Su “Prossimo e remoto” di Eleonora Rimolo

Nota di lettura a cura di Lorenzo Di Palma.

Il quarto libro di poesie di Eleonora Rimolo, Prossimo e remoto (PeQuod, 2022), è corredato da una postfazione di Milo De Angelis, che con l’estrema sintesi dei grandi poeti esaurisce da solo tutti gli argomenti di un recensore. Mi limito soltanto a qualche riflessione sulle criticità stilistiche e sui punti di forza che a mio avviso meritano di essere messi in luce.

Il libro si presenta come un dialogo ininterrotto tra un Io femminile e un Tu ambiguo e cangiante che assume le forme di una figura paterna, di un amante, di un figlio. A tratti questi simulacri possono liquefarsi fino a diventare elementi astratti o metafisici ai quali rivolgersi. La struttura è quella di brevi poesie dal tenore epistolare: non c’è mai una spiccata sequenzialità nei testi, eppure si percepisce il senso di progressione di una storia.

La prima sezione, «Microcosmo», è dominata da una serie di oggetti quotidiani (i lacci, il cuscino, i bagagli), elementi naturali (la palude, lo stagno, le foglie, la corteccia), animali (il cane, il cervo, il rettile). La stonatura incombe quando l’autrice si ingessa in un manierismo geometrico e tutto si fa vago e accentuatamente cartesiano («sfere di silenzio», «imprecisa retta dell’orizzonte»); oppure quando al contrario si abbandona a metafore languide, trasognate («La tua mano è un cardo pungente senza fiori» in apertura di una poesia che contiene, pochi versi dopo, anche un «cuore basalto»). Le ultime due poesie giovano a rendere meno artefatti i toni (i versi iniziali recitano: «Per te solo ho distrutto il pudore e la gloria» e: «Come dire che questo libro è scritto / per te…»).

La seconda sezione, «Isole», è la più breve e forse la più coerente. Come per la precedente la coerenza è data essenzialmente dall’insieme lessicale, in questo caso afferente al mondo marino. Ecco comparire la Capraia, l’amo, la schiuma, la roccia, gli scogli, l’acqua, l’abisso, le gocce, l’umidità, la corrente. Il Mediterraneo diventa «l’enorme abisso limaccioso». La narrazione gira attorno all’Io che si rivolge ad un «padre mancato» (un profugo? un orfano del mare?).

 Ancora poche pagine e leggiamo: «Queste sono le mie colline: occupano uno spazio». Il tono perentorio e la parola spazio ci informano che siamo passati a un ultimo contenitore lessicale, quello geologico e astronomico (le stelle, i pianeti, i vulcani, i punti cardinali, «la macchina del mondo») che corrisponde alla terza sezione: «Macrocosmo». È in questa sezione che troviamo le poesie più interessanti, forse grazie ad una tensione filosofica apparentemente assente nel resto del libro. («e su Marte non c’è biologia ma c’è / sulla terra stasera una paura / che fa più umane le cose…»).

Per concludere, non posso evitare di menzionare l’occorrenza assillante dell’avverbio/congiunzione quando che compare 21 volte su 50 poesie totali. Niente di inaspettato per un libro in cui il tempo rappresenta fin dal titolo l’elemento dominante; più difficile da comprendere la scelta di ripeterlo anche più di una volta nella stessa poesia, rendendolo a tutti gli effetti un leitmotiv piuttosto insistente.

Insomma, si tratta di una scrittura godibile, a tratti manierata, che trova le sue vette nei punti in cui la totale mancanza di palingenesi professata dalla Rimolo si fa più chiaramente universale, umana, e trascende gli eventi minimi di quotidianità corriva, argomento più di ogni altro inflazionato nella poesia contemporanea. Perché è proprio grazie a questo sforzo speculativo che si arriva indenni alla «sola parola che conta».


Questi corpi elementari che volano eterni
dai ponti metallici sono mossi dagli urti
e scarnificati fino alla completa dissoluzione:
forse camminano al nostro fianco, vestono di lana,
si proteggono dall’infezione. Non basta per esserci.
Sempre in qualunque luogo stia qualunque persona
da ogni lato si lascia sempre un tutto infinito:
vorrei toccare Vera con la punta delle dita,
rimettere in piedi Umberto con un abbraccio,
dire a Nilde che il dolore è solo un lampo.
Ogni giorno voltiamo la pagina, con grazia
attraversiamo le epoche, recitiamo la favola
dei mondi antichi in esametri. Questa è
l’ottusa insistenza della storia, il mio breve
messaggio di congedo, la sola parola che conta.