine?
Quanta paura
fa lo spillo nell’imbastitura?
Fin dove una madre
deve, per i suoi figli, sciogliere
gli ostacoli, le calcificazioni
di incertezza, di freddo, il fastidio
nella mappa, nella scarpa, la piega
del calzino e il timore in generale,
l’ansia unica, privata
e l’altra
che ci avvolge tutti?

Ma

¿Tiene semillas?
¿Tiene espinas?
¿Cuánto miedo
da el alfiler en el hilván?
¿Hasta dónde una madre
debe, para sus hijos, disolver
los obstáculos, las calcificaciones
de incertidumbre, de frío, la molestia
en el mapa, en el zapato, la arruga
de la media y el temor en general,
la ansiedad única, privada
y la otra
que nos envuelve a todos?

La sostanza della relazione. Intervista a Fabio Pusterla

Intervista su “Fiumi, nefrite, vortici” a cura di Lucrezia Fontanelli.

Quando penso a Fabio Pusterla mi è molto difficile dire qualcosa su di lui e sulla sua poesia, perché nel mio caso l’incontro con l’uomo è avvenuto prima di quello col poeta. Ho quindi sempre avuto la sensazione che qualsiasi cosa si potesse dire sulla sua scrittura, per quanto lucida e completa, non esaurisse la pienezza della sua figura umana. Sebbene di persona io non lo abbia visto che sporadicamente, il dialogo interiore che ho avuto con questa figura è stato estremamente assiduo e la percezione di questa pienezza è sempre stata acuta in me, come quella di un bene che diventa modello di vita e che solo possono mostrarti i maestri. Quando penso a Fabio Pusterla, la prima parola che mi viene in mente è dunque generosità, la generosità con cui non ha mai negato il dialogo a chi lo cercava, anche quando si trattava di giovani studenti che di poesia sapevano in fondo poco. Le parole che mi ha dato sono qualcosa che mi porto dietro e, allo stesso tempo, sono pietre che mi segnano la via. E poi, probabilmente, penserei all’impegno, l’impegno con cui svolge il suo lavoro di scrittore e di insegnante, ma anche l’impegno nell’essere e nel rimanere uomo, umano. Così, benché Pusterla non sia stato mio insegnante nel senso per così dire canonico del termine, quando entro in classe, adesso che insegnante lo sono anch’io, ho sempre ben presenti queste due parole: l’impegno, che è anche il rigore scientifico e la profonda e costante preparazione che un insegnante deve avere, e la generosità con cui cerco di trasmettere ai miei studenti qualcosa che va oltre e spesso non c’entra proprio con il contenuto della lezione. In quest’intervista realizzata a Lugano si è parlato del nostro tempo e di cosa possa fare la letteratura, di densità di memorie e di piste da seguire.

L.F.: La prima impressione che ho avuto leggendo Fiumi, nefrite, vortici è quella di uno scenario sconvolto, di un paesaggio naturale e umano devastato in cui delle note fiduciose fanno fatica ad emergere. Penso a Rileggendo Seamus Heaney in cui scrivi: «Avrà un senso, / senti e ti sforzi di credere: comunque la cosa vada. Condivido. / Ma che fatica» (p. 55). Il libro è molto aderente al periodo storico che stiamo vivendo e credo che questa sensazione di fatica esprima bene quello che molti di noi oggi provano. Tuttavia, si percepisce anche una marcata urgenza di cominciare a ricostruire, come se non fosse più il tempo di mettere in guardia da qualcosa. Si ha la sensazione di aver già superato una frontiera o un limite di qualche tipo (penso a Ultimo fiume, ma non solo); quello che poteva crollare è già crollato e quindi, più che la rassegnazione, trova spazio una sorta di riattivazione. Com’è nato questo libro? Da quali situazioni, pensieri ha preso forma?

F.P.: Sì, sono d’accordo anche se della prima parte è più facile parlare. Sulla seconda, quella che chiami della riattivazione, è meno semplice anche per me dire qualcosa, perché forse non ho ancora capito tanto bene cos’è successo varcando quel limite a cui tu alludevi e che in questo libro è effettivamente presente. Il periodo è tra i più atroci che abbiamo conosciuto. Non è del tutto una cosa nuova, ma negli ultimi anni tutto si è aggravato in maniera davvero inquietante, sia per gli scenari bellici, sia per l’avanzata in Italia – ma in tutta Europa, in tutto l’Occidente – di forze politiche lontanissime da quello in cui tutti noi abbiamo creduto e sperato e che sembrano proporre, al di là delle divergenze politiche, una visione che di solito si definisce populista, ma mi pare un termine troppo generico: un appiattimento del pensiero politico, un parlare soltanto alla pancia dei potenziali elettori, insomma una specie di oscuramento generale della ragione. Dentro questa situazione ci dobbiamo poi mettere anche la preoccupazione per la catastrofe di natura ambientale ed ecologica. Tutto questo sta a prima vista chiudendo l’orizzonte, nessuno di noi riesce a immaginare facilmente delle vie d’uscita. Io non trovo un’alternativa se non nelle reti di piccoli gruppi, ma su un piano più ampio non mi sento rappresentato praticamente più da nessuno. Nello stesso tempo però è vero che c’è qualche cosa che mi spinge e penso spinge molti di noi a reagire, anche se non si sa bene ancora come: c’è un’urgenza di riprendere un po’ in mano il filo del discorso. Io non saprei ancora trasformare questa urgenza, questa necessità, o forse semplicemente questa forma di resistenza biologica in un discorso compiuto, però mi pare che sia una pista sulla quale vale la pena incamminarsi. In questo libro, la pista passa di nuovo soprattutto attraverso le figure dei bambini, oppure – nonostante tutto quello che ho detto poco fa – attraverso le immagini che ci vengono dal fuori di noi, cioè da quello che una volta, forse sbagliando, chiamavamo natura.

L.F.: Un’altra cosa che si nota è un uso diverso del tempo, che qui si presenta più assiduamente nella dimensione del tempo storico: un numero cospicuo di testi richiama precisi momenti del passato che sembrano ripresentarsi. L’ultima parola del titolo, vortici, è interessante perché allude sia a qualcosa che girando su sé stessa ritorna (più simile a una spirale in questo caso), sia a qualcosa che inghiotte. Che significato ha questa parola per te? Ci sono entrambe queste accezioni o una è prevalente?

F.P.: Ci sono senz’altro entrambe e forse ce n’è anche una terza che proverò a dire tra un istante. Per collegare questa riflessione sulla parola vortici alla domanda che mi facevi e alla questione del tempo, forse devo tornare a rispondere alla prima domanda, a dire quello che non ho detto prima: come è nato questo libro. L’esperienza concreta che vivo negli ultimi anni e da cui è nata una parte almeno di questa scrittura è quella di una madre e di una suocera molto anziane – attorno ai cent’anni per intenderci – che ora per ragioni diverse vivono in una casa di riposo e in cui la dimensione del tempo si è fatta più complessa, perché la memoria è stata ovviamente intaccata dall’età. Non è scomparso il tempo, ma si è rimescolato. Entrambe, soprattutto mia madre, possono improvvisamente far riapparire dei lacerti di storie completamente irrelati dal discorso razionale e questo ogni tanto può provocare i vortici presenti nel titolo, cioè una specie di sparigliamento generale delle carte. Un esempio concreto è una poesia dell’inizio in cui appare una fotografia. 

Quando abbiamo dovuto svuotare l’appartamento di mia madre, cercavo una certa fotografia, che sono certo di aver visto ma che non trovo più e che mi interessava da un punto di vista storico, per stare sull’argomento: una fotografia della casa dove mia madre viveva da piccola e dove vivo adesso io, che sta in Italia – sia pure di pochi chilometri – e in cui si vedevano dei soldati tedeschi in uniforme forse addirittura da SS che probabilmente facevano una festa. Quindi immagino sia una fotografia che risale a dopo il 1943, quando quella zona è diventata di occupazione tedesca. Questa foto non l’ho trovata, ma ne ho trovata un’altra sconvolgente: in quello stesso giardino, sotto gli alberi che ci sono anche adesso, si vede una bambina molto piccola, mia madre, che ha un anno. Siamo nel 1929, dunque in un momento in cui il fascismo ha già preso il potere, mentre il nazismo ancora non è diventato a tutti gli effetti la dittatura che poi conosceremo. A prima vista è una fotografia idilliaca, ma in mano la bambina ha una bandierina nazista. Improvvisamente questo apre un vortice, un abisso. Intanto perché è curioso che nel ’29 in provincia di Como ci sia una bandierina nazista, poi perché è assolutamente impossibile sapere come ci è arrivata; l’ultima testimone è mia madre e, ovviamente, non si ricorda della scena. Chissà chi gliel’ha portata: qualcuno che credeva di fare una cosa giusta, qualcuno che l’ha presa così come prenderebbe un gagliardetto della Juventus o di Forza Italia per portarlo a un bimbo? Questa bandierina, che fa venire i brividi naturalmente in mano a una bimba, sconvolge quello che uno pensava di sapere e apre appunto questa dimensione di vortice. Fin qui, dunque, è un vortice piuttosto violento e tendenzialmente negativo. Nello stesso tempo, però, la parola vortice per me è legata anche alla tromba d’aria che nel Mago di Oz porta via la protagonista. Il vortice è anche qualcosa che, in questo suo sparigliare le carte, potrebbe anche aprire degli orizzonti. Benché nel libro siano prevalenti le prime due valenze, di violenza e di inghiottimento, non escludo neanche questo terzo aspetto, come se il vortice ci aiutasse un poco a uscire da questa specie di nevrosi novecentesca in cui siamo tutti cresciuti.

Copertina di Fiumi, nefriti, vortici di Fabio Pusterla, raccolta di poesie pubblicata per Marcos y Marcos
Fabio Pusterla, Fiumi, nefrite, vortici (Marcos y Marcos, 2025)

L.F.: Mi soffermo adesso un po’ su un testo in particolare che è Via Pasteur, 1965. Forse anche perché si colloca dopo la sezione “A che punto è la notte”, gli ultimi versi di questa poesia mi hanno colpito: «Ma di me […] / non so praticamente nulla / e forse è giusto così» (p. 53). A me ha fatto pensare quasi ad un’implicita presa di distanza da un certo tipo di letteratura memorialistica; un po’ un voler dire che di te e del tuo passato non ti interessa parlare. E questo sia perché le vicende individuali, del singolo, hanno senso di entrare in letteratura solo se si legano a vicende più ampie, cioè se parlano in qualche modo anche di tutti noi, sia perché la tua poesia ha sempre teso a ribassare l’io e a prestare piuttosto lo sguardo e la voce agli altri (un atteggiamento che deriva anche dalla tua pratica di traduzione). Trovo quindi significativo il fatto che questa poesia si collochi dopo la sezione “A che punto è la notte”, che ospita memorie e monologhi frammentari di altre persone, e apra la sezione “Strade”, dove il tuo punto di vista torna più centrale, ma lo sguardo è sempre rivolto al di fuori di sé, verso la realtà. In Via Pasteur, 1965 il corpo del testo è costituito da immagini, nomi di persone che abitavano lì attorno, «l’odore di catrame, di fogna e di pane appena sfornato»; quello che c’era nella via. Qual è il rapporto tra l’io e gli altri in questa raccolta e com’è cambiato, se è cambiato, rispetto al passato?

F.P.: Il discorso sull’io è un discorso che si è fatto tantissimo soprattutto nel secondo Novecento, al punto che siamo tutti un po’ stanchi, ma nello stesso tempo è un discorso centrale. Non c’è dubbio che la figura del vecchio io lirico sia ormai tramontata e che soltanto in maniera molto ingenua uno potrebbe pensare di continuare su quella pista dell’io che confessa i suoi turbamenti interiori; cose che conosciamo bene, che sono state importantissime, ma che oggi è difficile prendere ancora molto sul serio. Nello stesso tempo, però, io penso da molto tempo che non sia possibile neppure rinunciare completamente all’io, pena la trasformazione della scrittura poetica in una specie di bollettino asettico o di esperimento fine a sé stesso. Che cosa secondo me bisogna tentare di salvaguardare del vecchio io? Direi la pronuncia affettiva o emotiva delle parole, che non può che derivare da un punto di vista soggettivo. Non è che io abbia scritto né in passato né adesso avendo presente una specie di progetto teorico di questo tipo, ma a posteriori mi dico che il punto di osservazione dell’io, cioè il mio io storico e biografico, mi sembra continuare a essere utile nella misura in cui è un punto di osservazione, un punto di registrazione e di ascolto di cose che però vengono generalmente dal di fuori, dunque figure altre, paesaggi altri, situazioni altre, viste però sempre in maniera soggettiva. 

In quella poesia, il punto di partenza è molto concreto: è di nuovo una fotografia dove appaio io a 6-7 anni. Vedendo quell’immagine mi ricordo perfettamente la scena: la bicicletta su cui sto imparando ad andare, quello che sta attorno a me e anche quello che non si vede, cioè le persone che vivevano in questa via di un rione popolare di Chiasso dove crescevo. C’è però una cosa che non posso ricordarmi e che non si vede nella fotografia, ma che per combinazione nello stesso periodo mi ha detto un’anziana signora che era la mia maestra delle scuole elementari, con cui sono rimasto in rapporto: «Ah, io non mi dimentico mai del mio Fabio, quel bambino col ciuffo e con lo sguardo malinconico». L’ho salutata, l’ho ringraziata e ho cominciato a pensare: “Il ciuffo, bene, so di averlo avuto e ce l’ho ancora un po’ adesso, ma lo sguardo malinconico a 6 o a 7 anni ce l’avevo? E se sì, perché? Non credo di poter mettere davanti qualche ragione familiare o biografica; vivevo un’infanzia come quella di tutti gli altri. E qui appare l’altro aspetto: quello per cui io non posso e forse non voglio sapere troppo di me stesso; tuttavia, è a partire da quello sguardo che la scena viene rappresentata in questa poesia e in generale nelle altre.

C’è una poesia molto bella [Nuvole, io] di Antonella Anedda in Historiae, dove anche lei parla di questa dimensione. Dice: «Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica / ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome». Tuttavia, anche il suo dire io credo assomigli molto a quello che ho cercato di suggerire: non è per parlare di sé, ma per usare l’io come osservatorio del mondo.

L.F.: Queste tematiche, l’attenzione verso gli altri e il tentativo di uscire dalla gabbia individualistica dell’io, mi sembrano oggi ancora più urgenti, perché non si tratta più, o non solo, di una postura intellettuale, ma una condizione universale. Viviamo immersi in un mondo che per vari motivi frammenta la nostra esperienza e ci rende sempre più difficile il tentativo di costruire degli spazi di comunità. Anni fa avevi intitolato un intervento “L’inferno è non essere gli altri”, frase che riprendeva un verso di Breve omaggio a Plutone, II in Pietra sangue. Se pensiamo a quello che sta succedendo in questi anni, forte è la percezione di un’incapacità di sentire gli altri. Siamo assuefatti e anestetizzati ormai dalle immagini, dalle parole, dalla cronaca e quando non c’è più indignazione verso l’atrocità, l’empatia e quindi anche il gesto diventano impossibili. Forse, come dici tu, per fare i conti col passato è tardi. Tuttavia, da dove possiamo ripartire per ricostruire un sentire che sia meno assuefatto?

F.P.: Un libro recente di Marco Revelli si intitola Umano Inumano Postumano e ragiona molto su questa perdita dell’umanità, che è una parola grossa su cui potremmo stare a ragionare a lungo; tuttavia, ci potrebbe venir buono ancora il vecchio Kant che dice che l’umanità è riconoscere l’essere umano nell’altra persona. Questa è certamente una cosa oggi minacciata da mille ragioni, tra cui l’assuefazione, come dicevi tu, alle immagini o anche alle situazioni concrete. Esempi di questo tipo ne potremmo fare fin troppi basandoci su quello che stiamo vivendo in questi anni e, senza dubbio, uno degli epicentri è Gaza. Però, anche senza arrivare a questi limiti estremi di orrore, tutti noi, io temo, nonostante i nostri tentativi di salvaguardare quella che prima chiamavo umanità, se giriamo per le vie di Bologna o di Milano o di qualunque altra città italiana, inseriamo una specie di pilota automatico per non vedere alcune cose, per esempio le infinite persone che ti chiedono dei soldi: non puoi darli a tutti, non puoi fermarti con ciascuno a fare due parole e quindi innesti un pilota automatico. A pensarci bene è terrificante. Uscire da questa gabbia di un io pietrificato in sé stesso penso sia una cosa cruciale, forse l’unico tentativo che possiamo fare per andare verso un’altra direzione, per creare comunità, come mi pare dicessi tu. Piccole comunità, complicità umane, cose del genere. Forse poi c’è un’altra gabbia che dovremmo provare a superare, ma di cui penso tu voglia parlare dopo, cioè la dualità uomo-natura.

Evidentemente dietro quel verso che tu ricordavi, «l’inferno è non essere gli altri», che credo abbia parecchi anni oggi, sta la famosa frase di Sartre: «l’enfer c’est les autres». Allora io l’avevo ripresa e rovesciata partendo di nuovo da una sensazione molto concreta, che ho provato spesso e credo proviamo in tanti, cioè quella di lambire le vite altrui senza mai poterci davvero entrare in contatto. È quella sensazione che si può avere passando di sera con un treno che va adagio in un quartiere di una città, quando vedi le finestre illuminate e per un fotogramma, per un istante vedi un pezzettino di vita altrui; un attimo dopo, però, sei già da un’altra parte. Ora, questo bisogno di partecipare alla vita altrui forse porta in sé l’idea di quella comunità che chi ha la mia età ha avuto la sensazione di vivere quando era giovane e che poi è stata spazzata via letteralmente; parlo di una comunità ideale e politica che era quella degli anni ’60-’70 grossomodo, che a un certo punto ha smesso di esistere non per fragilità o pigrizia sua, ma perché i venti della storia hanno soffiato in un’altra direzione. Si può ricreare qualcosa del genere, in altre forme, non certo nostalgicamente? Beh, credo che sia l’unica prospettiva verso la quale possiamo andare.

L.F.: In Dalle terre alte scrivi: «Non sempre guardi e vedi ciò che guardi / non sempre ne hai la forza. Se qualcosa / distrae, si sovrappone, // ammutolisce il mondo, deconcentra. / dimenticati di te per contemplare» (p. 109). Queste parole, che vogliono essere un invito e un appunto per ricordarsi come cogliere la bellezza, mi sono sembrate però collegate anche con quanto dicevamo prima: dobbiamo cioè dimenticarci di noi non solo per accogliere il bene, ma anche per sopportare l’orrore? E dico sopportare non nel senso di accettarlo passivamente, ma di riconoscerne l’esistenza. Siamo responsabili di esserci distratti sia dall’orrore che dal bene? Sono due tipi diversi di distrazione oppure in qualche modo sono collegati e l’uno implica l’altro?

F.P.: Credo che siano due cose diverse. La distrazione rispetto ai cosiddetti mali del mondo deriva da ciò che abbiamo detto prima: dalla assuefazione, ma indubbiamente anche dalla nostra pigrizia intellettuale ed esistenziale. Di fronte a questa evidenza del male io penso che sia colpevole il distrarsi, anche se in qualche caso tutti lo facciamo ed è inevitabile. C’è una poesia bellissima di Giovanni Raboni, ormai antica, che mi pare si chiami La commemorazione dei defunti e che inizia dicendo: «Con i tuoi, lo sappiamo, un modus / vivendi l’hai trovato. Non era facile / né difficile, quasi non c’era scelta. Ma quei tizi di cui / non ti frega niente, carbonizzati / nella carcassa di un caccia sbocconcellati dall’uomoleone falciati / dal tifo sull’altipiano, che / salvezza c’è per te in loro?» Raboni conclude poi con un verso terrificante: «Siano rimessi, dico (i morti) nel nostro impasto quotidiano, piega il giornale, / lascia che lontano i vivi seppelliscano i vivi». Si tratta del rovesciamento di un famoso versetto evangelico: «Lascia che i morti seppelliscano i loro morti». Ora, naturalmente nella visione evangelica vivi sono coloro che aderiscono alla nuova vita predicata da Gesù e morti sono tutti gli altri, ma per Raboni, per noi oggi, per chi non partecipa più a questa visione di un oltre metafisico, le cose si complicano. Allora cosa siamo? Ecco, io penso che l’unica prospettiva sia tentare di mantenere vigile lo sguardo, non cedere alla distrazione. 

L’altra distrazione, invece, quella relativa al bene e alla bellezza, è una distrazione d’altra natura. Forse qualche figura di me molto migliore è capace di mantenere questa forma di attenzione e concentrazione sul fuori da sé ventiquattr’ore su ventiquattro; io non ci riesco. Molto spesso questi istanti di profonda immersione nel vivente durano poco, poi ti fa male la pancia, ti viene in mente una cosa che devi fare e ti distrai. E forse in questo secondo caso non potrei pretendere da me, e figuriamoci dagli altri, di essere sempre vigile. Però, quando questa distrazione non c’è, quando cioè riusciamo a intuire – difficile dire più di così – il nostro profondo rapporto con l’esistente, allora è un momento di grande intensità in cui le cose e anche le figure umane possono apparirci in una lucentezza, talvolta in una bellezza (per usare questa parola un po’ giù di moda ma che pure esiste), lancinante.

L.F.: Parlando infatti adesso di una dimensione più spaziale, più legata ai luoghi e a ciò che li abita, ho avuto l’impressione che in questa raccolta ci fosse una polarità maggiore, che mondo naturale e umano (due componenti da sempre presenti nella tua produzione) fossero molto più in conflitto, come se tra di loro ci fosse meno armonia. Nella tua poesia c’è sempre stata la compresenza di elementi diversi, tra i quali però si cercava di arrivare a una sintesi. Qui si ha la sensazione di un attrito e una contrapposizione maggiori, di una separazione più netta tra i due ambiti. Condividi questa sensazione?

F.P.: È giusto, è senz’altro così e questo deriva di nuovo dalle preoccupazioni che tutti conosciamo, da quello che sta accadendo. Ci ho pensato a lungo. Qualche mese fa mi è stato chiesto di andare a Perugia in un contesto molto particolare: un ciclo di incontri organizzati dai Francescani sul Cantico delle creature e la poesia moderna e contemporanea. Quello che ho cercato di dire e che forse oggi, a pochi mesi di distanza, direi in un altro modo è questo: le due distanze più ovvie che ci separano da un’opera come il Cantico delle creature, quella cronologica e quella ideologica, tutto sommato noi le possiamo superare; possiamo leggerlo con un’adesione e una commozione altrettanto forti. La terza distanza mi sembrava però invalicabile, e cioè la rottura definitiva del rapporto tra esseri umani e mondo naturale, che invece in Francesco è ancora fortissimo. 

Quando Ungaretti, in un testo ormai scolastico, dice: «mi sono riconosciuto / una docile fibra / dell’universo» oppure: «Il mio supplizio / è quando / non mi credo / in armonia», dice qualcosa che va abbastanza d’accordo con il Cantico di Francesco, ma che noi credo non potremmo dire se non barando. Quando mai ci siamo sentiti in armonia e quando mai abbiamo potuto credere davvero di essere una docile fibra dell’universo? Se dovessi indicare qualche poeta in cui questa frattura si fa più drammatica, tra i grandi maestri più recenti ne citerei due: in Italia Andrea Zanzotto e nel mondo anglosassone Seamus Heaney, che sin dal suo primo libro, Morte di un naturalista, proprio di questo parla: della frattura immedicabile tra un antico rapporto quasi idilliaco con la natura e l’improvvisa coscienza di un baratro, al di là del quale la natura fa paura ed è altro. 

L’idea della nostra autoesclusione rispetto alla natura in questo libro è forte, ma, come dicevo poco fa, anche se sono passati pochi mesi dall’apparizione del libro, oggi forse direi le cose in maniera diversa. E questo perché ho scoperto un filosofo francese che si chiama Baptiste Morizot, molto attivo in alcune iniziative chiamiamole ecologiche in Francia di cui dà conto nei suoi libri. Morizot propone prima di tutto di decostruire questa specie di antica dualità uomo-natura, che secondo lui deriva grosso modo dall’umanesimo ma che si accentua in maniera evidente e via via più sempre più drammatica con la rivoluzione industriale. Così ho cominciato a pensarci su bene: quando noi dicevamo natura, cosa stavamo dicendo? Stavamo dicendo che la natura è ciò che non è umano, magari qualcosa da dominare oppure più recentemente da santificare, ma era sempre ciò che non è umano, come se noi ci fossimo auto-esclusi dalla natura per ragioni di certo ideologiche, economiche eccetera eccetera. Il titolo, che è un po’ anche l’invito che costantemente ritorna nelle sue pagine per superare tale dualità, in francese suona così: Raviver les braises du vivant: Un front commun (Ravvivare le braci del vivente: un fronte comune). Il vivente è l’insieme delle cose che vivono sulla terra, di cui facciamo parte, da cui discendiamo e di cui ci nutriamo. È un primo tentativo di non parlare più di natura, né di dominio o di museificazione, ma di stabilire un nuovo rapporto. Io non saprei ancora trasformare le sue pagine in un’indicazione per me, se non nella misura in cui questa attenzione al vivente di cui facciamo parte anche noi comincia ad aiutarmi a risolvere una specie di contraddizione che porto con me da sempre e cioè quella per cui questi due elementi, diciamo la natura nel vecchio senso del termine e la società umana, erano compresenti con valori e funzioni molto diversi. 

Io come essere umano so bene cosa stiamo facendo e cosa sta succedendo, ne sono annichilito e preoccupato; e tuttavia, se vedo un albero che si muove al vento, sono portato a guardarlo con ammirazione. Se fai una passeggiata in un bosco e un cervo ti attraversa la strada, lo guardi? Certo che lo guardi; lo guardi con un’ammirazione quasi infantile, ma perché lo guardi a ben vedere se non sei né un cacciatore né un naturalista né uno studioso? Cosa ti colpisce? A lungo ho pensato che la ragione di questa attrazione stesse nell’alterità dello sguardo che l’animale getta su di te e che per te è sconosciuto e inconoscibile (la famosa elegia di Rilke sullo sguardo animale). Oggi continuo a pensarla così, ma intuisco anche qualcosa di più profondo: una specie di – allora incosciente in me – alleanza di ciò che è vivo con le altre forme di vita. Ecco, non so bene dire di più su questo tema perché ci sto pensando solo da un paio di mesi, ma mi pare una prospettiva interessante da approfondire.

L.F.: In questa raccolta hai incluso anche Addio a un’associazione letteraria. È forse il testo che è circolato di più e che prende le mosse dalla decisione dell’associazione “Autrici ed autori della Svizzera” di non assumere una posizione politica nei confronti di quello che stava succedendo in particolare in Medio Oriente, se ho capito bene.

F.P.: Sì, il punto di partenza era ancora più preciso: il premio che non è stato attribuito, nonostante si fosse già deciso di darglielo, a una scrittrice palestinese alla Fiera di Francoforte, perché nel frattempo, pochi giorni prima, c’era stato l’attacco di Hamas e quindi è sembrato politicamente scorretto. Su quell’avvenimento alcuni scrittori dell’associazione avevano chiesto che venisse presa una posizione e la risposta fu invece, per me almeno, piuttosto sgradevole: una lettera inviata a tutti in cui il comitato che dirige l’associazione diceva che erano gli autori, con le loro opere, a dover prendere posizione, non l’istituzione. Allora mi è saltata la mosca al naso e ho scritto a mia volta una lettera, in cui ho detto che, con tutti i miei limiti, lo facevo da cinquant’anni, ma non era questo il punto. Ho chiesto quindi di inviare la mia lettera a tutti i soci o di pubblicarla sul bollettino. Mi hanno risposto che non avrebbero cambiato opinione e che per ovvie ragioni la mia lettera non poteva essere inviata. Ne è nata una polemica interna che è sfociata in una riunione, durante la quale ognuno di noi ha espresso le proprie idee e ci è stato promesso che ci avrebbero riflettuto. Quando, passati alcuni mesi, ho ricevuto la convocazione dell’assemblea annuale in cui non c’era traccia di questo dibattito, ho capito che le cose erano finite lì e ho deciso di dare dimissioni. Quindi il punto è questo: non è tanto una presa di posizione politica, è l’idea che un’associazione di scrittori senta o non senta il dovere di assumere anche una posizione di natura politica, sia pure nel senso più ampio e lato del termine.

L.F.: La questione è infatti molto più ampia e alla fine riguarda il ruolo che la letteratura ha e magari l’assenza di un dibattito su che ruolo debba avere, soprattutto nei confronti del potere. Io ho la sensazione che oggi le persone facciano più fatica a prendere posizione. Ad ogni modo, la domanda che ti volevo fare riguarda non tanto il ruolo degli intellettuali, che è una parola che non mi piace molto, ma proprio il ruolo che secondo te deve avere la letteratura. E, se è diverso, che ruolo dovrebbe svolgere invece la poesia?

F.P.: Io penso che chi esercita la scrittura nelle sue varie forme, chi ha il privilegio – perché è un privilegio – di utilizzare un linguaggio simbolico debba tenere presente che ogni privilegio comporta anche dei doveri. Come ciascun artista, poeta o musicista debba poi interpretare concretamente quei doveri, cioè debba sentire la responsabilità di un rapporto con quello che lo circonda, io penso che nessuno lo possa definire esattamente. Ciascuno sceglierà la sua strada, che può anche essere quella del silenzio, cioè di un linguaggio che non si vuole sporcare le mani con la cronaca e che non intende, perché ha paura così facendo di perdere le proprie caratteristiche, fare dichiarazioni. Diverso però è il discorso su quegli organi che rappresentano la letteratura, le associazioni: quelle sì, io credo, devono fare qualcosa. I singoli scrittori devono trovare la propria voce. Questa è la prima parte della risposta. 

La seconda è che naturalmente un’opera narrativa sembra poter entrare più facilmente e direttamente in argomenti come quelli di cui stiamo parlando e poter toccare in maniera più immediata la coscienza dei suoi lettori (benché oggi mi capiti piuttosto di rado di leggere dei romanzi che fanno questo). La poesia è un po’ diversa, perché diversa è anche la lettura che il lettore fa della poesia. Penso che continui a essere valida l’idea espressa da Emily Dickinson: «Di’ tutta la verità ma dilla obliqua». La poesia lavora sulle parole e si può pensare che sottraendo le parole alla loro piattezza quotidiana e comunicativa e riempiendole di tutte le risonanze semantiche, la maggiore densità si possa trasferire da chi le scrive a chi legge e che l’aumento della densità possa contrastare quella specie di pensiero unico plastificato di cui siamo tutti un po’ vittime. Io credo che la poesia si possa porre gli stessi dubbi, gli stessi interrogativi e assumere analoghe responsabilità, cosciente del fatto che il suo linguaggio è diverso. 

Fabio Pusterla
Fabio Pusterla

L.F.: Come si può però prendere posizione, qualora lo si voglia fare, senza scadere nel manifesto? Perché ovviamente il compito di chi fa letteratura non è quello di stendere proclami o manifesti. Come tu scrivi giustamente: «Non anche di questo dovremmo parlare? Non soprattutto di questo? A nostro modo obliquamente» (p. 82). Come si fa a conciliare la necessità di prendere posizione con quella di dare priorità alle ragioni della letteratura? Ti è mai capitato che queste due dimensioni fossero in conflitto?

F.P.: Certamente sì. Io se voglio prendere posizione lo faccio scrivendo un articolo o una lettera al giornale; questa è la via come cittadino e come essere pensante che credo di dover praticare e che qualche volta pratico, benché con una fatica crescente. In parte questa fatica deriva dalla sensazione che ogni cosa che scriviamo di questo tipo entri in una specie di centrifuga comunicativa, di melassa in cui tutto è uguale a tutto e che quindi non abbia più molto senso farlo. Tuttavia, ogni tanto l’urgenza e lo sdegno sono tali per cui lo si scrive. Un’altra parte di fatica deriva dal fatto che non solo oggi è forse più difficile prendere posizione, ma che è molto più difficile che su una presa di posizione si inneschi un dibattito. Sembra assurdo nell’epoca dei social, ma il dibattito così come lo abbiamo conosciuto per decenni, se non per secoli, presupponeva una distanza, dei tempi di elaborazione, la non mescolanza tra le idee e le persone. Quando Pasolini polemizza con Italo Calvino, in discussione non c’è il loro rapporto, se non eventualmente in seconda battuta, e tra un articolo di Calvino e un articolo di Pasolini passano settimane o mesi, ma il dibattito era lì. Oggi questo non avviene più, oppure avviene nel giro di poche ore, in quella maniera frenetica che non serve a nulla perché non porta a un di più di conoscenza. È una situazione davvero difficile, che di nuovo rende più faticosa l’eventuale presa di posizione. 

Il testo da cui siamo partiti è quello dove mi spingo maggiormente verso il limite più pericoloso, quello in cui dici quello che pensi. Non penso che la poesia debba fare questo, altrimenti correrebbe il rischio di trasformarsi nella messa in versi delle idee. Nello stesso tempo però io credo di poter utilizzare liberamente, come farebbe un pittore, i materiali che si offrono alla mia curiosità, che possono essere materiali tradizionalmente poetici, ma anche materiali che derivano dalla cronaca nera o dalle cronache politiche del nostro tempo. Posso utilizzarli senza preoccuparmi troppo del fatto che i secondi siano più spuri, più sporchi degli altri e così facendo, inserendoli nella mia riflessione politica – per usare una parola grossa –, ecco che è possibile che anche la poesia si sporga sul tema dell’impegno civile, non assumendolo come un oratore che dice quello che pensa, ma assumendo le condizioni per cui le parole hanno anche una valenza civile e politica. Un poeta francese che ho tradotto e che purtroppo è morto precocemente, Antoine Emaz, ha pubblicato un testo bellissimo sulla poesia [Sulla punta della lingua], scritto però in prosa, dove diceva alcune di queste cose: «Il singolare deve raggiungere il comune, senza perdersi: tutti i mezzi sono buoni [] altrimenti si sceglie di crepare scritti, da soli». Quindi partire dalla propria esperienza, ma con la speranza che possa, attraverso l’elaborazione del linguaggio poetico, trasformarsi in una cosa che appartiene potenzialmente a tutti. E questo vale anche per i discorsi che stiamo facendo: quello che io dico può avere un senso non perché è la mia idea, ma perché è la mia angoscia, il mio dubbio. Io non ho nessuna certezza, non so cosa pensare di quello che sta avvenendo nel mondo, ma certamente posso esserne preoccupato e questo credo sia un sentimento condivisibile.

L.F.: Se penso a uno spazio di relazione e condivisione, mi viene subito in mente la scuola, che è forse uno dei pochi spazi rimasti in cui si può creare un rapporto vero e andare verso quell’idea di comunità di cui parlavamo prima. Non a caso, questo spazio è oggi prepotentemente minacciato e insidiato in vari modi ed è quindi fondamentale proteggerlo. È una questione che sento molto vicina e so che anche tu hai riflettuto molto su questo, anche se ora non insegni più al liceo ma solo all’università. Mi piacerebbe chiederti come far resistere questo spazio di relazione nella scuola. 

F.P.: Sono d’accordissimo col discorso che hai fatto sulla scuola e sulle minacce che su di essa gravano un po’ dappertutto. Nel Discorso a difesa della scuola pubblica, che credo risalga se non al ’47 a pochi anni dopo, Piero Calamandrei si chiedeva se fosse possibile un altro fascismo. Rispondeva che certamente sarebbe possibile, ma in forme diverse: uno dei principali modi per creare delle scuole di partito sarebbe stato cominciare a screditare, trascurare e impoverire le scuole pubbliche. È quello che è accaduto e sta accadendo un po’ dappertutto. Questa è una, non l’unica delle minacce. L’altra che vedo fortissima è quella di una specie di tecnocrazia pedagogico-politica che rischia di farci perdere di vista quello di cui stiamo parlando, cioè la sostanza della relazione. Nonostante queste minacce, però, io credo che la scuola sia davvero uno degli ultimi luoghi dove è possibile costruire qualcosa di simile a ciò di cui abbiamo parlato per tutta la nostra intervista e, di solito, se uno vuole ci riesce. Non tutti forse lo vogliono o sono capaci di farlo, ma se lo vuoi e sei capace, la relazione si crea, con tutte le difficoltà e le contraddizioni che inevitabilmente attraversano un’ora di lezione, ma si crea eccome. Io credo che questa continui a essere la cosa più importante e chi ha la fortuna di insegnare una materia come le nostre, cioè materie che una volta si chiamavano umanistiche, forse è in una posizione in cui è ancora più facile stabilire questa relazione, se – ed è questa la grossa scommessa – se questa relazione può esistere passando attraverso la letteratura, non soltanto attraverso la preoccupazione umana che io insegnante posso avere per i miei studenti. Se questo avviene, allora la letteratura ha un senso. Riuscire a propiziare l’accensione di una scintilla di questo tipo è una cosa bellissima che si può tentare di salvaguardare. Del resto, ogni volta che anche adesso mi capita di andare in una scuola perché mi invitano a leggere delle poesie, quasi sempre succede qualcosa di sorprendente. Questo vuol dire che c’è la possibilità di andare in quel tipo di profondità in cui la cultura e la vita si inanellano l’una nell’altra

L.F.: C’è anche un’altra cosa che mi viene in mente e che si lega a questo discorso. Tu in questo libro parli di come oggi sembra che la memoria venga continuamente risucchiata in un vortice di oblio, di quanto si faccia fatica a trattenere e custodire la memoria, quasi scorresse via come l’acqua di un fiume. In Ponte pedonale scrivi: «Tutta quest’acqua oggi è uno spreco di memoria, un banale / trascorrere. Dissipazione. Tempo allo stato brado» (p. 62). Ogni tanto ho la sensazione che non ci sia limite alla nostra capacità di dimenticare. Penso che sia una condizione generale di tutta la nostra società attuale; la scuola non sfugge a questa dinamica (si veda Schizzo metropolitano), ma allo stesso tempo proprio la scuola è forse uno spazio in cui più direttamente abbiamo la possibilità di contrastare l’oblio e la dissipazione. Solitamente tu affidi alle cose marginali e/o piccole, tra cui anche i figli e i nipoti («le vite minime caparbie», p. 125) la capacità e forse il compito di mostrare e preservare una luce (penso a Costa brava). Tuttavia, il modo dobbiamo mostrarglielo noi. Noi abbiamo comunque un ruolo fondamentale.

F.P.: Certo, penso che sia così. La memoria culturale, letteraria e storica sono senza dubbio molto minacciate da una specie di presente piatto che non si ricorda nulla se non l’altroieri tuttalpiù, e di questo tutti noi insegnando potremmo fare migliaia di esempi. Gli adulti sono peggio perché i giovani hanno almeno il vantaggio di andare a scuola. In fondo si torna a una parola che ho usato prima in un’altra parte della conversazione, la parola densità: la coscienza del fatto che il mondo in cui viviamo, il suolo su cui camminiamo abbia una densità e una profondità a me sembra fondamentale. Se non cogliamo questa densità camminiamo in un mondo di superficie, di plastica. Ora, la densità non ha solo a che fare con la memoria, ma la memoria ne è una componente. Quindi instillare in vari modi questo senso della prospettiva temporale, questo dialogo con coloro che ci hanno preceduti è una cosa importantissima che è certamente in contrasto con il mainstream della comunicazione globale di oggi.

L.F.: Vorrei farti un’ultima domanda riguardo a Ultimo fiume, in cui le dimensioni dello spazio, del tempo e della memoria si fondono. La mia prima impressione, come ho detto all’inizio, è stata quella di uno scenario molto cupo, sconvolto e devastato, che sembra guardare con amarezza anche alcuni simboli delle raccolte precedenti: a un certo punto citi la rondine e la libellula (p. 123), che erano elementi positivi; adesso sono polvere, frammenti. Lo scenario è quasi preistorico, un ritorno a una sorta di grado zero della storia dell’umanità, quasi come se dovessimo ripassare dalle migrazioni preistoriche perché si sta andando verso, o si è già attraversato, un disastro definitivo. Non si capisce se questo grado zero sia un bene o un male, uno scenario post-apocalittico o una rinascita. Alla fine ha prevalso in me la sensazione che l’ultimo fiume fosse qualcosa di positivo, una frontiera dolorosa ma necessaria da attraversare, se si ha il coraggio, una volta compiuta la catastrofe finale, per saggiare l’ignoto nel quale dovremo iniziare a ricostruire, dato che non possiamo permetterci il lusso di essere stanchi.

Al di là della duplice natura di questo testo, di cui se vuoi puoi dirmi qualcosa, mi sembra interessante anche il fatto che la devastazione totale abbia come conseguenza quella di guardare a un tempo atavico, quasi geologico; una tendenza che era già iniziata nella tua raccolta precedente. La devastazione del presente porta a guardare indietro, alla storia dell’umanità come se una speranza potesse venire da lì?

F.P.: Certo, è così. Su Ultimo fiume e su queste ultime osservazioni posso dire alcune cose ma devo premetterne una: come forse si è intuito dalla conversazione, io di solito credo di sapere quello che scrivo. Non ho una visione esoterica o orfica della poesia, però può capitare a volte che ci siano delle zone di scrittura che prendono il sopravvento, che mi portano dove io non sapevo di volere e di poter andare e questo poemetto conclusivo, se vogliamo chiamarlo così, è una di queste zone. Ancora non sono sicuro di aver capito cosa ho scritto. L’ho capito e, nello stesso tempo, non l’ho capito profondamente. Cosa vuol dire per me questo aver varcato un ultimo fiume? Ne colgo alcuni aspetti che possono essere in relazione col tempo che passa, con l’età avanzata e con la situazione di mia madre; tuttavia, sento che c’è qualcosa di più profondo e più complesso che ancora forse non riesco a spiegarmi. Certamente c’è quest’idea di superamento di un limite: l’ingresso in un territorio in sostanza sconosciuto, tendenzialmente sconvolto in cui si continua a camminare. Per arrivare dove? L’ultima poesia parla di un braccio di mare che appare, ma che cosa voglia dire questo braccio di mare, che cosa mi riservi l’eventuale futuro non lo so davvero e forse sono anche contento di non saperlo, perché se lo sapessi sarebbe troppo facile. 

Per quanto riguarda il tempo, per me in questo libro è prima di tutto il nostro: il tempo della storia recente oppure della storia umana, che comunque non è lunghissima, come sappiamo. È dentro questo tempo che sono nato, cresciuto e che continuo a vivere. Però credo di sentire profondamente che esistono altri nastri temporali, diversi da quello storico: il tempo biologico, oppure addirittura quello geologico. Sapere che la nostra avventura umana è un angolino piccolo dentro una dimensione temporale molto più grande non cambia nulla rispetto alla nostra situazione; però, se non altro, ci dà la prospettiva di una grandezza che ogni tanto sentiamo venir meno sotto il peso della cronaca. Mi viene in mente quella terribile e meravigliosa lettera di Leopardi a suo padre: «forse anche non riconosce altra grandezza che quella che si misura coi calcoli, e colle norme geometriche». Leopardi pensava forse alla grandezza della gloria poetica, ma l’idea della vastità è una cosa irrinunciabile per me e può derivare anche da questo senso del tempo altro rispetto al nostro. Quanto all’ultima cosa che dicevi, una grande figura che per me è stata importante, Maria Corti, diceva: la disperazione è un lusso borghese. Beh, credo sia vero. Conosciamo tutte le ragioni per cui potremmo disperare e tuttavia andiamo avanti.

Come fare femminismo in versi scritti? Qualche considerazione su modalità e contraddizioni

In questo contributo, Letizia Imola riflette sulle modalità di fare femminismo in versi scritti, partendo da un’esperienza personale e da letture significative. Proponendo tre poesie inedite e considerazioni stilistiche, l’intervento esplora tensioni, resistenze e possibilità legate alla scrittura femminista, formulando ipotesi aperte su forma, militanza e trasmissione.

In pieno testo
Per caso e per privilegio ho vissuto tre mesi ancora più all’estero di quanto non ci viva normalmente. L’agio ha fatto sì che avessi ancora più tempo e più spazio per stare da sola, leggere e scrivere. (L’eccezione a questa triade è stata una nuova amica che credo un’amica per la vita, una compagna). In quei tre mesi ho “fatto ricerca” in più direzioni di quelle che pensavo. Ho scritto sette poesie, una cifra per me sorprendente. Nonostante le guerre sempre nelle orecchie, ho vissuto talmente in pace da acquisire il recul che stavo aspettando. L’attesa necessaria perché un’altra ondata di ordine (interventi che sento immediatamente come giusti) investisse quello che spero presto sarà il mio libro.

Dopo un mese ho scritto un testo credo femminista e mi sono chiesta perché. A posteriori ho pensato che abbia più senso interrogarmi sul come partendo da un dato incontrovertibile, il testo.
Avevo portato con me pochi libri, quasi tutti scritti da donne. Sentivo di averne bisogno. Infatti una somma di scrittici e la nuova amica mi hanno aiutata a resistere nella casa della discordia quel primo mese. Della Ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda avevo già letto le prime cinquanta pagine circa un anno prima. Ero entusiasta, ma quella volta non avevo molto tempo. Ne avevamo comunque parlato con un vecchio amico. Lui ci ha scritto un testo. La stessa cosa è successa a me. Mi era già capitato di scrivere un testo in versi dopo una lettura in prosa. In parte è l’effetto naturale di certe scritture, in parte è una volontà di capire e di tradurre. Per l’amicizia, per quel testo che si intitola «I saggi di F.F.», questo:

Il libro di R.R.

Scrivere in prima persona
con poca umiltà ma senza delirio
dà il senso del limite al singolo;
basta cercare nel genere giusto
e capisci che la finzione
è per chi ha già capito tutto
o per chi non vuole capire.

La pasta sfoglia è termine di paragone
per gli strati d’identità femminile
e per la società che si solleva:
il cerchio del libro si chiude.

Scrivi un appunto nel diario
se riesci persino un piccolo testo
per poi rileggerlo e ripetere
secondo i tuoi tempi nel tempo fermo;
solo grazie al modo francofortese
questa cosa rimane per la vita
ma ricorda: sono cose da poco
le cose che non mutano.

Vorresti essere di poche parole
e non temere la ripetizione;
almeno c’è qualche nuova certezza:
hai studiato troppo gli uomini
una rivista non è un’antologia
testimonianza è il contrario di politica
la forma è inevitabile.

Il testo conta ventisei versi. Circa la metà hanno un rapporto stretto con Rossanda, per i restanti è questione di altro; qualcosa che potrei chiamare l’incontro tra Rossanda e un sostrato di nervi scoperti. Dai nervi credo sia venuto il ‘tu’, che io uso davvero poco. Rileggendo individuo cose che mi sono state fatte notare. La dizione composta e a tratti lapidaria (e il modo in cui essa si esplica in sequenze versali costituite di volumi netti e ben squadrati). Un testo enunciativo controllato formalmente dove è avvenuto mascheramento/ raffreddamento/nascondimento, dove in realtà non è difficile risalire alle fonti, rimangono dei frammenti a mo’ di segnali destinati a essere più o meno impercepiti. Viene da chiedersi: è una postura generazionale? Una modalità di stare? Una modalità di sguardo che filtra la dimensione emotiva? Riconosco un mio uso della punteggiatura. Voglio credere che non c’è scimmiottare, non c’è pastiche. Sento la mia voce formale attraversata solo tematicamente da Rossanda. Forse è per questo che mi sembra che funzioni. Allora è bello riportare le due citazioni sulla pasta sfoglia. La prima si trova a pagina 37: «È stratificata come una pasta sfoglia l’identità femminile.» La seconda a pagina 382: «La società si era sollevata in quei due anni come una pasta sfoglia.» Rossanda è per la pagina scritta che si legge e si rilegge secondo i propri tempi. In questo senso si è definita “francofortese”. Per lei bisogna adattarsi al tempo fermo dello scritto una volta per sempre. Tutto il resto è una trappola. Bisogna fermarsi, tornare indietro. Bisogna rileggere. E così ho chiarito due riferimenti. C’è bisogno di dire altro? Per ora non credo. Né per me, né per chi legge.

Ci vorrebbe l’introduzione
Nel parlare di poesia femminista è fondamentale operare un distinguo – tutt’altro che scontato – rispetto a ciò che viene genericamente definito poesia femminile, nel senso di scritta da donne. La poesia femminista non coincide necessariamente con la scrittura femminile: è una pratica esplicitamente orientata a interrogare, criticare o sovvertire le strutture patriarcali e le dinamiche di potere di genere, e può essere scritta da soggettività non solo femminili, ma anche maschili, trans, non binarie e queer. Questo ambito si declina in forme molteplici e spesso intersezionali, come dimostra la poesia femminista delle minoranze, in cui le dimensioni di genere, razza, classe, orientamento sessuale e identità di genere si intrecciano profondamente. Figure come Audre Lorde, bell hooks e Adrienne Rich, accanto a voci affini come Monique Wittig, Cheryl Clarke, Pat Parker, June Jordan, Eileen Myles o Nicole Brossard, non solo hanno coniugato militanza politica e ricerca formale, ma hanno anche ribadito con forza il valore della poesia come spazio performativo, orale e comunitario. Nella poesia lesbica, in particolare, l’identità sessuale diventa veicolo di resistenza e di reinvenzione del linguaggio, spesso in tensione con la normatività eterosessuale e con le strutture canoniche del discorso poetico. Più recentemente, le scritture poetiche trans, non binarie e queer hanno contribuito ad ampliare ulteriormente l’immaginario e la grammatica della poesia femminista, decostruendo le dicotomie di genere e aprendo nuovi spazi per l’espressione del corpo, della soggettività e della trasformazione. Autor* come Alok Vaid-Menon, Juliana Huxtable, Kae Tempest, Jay Hulme o Danez Smith portano avanti una pratica poetica che è insieme performativa, politica e radicalmente sperimentale, spesso al confine tra poesia orale, spoken word e gesto corporeo.
Accanto a questa linea più propriamente militante si sviluppa, soprattutto nel contesto nordamericano, una forma ibrida e sempre più influente di saggismo lirico femminista che attraversa i confini tra poesia, autobiografia e teoria. Autrici come Anne Carson, Maggie Nelson e Claudia Rankine hanno ridefinito le possibilità del discorso poetico, fondendo riflessione critica e lirismo in un gesto insieme intellettuale e corporeo, che spesso si apre anch’esso alla dimensione performativa. Non è un caso che queste pratiche abbiano trovato particolare diffusione negli Stati Uniti, dove la tradizione orale, la spoken word e le forme ibride di espressione hanno da tempo abbattuto le barriere tra testo scritto e voce. In questo contesto, la poesia torna a essere non solo oggetto di lettura ma gesto incarnato, relazione, azione politica.

Se questa fosse un’introduzione, ci vorrebbe anche un paragrafo sul panorama italiano. Non solo sul versante poetico – e qui dovrebbe figurare un lungo elenco dei nomi giusti da cui mi defilo – ma anche teorico, a partire da tutto quel terreno pregresso che ha preso forma attraverso il pensiero della differenza, e che oggi dovrebbe entrare in dialogo con prospettive intersezionali complesse. Ma soprattutto, bisognerebbe aver letto, ascoltato, attraversato, per potersi riconoscere in un certo pensiero e non solo nominarlo. Per potersi chiedere: che pezzo di strada è stato percorso? E io, nel mio modo di leggere, di guardare il mondo, di scrivere – che spostamento metto in atto?

What’s better ?
Torno al mio interrogativo sul come e magari una risposta provvisoria (in campi come questo molte cose sono transitorie, le proposte si rinnovano) dirà qualcosa sul perché.

Come fare femminismo in versi scritti? [1]

Provo a scomporre la domanda che mi sono posta nelle sue cinque componenti. La prima è appunto il come e riguarda le modalità al plurale, perché la questione implica necessariamente una molteplicità di vie. La seconda è il femminismo come sineddoche di militanza, sperando che il discorso sia trasferibile a un piano intersezionale. La terza componente è la forma versale, escludendo per ora la prosa poetica (questo solo perché la domanda per ora la pongo a me stessa adesso che scrivo poco in prosa). La quarta è la dimensione dello scritto, ovvero versi che non nascono con un intento recitativo, ma già sanno che rimarranno sulla pagina (a parte, forse, qualche presentazione più o meno intima che proverà a uscire dalla nicchia). Il quinto elemento è che si tratta di una domanda: l’interrogativo è contingente quanto lo è il suo decorso qui presentato, meglio ribadirlo.

Se su questa questione a livello terminologico è stato facile parlarmi dentro, non lo è stato a livello esperienziale. Provo a farla semplice anche qui: avverto una sensazione di pericolo di fronte al femminismo in versi. Infatti, è qualcosa che non ho mai cercato, tutt’ora non cerco e ho scoperto che vale altrettanto per una serie di mie coetanee che si definiscono femministe e che scrivono poesie. Cerco il femminismo nella prosa, soprattutto come intenzione primaria dell’opera. Molto banalmente, credo che la prosa riesca a realizzare in maniera compiuta lo snodarsi e il racconto del pensiero femminista. Credo che la prosa sia lo spazio letterario giusto per articolare la denuncia, i problemi di unità, quelli di spessore simbolico e tanto altro. Il pericolo che avverto – la retorica – mi annichilisce. Mi spaventa lo slogan sulla pagina, in corteo invece lo urlo anche io.

Un’amica più adulta mi ha detto police partout, justice nulle part. Mi ha detto sono pochi gli slogan a non essere vittime del tempo. All’interno di una logica di mercato dove si fa mercato di tutto bisogna chiedersi ogni giorno se uno slogan è ancora valido nei suoi termini.

Per ora tutto ciò non mi spinge a posizionarmi in modo reattivo. Ho il sentore che la lotta sarebbe qui una battaglia al contrario, l’importante è che il fuoco non si spenga. E poi dalla nicchia e dal privilegio sempre parliamo.

Un altro amico ha detto credo nell’autonomia dei due momenti, militanza e poesia, ma li considero vasi comunicanti. Prassi e stasi. La questione è: voglio investire una fetta di esistenza e di senso?

Se incanaliamo la cosa nel nostro discorso, il femminismo può essere un vaso comunicante della poesia non solo femminile. Poi, il fatto che a me piacerebbe questa fosse la logica dietro a tutte le raccolte di poesia che tutt* dovremmo avere voglia di scrivere è un’altra questione e ha a che fare con il perché. Resto nel come e cerco di avvicinarmi a un nucleo in cui credo e di cui vorrei parlare, quello di retaggio positivo.

Non cercando poesia ideologica, poesia di reclami esplicitamente femministi, incontro, sostengo, e a questo punto genero anche, una poesia in cui non vengono messe a tema le questioni femministe, ma in cui il testo stesso, per la sua costruzione (visibile e non), mi porta a interrogarmi, mi obbliga a sostare. Uno spazio permeato da un femminismo fertile in cui si rompono automatismi e si fa venire alla luce un impensato rispetto a questioni che sono tra l’altro femministe.

Questo mio amalgama di paure e convinzioni si è imbattuto in una bolla di poetry slam italofono all’estero grazie a un’altra nuova amica. Grazie a lei ho visto una forma e un mondo poetici che mi erano abbastanza sconosciuti. Uno spazio in cui vigono dinamiche diverse da quelle che ho sempre sperimentato e che sono date dalla dimensione corporale e sociale presupposte.

«It’s better to speak» Lorde lo scrive, quindi è vero anche «It’s better to write».

Il megafono fa cool, è talmente ovvio. Siccome noi non siamo in corteo, ma in poesia in versi scritti, sono tanti i rischi: oltre alla retorica e all’incomunicabilità dei due momenti, a me appaiono davvero insidiosi i pericoli del filone e del “criterio amichettistico”, di cui si parla anche nell’editoriale di questa rubrica. Mi sto chiedendo se essere uncool in questo senso sia una forma di resistenza. Se non sia fondamentale anche un’altra forma di contributo. Non occupare lo spazio dei social e scrivere versi con un forte retaggio femminista perché si è propens* a introiettare un’intersezionalità sistemica, è una forma di militanza? Mi sembra che questo femminismo sia solido perché imprevedibile. Dal suo humus possono darsi dissidenze e contronarrative proficue (se si crede nella continua provvisorietà di molte armi e proposte della lotta femminista). Credo che questo femminismo possa agire anche a livelli sconosciuti e imprevisti proprio perché permea e attecchisce in un substrato profondissimo e, così tellurico, riesce a sovvertire.

Forse questa via è anche una scrittura aperta, una poesia abitabile da altr*. (Prevedere la libertà di chi legge. Accettare che non esiste il colpo di grazia.) Se entra nel pubblico, niente esclude che ecceda, prosegua, inneschi, attivi un impensabile altrove, venga interpretata e tradotta in un altro modo, che sarà necessariamente giusto perché possibile, perché espansione, sopravvivenza.

Un dittico
Prima di pensare a tutto questo ho scritto altri due testi credo femministi. Poi mi è venuto da ritoccarli calcando un po’ la mano.

Il gruppo

C’è un gruppo che mi fa molta paura
esiste e al contempo non esiste
potrei disporne in cerchio i membri
ma temo non si riconoscerebbero
nonostante il genere e la generazione.

Alcune di loro ci sanno fare
sono prestanti e le parole le usano
in modo del tutto diverso
si prendono troppo sul serio non sanno
che a fianco bisogna comunque campare.

Si giustificano sempre con formule
che io mi vorrei appuntare
ammesso che ciò che trattengono
le sottragga da morte insicura.

Se provo paura, se sono ostile
è una questione di campo e di spazio.


Il genere

Ho indicato le affinità nel genere
a posteriori, infatti credo
di averne un’esperienza muta e vera
spero di non dovermi mai ricredere
(per ora noi pensiamo unite
ma non scriviamo insieme).

La sommatoria è una persona unica
calda come la prima vocale
che le alterazioni emotive tengono
al di qua dalla produttività.

Senza gelosia per le coincidenze
raccontiamo di nuovo le nostre cose
mentre l’altra è presente e c’è il piacere
di riaprire insieme certi cassetti.

I traumi a quel punto diventano
una stronzata o un privilegio.

I due testi formano un dittico in seno alla mia raccolta, dove però mi auguro instaurino anche un dialogo più ampio con le altre poesie della sezione, oltre che con il resto del libro. La sezione si intitola Abrégés e consta di brevi ritratti (degli abstract, se si vuole, ma è una parola che si è abbruttita spaventosamente) di persone che per me funzionano particolarmente bene come gioco di sponda e allo stesso tempo come apertura di brecce nell’analisi di varie cose, tra cui di me stessa.

Ho incluso questi due testi perché sono stati scritti nei mesi di pace. Sotto al primo, tra le altre cose, adesso intravedo Nathalie Sarraute, che non stavo leggendo, ma che è sempre lì. Nel secondo – e ancora di più in una prosa degli stessi giorni – c’è finita Luisa Muraro, che stavo scandagliando.

Guardandoli bene mi sono resa conto che il retaggio femminista qui era talmente forte da rovesciarsi nel tema. Come annunciavo, sono testi che ho ritoccato. A posteriori mi chiedo: si può fare? Si può lavorare a un testo in direzione femminista? A me è successo, ma quanto del lavoro era cosciente? Mi sono accorta abbastanza chiaramente della cosa a distanza di mesi, dopo aver attribuito due titoli in un certo senso polari e che a me appaiono giusti. Non sono gli unici testi con cui mi è capitato, ma parliamo comunque solo di un paio. Forse anche questo tipo di addensamento, di stratificazione (meglio se imponderabile, mi sembra) può essere una via di fare femminismo in versi scritti. Ma credo ci voglia il lavoro giusto in un momento talmente propizio, che non si dà spesso, anzi.

Di fatto qualche testo è arrivato. Con essi, tante tante domande, qualche scoperta e qualche nuova convinzione. Per le solite paure, viene voglia di lasciare giacere tutto ciò a uno stadio di materia opaca, di esperienza muta, e lasciare fuoriuscire giusto qualche considerazione provvisoria e sommaria. Il cerchio si chiude solo nel libro, nella mia realtà si riapre. È così azzeccata la metafora della pasta sfoglia. Interrogativi e proposte in divenire, questo, mi sembra, è quello che posso formulare per ora. C’è qualcosa che sta lavorando.


[1] Si dovrebbe discutere, certo, anche della formulazione “essere femminista” in luogo di “fare femminismo”: non è solo una variazione linguistica, tocca il rapporto tra identità e pratica.

Poesia e deindividuazione: su alcune tendenze delle scritture contemporanee

In questo contributo, Riccardo Socci riformula alcune questioni che ha già trattato durante un intervento nell’ambito del seminario Poètes-critiques dell’Università di Aix-Marseille e, soprattutto, nel saggio “Modi di deindividuazione” (Mimesis 2022), estendendo i limiti temporali dell’analisi, che in quello studio si fermavano sulla soglia degli anni 2000, ai nostri giorni.

Perché deindividuazione?

Come ho spiegato in maniera più distesa altrove, la preferenza che ho accordato a questo termine rispetto ad altri spesso usati nell’ambito della poesia lirica italiana dell’ultimo Novecento (come desoggettivazione o spersonalizzazione) è dovuta sostanzialmente a due riferimenti: il primo è Le radici dell’io di Charles Taylor – saggio fondamentale, a mio giudizio, per inquadrare la questione dell’io e del soggetto della poesia moderna –, nel quale il filosofo canadese pone un principio di individuazione alla base della costruzione del concetto moderno di soggetto e soggettività nella cultura e nella filosofia occidentali; il secondo riferimento è la celebre formula di Adorno, secondo cui il genere lirico si configurerebbe come il luogo in cui il poeta “spera di conseguire l’universale attraverso un’individuazione senza riserve”.

Che cosa intendo con deindividuazione?

Nelle mie intenzioni, questo termine non vuole delineare una categoria circoscritta ed esclusiva, ma un insieme variegato di fenomeni e di tendenze che attraversano diacronicamente buona parte della poesia italiana del Novecento[1] e che, a partire dagli anni ’80 e ’90, si manifestano a mio modo di vedere in maniera sempre più chiara.

Questi fenomeni riguardano da un lato i contenuti (l’aspetto forse meno interessante), dall’altro la forma. Sul piano contenutistico, riconduco alla deindividuazione tendenze e temi come l’eclissi dell’io empirico del poeta (e quindi dell’autobiografismo), l’ostentazione della marginalità del soggetto poetante, l’alienazione e l’estraneazione della prima persona, l’inconsistenza della sua identità, il carattere frammentario della sua esperienza nel mondo. Com’è evidente, questi sono discorsi che caratterizzano in vari modi molta poesia italiana del Novecento, dai crepuscolari in avanti.

Sul piano della forma e dello stile, possiamo invece rintracciare costanti quali la rimozione (totale o parziale) dell’io poetico, ossia della prima persona quale soggetto dell’enunciazione, il ricorso a “formule di debolezza conoscitiva” e a “interposte persone”[2], l’uso sistematico di pronomi personali indefiniti e di verbi impersonali e, più in generale, meccanismi testuali atti a relativizzare continuamente il discorso svolto del soggetto.

Si tratta di costanti che, combinate in maniera diversa da autore a autore, emergono con particolare evidenza nella poesia (e specificamente nella lirica) italiana degli anni’80 e ’90, ad esempio nei lavori di Mario Benedetti o Umberto Fiori. Questi poeti, come altri della generazione dei nati fra anni ’50 e ’60, sembrano in effetti negare la sintesi adorniana in due modi, fra loro complementari: in alcuni casi viene meno il principio stesso di individuazione, e la lirica cessa di essere un discorso dell’io, o abolendo del tutto la prima persona o adottando un soggetto dell’enunciazione impersonale e privo di tratti identitari e distintivi; in altri casi, l’individuazione ha luogo con riserva, ovvero soltanto se accompagnata da una serie di strategie discorsive atte a metterne in mostra la natura soggettiva, e dunque la parzialità.

A mio giudizio, il periodo compreso fra anni ’80 e ’90 rappresenta davvero uno spartiacque: la fine, sempre più definitiva, della tradizione centrale del nostro Novecento poetico e dei suoi paradigmi (il “classicismo lirico moderno”, come lo definisce Guido Mazzoni) ha comportato cambiamenti intervenuti nello statuto stesso di genere del discorso lirico. Questi cambiamenti hanno coinvolto in particolare la questione fondamentale del soggetto della poesia, un soggetto che già tra anni ’50 e ’60, com’è noto, era entrato in crisi: da un lato, in maniera esplicita, nelle opere della Neoavanguardia (la “riduzione dell’io quale produttore di significati”, secondo la formula di Alfredo Giuliani, e la “spersonalizzazione della scrittura” di cui parla Lucio Vetri), dall’altro, in maniera meno evidente ma più articolata – e per questo, a mio avviso, più interessante –  in quelle di autori ancora legati a un’idea tutto sommato tradizionale di poesia, come Vittorio Sereni, Amelia Rosselli, Giorgio Caproni o Mario Luzi.

L’importanza della Neoavanguardia, in particolare nel confutare quel principio di sovrapponibilità tra poesia e lirica di matrice romantica, è un dato ormai acquisito e ampiamente storicizzato. Tuttavia, com’è stato già fatto notare[3], se consideriamo la logica che sorregge il discorso letterario, il lavoro della Neoavanguardia non appare essere così innovativo rispetto a quanto avevano già fatto le avanguardie storiche in Italia e in Europa. Una differenza importante riguarda però gli effetti che i due movimenti sono riusciti a ottenere: mentre le seconde hanno segnato un momento di rottura circoscritto, che di fatto ha preceduto la stagione più importante della lirica novecentesca italiana, i primi hanno determinato davvero un’estensione decisiva e irreversibile del campo della poesia, giungendo nel momento in cui quella stagione stava ormai volgendo al termine e un nuovo periodo della storia della poesia italiana stava iniziando. Tra le varie cose, a mutare era stato innanzitutto il contesto dal punto di vista della sociologia della letteratura.

I cambiamenti di cui parlavo prima, intervenuti nel corso degli ultimi vent’anni del Novecento, vanno interpretati anche (forse soprattutto) come una forma di reazione a circostanze mutate, e in particolare alla perdita definitiva del mandato sociale del poeta, del suo ruolo istituzionalmente e pubblicamente riconosciuto, di cui molto si è già discusso.

C’è la consapevolezza, insomma, da parte degli autori di non potere più attuare nella scrittura poetica in generale e in quella lirica in particolare, il genere che per definizione e tradizione costituisce il discorso privato e idiosincratico di un io, quell’individuazione senza riserve di cui parlava Adorno. Questa presa di coscienza ha comportato una crisi che ha investito innanzitutto il soggetto stesso della poesia, determinando in alcuni autori una vera e propria fuoriuscita, almeno sul piano pronominale, dalla prima persona – penso ad esempio ai primi libri di Umberto Fiori.

Per arrivare ai nostri giorni, mi sembra che molte scritture poetiche contemporanee, liriche e non soltanto, partano proprio da questa domanda: come rientrare nella soggettività (o quantomeno, in una soggettività) in maniera credibile e non ingenua?

Chiaramente questo non è un discorso che vale per tutti. Molti autori si trovano ancora benissimo in posture oracolari e ipersoggettive, aggrappate al “mito delle origini” di cui parla Gianluigi Simonetti e ai riti magici della parola poetica, oppure in testi smaccatamente lirici, ingenuamente (o peggio, maliziosamente) espressivi o confessionali. Molti autori, in sostanza, non si pongono affatto il problema di come dire “io”, o del perché il lettore debba ascoltare la voce di questo io che gli parla degli affari propri, delle proprie idiosincrasie, delle proprie trasfigurazioni, e va bene così. Ma la mia simpatia di lettore non va per questo tipo di scritture, che mi sembrano del tutto anacronistiche e che pure, se consideriamo il totale dei libri di poesia pubblicati oggi in Italia, rappresentano ancora l’ampia maggioranza.

Allo stesso modo, però, in molti casi non mi entusiasmano quelle scritture poetiche che rinnegano in assoluto e a priori la soggettività, preferendo all’espressione della prima persona – o comunque di una qualche forma di voce individualizzata – la pura “mimesi della schizofrenia” collettiva del nostro tempo (per riprendere le parole dello stesso Giuliani), dell’impersonalità del linguaggio dal quale siamo parlati, dell’intercambiabilità e dell’insensatezza delle nostre esistenze private e così via. In buona sostanza, quelle scritture vocate all’oltranzismo che scelgono l’orizzontalità, l’omologazione e la neutralità di linguaggio e stile per rappresentare l’orizzontalità e l’omologazione della nostra società, l’apparente neutralità dei rapporti di forza che la governano o delle vite che gli individui conducono al suo interno. Mi sembra una limitazione autoimposta, troppo stringente e asfittica, sul piano stilistico, delle possibilità della scrittura, che rischia in molti casi di risolversi in un mero atto combinatorio, ripetibile all’infinito, e che aggiunge poco o nulla all’esperienza di mondo che già faccio.

Dove va la mia preferenza di lettore?

In estrema sintesi, per quelle scritture che mantengono vivo un certo grado di intenzionalità dell’autore, di soggettività del personaggio che prende la parola nel testo e del linguaggio e dello stile che usa per esprimersi. Quelle scritture, insomma, che, rifiutando l’idea anacronistica e postuma della poesia come pura espressione del sé, costruiscono forme di soggettività nuove attraverso un continuo atto di mediazione, di relativizzazione dello stesso soggetto poetante. Ecco, con deindividuazione intendo in sostanza questo tentativo che ha luogo nella scrittura poetica, e che si realizza sul piano formale e tematico secondo i modi che descrivevo brevemente all’inizio.

Qualche esempio testuale potrà forse essere utile a precisare il discorso.

Se, come detto, la prima persona egoriferita e autobiografica della lirica tradizionale non occupa più il centro della scena, possiamo chiederci quale sia il ruolo del soggetto poetico in questo tipo di scritture contemporanee. Sicuramente non è il portatore di esperienze eccezionali o esemplari (una postura, questa, che oggi sarebbe ridicola); piuttosto, è un individuo estroflesso che condivide una visione e un’esperienza parziali, estremamente limitate (quando non del tutto indeterminate), ma non per questo necessariamente insignificanti. Una delle costanti di molte scritture è quindi lo sdoppiamento (in certi casi la moltiplicazione) e la frammentazione del soggetto, che si guarda da fuori perché sa che non può correre il rischio di assolutizzare il proprio discorso, sprofondando in sé stesso, di esercitare la propria “fantasia dittatoriale”, secondo una formula di Friedrich, come avviene nella cosiddetta poesia pura, simbolista, ermetica, orfica, neo-orfica ecc. Questa fuoriuscita dall’io, rintracciabile in opere anche molto diverse fra loro (da quelle più liriche a quelle più vicine a un grado zero della scrittura), assume di frequente una connotazione esplicitamente metapoetica:

Guardo le nuvole sopra di me, sono un’idea,
sono l’immagine di un intero che mi sovrasta,
vedo me stesso come qualcuno che coglie
l’immagine di un intero dentro le nuvole che lo sovrastano.
[G. Mazzoni, La pura superficie, 2017]

Vorrei disfarmi dell’io è la moda che prescrive la critica
ma la povertà è tale che possiedo solo un pronome. […]
Alla fine torno all’io che finge di esistere,
ma è una busta come quelle usate per la spesa
piena di verdura o pesce surgelato.
Io con l’io mi nascondo.
[A. Anedda, Historiae, 2018]

Ho sedici anni.
Questa bestia che ho dentro in qualche modo deve uscire.
Ho zero anni.
Perdo i denti. A volte anche i capelli. Mi smarrisco nei labirinti. Sono su una macchina che non so guidare e mi vado a schiantare. La folla. Cado col lettino dal ballatoio della nonna. Non sono in picchiata ma il letto si disfa progressivamente fino a quando l’unica protezione contro lo schianto è la mia impronta sul materasso. Polvere e cenere in turbini. Mi va malissimo il compito in classe di matematica che devo svolgere.
Ho ventisei anni.
Ho molta paura. Giorni senza soluzione, senza fine. Come se il mondo fosse finito.
Ho ventisette anni.
Mi sono buttata dalla finestra: tre mesi di sedia a rotelle con le ossa rotte, prova solo a immaginarti la rabbia di una che si vuole ammazzare e resta imprigionata.
[P. S. Dolci, Diario del sonno, 2021]

Rendendosi conto che la propria esperienza di mondo non ha nulla di eccezionale o di esemplificativo, il soggetto della poesia cessa perlopiù di collocarsi al centro della scena, che spesso viene occupato da personaggi diversi dall’io. In molti casi, chi prende la parola esplicita la distinzione fra io empirico e io lirico (il legame fra questi due io cessa di svolgere una funzione normativa proprio fra anni ’70 e ’80), e si identifica di frequente con il ruolo di autore, più che quello di protagonista, esercitando nei testi la propria funzione normativa e intervenendo nel discorso come farebbe una sorta di narratore, più che un io lirico tradizionale:

Sono uscito a camminare verso il mare, ma devo negarlo
perché ero uscito e in realtà quasi subito
ho incontrato un platano e mi tocca di scriverlo,
anche se scrivere è di più che raccontare,
anche se raccontare è già difficile,
anche se il difficile è rientrare
a scrivere del platano,
a raccontare il platano
senza averlo davanti,
cercando di ricordare […].
[S. Dal Bianco, Ritorno a Planaval, 2001]

L’autrice si domanda
se sarà possibile parlare
della morte
senza parlare di dolore […].

Credo che verrò meno
a quel mio proposito iniziale;
non possiamo fingerci eterni […].

L’io è uscito
forse dal canale orale e la figura pare
ora tanto leggera, di carta.
Eppure non manca niente al corpo
è tutto ancora dentro,
uguale a prima, sì, ma spento.
[M. Lotter, Atlante di chi non parla, 2022]

In altri casi, il soggetto dell’enunciazione si identifica con figure marginali, o mescola la propria esperienza a quelle di molti altri personaggi, secondo un’impostazione del tutto orizzontale, creando effetti deindividuanti pur senza rinunciare a un grado minimo di soggettività del discorso, ossia rispettando l’inevitabile triangolazione fra scrittore, testo e lettore – laddove la lirica ipersoggettiva pretende di annullare l’ultimo, mentre la scrittura forzatamente impersonale, tendente a un grado zero della comunicazione, vorrebbe fingere che il primo non esista:

Collins che resta a orbitare sul Columbia mentre Armstrong e Aldrin scendono verso la Luna e lui li fotografa con la Terra sullo sfondo, in un’immagine che contiene l’umanità presente, passata e futura, tutti i vivi e i morti tranne lui, Collins, che parla con la radio e cerca conforto a Houston, fino a quando la massa della Luna si interpone tra lui e la Terra tagliando il collegamento e lasciandolo solo come nessun altro essere umano è mai stato tranne i sepolti vivi […]; Collins, il terzo astronauta, quello che pochi conoscono, quello che non è mai stato veramente sulla Luna, come gli verrà ricordato in tutte le interviste del futuro […]. Parlavo della possibilità che lei morisse, della paura, della non-paura che questa idea mi suscita, come se non appartenessi mai veramente, come se non amassi mai qualcosa per intero […].
[G. Mazzoni, Scatola nera, 2023]

Per un anno, quando ne hai trentadue, ti improv­visi imprenditore nel comparto dolciario, hai otte­nuto la qualifica di operatore edile alle strutture, ti sei fatto una posizione. Sei un esperto di taglio cabochon, di cloisonné e di archeologia indu­striale – hai pescato in un fiumicello uno storione mostruoso. Di fianco a te, nel bagno pubblico, il vecchio Humbert ha lasciato l’orinatoio sporco di sangue. Sei in coma farmacologico a seguito di un intervento d’emergenza, allettato in ospedale in una città che non conosci. 
Ti sei soffocata con un boccone in un’angurieria, procurata un ascesso al fegato o un enfisema su una petroliera. Soffri di un’affezione sconosciuta, sei cianotica, esanime. L’anomala secrezione di sostanze ormonali nel tuo organismo ha denunciato una recente insorgenza tumorale: stai morendo poco più che cinquantenne per una malattia che non lascia scampo; hai com­prato una djellaba come la volevi tu in un bazar in cui non entravi da anni, gettato con un’alzata di spalle il tuo grembiule guajiro…
[A. Broggi, , 2024]

Le voci in stazione si accumulano
in un modo che ti sovrasta in uno spazio
che non sai contenere. La torre è troppo alta
le mura si sono moltiplicate. Non sappiamo
parlare, intendo con questo entrare disarmati
nel vuoto, superato il primo inganno elementare.
L’impressione di riconoscersi è un fossile da cui
soffi via la terra la polvere. Una voce sola
lampeggia: non superare la linea gialla.
[S. Branca, Interferenze, 2024]

Un’ultima tendenza, per me molto significativa, riguarda i modi di costruzione del contesto enunciativo. Come ha illustrato Bernardelli[4], quello lirico tradizionale è un discorso che si svolge “in presenza”, ovvero assumendo aprioristicamente la presenza del lettore all’interno della scena enunciativa; facendo insomma finta che il lettore sia davvero lì, accanto al soggetto che parla. L’uso dei deittici che caratterizza l’incipit dell’Infinito di Leopardi è un caso esemplare: “Sempre caro mi fu quest’ermo colle / e questa siepe”. Se ci trovassimo all’interno di una situazione comunicativa normale, le prime domande che sorgerebbero spontanee sarebbero: quale colle? Quale siepe? Chi parla nel testo di Leopardi finge che il lettore sia presente lì accanto, che veda lo stesso paesaggio e che stia condividendo la stessa esperienza della prima persona.

In molti testi contemporanei avviene invece il contrario. Non essendo più la presenza di un lettore garantita, il soggetto costruisce la situazione e il contesto enunciativi mentre parla o, meglio, dopo avere iniziato a parlare. È un modo, a mio avviso, di cercare un piano condiviso di incontro con il lettore stesso, senza pretendere che l’altro da sé entri “senza riserve” all’interno del mondo del soggetto, senza esercitare in maniera ingenua e dittatoriale la propria fantasia, senza imporre all’altro, in nome di una supposta oggettività del discorso, la propria visione del mondo:

Ho portato con me delle vecchie cose per guardare gli alberi:
un inverno, le poche foglie sui rami, una panchina vuota.
Ho freddo, ma come se non fossi io.

Ho portato un libro, mi dico di essermi pensato in un libro
come un uomo con un libro, ingenuamente.
Pareva un giorno lontano oggi, pensoso.
Mi pareva che tutti avessero visto il parco nei quadri,
il Natale nei racconti,
le stampe su questo parco come un suo spessore.
[M. Benedetti, Umana gloria, 2004]

La strada è accidentata. Piove. Stiamo entrando nel paesaggio e cominciamo a distrarci camminando: a volte pensiamo a una persona in particolare, altre volte è solo l’idea di una persona. Seguiamo puntualmente il percorso: cosa c’è di fronte a noi? La linea azzurra di un corso d’acqua riflette le prospettive, la visuale si schiarisce. Non smettiamo di ridere, la cosa più importante per noi è che succeda qualcosa. […] In uno scenario che chiameremo “il paesaggio” è notte. Non ci interessano i dettagli geografici né qualsiasi specifica localizzazione, progrediamo attraverso la vegetazione. […] Cominceremo parlando sinceramente: non riuscivamo a uscire per strada a causa dell’eccesso di informazioni. Ogni persona che incontravamo o che vedevamo era un nuovo mondo possibile, una biografia in corso.
[A. Broggi, Noi, 2021]

La costruzione del contesto enunciativo, all’interno del quale ha luogo la comunicazione, è dunque un atto che spesso viene condiviso con il lettore nel testo, non prima. L’idea che tutti abbiano visto il mondo (il Natale, il parco, la strada) come lo ha visto il soggetto dell’enunciazione, nel suo modo parziale e individuale, non può essere data per scontata: con questa consapevolezza della propria parzialità è necessario fare i conti, pena l’ingenuità.

Tornando alla domanda iniziale – perché deindividuazione, e non desoggettivazione?–, la risposta, a questo punto, potrà forse essere più chiara: in questo insieme di scritture contemporanee, a volte anche molto diverse fra loro per forma e stile, a venire meno non è la soggettività, ma quel principio di individuazione che, stando a Adorno, dovrebbe caratterizzare in poesia il soggetto che prende la parola.

La poesia contemporanea che più mi interessa e mi appassiona come lettore non rinuncia al soggetto: lo problematizza, lo relativizza, lo attraversa. Rifiuta la verticalità del discorso esemplare e onnisciente, ma al contempo non rinnega la possibilità di una voce. Cerca di costruire forme plurali, parziali e non totalizzanti di esperienza (ma non per questo prive di senso), uno spazio di relazione con il lettore che può esistere solo quando chi comincia a scrivere esplicita innanzitutto la propria posizione nel mondo.


[1] Per una ricostruzione storica più completa e articolata di ciò che chiamo deindividuazione rimando al saggio citato all’inizio.

[2] Enrico Testa, Dopo la lirica (2005) e Per interposta persona (1999).

[3] Si veda ad esempio Carlucci: https://www.nazioneindiana.com/2013/03/11/note-sullinfluenza-della-neoavanguardia-italiana/

[4] Giuseppe Bernardelli, Il testo lirico. Logica e forma di un tipo letterario (2002).

 

Il lato nascosto della violenza. Una conversazione con Dimitris Lyacos

a cura di Toti O’Brien.
Con un’appendice a cura della redazione di Almanacco.

Già apparsa in «The Common», 8 luglio 2024, con il titolo Violence and Its Other

Finché la vittima non sarà nostra di Dimitris Lyacos uscirà per Il Saggiatore il prossimo 29 aprile. Si tratta, secondo l’autore, di un “libro zero” da anteporre all’ormai celebre trilogia Poena Damni, che ha per protagonista un uomo in fuga ma non spiega da chi, da cosa, da dove stia scappando, omettendo di definire il passato, rivelando solo le cicatrici residue. Sarà il libro nuovo a tracciare una mappa dell’universo pre-fuga, il quale – come sorprendersi? – non è altro che la civiltà occidentale, di cui Lyacos ci fornisce sia uno scavo archeologico che una panoramica aerea (a partire dalle origini giudaico-cristiane, attraverso industrializzazione e capitalismo, fino alla digital-globale era presente).

Nonostante si stesse recando in Israele e in Cisgiordania quando gli ho proposto questa intervista, Lyacos ha accettato di svolgerla durante il viaggio. Gliene sono particolarmente grata.

Toti O’Brien:La società che evochi, alternando voci di leader e seguaci, vincitori e vinti, è intrisa di violenza concetto controverso, diversamente inteso a seconda dei punti di vista. Solo a partire dagli anni Sessanta, ad esempio, si è iniziato a discutere di violenza psicologica, di violenza istituzionale. A tali questioni sono stati dedicati fiumi d’inchiostro che non hanno inciso molto, però, sull’opinione comune. L’atto di rompere una vetrina durante una protesta è tuttora ritenuto più violento dei secoli d’abuso che ne sono la causa. Il tuo nuovo libro esplora la dialettica tra violenza visibile e violenza invisibile, tra aggressione fisica e manipolazione nascosta, nelle sue pieghe più intime. Secondo te, che cos’è la violenza se la si spoglia degli abiti di scena? Come la definisci dal tuo punto di vista?

Dimitris Lyacos: “Arrecare danno attraverso l’uso della forza” potrebbe essere una definizione adeguata. Tuttavia, sebbene la violenza sia in genere connessa alla forza fisica, quest’ultima non deve necessariamente esprimersi in forma attiva. Negligenza deliberata e omissione possono essere altrettanto nocive. Pensa al supplizio di Tantalo: era immerso in uno stagno da cui non poteva bere e l’albero che gli cresceva accanto sfuggiva alla presa quando tentava di raccoglierne i frutti. Non subiva alcun tipo di “forzatura”. La natura, al contrario, lo evitava, come fosse a conoscenza delle sue colpe. Questo esempio eccede l’ambito mitologico… Pensa a quanti divieti d’accesso incontrano individui e gruppi di classi subalterne nelle società attuali: i mega supermercati e i centri commerciali non sono certo fatti per i meno abbienti…  Possono risultare loro tanto inaccessibili quanto i grandi saloni dei castelli lo erano per i servi che lavoravano i campi. I nostri sistemi socioeconomici contemplano varie forme di esclusione, di cui la mancanza di accesso a prodotti e servizi è forse la più benigna.

L’esclusione, del resto, è espressione archetipica di violenza dai tempi della Bibbia: Dio non punisce corporalmente Caino per l’assassinio del fratello, ma lo “priva della sua presenza” condannandolo a quella Poena Damni (titolo della trilogia) che comporta la perdita della visione divina, dell’aiuto “paterno”, la caduta dalla grazia e il conseguente abbandono in un mondo ostile quello che un genitore impietoso farebbe a suo figlio. Tali forme di crudeltà non sono invenzioni umane. Le troviamo anche nel mondo animale. Ad esempio, tra i pesci gatto è stato osservato ostracismo verso gli esemplari albini, mentre Jane Goodall ha raccontato come gli scimpanzé evitino individui malati o estranei al gruppo. Ma il merito di elevare l’esclusione a metodo punitivo primario senz’altro ci appartiene. Per tornare a Finché la vittima non sarà nostra, esclusione e violenza fisica sono entrambe presenti dall’inizio. Quel che chiamo il frammento pre-iniziale descrive una scena cruenta. Il capitolo A, subito dopo, introduce espulsione ed esilio: la terra di Nod, in cui la violenza diventa un indispensabile mezzo di sopravvivenza.

T.O.: Stai esponendo temi essenziali che il tuo libro affronta in modo a volte velato e più spesso diretto. Tutti hanno radici nel passato, ma appartengono senza dubbio anche al nostro presente. La violenza-negligenza evoca inevitabilmente il problema dei residui tossici, che non nomini, eppure sfigurano in modo inequivocabile i paesaggi che descrivi nel libro. La violenza-deprivazione è oggi una forma di tortura legale: una delle scene più intense di Finché la vittima non sarà nostra si svolge in un carcere di massima sicurezza, offrendone uno squarcio indimenticabile. Mi ha colpito il fatto che il libro indichi l’espulsione come “castigo originale”: sembra che l’idea di casa e quella di esilio siano letteralmente nate insieme. La violenza che descrivi spesso consiste nel proibire alle vittime l’accesso a certi luoghi e nell’imporre loro la permanenza in altri, definendo dove hanno o non hanno il diritto di essere. Esodi, diaspore e genocidi derivano da tale principio, ma anche ghetti e prigioni, reali o virtuali.

Metaforicamente (i capitoli sono identificati dalle lettere dell’alfabeto) e non solo, il libro implica forme di collusione tra violenza e linguaggio. Le parole possono ampliare il campo d’azione della violenza e accelerare il suo progresso. L’abuso crea sempre le proprie narrative. Cosa ci puoi dire in proposito? In che modo il linguaggio serve la violenza?

D.L.: Il linguaggio è un sistema simbolico, uno dei tanti. Sono tutti connessi con la violenza? C’è violenza, ad esempio, nella logica, nella matematica? Forse no, a meno che un insegnante non ci forzi a impararle. In tal caso, però, l’imposizione emana dall’individuo, non dalla disciplina. Tuttavia dobbiamo accettare un tipo di coercizione interiore o esteriore per poter imparare, cioè per essere “formati”. Apprendere comporta un ordine esterno a cui aderire. Nell’allegoria della caverna Platone insiste sul fatto che liberarsi da pregiudizi e false credenze è un processo violento. Penso sia per questo che alcuni di noi non amano la scuola. Per apprendere qualsiasi cosa, linguaggio incluso, il soggetto deve obbedire alle regole, come direbbe Wittgenstein. La violenza in quest’ambito non presuppone aggressione, ovviamente, solo forza. Il soggetto è forzato a (o si sforza di) aderire a un sistema e alle norme che esso comporta.

Qui potresti obiettare: un momento, non hai detto che violenza è ciò che arreca danno? In che modo può nuocerci il fatto di assimilare una struttura simbolica e partecipare a un sistema?

Rousseau ti direbbe che un tempo eravamo nobili selvaggi e la civiltà ci ha corrotti. Il mio punto di vista è diverso: quando entriamo a far parte di un ordine, di un sistema, rinunciamo in suo favore alla nostra parcella, al nostro “diritto alla violenza”. Il sistema se ne impadronisce, riassegnandone l’uso secondo i propri intenti. Al suo interno la violenza è presente, ma astratta. Non le serve manifestarsi concretamente. È l’essenza stessa dello Stato: Κράτος in greco significa Forza/Potere, parola senza dubbio violenta, che ricorda il carattere omonimo nel Prometeo incatenato di Eschilo (il compagno di Βία, Violenza).

È possibile allora che la violenza abbia effetti positivi? Sì e no, direi. Nel corso delle sue camaleontiche metamorfosi che il libro in parte esplora può apparire innocua o nociva a seconda dei punti di vista. Mi chiedo se lo Stato, qualora avesse una coscienza, considererebbe dannoso il monopolio della violenza o se invece riterrebbe (polizia inclusa) che ordine e controllo siano salutari e provochino soltanto un male necessario. Eccoci al punto di partenza: i sistemi, anche quelli simbolici, sono inerentemente costrittivi. Plasmano, modellano, formano: esistono per questo.

T.O.: Quando parli di “assimilare” è immediato pensare al vissuto degli immigrati, per i quali aderire a nuove norme linguistiche è l’unico modo di capire cosa esige e cosa prescrive la cultura di arrivo. Solo assimilando le sue norme, infatti, si può sperare di essere a propria volta assimilati o almeno tollerati.

Il tuo libro sorprende il lettore per l’estrema versatilità espressiva. Coloro che rappresentano Κράτος, come ovvio, sono sistematici e logici nelle loro verbalizzazioni. Quelli che sono incatenati come Prometeo si esprimono altrimenti, attraverso monologhi onirici e frammentari che evocano indimenticabili diari della Shoah. Cosa ci puoi dire del loro linguaggio, delle loro voci?

D.L.: Sono appena tornato dal Museo Storico dell’Olocausto di Yad Vashem al mio alloggio nella zona Ovest di Gerusalemme. Le parole delle vittime, le loro testimonianze e i diari mi risuonano ancora nella testa. Storie di “dentisti” che estraggono denti ai morti prima che siano gettati nei forni, gente che ancora respira dopo essere stata gassata per venticinque minuti. Una donna anziana racconta di essere sopravvissuta, a sette anni, perché arrampicandosi su un muro di corpi è riuscita a uscire dal pozzo. Semplici e scarni resoconti fattuali, incapsulamenti rudimentali dell’orrore in un linguaggio che non ammette ulteriori approfondimenti. Non c’è tempo per elaborazioni linguistiche quando la tua massima aspirazione è quella di tenere a bada la fame in tali circostanze la retorica è irrilevante. È significativo invece che il termine “Shoah” sia emerso nella conversazione: nella Bibbia appare nel libro di Zephaniah che si ritiene abbia particolarmente influenzato l’inno cattolico medioevale Dies Irae – e da lì viene il senso di catastrofe che lo caratterizza. In Zephaniah è menzionato il “giorno di Dio”. All’inizio del primo capitolo la voce divina ripete tre volte: “Egli sterminerà, consumerà uomini e bestie”. Nel secondo capitolo c’è una profezia della distruzione di Gaza: Γάζα διηρπασμένη ἔσται.

Alla fine della mia visita a Yad Vashem sono passato dal guardaroba al piano seminterrato. C’erano zaini sul pavimento e, a fianco, fucili messi ad angolo retto per formare un quadrato, poi un altro quadrato sovrapposto, poi un altro. Una torre di un metro, geometrica e precisa. I soldati che come noi avevano visitato il museo, seguendo attentamente la guida attraverso le gallerie, sono entrati a riprenderli. Li ho guardati bene: ragazzi ebrei, una o due ragazze. Mi chiedo cosa resterà loro di questo incontro con la brutalità cieca della storia, cosa penseranno questi giovani armati delle mani stanche e disperate che hanno scarabocchiato vane parole come ultimo segno di speranza. Non lo so, ma credo che la violenza continuerà a perpetuare sé stessa. Credo che impariamo a fatica, a prescindere dal linguaggio in cui ci giunge la lezione.

T.O.: Il tuo libro sembra dirlo a voce alta… che il ciclo della violenza non ha fine. Lo pensi davvero? La “meno danneggiata” dei tuoi personaggi (la bambina che ha perso il padre) prega nella speranza di ritrovarlo, ma nessuno risponde. Alla fine del libro il protagonista contempla la fuga, ma non lo vediamo scappare, ancor meno arrivare in un luogo che possa chiamare “casa”. Dunque, anche se ribellione e resilienza sussistono, forse non prevarranno.

È questo che vuoi dire? Se invece interrompere il ciclo è un obiettivo possibile, dov’è l’anello debole della catena? Se il linguaggio non può aiutarci (ma davvero non può?) che alternativa abbiamo?

D.L.: Siamo studenti pigri del passato e la sofferenza ci scivola addosso, eppure siamo riusciti a limitare le forme convenzionali di violenza. All’inizio, i livelli statistici di violenza tra umani erano uguali a quelli che esistevano tra gli altri primati: 2%. Nel corso della storia sono diminuiti e oggi sono nettamente minori. Ciò è probabilmente dovuto all’avvento di nuove organizzazioni socio-politiche: negli odierni Stati-società la violenza letale è scesa quasi all’1%. Naturalmente questi numeri hanno un significato parziale. Riguardano soltanto gli omicidi. Dimostrano che, sebbene la nostra specie sia filogeneticamente predisposta alla violenza, la cultura però può in parte limitarne gli effetti. Con un po’ di ottimismo possiamo sperare che li annulli del tutto. Il problema è che la violenza si incarna subdolamente in forme sempre nuove, continua a trasformarsi e moltiplicarsi. Ma ammettiamo di riuscire ugualmente a controllarla: l’altro giorno ho avuto l’onore di essere invitato a un tour privato della nuova Biblioteca Nazionale di Israele. Un piacevole esempio di architettura minimalista-postmoderna, le curve dell’edificio si distendono a incontrare lo sguardo. L’interno è calmo e accogliente: silenzio, spessi tappeti, una colonna di luce con attorno una scala… La colonna ricorda quella che guidò Mosè nel deserto, la scala a spirale ascende verso il cielo. Al seminterrato, milioni di libri che i robot organizzano in perfetto silenzio. È questa la risposta? Il mondo trasformato in una simile biblioteca e noi, lettori calmi e pensosi, sensibili e profondi, collegati da onde di informazione, conoscenza e persino saggezza? Quali prerequisiti, che tipo di “coordinazione” sarebbe necessaria per produrre tale idillico super-organismo? A cosa dovremmo rinunciare? Forse ai conflitti interni che albergano nella nostra psiche? Al nostro io privato, abitato dall’intero spettro delle emozioni animali? In contrasto penso alle stradine del Monte degli Ulivi a Gerusalemme Est, il quartiere arabo in cui fu arrestato Cristo, animato, sporco, con i suoi rumori, le voci, gli odori inconsueti, caotico e creativo. Qual è il senso? Dove dirigersi? Nel capitolo Z di Finché la vittima non sarà nostra il personaggio non fugge da una società “organicamente violenta”. Al contrario, le forme tradizionali di violenza sono state espunte e il problema è risolto. Cos’è che non funziona? Perché si alza e va via?


APPENDICE A CURA DELLA REDAZIONE

Il genocidio in corso a Gaza e la violenza subita dalla popolazione palestinese negli ultimi due anni non sembrano avere fine. La promessa di pace, annunciata per gennaio 2025, è stata disattesa con il riavvio dei bombardamenti da parte di Israle questo 18 marzo. L’intervista di Toti O’Brien, realizzata a luglio 2024, è seguita da due domande della redazione di Almanacco, poste a marzo 2025. Alla luce dell’evoluzione drammatica degli eventi e dell’importanza del tema della violenza nell’opera di Dimitris Lyacos, ci è sembrato necessario riprendere la riflessione su quanto sta accadendo in questi territori.

Redazione. Posto il dominio della violenza. C’è, credi, una differenza nell’uso della violenza da parte dei vinti e dei vincitori? Sono diverse forme dello stesso tipo di violenza, o due violenze diverse? Pensiamo alla descrizione che fai della Biblioteca di Gerusalemme, dove la creatività è scomparsa, e non possiamo non pensare alla violenza che ora si svolge ai danni della vicina Gaza, laddove sembra che la violenza continui a mutare forma da decenni, al limite del mancato riconoscimento da parte di molti.

DL. È esattamente così. Gli inglesi, quando qualcosa costa troppo, sono soliti dire: It costs an arm and a leg, “costa un braccio e una gamba”. I ristoranti in Israele, specie a Tel Aviv, sono molto cari – “costano un braccio e una gamba”. Il confronto con la realtà infernale oggi ci porta a riconoscere che evidentemente un braccio e una gamba di una bambina di Gaza ci costano di meno. Infatti i ristoranti continuano a essere affollati, a Tel Aviv come da noi. In un certo senso la risposta a questa domanda è implicita in ciò che ho detto nell’intervista in merito alla violenza passiva. Dopo la Seconda Guerra Mondiale si era posta la questione se i tedeschi conoscessero quello che succedeva nei campi di sterminio. C’è stato un dibattito. Qui non c’è nessun dibattito. Sappiamo tutti. E siamo tutti complici.

Redazione. Le atrocità che si stanno consumando in Palestina, in particolare a Gaza, sono causate dalla violenza fisica dei bombardamenti e della distruzione, come da una continua deprivazione dei diritti fondamentali, una violenza che perdura da molto prima degli eventi del 7 ottobre 2023. Questa realtà potrebbe essere interpretata come una forma di ‘violenza invisibile’, come quella che esplori nel tuo lavoro? E in che modo questa violenza si relaziona con l’attuale escalation del conflitto, che sembra non conoscere fine?

DL. Come ho detto, è una violenza del tutto visibile. Sappiamo tutti. Diventa invisibile in quanto la nostra passività la mette da parte, quando trasformiamo noi questa violenza in una forma di “noise” che accompagna le nostre vite, in maniera più o meno presente. La sofferenza è lì, ma ognuno di noi sceglie se e come integrarla nel sistema della propria vita personale. Mi viene in mente l’ultimo film di Aki Kaurismäki, Foglie al vento: in varie occasioni i due protagonisti, assillati dai propri problemi, si imbattono negli aggiornamenti dei bombardamenti su Mariupol’. Ascoltano per qualche secondo e poi cambiano la frequenza della radio, continuano la loro vita. Il film lascia aperta la domanda, non fa capire se questi problemi che vengono da lontano li riguardino in qualche modo. Il “noise” della sofferenza lontana diventa un rumore di fondo nelle loro vite. Poi vanno avanti. Sembra che tutti noi, ciascuno a suo modo, riusciamo a metabolizzare le atrocità se non ci riguardano personalmente, a immunizzarci da esse. Quando ci vengono vicine, allora è un’altra cosa. Il mio traduttore israeliano, Ioram Melcer, dopo aver terminato qualche mese fa la traduzione di Finché la vittima non sarà nostra, l’ha presentata a un importante editore israeliano. L’editore non ha apprezzato. “Il libro è molto violento” ha commentato (cosa, naturalmente, non vera). Succede purtroppo che siamo arrivati al punto in cui la rappresentazione della violenza disturba più della violenza stessa, perché tramite la sua rappresentazione la violenza non riesce più a rimanere invisibile o ignorata. E quando non si può più ignorare, non si riesce a mangiare con calma nel ristorante la sera, c’è qualcosa che disturba l’ordine desiderato, come ne Il fascino discreto della Borghesia di Buñuel.


Nota biografica

Dimitris Lyacos (Atene, 1966) è scrittore, poeta e drammaturgo. La trilogia Poena Damni, iniziata trent’anni fa e concepita come un eterno work in progress, è una delle opere più note e rispettate della letteratura europea contemporanea e lo ha reso uno degli autori più significativi del nostro tempo (inserito nel Who’s Who, il database che raccoglie le biografie delle persone più importanti in tutti i campi dell’attività umana). Rinomata per lo stile provocatorio e la combinazione innovatrice di elementi che provengono tanto dalla tradizione letteraria quanto dall’ambito della religione, della filosofia, dell’antropologia, l’opera di Lyacos riesamina il corpus narrativo del canone occidentale nel contesto di alcuni dei suoi motivi più duraturi, in particolare la violenza, la malattia mentale, la redenzione, il capro espiatorio, il ritorno dei morti. Completata nel corso di trent’anni, è stata tradotta in più di venti lingue e ha ispirato creazioni musicali, visive e teatrali. Alcuni capitoli tratti da Finché la vittima non sarà nostra – il “grado zero” della trilogia, che uscirà in anteprima mondiale in Italia a fine aprile per Il Saggiatore – sono stati recentemente pubblicati in inglese su alcune tra le più importanti riviste americane: «MAYDAY», «Image Journal», «River Styx» e «Chicago Review».

Toti O’Brien, nata a Roma e residente a Los Angeles dall’inizio degli anni ’90, è autrice di quattro raccolte di poesia e tre di prosa.  Alter Alter, una raccolta di racconti, è stato pubblicato  da Elyssar Press nel 2024. O’Brien collabora con riviste specializzate nei settori di arte, cultura e società. Traduce testi letterari dall’italiano, dallo spagnolo e dal francese.

“Una margherita sboccia nel campo del Merz”: Cinque poesie di Margret Kreidl

Introduzione e traduzioni a cura di Marta Maria Ricci

Nata a Salisburgo, Margret Kreidl vive a Vienna dal ’96. È autrice di poesia e prosa, scrive per la radio e per il teatro. Ha collaborato con il collettivo “Rhizom”, con numerosi scrittor*, artist*, musicist*, e alla creazione di installazioni in spazi pubblici. Dal 2015 insegna presso il Max Reinhardt Seminar di Vienna.

Kreidl ha partecipato a residenze d’artista in Germania, Serbia e Svizzera ed è stata visiting professor negli Stati Uniti; ha ricevuto numerosi premi e sovvenzioni per il suo lavoro, tra cui l’Elias-Canetti-Stipendium della città di Vienna (2016-17), il Robert-Musil-Stipendium (2017), l’Outstanding Artist Award per la letteratura della Cancelleria federale (2018), il premio per la letteratura della città di Vienna (2021) e nel 2024 il premio H. C. – Artmann.

I testi presentati qui di seguito sono tutti inclusi in Mehr Frauen als Antworten. Gedichte mit Fußnoten [Più donne che risposte. Poesie con note a piè di pagina], la più recente raccolta poetica dell’autrice, pubblicata nel 2023 con Edition Korrespondenzen (Vienna).

Il titolo del libro ricalca il modo di dire, che è poi un confronto quantitativo, “mehr Fragen als Antworten”, l’equivalente tedesco letterale dell’italiano “più domande che risposte”. Un intervento minimo – la sostituzione di una sola lettera – cambia tutto, e “Fragen” diventa “Frauen”, donne. Ed è così che molti testi poetici della raccolta sembrano procedere: per assonanze, consonanze, somiglianze foniche e scarti semantici. Quello che Kreidl instaura con la lingua è rapporto giocoso, dinamico. Le poesie sono vivaci, sembrano avere un carattere mobile, una flessibilità, e sono spesso imprevedibili; da una riga all’altra le immagini volgono nel surreale, gli accostamenti sono inattesi, eppure a chi legge sembrerà di capire, stupendosi.

Sicuramente inconfondibile è il tono delle poesie, l’acume, il Witz. L’essenzialità e la concisione dei testi, asciutti, limpidi, diretti, la massima condensazione semantica, la scelta di lessico che si direbbe semplice, comune, sono cifre stilistiche che strutturano la raccolta, la quale è piuttosto una composizione coerente e coesa, con un suo sviluppo; da raccordo alcuni motivi e colori risuonano in contesti diversi, creando una rete di connessioni, paralleli, variazioni e contrasti.

Caratterizza inoltre Mehr Frauen als Antworten una certa varietà tematica. Una molteplicità di esperienze umane trova voce nei versi e li informa: un sogno, un ricordo, un fatto di cronaca, una notizia di attualità, una cartolina, un incontro, un onomastico, una foglia, tante letture e immagini. Tra le pagine compaiono sia uomini che donne: Lucia Joyce, ma anche Silvio Berlusconi. Così Kreidl ci mostra che tutto può essere materiale poetico, tutto può essere filtrato e trasfigurato, mutarsi e addensarsi in un bel pezzetto d’oro; che la poesia è qualcosa di vicino, accessibile, reale, che viene dalle frequentazioni della vita, anche quotidiana – e che è una pratica, ed è normale che come tutti gli artisti pure i poeti abbiano i loro “materiali”: ex nihilo nihil fit.

Una particolarità di questa raccolta poetica è la presenza di quelle che l’autrice nel sottotitolo identifica come note a piè di pagina, una per ogni testo. Non numerate e nello stesso carattere e dimensione delle poesie, non sono, com’è consuetudine nella letteratura scientifica, una parte esterna, disgiunta dal testo, in cui si indicano fonti, si forniscono informazioni aggiuntive, ulteriori riferimenti d’approfondimento e spiegazioni. Le note assolvono qui solo in parte queste funzioni, e sono a tutti gli effetti parte integrante dei testi poetici: vi sono menzionati scrittori e artisti, titoli di libri, articoli di giornale, opere d’arte; si possono intendere come commenti a posteriori, ripensamenti ironici che testimoniano anche l’umorismo ricco di sfumature di Kreidl, o sono postille, frasi a chiosa della poesia che seguono, talvolta indizi sulla scintilla dell’ispirazione, la scaturigine di un’immagine, rivelando così segreti del processo creativo; a volte “localizzano” il testo, lo inseriscono in un contesto… Si può scegliere di leggerle o no, leggerle subito o alla fine, andare a verificare ogni riferimento, interrogarsi su possibili nessi. Certo è che questo libro consente al lettore di esercitare la sua mitschöpferische Tätigkeit (attività co-creativa), come la chiamava Ingarden – lettore dal cui contributo attivo dipende la costruzione del significato. Le note a piè di pagina in definitiva tengono aperto lo spazio della poesia affinché si possa leggere ulteriormente, cercare, interpretare, incuriosirsi, ragionare – intento chiaro anche nel titolo, che, è vero, esclude la parola “domande” ma non intende indebolirle, al contrario lasciarle aperte, suggerire che c’è sempre qualcosa che eccede le risposte.


Der Sänger singt von einem Bett im Gras

und einem weißen weißen Arsch.

Der Mond ist gelb, der Klee schmeckt süß.

Der Sänger spielt mit Hand und Füßen:

Für eine Dame braucht man mehr als

einen Schlüssel. Ein Ring aus Glas, ein Kranz

aus Margeriten, Duft von Lindenblüten,

ein Lied mit Reimen, Mond und Arsch in einer Zeile.

Minne hat keinen Sinn, in der blauen Stunde

ist die Dame grün, sagt Walther von der Vogelweide,

die Halme blühn, das Wasser rinnt, die Fische

schwimmen im Gras. Hier ist mein Lied zu Ende,

der Sänger lacht, ich habe von der Welt getrunken,

schön wars, du bist als nächster dran,

ich steig jetzt in den Brunnen.

Cantarai d’aquestz trobadors

sang von den tolpatzen troubadouren

Peire D’Alvernhe, Uljana Wolf, Schreibheft 89/2017.

Il cantore canta di un letto nell’erba

e di un culo bianco bianco.

La luna è gialla, dolce il sapore del trifoglio.

Il cantore suona con piedi e mani:

per una signora non bastano

le chiavi. Un anello di vetro, una corona

di margherite, profumo di fiori di tiglio,

una canzone in rima, luna e culo sulla stessa riga.

L’amor cortese non ha senso, nell’ora azzurra

la signora è verde, dice Walther von der Vogelweide,

gli steli crescono, l’acqua scorre, i pesci

nuotano nell’erba. Qui finisce la mia canzone,

ride il cantore, ho bevuto dal mondo,

è stato bello, tu sei il prossimo,

adesso entro nel pozzo.

   

Cantarai d’aquestz trobadors

sang von den tolpatzen troubadouren

Peire D’Alvernhe, Uljana Wolf, Schreibheft 89/2017.

Gestern habe ich um dein Gesicht getrauert –

was für ein Charakter!

Heute hast du ein anderes Gesicht.

Es ist also wahr:

Das Gesicht von gestern steigt in den Himmel auf.

Ein heller Moment:

Die Wolken reißen ein Loch ins Gesicht.

Wolkenlicht,

Lichtbüschel,

Büschelentladung:

Das Gesicht ist wolkig aufgewühlt,

durchlichtet.

Bertolt Brecht, Erinnerung an die Marie A., 1920.

Ieri ero tanto afflitta per il tuo viso –

straordinario!

Oggi hai un altro viso.

E allora è vero:

il viso di ieri se ne va in cielo.

Un momento terso:

Le nuvole ti strappano un buco sul viso.

Luce fosca,

lampi di luce,

scarica di lampi:

il viso inquieto, annuvolato

traluce.

Bertolt Brecht, Ricordo di Marie A., 1920.

Eine Margerite blüht im Merzrevier,

ich liebe dir und du liebst mir,

du heißt Hase, ich heiße Schatz,

wir nehmen auf der Wiese Platz,

die Sonne tropft ins grüne Gras,

zehn gelbe Tropfen und einer ist elf,

gelb ist die Farbe deines Fells,

dein Name schmeckt nach Karamell,

du süßes heißes Tier, vergiss dich und die

rührenden, weiblichen, die reinen,

die einsilbigen und die unreinen Reime,

du bist mir einer und ich bin deine

von vorne und von hinten,

oben, unten, ohne Titel, hier:

deine Margarete blüht im Merzrevier.

Kurt Schwitters, Ohne Titel (Sich öffnende Blüte), Gips bemalt, 1942/1945.

Una margherita sboccia nel campo del Merz,

io amo a te e tu ami a me,

tu sei lepre, io sono tesoro,

ci sediamo sul manto erboso,

il sole gocciola sul prato verde,

dieci gocce gialle e una fanno undici,

giallo è il colore del tuo vello,

il tuo nome sa di caramello,

tu dolce bestia calda, dimentica te stessa e le

rime toccanti, femminili, quelle pure,

le rime monosillabe e quelle impure,

per me tu sei il solo e io sono tua

da davanti e da dietro,

sopra, sotto, senza titolo, qui:

la tua margherita sboccia nel campo del Merz.

Kurt Schwitters, Senza titolo (Fiore che sboccia), gesso dipinto, 1942/1945.

Ich erinnere mich an das Licht

zwischen den Bäumen. Der Wind

ist der Wind in meinen Haaren.

Ich weiß, dass ich ein Gesicht habe.

Ich rede mit meiner linken Hand.

Eine Antwort bleibt aus.

Ich reite auf einem Schaf durch das Haus.

Ein Haus kommt zum andern.

Ich zähle mich in das Wir hinein.

Wir spielen das lange Spiel.

Es ist sieben Uhr früh.

Ich bin mit meinem Mund allein.

Augusta Laar, MITTEILUNGEN GEGEN DEN SCHLAF. Träume, Lieder, Skizzen, 2021.

Mi ricordo la luce

tra gli alberi. Il vento

è il vento tra i miei capelli.

So di avere un volto.

Parlo con la mano sinistra.

Nessuna risposta.

Cavalco una pecora per la casa.

Una casa va incontro all’altra.

Mi considero parte del “noi”.

Giochiamo al gioco lungo.

Le sette di mattina.

Sono sola con la mia bocca.

Augusta Laar, MITTEILUNGEN GEGEN DEN SCHLAF. Träume, Lieder, Skizzen, [COMUNICAZIONI CONTRO IL SONNO. Sogni, canzoni, schizzi], 2021.

Er nannte mich eine Landschaft,

es fehlte das Wort Asphalt,

wir tanzten auf einer Ansichtskarte,

bis es hell wurde. Die Luft war blau,

als er sagte: Rehbraune Augen

hat mein Schatz. Ich habe seinen

Namen vergessen. Es war Sommer.

Das Schwimmbad war eine Baustelle.

Ich musste den Kran zusammenfalten.

Eine Ansichtskarte von Thalgau mit Naturschwimmbad, Kirche und Trachtenmusikkapelle.

Diceva che ero un paesaggio,

mancava la parola asfalto,

danzammo su una cartolina,

finché non fu giorno. L’aria era blu

quando disse: occhi di cerbiatto

ha il mio tesoro. Ho dimenticato

il suo nome. Era estate.

La piscina era un cantiere.

Ho dovuto smontare la gru.

Una cartolina di Thalgau con piscina naturale, chiesa e banda musicale tradizionale.