Su “Saggio sulla paura” di Fabrizio Miliucci

Nota di lettura a cura di Riccardo Frolloni.

Copertina di Saggio sulla paura di Fabrizio Miliucci

La paura è una delle emozioni primordiali, animali, e viene controllata dall’amigdala. Alla paura l’animale reagisce con il combattimento o con la fuga. La paura spinge alla sopravvivenza, è un potentissimo impulso vitale. Miliucci ha «deciso di scrivere un saggio sulla paura», perché «lei non mi dice più niente». Questo lei minuscolo, minimo, cui il poeta si riferisce e che scompare nell’opera, come qualcosa o qualcuno da non pronunciare. Qualcosa di pauroso: lei.

Ma ci può essere spazio per la paura in un libro che inizia così?: «Caro Carlo, // io mi volevo ammazzare […]». Il Carlo a cui si rivolge il poeta è un altro poeta, Carlo Bordini, morto. Dunque subito capiamo il tono e il tema: è un dialogo tra morti, o meglio, tra chi lo è sul serio e chi lo vorrebbe. Un dialogo impossibile con una sorta di Doppelgänger, o una dialettica negativa, dove tutto della vita (gli affetti, la famiglia, il ricordo, la scrittura, il lavoro, il senso) sappiamo cosa non è, vediamo manifesta la sua scandalosa e violenta mancanza di umanità, la sua perfetta inumanità: «Il mio stato cosciente è un verminaio oscuro e pauroso. Faccio finta di niente, / mi distraggo e mi rassicuro dicendomi che il solo pensiero non è un sintomo grave». A primo impatto, i modelli più semplici da ritracciare sono Simone Cattaneo e Salvatore Toma, per la violenza e la truculenza, ma anche Bernard-Marie Koltès per il dramma del doppio che c’è nella Solitudine dei campi di cotone (1986). D’altra parte torna insistente anche il lavoro dello stesso Bordini, La pura superficie (2017)di Guido Mazzoni, o a tratti anche una certa calibratissima puerilità che ricorda Stefano Dal Bianco, soprattutto quello della «distrazione»: unica via di fuga, forma di conoscenza, ma una conoscenza inutile per Miliucci; infatti, suicida è chi chiude i conti con la paura, il mancato-suicida è chi cerca una distrazione per sopravvivere a questa.

L’opera si divide in sei parti: Il presente domani; ErroriCittà aperta; La dolce vita agra; La deficienza; Il bene chiaro. Vediamo il personaggio-poeta procedere in una lunga autoanalisi, sembra quasi sentirlo ragionare ad alta voce, con la sua lingua naturale, la lingua dell’Es, sboccata e tagliente, non filtrata, sbrindellata, e così passa da anglismi («global warming»; «human skills») a dialettismi («fammi ‘sto piacere»), dal linguaggio tecnico psicoanalitico a quello filosofico: «Penso che non pensarci è stato come non pensare a me / che mi penso in continuazione, come una specie di parente lontano». La forza di queste poesie sta proprio nel giusto squilibrio che l’autore riesce a creare, nella ricerca di una «nuova educazione» tramite la scrittura poetica. Il verso a volte è breve, a volte lunghissimo, altre volte è una prosa, muta continuamente e la sua metamorfosi è coincidente col dettato. Ripercorre i traumi dell’infanzia, la violenza antica che si tramanda di generazione in generazione, quel mulinello di dolore che porta alla «certezza del disastro». Perciò la vita e la scrittura sono solo un mezzo di «distrazione del pensiero schizofrenico» e un modo per «interrogarsi sul male». D’altronde questo è un Saggio sulla paura, un verse-essay, con una sua presunta scientificità poetica, e come tale deve essere letto. La tensione poetica-filosofica-psicoanalitica si rispecchia (distorta, incrinata) nella realtà, descritta cinematograficamente, nella Roma-città aperta, producendo di fatto un rovescio del reale, dove realtà, coscienza, incoscienza, memoria, veglia, sogno, dialettica tra fuori e dentro, sono un tutt’uno nel laboratorio narrativo e poetico dell’opera-saggio.

Saggio sulla paura è un libro nero, crudissimo, dove la speranza non viene mai dichiarata apertamente e dove il combattimento (o la fuga, tra i due non c’è distinzione) se c’è è nel persistente tentativo della scrittura e negli affetti, o meglio, in alcuni di essi, in Giulia, «unico mio contatto col reale» e nella famiglia, dove è possibile  resistere a una vita tragicamente umana.


Costruiamo questa vita monca
fatta di atti mancati poche possibilità tirare avanti.
Gli orizzonti che vediamo non sono lineari, hanno una piega
in mezzo come delle V infinitamente espanse.

Passiamo il sabato a discutere i difetti di un bilocale sulla Casilina
ipotizziamo che trasferirsi ancora più in periferia abbasserebbe la rata del mutuo
attraversiamo Alessandrino Torre Maura Giardinetti e non vediamo niente.

Ma non è alienazione, è qualcosa che non sappiamo spiegare.
Il tempo si ammucchia fuori dalla finestra, il lavoro si assottiglia
come una candela, identità privata e collettiva diventano ogni giorno più divaricate.

Nel legno della nostra convivenza, un parassita ha dissodato un solco.

Potremmo alzare la testa e vedere cosa è fuori, ma fuori
è lo specchio irriflesso di quello che è dentro, ovvero un bisogno
in cui siamo giocati fino all’ultimo lembo di pelle.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *