Come fare femminismo in versi scritti? Qualche considerazione su modalità e contraddizioni

In questo contributo, Letizia Imola riflette sulle modalità di fare femminismo in versi scritti, partendo da un’esperienza personale e da letture significative. Proponendo tre poesie inedite e considerazioni stilistiche, l’intervento esplora tensioni, resistenze e possibilità legate alla scrittura femminista, formulando ipotesi aperte su forma, militanza e trasmissione.

In pieno testo
Per caso e per privilegio ho vissuto tre mesi ancora più all’estero di quanto non ci viva normalmente. L’agio ha fatto sì che avessi ancora più tempo e più spazio per stare da sola, leggere e scrivere. (L’eccezione a questa triade è stata una nuova amica che credo un’amica per la vita, una compagna). In quei tre mesi ho “fatto ricerca” in più direzioni di quelle che pensavo. Ho scritto sette poesie, una cifra per me sorprendente. Nonostante le guerre sempre nelle orecchie, ho vissuto talmente in pace da acquisire il recul che stavo aspettando. L’attesa necessaria perché un’altra ondata di ordine (interventi che sento immediatamente come giusti) investisse quello che spero presto sarà il mio libro.

Dopo un mese ho scritto un testo credo femminista e mi sono chiesta perché. A posteriori ho pensato che abbia più senso interrogarmi sul come partendo da un dato incontrovertibile, il testo.
Avevo portato con me pochi libri, quasi tutti scritti da donne. Sentivo di averne bisogno. Infatti una somma di scrittici e la nuova amica mi hanno aiutata a resistere nella casa della discordia quel primo mese. Della Ragazza del secolo scorso di Rossana Rossanda avevo già letto le prime cinquanta pagine circa un anno prima. Ero entusiasta, ma quella volta non avevo molto tempo. Ne avevamo comunque parlato con un vecchio amico. Lui ci ha scritto un testo. La stessa cosa è successa a me. Mi era già capitato di scrivere un testo in versi dopo una lettura in prosa. In parte è l’effetto naturale di certe scritture, in parte è una volontà di capire e di tradurre. Per l’amicizia, per quel testo che si intitola «I saggi di F.F.», questo:

Il libro di R.R.

Scrivere in prima persona
con poca umiltà ma senza delirio
dà il senso del limite al singolo;
basta cercare nel genere giusto
e capisci che la finzione
è per chi ha già capito tutto
o per chi non vuole capire.

La pasta sfoglia è termine di paragone
per gli strati d’identità femminile
e per la società che si solleva:
il cerchio del libro si chiude.

Scrivi un appunto nel diario
se riesci persino un piccolo testo
per poi rileggerlo e ripetere
secondo i tuoi tempi nel tempo fermo;
solo grazie al modo francofortese
questa cosa rimane per la vita
ma ricorda: sono cose da poco
le cose che non mutano.

Vorresti essere di poche parole
e non temere la ripetizione;
almeno c’è qualche nuova certezza:
hai studiato troppo gli uomini
una rivista non è un’antologia
testimonianza è il contrario di politica
la forma è inevitabile.

Il testo conta ventisei versi. Circa la metà hanno un rapporto stretto con Rossanda, per i restanti è questione di altro; qualcosa che potrei chiamare l’incontro tra Rossanda e un sostrato di nervi scoperti. Dai nervi credo sia venuto il ‘tu’, che io uso davvero poco. Rileggendo individuo cose che mi sono state fatte notare. La dizione composta e a tratti lapidaria (e il modo in cui essa si esplica in sequenze versali costituite di volumi netti e ben squadrati). Un testo enunciativo controllato formalmente dove è avvenuto mascheramento/ raffreddamento/nascondimento, dove in realtà non è difficile risalire alle fonti, rimangono dei frammenti a mo’ di segnali destinati a essere più o meno impercepiti. Viene da chiedersi: è una postura generazionale? Una modalità di stare? Una modalità di sguardo che filtra la dimensione emotiva? Riconosco un mio uso della punteggiatura. Voglio credere che non c’è scimmiottare, non c’è pastiche. Sento la mia voce formale attraversata solo tematicamente da Rossanda. Forse è per questo che mi sembra che funzioni. Allora è bello riportare le due citazioni sulla pasta sfoglia. La prima si trova a pagina 37: «È stratificata come una pasta sfoglia l’identità femminile.» La seconda a pagina 382: «La società si era sollevata in quei due anni come una pasta sfoglia.» Rossanda è per la pagina scritta che si legge e si rilegge secondo i propri tempi. In questo senso si è definita “francofortese”. Per lei bisogna adattarsi al tempo fermo dello scritto una volta per sempre. Tutto il resto è una trappola. Bisogna fermarsi, tornare indietro. Bisogna rileggere. E così ho chiarito due riferimenti. C’è bisogno di dire altro? Per ora non credo. Né per me, né per chi legge.

Ci vorrebbe l’introduzione
Nel parlare di poesia femminista è fondamentale operare un distinguo – tutt’altro che scontato – rispetto a ciò che viene genericamente definito poesia femminile, nel senso di scritta da donne. La poesia femminista non coincide necessariamente con la scrittura femminile: è una pratica esplicitamente orientata a interrogare, criticare o sovvertire le strutture patriarcali e le dinamiche di potere di genere, e può essere scritta da soggettività non solo femminili, ma anche maschili, trans, non binarie e queer. Questo ambito si declina in forme molteplici e spesso intersezionali, come dimostra la poesia femminista delle minoranze, in cui le dimensioni di genere, razza, classe, orientamento sessuale e identità di genere si intrecciano profondamente. Figure come Audre Lorde, bell hooks e Adrienne Rich, accanto a voci affini come Monique Wittig, Cheryl Clarke, Pat Parker, June Jordan, Eileen Myles o Nicole Brossard, non solo hanno coniugato militanza politica e ricerca formale, ma hanno anche ribadito con forza il valore della poesia come spazio performativo, orale e comunitario. Nella poesia lesbica, in particolare, l’identità sessuale diventa veicolo di resistenza e di reinvenzione del linguaggio, spesso in tensione con la normatività eterosessuale e con le strutture canoniche del discorso poetico. Più recentemente, le scritture poetiche trans, non binarie e queer hanno contribuito ad ampliare ulteriormente l’immaginario e la grammatica della poesia femminista, decostruendo le dicotomie di genere e aprendo nuovi spazi per l’espressione del corpo, della soggettività e della trasformazione. Autor* come Alok Vaid-Menon, Juliana Huxtable, Kae Tempest, Jay Hulme o Danez Smith portano avanti una pratica poetica che è insieme performativa, politica e radicalmente sperimentale, spesso al confine tra poesia orale, spoken word e gesto corporeo.
Accanto a questa linea più propriamente militante si sviluppa, soprattutto nel contesto nordamericano, una forma ibrida e sempre più influente di saggismo lirico femminista che attraversa i confini tra poesia, autobiografia e teoria. Autrici come Anne Carson, Maggie Nelson e Claudia Rankine hanno ridefinito le possibilità del discorso poetico, fondendo riflessione critica e lirismo in un gesto insieme intellettuale e corporeo, che spesso si apre anch’esso alla dimensione performativa. Non è un caso che queste pratiche abbiano trovato particolare diffusione negli Stati Uniti, dove la tradizione orale, la spoken word e le forme ibride di espressione hanno da tempo abbattuto le barriere tra testo scritto e voce. In questo contesto, la poesia torna a essere non solo oggetto di lettura ma gesto incarnato, relazione, azione politica.

Se questa fosse un’introduzione, ci vorrebbe anche un paragrafo sul panorama italiano. Non solo sul versante poetico – e qui dovrebbe figurare un lungo elenco dei nomi giusti da cui mi defilo – ma anche teorico, a partire da tutto quel terreno pregresso che ha preso forma attraverso il pensiero della differenza, e che oggi dovrebbe entrare in dialogo con prospettive intersezionali complesse. Ma soprattutto, bisognerebbe aver letto, ascoltato, attraversato, per potersi riconoscere in un certo pensiero e non solo nominarlo. Per potersi chiedere: che pezzo di strada è stato percorso? E io, nel mio modo di leggere, di guardare il mondo, di scrivere – che spostamento metto in atto?

What’s better ?
Torno al mio interrogativo sul come e magari una risposta provvisoria (in campi come questo molte cose sono transitorie, le proposte si rinnovano) dirà qualcosa sul perché.

Come fare femminismo in versi scritti? [1]

Provo a scomporre la domanda che mi sono posta nelle sue cinque componenti. La prima è appunto il come e riguarda le modalità al plurale, perché la questione implica necessariamente una molteplicità di vie. La seconda è il femminismo come sineddoche di militanza, sperando che il discorso sia trasferibile a un piano intersezionale. La terza componente è la forma versale, escludendo per ora la prosa poetica (questo solo perché la domanda per ora la pongo a me stessa adesso che scrivo poco in prosa). La quarta è la dimensione dello scritto, ovvero versi che non nascono con un intento recitativo, ma già sanno che rimarranno sulla pagina (a parte, forse, qualche presentazione più o meno intima che proverà a uscire dalla nicchia). Il quinto elemento è che si tratta di una domanda: l’interrogativo è contingente quanto lo è il suo decorso qui presentato, meglio ribadirlo.

Se su questa questione a livello terminologico è stato facile parlarmi dentro, non lo è stato a livello esperienziale. Provo a farla semplice anche qui: avverto una sensazione di pericolo di fronte al femminismo in versi. Infatti, è qualcosa che non ho mai cercato, tutt’ora non cerco e ho scoperto che vale altrettanto per una serie di mie coetanee che si definiscono femministe e che scrivono poesie. Cerco il femminismo nella prosa, soprattutto come intenzione primaria dell’opera. Molto banalmente, credo che la prosa riesca a realizzare in maniera compiuta lo snodarsi e il racconto del pensiero femminista. Credo che la prosa sia lo spazio letterario giusto per articolare la denuncia, i problemi di unità, quelli di spessore simbolico e tanto altro. Il pericolo che avverto – la retorica – mi annichilisce. Mi spaventa lo slogan sulla pagina, in corteo invece lo urlo anche io.

Un’amica più adulta mi ha detto police partout, justice nulle part. Mi ha detto sono pochi gli slogan a non essere vittime del tempo. All’interno di una logica di mercato dove si fa mercato di tutto bisogna chiedersi ogni giorno se uno slogan è ancora valido nei suoi termini.

Per ora tutto ciò non mi spinge a posizionarmi in modo reattivo. Ho il sentore che la lotta sarebbe qui una battaglia al contrario, l’importante è che il fuoco non si spenga. E poi dalla nicchia e dal privilegio sempre parliamo.

Un altro amico ha detto credo nell’autonomia dei due momenti, militanza e poesia, ma li considero vasi comunicanti. Prassi e stasi. La questione è: voglio investire una fetta di esistenza e di senso?

Se incanaliamo la cosa nel nostro discorso, il femminismo può essere un vaso comunicante della poesia non solo femminile. Poi, il fatto che a me piacerebbe questa fosse la logica dietro a tutte le raccolte di poesia che tutt* dovremmo avere voglia di scrivere è un’altra questione e ha a che fare con il perché. Resto nel come e cerco di avvicinarmi a un nucleo in cui credo e di cui vorrei parlare, quello di retaggio positivo.

Non cercando poesia ideologica, poesia di reclami esplicitamente femministi, incontro, sostengo, e a questo punto genero anche, una poesia in cui non vengono messe a tema le questioni femministe, ma in cui il testo stesso, per la sua costruzione (visibile e non), mi porta a interrogarmi, mi obbliga a sostare. Uno spazio permeato da un femminismo fertile in cui si rompono automatismi e si fa venire alla luce un impensato rispetto a questioni che sono tra l’altro femministe.

Questo mio amalgama di paure e convinzioni si è imbattuto in una bolla di poetry slam italofono all’estero grazie a un’altra nuova amica. Grazie a lei ho visto una forma e un mondo poetici che mi erano abbastanza sconosciuti. Uno spazio in cui vigono dinamiche diverse da quelle che ho sempre sperimentato e che sono date dalla dimensione corporale e sociale presupposte.

«It’s better to speak» Lorde lo scrive, quindi è vero anche «It’s better to write».

Il megafono fa cool, è talmente ovvio. Siccome noi non siamo in corteo, ma in poesia in versi scritti, sono tanti i rischi: oltre alla retorica e all’incomunicabilità dei due momenti, a me appaiono davvero insidiosi i pericoli del filone e del “criterio amichettistico”, di cui si parla anche nell’editoriale di questa rubrica. Mi sto chiedendo se essere uncool in questo senso sia una forma di resistenza. Se non sia fondamentale anche un’altra forma di contributo. Non occupare lo spazio dei social e scrivere versi con un forte retaggio femminista perché si è propens* a introiettare un’intersezionalità sistemica, è una forma di militanza? Mi sembra che questo femminismo sia solido perché imprevedibile. Dal suo humus possono darsi dissidenze e contronarrative proficue (se si crede nella continua provvisorietà di molte armi e proposte della lotta femminista). Credo che questo femminismo possa agire anche a livelli sconosciuti e imprevisti proprio perché permea e attecchisce in un substrato profondissimo e, così tellurico, riesce a sovvertire.

Forse questa via è anche una scrittura aperta, una poesia abitabile da altr*. (Prevedere la libertà di chi legge. Accettare che non esiste il colpo di grazia.) Se entra nel pubblico, niente esclude che ecceda, prosegua, inneschi, attivi un impensabile altrove, venga interpretata e tradotta in un altro modo, che sarà necessariamente giusto perché possibile, perché espansione, sopravvivenza.

Un dittico
Prima di pensare a tutto questo ho scritto altri due testi credo femministi. Poi mi è venuto da ritoccarli calcando un po’ la mano.

Il gruppo

C’è un gruppo che mi fa molta paura
esiste e al contempo non esiste
potrei disporne in cerchio i membri
ma temo non si riconoscerebbero
nonostante il genere e la generazione.

Alcune di loro ci sanno fare
sono prestanti e le parole le usano
in modo del tutto diverso
si prendono troppo sul serio non sanno
che a fianco bisogna comunque campare.

Si giustificano sempre con formule
che io mi vorrei appuntare
ammesso che ciò che trattengono
le sottragga da morte insicura.

Se provo paura, se sono ostile
è una questione di campo e di spazio.


Il genere

Ho indicato le affinità nel genere
a posteriori, infatti credo
di averne un’esperienza muta e vera
spero di non dovermi mai ricredere
(per ora noi pensiamo unite
ma non scriviamo insieme).

La sommatoria è una persona unica
calda come la prima vocale
che le alterazioni emotive tengono
al di qua dalla produttività.

Senza gelosia per le coincidenze
raccontiamo di nuovo le nostre cose
mentre l’altra è presente e c’è il piacere
di riaprire insieme certi cassetti.

I traumi a quel punto diventano
una stronzata o un privilegio.

I due testi formano un dittico in seno alla mia raccolta, dove però mi auguro instaurino anche un dialogo più ampio con le altre poesie della sezione, oltre che con il resto del libro. La sezione si intitola Abrégés e consta di brevi ritratti (degli abstract, se si vuole, ma è una parola che si è abbruttita spaventosamente) di persone che per me funzionano particolarmente bene come gioco di sponda e allo stesso tempo come apertura di brecce nell’analisi di varie cose, tra cui di me stessa.

Ho incluso questi due testi perché sono stati scritti nei mesi di pace. Sotto al primo, tra le altre cose, adesso intravedo Nathalie Sarraute, che non stavo leggendo, ma che è sempre lì. Nel secondo – e ancora di più in una prosa degli stessi giorni – c’è finita Luisa Muraro, che stavo scandagliando.

Guardandoli bene mi sono resa conto che il retaggio femminista qui era talmente forte da rovesciarsi nel tema. Come annunciavo, sono testi che ho ritoccato. A posteriori mi chiedo: si può fare? Si può lavorare a un testo in direzione femminista? A me è successo, ma quanto del lavoro era cosciente? Mi sono accorta abbastanza chiaramente della cosa a distanza di mesi, dopo aver attribuito due titoli in un certo senso polari e che a me appaiono giusti. Non sono gli unici testi con cui mi è capitato, ma parliamo comunque solo di un paio. Forse anche questo tipo di addensamento, di stratificazione (meglio se imponderabile, mi sembra) può essere una via di fare femminismo in versi scritti. Ma credo ci voglia il lavoro giusto in un momento talmente propizio, che non si dà spesso, anzi.

Di fatto qualche testo è arrivato. Con essi, tante tante domande, qualche scoperta e qualche nuova convinzione. Per le solite paure, viene voglia di lasciare giacere tutto ciò a uno stadio di materia opaca, di esperienza muta, e lasciare fuoriuscire giusto qualche considerazione provvisoria e sommaria. Il cerchio si chiude solo nel libro, nella mia realtà si riapre. È così azzeccata la metafora della pasta sfoglia. Interrogativi e proposte in divenire, questo, mi sembra, è quello che posso formulare per ora. C’è qualcosa che sta lavorando.


[1] Si dovrebbe discutere, certo, anche della formulazione “essere femminista” in luogo di “fare femminismo”: non è solo una variazione linguistica, tocca il rapporto tra identità e pratica.

Il femminismo è negli occhi di chi guarda: feminist gaze e immaginari letterari secondo Azélie Fayolle

Le parole dei vivi | Intervista a cura di Marta Olivi e Alessandro Farris

© Les Créatives, Roxane Gray

Nel voler compiere un necessario passo avanti dal concetto di “femminile” a quello di “femminista” – sia in ambito letterario (quella “letteratura al femminile” che ancora infesta certi inserti del weekend) sia in quello critico (l’ormai superata ginocritica degli anni Ottanta) – ci troviamo di fronte a una distinzione sottile ma fondamentale. È proprio da qui che prende le mosse Scrivere femminista (Nero, 2024; traduzione di Laura Marzi) di Azélie Fayolle, un libro che ci invita a ragionare sulla letteratura femminista non in quanto espressione di autrici donne, ma in quanto spazio di elaborazione politica e critica, capace di sfuggire all’essenzialismo di genere e alla riduzione del corpo a unico luogo del politico.

Fayolle, accademica francese e divulgatrice, propone uno sguardo capace di tenere insieme la materialità dell’esperienza soggettiva e corporea con l’urgenza di superarla come destino. Lo chiama feminist gaze: uno strumento critico fluido, situato, non neutro e non riservato all’accademia, che legge i testi – letterari e non – interrogando forma, postura e potenziale, più che contenuti esplicitamente femministi. Un approccio che invita a praticare letture nuove, condivise, trasformative.

Nel libro, questa prospettiva si traduce in un coro di voci che inventa una lingua e uno stile capaci di far circolare lo sguardo femminista nella letteratura, ripensando anche i luoghi della produzione e della trasmissione del sapere: l’editoria, la scuola, gli spazi critici. Abbiamo avuto modo di discuterne direttamente con Fayolle in occasione della presentazione bolognese di Scrivere femminista, il 27 febbraio al Centro delle donne, in dialogo con Gloria Baldoni e Francesca Massarenti di Ghinea. L’intervista che segue ripercorre i nodi principali del suo lavoro: dallo sguardo alla materialità, dai luoghi della cultura alla tensione utopica verso ciò che ancora non esiste – ma che potremmo iniziare a immaginare.

Primo tema: IL “GAZE” DELLA CRITICA.

Ciao Azélie! Tu nel libro lavori molto con il concetto di una critica femminista, un “feminist gaze”, da indossare in moltissimi contesti diversi, per leggere libri e guardare film a prescindere dallo stile più o meno femminista dell’opera. Proprio per questo motivo, il “feminist gaze” può essere applicato a qualsiasi tipo di testo e di narrazione. Il concetto di gaze è stato anche molto discusso nella presentazione del libro e ci piacerebbe ora iniziare proprio da qui. 

1) C’è una differenza tra il “feminist gaze” del critico (accademico o militante che sia) e del lettore più casuale? Tra la critica di professione e quella che, dici tu nel tuo saggio, si fa davanti a una birra conviviale dopo aver visto un film con le proprie amiche?

È una domanda davvero importante, che mi sono posta da quando ho pubblicato questo libro sul “feminist gaze”. Mi sono resa conto recentemente che, in effetti, il movimento che si trova sia nel pubblico che nell’accademia è lo stesso. Ho cercato di proporre una sovversione dello sguardo maschile e un’alternativa a uno sguardo femminile. Ora sto lavorando su una teorizzazione più scrupolosa dello “sguardo”. Non credo che ci sia una separazione netta tra il pubblico e l’accademia, né una diretta ascendenza di quest’ultima sull’altro, ma piuttosto una costruzione condivisa di conoscenze e concetti – con funzioni e status differenti, ovviamente. Alla fine, tutti possono prendersi una birra dopo il film…

2) Pur non volendoci addentrare nell’annosa questione della “morte dell’autore”, praticando il “feminist gaze” si può parlare di una specie di “inconscio femminista” à la Jameson? O sarebbe ciò che Sedgwick chiama paranoid reading?

Questa è un’altra domanda importante per cui non sono sicura che ci sia una risposta davvero chiara: il tutto si riduce alla convinzione che ci sia una sola verità in un testo, il che presuppone una lettura teologica della “scoperta”. Questo è ciò a cui Barthes mette fine con “la morte dell’autore” costringendoci ad accettare che non ci può essere certezza. Adotto una posizione formalista col fine di proporre uno strumento (“sguardo femminista”) e di cercare di migliorare questo strumento collettivo per interpretare i testi. Il formalismo è originariamente un movimento che rifiuta la dimensione politica dei testi. Per me, questa è una grave negligenza, se non un errore. Vedo questa scelta (includere la dimensione politica nella lettura dei testi, N.d.t) come una scommessa, che il pubblico in realtà sta chiedendo (vedo spesso richieste riguardo alla categorizzazione delle opere: le persone vogliono poterle interpretare senza fare riferimento solo alle analisi di ricezione). Questo è ciò che mi piacerebbe vedere: strumenti per aiutare le persone a interpretare e dibattere le opere!

Secondo tema: MATERIALITÀ – DELLA LETTERATURA, DEI CORPI E DELLE CONOSCENZE.

Al di là dell’approccio critico e teorico che guida il discorso che porti avanti nel libro, nel corso della lettura emerge con urgenza la necessità di fondare l’analisi su una solida base materiale, di stampo ontologico. Durante la presentazione ti sei anche definita “epistemocritica”, in movimento tra scienza e letteratura, dal momento che ti sei occupata, per esempio, del ruolo delle scienze naturali nell’opera di Ernest Renan.

3)  Ti chiederei dunque, come entra il corpo nell’epistemologia? Cosa ne pensi dell’ontoepistemologia che sta entrando di recente negli studi femministi, sulla scorta di Karen Barad e molte altre, che parte anch’essa, come fai anche tu, dalla premessa dell’importanza dello sguardo che plasma ciò che è visto, in maniera simile alla tua idea di feminist gaze, che rifugge l’obiettività e cerca il pluriprospettivismo?

Devo confessare che non ho ancora esplorato le possibilità dell’onto-epistemologia – è ancora un lavoro in corso… Personalmente, sono piuttosto diffidente riguardo lo scrivere sul corpo, cosa che è molto creativa e importante, ma che corre il rischio di essenzializzare le identità sulla base dei corpi. Penso di condividere la reticenza di Beauvoir riguardo al corpo: è per questo che ho preso una direzione opposta, non partendo dal corpo (come potrebbe fare la fenomenologia), ma facendone un tema, una tappa, in un possibile percorso femminista (e includendo trasformazioni, felici o meno). In ogni caso, sono sempre più convinta, come dite voi, dell’importanza del pluralismo prospettico, che ci permette di muoverci verso una forte obiettività e forse, nella letteratura, anche verso una forte empatia. Ora sto facendo un passo ulteriore: non considero più (in francese) lo sguardo come incarnato, ma conservo la parola in inglese per disincarnarlo e aprire i limiti del concetto il più possibile.

4) Come possiamo incarnare questo feminist gaze non solo nella critica dei testi ma portandolo anche dalla parte della produzione e della messa in luce di voci marginalizzate? Come passare quindi dalla teoria alla prassi sia nel mondo dell’editoria che nella divulgazione (come fai tu con il tuo canale Youtube)? Come possono questi ruoli “satellitari” influenzare la produzione della letteratura?

Questa è una delle ragioni per cui ho scritto questo libro: nella speranza che possa contribuire a un rinnovamento generale della produzione. Certamente non voglio vincolare la creazione. Al contrario, penso che sia il momento di aprire nuove porte, di tracciare nuovi sentieri. Non credo che ci sia un metodo definito (come se la critica accademica fosse una serie di istruzioni!), ma piuttosto un grande ribollire, senza un luogo necessariamente definito. Non esistono la creazione da una parte e la critica dall’altra… questo è anche ciò che ora comprendo riguardo al concetto di “sguardo”: fin dall’inizio è stato un concetto ibrido e plasmato tanto dal pubblico quanto dall’accademia. Certo, è passato del tempo… ma meno di quanto si pensi, se si guarda a ciò che accade anche ai margini della produzione commerciale, nella fan fiction, nelle fanzine, nell’arte performativa… le possibilità sono numerose!

Terzo tema: IL CANONE, LA SCUOLA, L’ACCADEMIA.

A proposito di prassi, il canone, con il suo portato e il suo peso politico, ha un ruolo centrale all’interno di spazi, come la scuola o l’accademia, che dovrebbero invece lavorare sulla sua decostruzione. Ovviamente si tratta di realtà che hanno una storia fortemente compromessa con i sistemi di potere che hanno portato al consolidamento un canone maschile, e che quindi richiedono un lavoro enorme per arrivare a una decostruzione anche minima, sia a livello di programmi di insegnamento che di pratiche didattiche e di trasmissione della conoscenza.

5) Partendo anche dalla tua esperienza personale come ricercatrice, come pensi che si possa piegare il canone scolastico alla volontà del docente che adotta un gaze femminista? L’insegnante dovrebbe mediare in questo senso tra la decostruzione del pensiero ciseteropatriarcale e lo spazio, necessariamente complesso e talvolta distante da queste istanze, in cui avviene la decostruzione, ovvero la classe (universitaria o scolastica) e l’istituzione? E poi, come (se è legittimo) plasmare lo sguardo di chi apprende?  

Sono molto preoccupata per la questione del canone e dei programmi, che in Francia sono fortemente centralizzati: i programmi per il baccalauréat una volta erano indicativi, ma ora prescrivono opere specifiche (come insegnante, puoi scegliere solo da un numero ristretto di opere, e gli studenti non scelgono nulla). I programmi universitari sono più decentralizzati, ma comunque validati dal Ministero. Gli esami di concorso per l’insegnamento si basano su programmi specifici, e le cose diventano sempre più ristrette con ogni riforma… Vorrei anche sottolineare che è difficile fare a meno di un canone letterario. E se non è stabilito dall’accademia, chi lo stabilirà? Il mercato? Il canone ci consente anche di condividere un patrimonio comune (questa una volta era la funzione delle epiche). Penso che dovremmo tenere a mente questa importanza memoriale collettiva quando riflettiamo sul canone e su cosa implicherebbe liberarsene.

Vuol dire che non possiamo fare nulla? La libertà pedagogica è attualmente sotto attacco in tutto il mondo (la Francia non fa eccezione), ma è ancora possibile analizzare (purché si rimanga nel quadro dei metodi della disciplina) e insegnare il pensiero critico. Come femminista (e semplicemente come critica letteraria), si può analizzare un testo che contiene uno sguardo maschile e violenza, sia che sia oscurato o estetizzato. Questo non significa necessariamente decostruire il canone: significa comprendere e combattere la dominazione.

6) La critica femminista è per forza situata, come dici anche tu nel primo capitolo del libro, dove affermi che hai costruito il tuo canone di letture femministe, includendo i nomi che abbelliscono la copertina dell’edizione italiana situandoti “sulle spalle delle giganti”. Ti sei fatta (e ti fai) influenzare da amiche, studenti o altro per costruirlo? La domanda si ricollega alla precedente perché si potrebbe riflettere anche su pratiche di costruzione del canone che rifuggano da un approccio più rigido e accademico, e di conseguenza su pratiche alternative di costruzione e consolidamento del sapere!

Sì! Ho trovato la maggior parte dei miei riferimenti femministi, sia letterari che critici o teorici, al di fuori degli ambienti accademici… da sola, esplorando blog e siti web, attraverso amici, ascoltando figure femministe, ma raramente a scuola o nelle aule universitarie… Adoro anche andare a caccia di libri nelle librerie. Certo, ora applico metodi accademici per trovare riferimenti in modo più sistematico, ma ci sono sempre cose che sfuggono (specialmente quando cerchi narrazioni invece di temi), e sono sempre molto felice di ricevere consigli di lettura da amici e familiari, o a volte da iscritti (ma rifiuto per lo più i press services, con cui non mi trovo molto a mio agio).

Quarto tema: PROSPETTIVE UTOPICHE E IMMAGINIFICHE.

Fondamentale all’interno del libro è l’idea del potenziale immaginifico della scrittura femminista e delle sue potenzialità creative. La tematica della fiction e della “letteratura di genere” è strettamente connessa all’idea che il fantastico possa diventare portatore di diversità e alterità.

7) Nel libro si parla di come la fiction, il fantastico, l’horror e il grottesco siano quindi strumenti capaci di dare alla scrittura femminile e femminista lo spazio in cui immaginare possibilità di senso inedite e al di là dei limiti epistemologici del ciseteropatriarcato. Questo tipo di scrittura, caratterizzato da una spinta utopica che può prendere forme diverse, è identificabile come una reazione al contesto più ampio in cui si muovono e scrivono le autrici prese in esame nel libro o ha invece una sua specificità, una sua creatività innata?

Non so se sia possibile distinguere un utopismo reazionario da un utopismo innato… in ogni caso, non è possibile pensare all’emancipazione al di fuori dell’oppressione quando siamo immersi in essa (perà l’antropologia e la storia ci permettono di conoscere altre società, non necessariamente senza oppressione, ma le cui combinazioni sono almeno diverse, o meno oppressive). Anche nell’utopismo, sono diffidente nei confronti di ciò che viene costituito come un’essenza… In questi giorni, comincio a interrogarmi sul modo in cui i pensieri teorici e di fantascienza si mescolano, a volte in modo molto sottile. La domanda, in definitiva, è come pensare e creare al di fuori degli schemi, come inventare. Forse la risposta è collettiva, e forse richiederà tempo: non possiamo pensare al mondo di domani per farlo esistere, ma possiamo facilitare il suo arrivo.

8) A proposito di questo tema, qual è invece il rapporto dei testi di non-fiction e della testimonianza con le prospettive utopiche di cui si parlava? Come si può arrivare a costruire un’utopia a partire dal potenziale trasformativo del personale, del privato e della testimonianza di oppressione e una violenza totalizzanti?

Nel libro, intendo il testimone femminista come una trasgressione della teoria delle sfere separate, che isola (artificialmente, ma fermamente) il pubblico dal privato. Testimoniando la loro sofferenza, e in particolare la violenza sessuale che subiscono, le donne commettono una trasgressione che viene percepita come indecente (e che spesso è commentata come tale, per lamentarsene, per difendersi: questi commenti mostrano che questa trasgressione non è data per scontata e costituiscono una messa in scena di questa trasgressione). In sé, si potrebbe pensare che in queste testimonianze non ci sia altro che realtà fattuale, il cui carattere autobiografico è spesso assunto come ovvio. Ora credo che l’utopia possa trovarsi ovunque, anche prima che le persone comincino a parlare: è stata l’utopia a guidare la fede delle prime femministe francesi, le sansimoniane, quando hanno cominciato a parlare del loro dolore; lo hanno fatto perché pensavano che sarebbero state ascoltate e che avrebbero potuto correggere il mondo. Questo non porta necessariamente a una vita migliore, o a un mondo senza violenza, ma a un movimento verso quel mondo.

Domandina finale:  Per concludere, su cosa stai lavorando al momento? Hai altri libri in cantiere o dei progetti legati al tuo  canale youtube (https://www.youtube.com/@ungraindelettres)?

Per il momento, continuo con il canale, con un video a settimana e interviste di tanto in tanto: è un bel po’ di fatica, ma serve come supporto, come bozza per il resto del mio lavoro. Sto finendo di scrivere un seguito a questo primo libro. Voglio riprendere il concetto di sguardo in generale e proporre, più che una tipologia chiusa, dei criteri per identificare le oppressioni (con lo sguardo maschile) e le emancipazioni nelle opere. Ho appena saputo che sono stata ammessa al CNRS in Francia: quindi, la mia ricerca proseguirà nelle migliori condizioni possibili! Spero di riuscire ad ampliare la mia comprensione delle pensatrici femministe, in particolare dell’Ottocento, e di continuare a esplorare come possiamo scrivere e pensare ad altri mondi…