Ogni sentimento ha la sua storia. La storia della mia vergogna per la poesia inizia da qui:
Le onde sembrano dare ritmo alla quiete
senza osare incrinarla e la melodia scivola
dolcemente su distese di immense maree,
galoppa sulla spuma con briglie di salsedine,
galoppa veloce verso l’ombra;
mangiami, mangiami oscurità,
mangiami e fammi tuo
perché davanti alla tua onnipotenza
non posso che chinare docile il capo
e pregare di annegare nella promessa della tua eternità.
Questo testo l’ho scritto a diciott’anni e penso che lasci intendere cos’era per me la poesia quando ho cominciato a scriverla. Non credo neanche che avesse a che fare con l’espressione del sé; era più che le mie vicende interiori avevano a che fare con le cose ultime e definitive, io ero la cosa più importante dell’universo. La totale assenza di pudore era autorizzata da quello che è la poesia nel senso comune – a cui io forse aggiungevo un pizzico di grandiosità superiore al necessario – ovvero lo spazio in cui non ci sono regole, si può dire e fare il cazzo che ti pare (o, come dice Mazzoni in Sulla poesia moderna, «un io esprime un contenuto personale in una forma personale»). E se io posso fare il cazzo che mi pare inizio a parlare di me, un po’ riporto cose che ho provato un po’ me le invento, e in questa maniera godo.
Quando sono cresciuto e ho iniziato a studiare poesia ho avuto orrore di tutto questo, in un duplice senso. A livello cosciente era un orrore etico: pensare di essere la cosa più importante dell’universo è il Male, vuol dire abolire l’altro e il mondo. Ho letto Sereni, Caproni, Pasolini, autori che cercavano di andare oltre l’ermetismo, mettevano in questione l’io, volevano parlare della realtà e della storia. Travisando in parte i loro discorsi, mi sembrava che parlassero a me, che mi dicessero molla, sei un narcisista di merda, devi mettere da parte te stesso e dare spazio alle persone e alle cose. Ok, alla grande, da oggi in poi non sarò più narcisista – la cosa più facile del mondo se si trasforma una questione psicologica in un problema morale. Basta convincersi di non essere più quello che si è stato fino a quel momento. Chi può venire a dirti che non è vero, che è più complicato di così?
C’era però un altro orrore, legato alla mia posizione nel campo sociale, e che agiva in modo inconscio: studiando poesia avevo acquisito del capitale culturale che andava speso in qualche maniera; naturalmente l’ho speso in distinzione, ovvero allontanandomi dalle scritture che incarnavano il senso comune in poesia. Castigare l’espressione per entrare in un circolo d’«élite», per far vedere a tutti che avevo capito e non ero un ingenuo. Per distinguersi dalla cultura popolare, smielata e incline alle facili commozioni, la cultura alta tende a diventare patofobica, cioè a negare le emozioni.
[A volte i meccanismi di reazione della cultura “alta” sono incredibilmente poco fantasiosi: disumanizzare l’arte per non somigliare a Fabio Volo, una roba che si fa più o meno da metà Ottocento.]
In questa “fase”, che chiamerei della poesia “etica”, non provavo vergogna (o meglio, la provavo solo pensando al passato) perché nella mia immaginazione il testo che ho riportato qui sopra non mi riguardava più in alcun modo. Negare qualcosa così, senza la fatica che costano gli attraversamenti, è il modo migliore per farla continuare a vivere in un luogo segreto, per entrare in dissonanza cognitiva. Tutto deve cambiare perché tutto resti uguale, ecc. Scrivevo cose di questo tipo:
nella stanza c’è una fiamma che va tenuta desta
perché tutti noi
stiamo chiusi in quella stanza
e non ha senso la domanda a che vale questa pena:
la pena è per la luce della fiamma,
non c’è altro. l’anima dell’uomo non è un dono,
è un lavoro che redime l’animale
dal vizio della tana se fatica col vicino,
se calibra il suo gesto in armonia con ……
diceva pietro concitatoma in quel punto mi distraggo,
i miei spiriti o demoni senzienti
stanno adunati nello sguardo
che trabocca di lei
prima mai notata da ora per sempre ignota
in fondo alla sala che ride
con la mano schermendosi il viso
per non mostrarsi scomposta ed allegra.
E così ho pensato che in realtà
l’anima è distanza da un bene autentico
smarrito da sempre sottrazione perpetua
ferita originaria che non si rimargina.
La poesia era diventata uno spazio per verificare la rettitudine delle proprie intenzioni, raddrizzare qualcosa di interno che si era storto. In pratica una specie di confessionale, dove io ero sia il confessore che il penitente. A un certo punto scrivere in questa maniera ha cominciato ad annoiarmi, ci stavo perdendo il gusto.
Non so bene perché, ma mi sono messo a riscrivere poesie sui paesaggi, ed è stato bellissimo. Da quel momento ho ricominciato a provare vergogna per il mio modo di scrivere, ma non ho più smesso di fare le cose che mi fanno vergognare quando scrivo. Sotto questo aspetto mi sembra di aver trovare una specie di pacificazione: tutto quello che esiste vuole apparire, e allora che stia pure alla luce. Ispezioni la macchina signor agente, faccia pure il suo dovere, non ho niente da nascondere.
Credo che la cosa in sé sia abbastanza semplice: sotto la vergogna c’è un desiderio che io non vorrei provare, una voce che dopo aver finito di scrivere ti dice «sei grande, quanto cazzo sei grande». Chi non si vergogna di questo desiderio è un megalomane, chi lo reprime troppo efficacemente non vede qualcosa di sé, chi fa finta che non esista è un ipocrita. Ma che cosa bisogna farci con questa voce idiota, che ti dice che sei il più grande?
Le contraddizioni sono importanti perché dicono di più della somma delle loro parti. A me sembra del tutto scontato che «io sono la cosa più importante dell’universo» è una frase che non si può assolutamente dire ad alta voce. Se la dici sei uno stronzo. D’altronde è del tutto scontato che chiunque di noi agisca quasi sempre dando per assodato che questo sia vero. Se una persona, un rapporto, una situazione lavorativa o di vita ci fanno del male siamo generalmente legittimati ad abbandonarle per prenderci cura di noi, perché noi siamo più importanti. Come si fa ad alienarsi veramente in delle strutture sociali (la famiglia, l’azienda, il partito)? L’io è più importante degli altri, e questa è oggettivamente una cosa tremenda.
Anche questa logica ha una sua storia. Voglio dire: Fortini si sentiva così fico dopo aver scritto una poesia? E Sereni? Io non ho nessuna prova per dirlo, ma penso di no. Sicuramente erano presi bene ma era una cosa diversa da quella di cui sto parlando io. Loro potevano sentirsi dei poeti, potevano dare ancora un senso alla scrittura come pratica, potevano dire «Nulla è sicuro, ma scrivi» e risultare credibili.
Al netto che certa roba era già andata in crisi, avevano ancora una specie ruolo sociale dentro cui immaginarsi, il loro narcisismo poteva infilarsi dentro uno stampino e assumeva una forma e dei contorni precisi. Noi questo stampino non ce l’abbiamo, perché scrivere poesia o essere poeti non significa più niente dal punto di vista sociale, e quindi il narcisismo non si cala dentro una forma, ma come un gas tende ad occupare tutto lo spazio disponibile.
Quello che voglio dire è che provare vergogna è giusto, perché per scrivere una poesia bisogna essere in grado di dimenticare tutta una serie di cose e accettare di credere in altre su cui è più che legittimo avere dei dubbi: che ha senso parlare di noi, che i nostri pensieri contano, che le nostre parole possono esprimere veramente pensieri e sensazioni e che possano comunicarli ad altri, oppure che possano descrivere la realtà, o criticare la realtà, o aiutare qualcuno a prendere coscienza di qualcosa, che la nostra esperienza o la nostra creatività possa significare qualcosa per qualcuno che non siamo noi.
Mi piace pensare che la vergogna per la poesia abbia a che fare con la morale, come se scrivere fosse una specie di impostura, ma in realtà credo che abbia più a che fare con l’adulto che riconosce in sé degli atteggiamenti da bambino, e prova imbarazzo per una parte di sé che non è mai cresciuta e continua a credere cose come Babbo Natale o il valore delle proprie parole.
Comunque anche questa oscillazione per cui posso pensare di essere la cosa più importante dell’universo e contemporaneamente dubitare che qualunque cosa io dica o faccia abbia un valore è interessante. Quando una cosa diventa pienamente sé stessa ecco che si trasforma nel suo opposto. Pensare di essere tutto o niente sono due facce della stessa medaglia, un pensiero sostiene l’altro.
Ho parlato con molti miei coetanei della vergogna per la poesia, e a volte mi sono chiesto (ci siamo chiesti) se è una cosa che varrà anche per i più giovani. Ci sono delle ragioni per pensare di no, perché mi pare che le persone più giovani di me accettano con molta più serenità che la performance sia una seconda natura, che niente è autentico, che si può godere senza sensi di colpa. Se fosse così, non sarebbe né un male né un bene, solo una differenza. Per sapere se questo è vero o no bisognerebbe chiederlo ai giovani, e io non voglio parlare al loro posto.
Scrivo questo solo perché mi permette di fare un ragionamento: che se ci vergogniamo della nostra poesia è perché una volta abbiamo sentito che ne esisteva un’altra, pienamente legittima, un’origine incorrotta che rende il mondo presente una copia imperfetta di quello che è venuto prima. Quest’origine – come ogni origine – non l’abbiamo sperimentata per davvero, ce la siamo solo immaginata. Siamo prigionieri di qualcosa che non abbiamo mai visto, con cui non siamo mai entrati in contatto. Se la poesia fosse soltanto quello che è non proveremmo vergogna per la poesia che scriviamo.
Questa che sto cercando di descrivere non è una condizione realmente tragica, anche se può averne l’aspetto. Non è tragica perché magari siamo un po’ inibiti, ma nessuno è realmente bloccato, non c’è nessun destino che ci dà la caccia. Per vergognarsi della poesia bisogna continuare a scrivere poesia, negare serve a salvare contemporaneamente sia la scrittura che non smettiamo di praticare, sia il sogno di un’altra scrittura, piena e giusta, che non possiamo praticare. Più che di tragedia forse si può parlare di satira, nel senso che al cuore di questo immaginario c’è una scissione, il mondo reale che ci ha deluso e il mondo dei sogni che non delude mai, ma non è da nessuna parte e nessuno l’ha mai visto.
Come per le satire, c’è una certa dose di paraculaggine, perché il sogno funziona finché nessuno fa niente per realizzarlo. La vergogna allora diventa anche uno stile per presentarsi al pubblico, una posa, un modo di essere sempre ulteriori a sé stessi, sto facendo questa cosa ma non aderisco a quello che faccio, sono inafferrabile. È come dire: sto vivendo un conflitto, ma in realtà non c’è nessun conflitto. Ogni cosa è al suo posto.
Non è che abbiamo propriamente un super io iper-vigile. È più una sensazione vaga che tutto sia profondamente sbagliato, ma che non ci si può fare niente, e quindi tanto vale fare quello che viene più semplice, pur avendo il sospetto di essere sempre in errore.
Se provo a parlare della vergogna con persone che non si occupano di poesia non mi capiscono, oppure mi guardano male. Queste sono situazioni importanti, e io mi ricordo subito che hanno ragione loro. Per molti il fatto che io scriva poesia è una cosa bella, a qualcuno semplicemente non importa niente. Nessuno capisce perché dovrei vergognarmi. Mica te l’ha imposto il dottore, se ti crea problemi non farlo. Ma la verità è che non mi crea nessun problema, è solo una parte del gioco. Deve stare lì perché tutto funzioni. E perché io possa non godere pienamente di una cosa che mi fa godere.
Abitare dentro questa contraddizione è il mio modo per non dover perdere niente, per tenere tutto dentro il mio grande abbraccio. È anche una mancanza di fiducia: ho paura che se non vi tengo tutti stretti ve ne andrete lontano e non farete ritorno.
Provare vergogna per la poesia è enormemente stupido perché nascondersi non serve a niente, perché i nostri pensieri non saranno più lucidi, la nostra scrittura non sarà più utile né più vera, non saremo più buoni o più giusti, non c’è niente da difendere, niente da farsi perdonare.
Allora si può essere doppiamente stupidi perché si scrivono poesie e perché lo si fa con vergogna, come se scrivere o vergognarsi di scrivere contasse davvero qualcosa, e contemporaneamente si può essere doppiamente furbi perché non si smette di scrivere poesie e di aggirare la vergogna con dei mezzucci, delle formazioni di compromesso. Si può usare la vergogna come una riserva di energie creative, perché qualcosa ci impedisce di fare quello che vorremmo fare, e allora dobbiamo farlo senza far sembrare che lo stiamo facendo per davvero, trovare nuovi modi per riproporre un gesto antico, innovare la scrittura per aggirare la vergogna, tornare di nascosto dove siamo stati bene.
