Foto di copertina: Juana Gimeno. Per gentile concessione di Malba Puertos
Introduzione e traduzioni a cura di Camilla Marchisotti
Treni, aeroporti, automobili, addirittura seggiovie: sin dall’esordio El pasillo del tren (1996), acerbo come tutte le prove giovanili ma già emblematico di quello che verrà, le poesie di Laura Wittner (Buenos Aires, 1967) sono costantemente attraversate da vari mezzi di trasporto, che a loro volta servono ad attraversare o trasgredire numerosi confini: geografici, linguistici, mentali. Paradossalmente, però, proprio a partire da questo movimento incessante, dallo «sguardo dal treno in movimento» che profeticamente annuncia una costante della scrittura anche futura, i testi di Wittner si caratterizzano per una fortissima ansia di posizionarsi. Si tratta di un soggetto che vuole stare, che vuole osservare (ma anche: sentire, ascoltare, annusare, toccare…), in una fenomenologia della percezione che non può prescindere, dunque, dal corpo. Alcuni spazi, questo soggetto-corpo, li frequenta più di altri; primo tra tutti quello urbano, la città di Buenos Aires, che funge però da specola, osservatorio da cui relazionarsi, oltre che con l’umano, con l’animale e il vegetale. Dalle finestre, dalle terrazze e dai balconi, il soggetto-corpo tende verso, per conoscersi e conoscere. Si tratta, tuttavia, di un tipo di conoscenza intrinsecamente mobile, che va costantemente ricalibrata, rinegoziata, ricomposta, riguadagnata per poi essere, un attimo dopo, perduta. Infatti, siccome sta nelle cose e non le precede, essa è per sua natura cangiante come, per esempio, i fenomeni e i dati atmosferici per cui Wittner nutre una vera e propria ossessione (si pensi alla pioggia, a cui dedica un intero libro, Lluvias, del 2009, ma anche alle infinite annotazioni sul freddo, il caldo, l’umido, il passaggio delle stagioni, il tono della luce). L’azione del conoscere, del comprendere (se di azioni si può parlare, perché si ha spesso l’impressione che il soggetto, da questa comprensione, venga agito) si configura quindi come fugace (e proprio fugaz è un aggettivo ricorrente); il suo contenuto è incompleto, basato sull’intuito e declinato montalianamente in occasioni (proprio Montale viene citato in esergo alla serie che apre Balbuceos en una misma dirección, 2011).
Più ancora che a Montale, però, posizionandoci da questo lato dell’oceano e facendo l’utile esercizio di immaginare le risonanze che potrebbe avere la poesia di Wittner nello spazio letterario italiano, il tipo di operazioni e di attitudini che la caratterizzano fanno venire alla mente quel ‘balcone del corpo’ da cui procede una voce ormai centrale nella mappa della nostra poesia italiana contemporanea, e cioè Antonella Anedda. Le somiglianze tra le due autrici sono tanto più sorprendenti se si pensa che Wittner non conosce Anedda. Altri autori e autrici della nostra letteratura, invece, esercitano su di lei un’influenza diretta, che deriva cioè dalla frequentazione, e che a volte sfocia addirittura nella citazione (si pensi al primo verso di “Placeres nocturnos”, dichiaratamente preso in prestito a Pavese). Wittner, infatti, oltre a essere poeta, è traduttrice: principalmente dall’inglese, ma, più sporadicamente, anche dall’italiano, lingua che parla e legge. Così, oltre ad Anedda, se è vero che il corpo è, in Wittner, anche il corpo del ritmo, qualcosa nella sua ossessione per la metrica (che si traduce, anche tematicamente, nella mania per l’atto del sillabare), e soprattutto nel frequente e quasi involontario inciampare sull’endecasillabo, rende inevitabile il confronto con Patrizia Cavalli (poeta, invece, letta e amata). Vicini a Cavalli sono anche un tono che si fa volentieri ironico e un registro che si diverte a virare verso il colloquiale, il conversazionale, il confidenziale. E ancora, prendendo come punto di partenza il dato biografico della maternità (che almeno da La tomadora de café, 2005, diventa anche poeticamente rilevante), succede alla poesia di Wittner qualche cosa di simile a ciò che raccontava Natalia Ginzburg (altra lettura dichiarata). «Adesso non desideravo più tanto di scrivere come un uomo», scrive Ginzburg in “Il mio mestiere” (Le piccole virtù, 1962), «perché avevo avuto i bambini, e mi pareva di sapere tante cose sul sugo di pomodoro e anche se non lo mettevo nel racconto pure serviva al mio mestiere che io le sapessi: in un modo misterioso e remoto anche questo serviva al mio mestiere». Anche in questo caso, l’esperienza della maternità non costituisce un intralcio alla scrittura; al contrario, essa pare rafforzarne e allargarne temi e strumenti. Infatti, la conoscenza a cui si accennava prima, oltre a essere fugace e incompleta, è anche sempre sessuata, cioé femminile e materna. Ciò ha delle importanti conseguenze tanto sul già citato rovello dello spazio (la rivalutazione del domestico, del materiale, dell’ordinario, del basso), quanto sul tempo, in una preoccupazione che diventa generazionale e che, come emblematicamente accade in “Por qué las mujeres nos quemamos con el horno”, si dispiega cronologicamente nel lignaggio nonna-madre-figlia. Così, lungo il corso della vita e dei libri, anche figlie e figli (prima neonati, e poi via via bambini, adolescenti, adulti…) si affermano come personaggi ricorrenti nella poesia di Wittner, si staccano dalla mera realtà biografica per divenire quasi delle funzioni: corpi nati dal corpo che li ha partoriti, di cui si deve avere cura e che, a loro volta, ci curano (in un equilibrio che non sempre è facile trovare).
*
Laura Wittner è nata a Buenos Aires nel 1967. Oltre a essere poeta, traduce dall’inglese e, più sporadicamente, dall’italiano. Organizza workshop di scrittura creativa e traduzione, è autrice di numerosi libri per ragazzi. Nel 2021, ha pubblicato un saggio sulla sua attività traduttiva intitolato Se vive y se traduce; è invece del 2025 l’autobiografico Diario de menopausia. È autrice dei seguenti libri di poesia: El pasillo del tren (1996), Los cosacos (1998), Las últimas mudanzas (2001), La tomadora de café (2005), Lluvias (2009), Balbuceos en una misma dirección (2011), La altura (2016), in seguito riuniti nell’antologia Lugares donde una no está (2017), in cui sono comprese anche alcune sue traduzioni e testi di occasione in prosa. Nel 2020 è uscito il suo ultimo libro di poesia, Traducción de la ruta. Suoi libri sono stati tradotti in varie lingue, tra cui il portoghese, il tedesco, il coreano, l’inglese.
Lugares donde una no está (Poemas 1996-2016), Gog y Magog, 2017
da El pasillo del tren (1996)
Un ultimo sguardo dal treno in movimento
Un ultimo sguardo dal treno in movimento
vorrebbe essere uno sguardo speciale
ma è come tutti, questo spazio che occupiamo
adesso, vuoto di noi,
inizia il movimento di retrocessione
di ripiegamento nella memoria
per, allo stesso tempo, disturbare
segnalando che
continuerà ad esistere,
altri abitanti lo percorreranno
come qualcuno che abbiamo amato
e il paesaggio andrà modificandosi,
il ricordo, allora, sempre più inesatto
non per usura
ma perché l’originale cambierà.
Le ultime cose che vedi
saranno anche le prime che vedrai
tornando
(you are leaving Las Pirquitas we are already missing you).
Eppure, abbiamo sempre vissuto in questa città
e quando la domenica passiamo accanto a barche arenate
e ponti arrugginiti
e scendendo dall’auto vediamo che il fiume
è una cosa nera, spessa,
che distilla bolle tra le macchie chiare
come sputi che si espandono
(“si è formato sopra l’acqua uno strato anaerobico
dove impensabili creature
si sviluppano ed esistono senza ossigeno”)
allora non c’è dolore per il luogo lontano
né gesti significativi nell’ultimo sguardo
sarebbe inutile: non ci sono limiti
per entrare o uscire.
Una mirada de adiós desde el tren en marcha
Una mirada de adiós desde el tren en marcha
querría ser una mirada especial
y es como todas, este lugar que ocupamos
ahora, vacío de nosotros,
inicia el movimiento de retroceso
de replegarse en la memoria
para al mismo tiempo molestar
dando la señal de que
seguirá existiendo,
otros habitantes lo recorrerán
como a alguien que quisimos
y el paisaje se irá modificando,
el recuerdo entonces cada vez más inexacto
no por desgaste
sino porque el original va a cambiar.
Lo último que veas
será también lo primero que veas
cuando regreses
(you are leaving Las Pirquitas we are already missing you).
Por otra parte siempre hemos vivido en esta ciudad
y cuando un domingo pasamos junto a barcos varados
y puentes color óxido
y al bajar del auto vemos que el río
es algo negro, espeso,
destilando burbujas entre manchas claras
como salivazos en expansión
(“se ha formado sobre el agua una capa anaeróbica
donde criaturas impensables
se desarrollan y existen sin oxígeno”)
entonces no hay pena por el lugar lejano
ni gestos significativos en la última mirada
sería inútil si no hay límites
para entrar o salir.
da La tomadora de café (2005)
Un po’ verde, verde, molto verde
Febbraio
Quando piove, il reggae è tutta un’altra cosa.
Il giornale di domenica diviso per sezioni,
le piante che orgogliose accettano l’acqua fredda dell’estate,
il caffè, il pane, i tovaglioli di carta, la zuccheriera,
le terrazze che vanno e vengono tra lo spesso spray.
Giugno
Il vento cittadino spinge e smette – ha i suoi dubbi.
Tutto il balcone è all’ombra e carico di umidità,
liscio come una vecchia macchia di tè, insistente e calcareo.
Le foglie del ficus ballano: ma è un triste gioco
e accanto, rossi, anche i fiori impazienza
si assordano al vento.
Sembra che controvoglia allunghino la testa.
Agosto
Dopo la pioggia, colombe fradicie
atterranno sulla ringhera del balcone.
Due provano a corteggiarsi, si corteggiano.
Le altre le rifiutano: como può essere…?
Ma subito i loro sguardi fulminanti, senza elasticità,
cambiano direzione. Con loro se ne vanno
anche i neri – funesti – pensieri.
Settembre
Sono caduti i primi kumquat. Avrei voluto
avere un angolo dove bruciarli, guardarli, aspettare
che questa stessa quiete acidula e aranciata
ardesse nel carbone, intima ma invadente.
Invece ci sono due frutti rotondi
posati in silenzio per terra.
Ottobre
Tutto si affretta a crescere e fiorire.
Le piante serie finalmente si impongono sulle erbacce
e ognuna inventa le germinazioni più inattese.
Era tutto qui, carnalità? Vegetazione che straborda
forma lacci, circonda la casa e soddisfa
le sue più selvagge, verdi fantasie?
Novembre
La sera di domenica mi trova a trasportare un cesto
che mia madre ha riempito di piantine fatte in casa.
Alla luce artificiale il campionario silvestre apre gli occhi
(o le bocche) sul nuovo ambiente, cinque piani più in alto,
meno esposto al sole, più ventoso, meno circolare.
Il mio è decisamente un gesto da Cappuccetto:
trasportare un cesto al tempo in cui ogni scambio
sembrerebbe stabilirsi botanicamente.
Dicembre
Guardo le piante di notte, le chiamo per nome,
non so se reagiscono. Conoscerle è un esercizio
che mi terrebbe sveglia per la strada, se trasportassi
carichi notturni da una città ad un’altra.
Parole strane, ovvie, infallibili,
dai fioriti etimi che io sillaberei, insonne.
Un poco verde, verde, muy verde
Febrero
En día de lluvia, escuchar reggae es otra cosa.
El diario del domingo separado por secciones,
las plantas aceptando con orgullo el agua fría de verano,
el café, el pan, las servilletas de papel, la azucarera,
las terrazas que se van y vuelven de entre el espeso spray.
Junio
El viento urbano empuja y para -tiene sus dudas.
Todo el balcón está en sombras y embebido en humedad,
terso cómo una vieja mancha de té, insistente y calcáreo.
Las hojas del ficus bailan: pero es triste su juego
y al lado, rojas, las flores impaciencia
también se ensordecen con el viento.
Parece que a disgusto estiraran la cabeza.
Agosto
Tras las lluvias, palomas empapadas
aterrizan en la baranda del balcón.
Hay dos que intentan cortejarse, se cortejan.
El resto las repudia: ¿Cómo puede ser…?
Pero enseguida sus miradas fulminantes, sin elasticidad,
cambian de dirección. Con ellas van también
los negros -funestos- pensamientos.
Septembre
Cayeron los primeros kinotos. Habría querido
tener un rincón donde quemarlos, mirarlos, esperar
que esta misma quietud traspasada de ácido y naranja
ardiera en el carbón, íntima pero invasiva.
En cambio hay dos frutos redondos
en silencio posados en la tierra.
Octubre
Todo se apura a crecer y dar flor.
Las plantas serias por fin se imponen a los yuyos
y cada cual inventa las más sorpresivas brotaciones.
¿Esto era todo, carnalidad? ¿Vegetación que desborda,
forma lazos, rodea la casa y satisface
sus más salvajes, verdes fantasías?
Νoviembre
La noche de domingo me encuentra cargando una canasta
que mi madre llenó de plantines caseros.
Bajo la luz artificial el muestrario silvestre abre los ojos
(o las bocas) a su nuevo entorno, cinco pisos más alto,
con menos sol directo, más ventoso, menos circular.
Mi acción es netamente la de Caperucita:
llevar una canasta en tiempos en que todo intercambio
parece haberse instalado en el nivel botánico.
Diciembre
Miro las plantas de noche, las llamo por su nombre,
no sé si reaccionan. Conocerlas es un ejercicio
que me mantendría despierta en ruta, si llevara
cargas nocturnas de una ciudad a otra.
Palabras raras, obvias, indefectibles,
de floridos orígenes que yo deletrearía, insomne.
*
Altra città
Quando alzo lo sguardo vedo neve,
neve che brilla dal televisore.
Come sempre, luccicano sulla mappa
i luoghi dove una non è.
Certo mi mancherebbe il mercato dei fiori
e svegliarmi in questo piano ottavo
che si apre e sfida il vento.
La verità è che c’è stato un solo giorno di neve
e che esiste una seconda possibile versione
per le cose conosciute.
Le valigie sono fatte da sempre
e in più stanno sul divano
in posizione di attesa.
Questo momento dura, si mantiene,
è una maniera di stare:
essere a punto di venire abbandonato.
Il pozzo nero delle valigie pronte,
rovescio dell’atterraggio:
il desiderio umano per l’incompleto
che si riflette, dicono,
nella predilezione per il piccolo,
il breve, il frammento.
Otra ciudad
Cuando levanto la vista veo nieve,
nieve refulgiendo desde el televisor.
Como siempre, titilan sobre el mapa
los lugares donde una no está.
Seguro extrañaría el mercado de flores
y despertar en este piso octavo
que se abre desafiando al viento.
La verdad es que hubo un solo día de nieve
y que hay una posible segunda versión
para las cosas conocidas.
Las valijas están hechas desde siempre
y además están sobre el sofá
en posición de espera.
Ese momento dura, se sostiene,
es una manera de estar:
estar a punto de ser abandonado.
El pozo negro de las valijas hechas,
reverso del desembarco:
el deseo humano por lo incompleto,
que se refleja, dicen,
en la predilección por lo pequeño,
lo breve, el fragmento.
da Lluvias (2009)
Questa sera pioverà
L’hanno detto alla tele;
lo dice il cielo che evidentemente
già si prepara però senza fretta:
formula nuvole mollicce
sempre più opache
e sempre più signore e padrone:
lievitano, provano a fare del cielo un tetto,
esalano un profumo promettente
che trasforma il tono molecolare dell’aria.
L’hanno pubblicato sul giornale
con il disegno della nube grigia
attraversata dal fulmine;
non resta che aspettare, dissimulando,
come se la certezza della pioggia
non ricadesse sulle nostre azioni
completamente rinnovandone il carattere.
A la noche va a llover
Lo dijeron en la tele;
lo dice el cielo que evidentemente
se va preparando pero sin apuro:
formula nubes blanduzcas
cada vez más opacas
y cada vez más dueñas y señoras:
levan, intentan hacer del cielo un techo,
exhalan ese perfume promisorio
transformador del tono molecular del aire.
Lo publicaron en el diario
con el dibujo de la nube gris
atravesada por el rayo;
sólo queda esperar, disimulando,
como si la certidumbre de la lluvia
no se volcara sobre nuestros actos
renovando del todo su carácter.
*
Marzo
Salvo il picchiettio
delle gocce sulla tela dell’ombrello
è completo il silenzio.
Nessuno esce da
né entra in queste case,
nessuno si avvale
del suo diritto a andare in auto.
Avanzo nell’incantesimo
con lo sguardo prudentemente basso
e il gesto neutro
che si confà
a un’occasione tanto rara:
essere stata toccata
dalla bacchetta della realtà.
Marzo
Salvo por el alfileteo
de las gotas sobre la tela del paraguas
es completo el silencio.
Nadie sale de
ni entra en estas casas,
nadie hace huso
de su derecho a andar en auto.
Avanzo en el hechizo
con la mirada prudentemente baja
y el gesto neutro
que corresponde
a tan rara ocasión:
haber sido tocada
por la varita de la realidad.
*
Casa nel bosco
Fuori, resti d’acqua
pendono dalle pigne che pendono dai rami.
Varie forme ovali che vorrebbero staccarsi:
tutto si abbassa.
Qui, un silenzio eccelso. Brevi raffiche
di gocce dell’ultimo momento sopra tetti e vetri.
La nuvola, che finisce di esprimersi
e manda sferzate ottimiste.
Uno strano caldo, sovraindotto,
venuto per confonderci stanotte,
ora, con l’allerta delle arance e del caffè,
ci fa quasi esplodere di aspettative.
Coronando attività silenziose,
motori e fluidi che sapranno quel che fanno:
lo fanno, suppongo, per noi.
Casa en el bosque
Afuera, restos de agua
cuelgan de las piñas que cuelgan de las ramas.
Varias formas ovales proponiendo desprenderse:
todo baja.
Acá, un silencio excelente. Ráfagas breves
de gotas de último momento sobre techos y vidrios.
La nube, que termina de exprimirse
y manda optimistas latigazos.
Un calor raro, sobreinducido,
para marearnos por la noche,
ahora, con el alerta de las naranjas y el café,
casi nos hace estallar de expectativas.
Coronando actividades mudas,
motores y fluidos que sabrán lo que hacen:
lo hacen, supongo, por nosotros.
da Balbuceos en una misma dirección (2011)
Il mio lato del dialogo
Va bene; ma quando attraversavamo paesaggio
arido o umido, industriale o bucolico,
sotto cieli turchesi o l’effetto di droghe
la morte e la malattia erano lontane.
E basta, poi; tanta preparazione teorica
per quel che c’è da dire, che non è mai molto.
Due cose: essere gentili gli uni con gli altri;
nel circolo intimo, divertirci, godere.
Perché fugace è tutto.
Succede che nella memoria acquista peso.
Ascolta, non lo reinviare.
Quello che dico, lo sto dicendo solo a te.
Mi lado del diálogo
Está bien; pero cuando atravesabámos paisaje
árido o húmedo, industrial o bucólico,
bajo cielos turquesas o el efecto de drogas
la muerte y la enfermedad estaban lejos.
Basta, además; tanta preparación teórica
para lo que hay que decir, que nunca es mucho.
Dos cosas: ser amables los unos con los otros;
en el círculo íntimo, divertirnos, gozar.
Es que fugaz es todo.
Pasa que cobra peso en la memoria.
Mirá, no lo reenvíes.
Lo que estoy diciendo te lo digo sólo a vos.
*
Perché insistiamo con i viaggi
I pali della recinzione si susseguono
nei limiti che il dito ha disegnato
sulla condensa del vetro: secondi
nella linea del tempo in agguato, trattini
nella linea dello spazio lungo la strada,
trattini secondi trattini, un viaggio
tranquillizza per un po’, facilitando
il procedere congiunto di spazio e tempo.
Che passi il tempo, che passi lo spazio,
che uno passi per il tempo e per lo spazio,
sospirando finalmente:
questo ha
più senso.
Por qué insistímos con los viajes
Los postes del alambrado se suceden
dentro de los límites que el dedo desaguó
en el vaho del vidrio: son segundos
en la acechante línea temporal, guiones
en la línea espacial junto a la ruta,
guiones son segundos son guiones, un viaje
tranquiliza por un rato, propiciando
que avancen juntos el espacio y el tiempo.
Que pase el tiempo, que pase el espacio,
que pase uno por el tiempo y el espacio,
suspirando por fin:
esto tiene
más sentido.
da La altura (2016)
Seggiovia
Galleggia sul silenzio di boscaglia
si accende una sigaretta e sale.
Non esiste oltre a questo cigolio
intermittente, al nauseato dondolio
diretto al cielo. I piedi
in primo piano; non il presente
né il futuro, niente. Solo i piedi
che penzolano, e anche la carrucola
che stride, e il profumo caldo
della boscaglia sotto, e del fumo
che la nasconde e culla nella sua strategia.
Aerosilla
Flota sobre el silencio de maleza
prende un cirgarillito y va subiendo.
No existe más allá de ese chirrido
intermitente, del bamboleo mareado
en dirección al cielo. Los pies
en primer plano; no el presente
ni el futuro, ni nada. Sí los pies
que cuelgan, y también la roldana
que chirría, y el perfume caliente
de la maleza abajo, y el del humo
que la esconde y la acuna en su estrategia.
*
Giocano i ragazzi nella piazza
Più in là, sagome giocano a tennis.
Ancora più lontano c’è il ronzio
che si alza da qualche flusso in transito.
E più lontano il muro
irregolare di edifici cari
di cui a quest’ora solo uno
e solo ai due piani più alti
riceve luce, anche se scialba.
Adesso, guarda che succede:
tra il cerchio dei pini che è il tuo primo piano
qualcuno, un uccello, si mette a cinguettare
al massimo delle sue forze,
con sfida e con maestria:
è breve ciò che emette, ed efficiente.
Se avevi lo sguardo sul libro
spostandolo in alto di colpo comprendi
che cosa magnetizza questi strati sovrapposti
di urbanismo irreale che ti includono.
Come fanno a non crollare
strato per strato, lasciandovi
nel centro della scena nudi.
Ma comprendere è fugace
come il grido dell’uccello.
Los chicos juegan en la plaza
Más atrás siluetas juegan tenis.
Todavía más atrás está el zumbido
que se eleva desde algún fluir de tránsito.
Y más atrás el paredón
irregular de los edificios caros
de los cuales a esta hora sólo uno
y sólo en los dos pisos superiores
retiene luz del sol, bastante aguada.
Ahora, fijate lo que pasa:
de entre la ronda de pinos que son tu primer plano
alguien, un pájaro, rompe a trinar
a todo lo que da,
con desafío y con oficio:
es breve lo que emite, y eficiente.
Si estabas con la vista sobre el libro
al mirar hacia arriba entendés de un tirón
qué es lo que imanta esas capas superpuestas
de urbanismo irreal que te contienen.
Cómo es que no se desmoronan
estrato por estrato dejándolos a ustedes
desnudos en mitad del escenario.
Pero entender fue tan fugaz
como el grito del pájaro.
*
Piaceri notturni
A Clara
Anche noi ci fermiamo a sentire la notte
ognuna dal suo quartiere ma allo stesso tempo.
Qui c’è un cielo grigio slavato
che sa di acqua di fiume o giù di lì.
Non entro in casa; inspiro a fondo,
esprimo un desiderio unico a questo odore.
E allora il desiderio si atomizza,
atomi di desiderio coprono la città:
comincia una pioggerellina piana, discreta,
fatta di costanza, che non si sente
con le finestre chiuse.
Questo è compiersi, più o meno.
*(Titolo e primo verso me li ha prestati Pavese)
Placeres nocturnos
A Clara
También nosotras nos paramos a sentir la noche
cada una en su barrio pero al mismo tiempo.
Acá hay un cielo gris blanqueado
que huele a agua de río o algo así.
No entro a casa; aspiro hondo,
le pido un deseo único a ese olor.
Y entonces el deseo se atomiza,
átomos del deseo cubren la ciudad:
empieza una lluviecita plana, discreta,
hecha de constancia, que no se escucha
con las ventanas cerradas.
Eso es cumplirse, más o menos.
(*Título y primer verso me los prestó Pavese)
*
Il peso
Che mi pesino i capelli. Tanto per cominciare.
Se no non so chi sono, cosa penso.
Come inclinare appena la testa,
come affrontare presbite la luce
se non peso, se non mi pesano i capelli,
e da lì in giù divento attraversabile
già dubito della mia consistenza?
Non c’è verso.
Non si giustifica
la tendenza attuale a togliere volume
perché senza il volume non c’è peso,
non vedete? E cosa siamo?
Leggeri come polli,
con i capelli dritti,
senza àncora, senza memoria,
come dicendo giro qui
o proseguiamo dritto?
El peso
Que me pese el pelo. Eso para empezar.
Si no no sé quién soy, qué cosas pienso.
¿Cómo inclinar un punto la cabeza,
cómo encarar la luz con la presbicia
si no peso, si el pelo no me pesa,
y de ahí para abajo ya me hago traspasable,
ya dudo en consistir?
No hay forma.
No sé justifica
la tendencia actual a sacar el volumen
porque con el volumen se va el peso,
¿no lo ven? ¿Y qué somos?
Livianos como pollos,
con el pelo erizado,
sin ancla, sin memoria,
cómo diciendo ¿doblo acá
o seguimos derecho?
*
Favola dell’alano
Dissi così per dire: come vorrei
avere un grande alano, e per la strada
che figurone che faremmo.
Lui al mio fianco, un fidanzato principesco,
mentre gli parlo spensierata.
Mi fu risposto: che idiozia,
che progetto impossibile.
Chi può permettersi un alano?
È grande, caro, scemo, blablablà.
Chi così si esprime, pensai io,
non fa per te. Non sa capire
i tuoi sproloqui. Abbatte il pugno
sulla fantasia che salva.
Allontanati da lui. E me ne andai.
Fabula del gran danés
Yo dije por decir: me gustaría
tener un gran danés, porque en la calle
que regios quedaríamos.
El a mi lado, un novio principesco,
y yo despreocupada conversándole.
Y se me respondió: qué estupidez,
qué proyecto imposible.
¿Quién puede mantener un gran danés?
Es grande, caro, tonto. Blablablá.
Alguien que así se expresa, pensé yo,
no te conviene. No sabe interpretar
tus devaneos. Baja el puño
sobre la fantasía salvadora.
Aléjate de él. Y me alejé.
*
Perché questa è una poesia
Se c’è qualcosa che davvero mi importa
è appropriarmi dei nomi.
Per questo devo fare pratica
perché i nomi – salvo il proprio –
sono i nomi degli altri.
Metzer Straße
ripeto mentre cammino controvento.
Friedrichstraße. Carsten.
Regolo i muscoli della gola.
Mi affermo sul terreno.
Por qué esto es un poema
Si hay algo que de verdad me importa
es apropiarme de los nombres.
Para eso tengo que practicar
porque los nombres -salvo el propio-
son los nombres de otros.
Metzer Straße
repito mientras camino contra el viento.
Friedrichstraße. Carsten.
Ajusto los músculos de la garganta.
Me afirmo sobre el suelo.
*
Ho fatto brutti sogni ma è stata una notte tranquilla
Dopo il temporale le ragazze starnutiscono
sulla banchina della metro a mezzogiorno
andando ai pranzi di domenica vestite come ieri.
Io faccio come al solito: mi sfrego gli occhi,
penso ai miei figli, penso a te, conto le sillabe.
Tuve sueños feos pero fue una noche plácida
La tormenta trajo chicas que estornudan
en el andén del subte al mediodía
yendo a almuerzos de domingo con la ropa de ayer.
Yo hago lo de siempre: me refriego los ojos,
pienso en mis hijos, pienso en vos, cuento sílabas.
Traducción de la ruta, Gog y Magog, 2020
Perché noi donne ci bruciamo con il forno
Il segnetto rosso ce l’abbiamo tutte.
Qui sulla mano sinistra, con cui scrivo,
c’è anche la mia bruciatura da forno.
Se la guardo fisso, sopra il radio
mi si dispiega in tre:
mi si tridimensiona il polso
e socchiudendo gli occhi si possono vedere
il polso di mia madre, quello di mia nonna
e, con uno scatto in avanti, quello di mia figlia,
punto dalle zanzare, levigato ma già pronto
per il segno della griglia ardente
Por qué las mujeres nos quemamos con el horno
La marquita roja la tenemos todas.
Acá en la mano izquierda, con la que escribo
está también mi quemadura de horno.
Si la miro muy fijo, sobre el radio
se me despliega en tres:
se me tridimensiona la muñeca
y entrecerrando los ojos pueden verse
la muñeca de mi madre, la de mi abuela
y, en un tirón hacia adelante, la de mi hija
picada de mosquitos, pulida y ya dispuesta
a la marca de la rejilla ardiente
*
Perché non deve piovere la domenica sera
Tuona e i miei figli sono nell’altra casa.
Prima un tuono lontano,
poi uno più vicino,
un tuono finalmente rintronante
che rimbomba in ogni stanza vuota
e in questa unica stanza illuminata
dove lavoro a mezzanotte.
Tuona e non ho chi calmare
cosa che per un attimo somiglia
a non avere chi mi calmi. Ma no.
Una madre si ricompone in fretta
anche se i figli sono nell’altra casa.
Por qué no tiene que llover los domingos a la noche
Truena y mis hijos están en su otra casa.
Primero un trueno lejos,
después uno más cerca,
un trueno finalmente atronador
que retumba en cada cuarto vacío
y en este único cuarto iluminado
donde trabajo a medianoche.
Truena y no tengo a quien calmar
lo que por un segundo se parece
a no tener quien me calme. Pero no.
Una madre se recompone pronto
aunque los hijos estén en su otra casa.
*
Ma
Ha semi?
Ha spine?
Quanta paura
fa lo spillo nell’imbastitura?
Fin dove una madre
deve, per i suoi figli, sciogliere
gli ostacoli, le calcificazioni
di incertezza, di freddo, il fastidio
nella mappa, nella scarpa, la piega
del calzino e il timore in generale,
l’ansia unica, privata
e l’altra
che ci avvolge tutti?
Ma
¿Tiene semillas?
¿Tiene espinas?
¿Cuánto miedo
da el alfiler en el hilván?
¿Hasta dónde una madre
debe, para sus hijos, disolver
los obstáculos, las calcificaciones
de incertidumbre, de frío, la molestia
en el mapa, en el zapato, la arruga
de la media y el temor en general,
la ansiedad única, privada
y la otra
que nos envuelve a todos?
