“If I knew the house would fall but would not hear”: tre poesie di Jan Verberkmoes

Introduzione e traduzione dall’inglese a cura di Federico Rosati, secondo vincitore della Call for translators “Poesia e Lutto”.

Jan Verberkmoes è una poetessa, editor e ricercatrice statunitense. Originaria dell’Oregon, ha studiato all’Università del Mississippi, alla Bucknell University e in Germania. Ora vive in Colorado, dove frequenta un corso di dottorato in English and Creative Writing presso l’Università di Denver. Le sue poesie sono apparse in diverse riviste, tra cui  Lana Turner: a Journal of Poetry and Opinion, Nashville Review, The Adroit Journal, 32 poems, Ecotone e The Poetry Foundation. Nel 2021 ha pubblicato la sua prima raccolta poetica, Firewatch (Fonograf Editions), da cui sono tratti i testi qui tradotti. 

La lettura delle poesie di Verberkmoes conduce a un intenso confronto con i recessi più porosi della memoria e dell’incertezza, che si manifestano quando ci si avventura in territori psicologici e fisici segnati dal trauma. Gli spazi bianchi permeano l’intera raccolta, come se cercassero di esprimere una repressione verbale, ma anche un rispettoso intervallo nel silenzio naturale della pagina di fronte a concetti indicibili. I termini in corsivo, come “now“, “then” e “the stars”, impostano un rapporto in continua evoluzione del narratore con il tempo e l’universo, mentre viene narrato il quotidiano e violento deterioramento della vita terrestre. Si delinea un tentativo di comprensione in un paesaggio fisico e mentale che è sia minaccioso che minacciato, e che si trasforma in un’elegia per un mondo e un sé che non sono ancora scomparsi, ma in pericolo di sparire.

Il termine ‘elegia’, che ricorre nel titolo delle tre poesie, non è da intendersi solamente nel senso di un componimento legato al congedo dalla vita materiale o al suo disfacimento, occasione per l’io lirico di sancire la propria presa di coscienza di fronte a una realtà in rovina.  È importante osservare che il simbolismo delle due immagini naturalistiche presenti in Elegy as Conditionality: Hornets Building e Elegy as Hypothesis: Burning the boat (l’alveare e i calabroni; la balena e la barca) porta anche a una riflessione su dinamiche di tipo relazionale. Nel primo caso l’alveare è il risultato del duro lavoro e della sinergia tra le parti coinvolte; tuttavia, la sua distruzione, anche solo ipotetica, rappresenta un sogno infranto sia dalle circostanze esterne (“se l’alveare si disfa e la pera fa breccia nella carta grigia”) sia dalla negligenza dell’io lirico e del suo destinatario verso il pericolo imminente (“se avessi saputo che la casa sarebbe caduta    ma avessi scelto di non / sentire”; “se io sospiro        se tu non puoi sentire”; “se nessuno parla della breccia”). Nel secondo caso, viene sottolineata l’incapacità dell’io lirico e del destinatario di trasportare la barca in mare (“perché incapaci di risollevarla / in acqua”; “perché non sapevamo     reggere il corpo”), l’incapacità di assistere alla sua disgregazione per poi darla alle fiamme, decretando così la sua fine in modo prematuro, pur di superare il dolore prima del tempo (“così bruciammo sulla pira il suo scheletro di legno perché / non sapevamo vederla marcire”).

In Elegy as Insistence: Bulls in a Field l’inquietudine delle prime due poesie e la loro disperata ricerca di significato sembrano invece placarsi. La soluzione pare emergere dal gesto solenne e definitivo del fratello anonimo che libera in un ruscello le ceneri della sorella , ultima traccia materiale e ricordo di lei. I tori che prima correvano senza sosta nel ‘campo’ della mente, turbandone la quiete, ora rimangono “bassi dietro i suoi occhi”, mentre egli si congeda definitivamente da quel che resta della sorella e trova pace in una fusione con lo spazio naturale circostante (“e i tori gemono cupi dalle loro teste d’incudine / mentre lui si immerge fino alle ginocchia nella corrente”). Se nei primi due componimenti il mondo naturale è associato a simboli di disgregazione e rimpianto, nel terzo si intravede la possibilità di ritrovare in esso un “luogo in cui poter dormire”. La soluzione sembra risiedere allora nel ricongiungimento panico con la natura, un cammino che permette di superare l’inquietudine esistenziale in favore di un progressivo riconoscimento della propria esistenza come parte di un’essenza cosmica che trascende le vicende umane.


Da Firewatch, 2021

Elegy as Hypothesis: Burning the boat

If there is a now     this must be it     which I think is why
this sand-matted tuft of kelp     crisps in the winter sun
just like the varnish curling from the side of the boat
we burned on the beach          because we could not lift it
back to the water          because the tide     would not carry it
but the boat     more than anything          was a whale
when it held us      in the dark piano of its fat and wood
cords and padded bones that rang the water
once      and over and over
and so we lit the pyre of its planked frame because
we could not bear to watch it rot
because we could not     bear the body     and the ocean
reaching and receding          would not hold
and only then did I see there is nothing more grand
than an animal burning
the hull of its belly falling open to a blackened spindle
and when I say animal      that includes you too
which must be my way of suggesting          weren’t you
in flames          fighting your way     out of your own skin
until you fell into the sound      where the whale ripped the seam
between water and sky          a sky that now dims
as I search it for a then     that will show me our boat again
on a water that ripples when the whale clenches
the way the skin of the face rides the muscle underneath     but never splits

Elegia come Ipotesi: Bruciare la barca

Se c’è un ora    deve essere questo   ragione per cui
questo ciuffo di alghe insabbiato     si increspa al sole invernale
come i riccioli della vernice sul fianco della barca
che bruciammo sulla spiaggia          perché incapaci di risollevarla
in acqua          perché la marea     non l’avrebbe sostenuta
ma la barca     più d’ogni altra cosa          era una balena
quando ci teneva      nel suo scuro piano di cordegrasse e lignee, di ossa piene che battevano sull’acqua
un tempo      e ancora e ancora
così bruciammo sulla pira il suo scheletro di legno perché
non sapevamo vederla marcire
perché non sapevamo     reggere il corpo    e l’oceano
che avanzava e si ritirava          non avrebbe retto
e solo allora vidi che non c’era nulla di più grandioso
di un animale in fiamme
lo scafo del suo ventre che si apre su un fuso annerito
e quando dico animale      parlo anche di te
e deve essere il mio modo di suggerire che          forse eri tu
in fiamme          a lottare per uscire     dalla tua pelle
fino a sprofondare nel suono      dove la balena strappò la cucitura
tra acqua e cielo          un cielo che ora si oscura
mentre lo scruto per trovare un allora     che mi mostri la nostra barca ancora
su un’acqua che s’increspa quando la balena si contrae
così come la pelle del viso scorre sul muscolo sottostante     ma non si stacca.


Elegy as Insistence: Bulls in a Field

There is only morning     it shimmers
and shifts into bodies     into beasts
into the man sleeping     now waking     in the damp grass
a jar of ashes at his side     and the bulls still running loose     though tired
inside his skull     they ram here and there against its walls
as last night’s star-smeared sky     spreads clean now     and flat over him
jar in hand     he walks toward the spring creek
its water draws a cold thrill through the meadow
and the bulls groan dark     from their anvil heads
as he wades knee-deep into the current
he remembers the ashes back into his sister     when she told him
loss     is no more one thing than the sky is one thing
the pasture behind her eyes     lay wide and empty
and looked like a place he could sleep
he tips the jar and lets the ash fall into the stream     and the cold
rolls over in its bed     over     over
until she’s neither ash     nor water
the stars the stars the bulls low behind his eyes
he forgets about the stream     and the meadow
and nothing could be so empty     as the jar in his hands

Elegia come Insistenza: Tori in un campo

C’è solo il mattino     brilla
e si trasforma in corpi     in bestie
nell’uomo che dorme     e ora si sveglia     nell’erba umida
un’urna di ceneri al suo fianco     e i tori che corrono ancora liberi     anche se stanchi
dentro il suo cranio     si scagliano qua e là contro le pareti
mentre il cielo stellato della scorsa notte     ora si stende terso    e piatto su di lui
con l’urna in mano     cammina verso la sorgente del ruscello
la cui acqua trascina un brivido freddo attraverso il prato
e i tori gemono cupi    dalle loro teste d’incudine
mentre lui si immerge fino alle ginocchia nella corrente
rimembra le ceneri di sua sorella     quando gli disse
la perdita     non è una cosa sola più di quanto non lo sia il cielo
il pascolo dietro gli occhi di lei     si stendeva ampio e vuoto
e sembrava un luogo in cui poter dormire
inclina l’urna e lascia che le ceneri cadano nel ruscello     e il freddo
si rigira nel suo letto     ancora     ancora
finché lei non è più cenere     né acqua
le stelle le stelle i tori bassi dietro i suoi occhi
lui dimentica il ruscello     e il prato
e niente potrebbe essere più vuoto     dell’urna che porta.


Elegy as Conditionality: Hornets Building

when a hornet nest swells in the pear tree
with a pear at the hive’s green center
if the hornets swaddle the pear in grey paper over paper
until it cannot see        and cannot hear for the humming
if the pear begins to rot        before it can say
when the hive grows heavy with quiver and grit
and the tree begins to fall    patiently    like a house going to ruin
if the pear is the last door to the house
if I fall inside the house    as it sighs and kneels
if I sigh        if you cannot hear
when the house is ruined    and you cannot say
if the hive unravels    and the pear breaches the grey paper
if no one speaks of the breach
if the hive was made by hundreds of mouths
when the hornets knew the pear would rot in the hive
but could not see to leave
if I knew the house would fall    but would not hear
if you pull the pear from its limb       if I go dark
when it is so dark I can only see    how it could have been
if you hum as you leave        when I fall
if I was made by your mouth

Elegia come Condizionalità: I calabroni costruiscono

quando un nido di calabroni si gonfia nel pero
con una pera al centro verde dell’alveare
se i calabroni avvolgono la pera in carta grigia su carta
finché quella non può vedere        né udire per il ronzio
se la pera inizia a marcire        prima di poterlo dire
quando l’alveare si fa pesante di fremito e sabbia
e l’albero inizia a cadere    paziente    come una casa in rovina
se la pera è l’ultima porta di casa
se io cado dentro la casa    mentre sospira e si inginocchia
se io sospiro        se tu non puoi sentire
quando la casa è distrutta    e non lo puoi dire
se l’alveare si disfa    e la pera fa breccia nella carta grigia
se nessuno parla della breccia
se l’alveare fosse fatto da centinaia di bocche
quando i calabroni sapevano che la pera sarebbe marcita nell’alveare
ma non riuscivano ad andarsene
se avessi saputo che la casa sarebbe caduta    ma avessi scelto di non sentire
se stacchi la pera dal suo ramo     se mi spengo
quando è così buio che posso vedere solo   come sarebbe potuto essere
se tu ronzi mentre te ne vai        quando cado
se fossi fatta dalla tua bocca