Escamotage

Racconto di Manuel Masia, terzo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2025.

Pubblichiamo di seguito il testo terzo classificato della quarta edizione del Premio Lo Spazio LetterarioEscamotage di Manuel Masia.


Pierre Amédée de La Sertonnais, maître notaire della Repubblica Francese, figlio, nipote e senz’altro, prima o poi, padre e (a dio piacendo) avolo a sua volta di una larga schiatta di maîtres notaires, sollevò per aria il pedalino spaiato servendosi di un’estremità della sua stilografica Dupont. «Perdonate: la buonanima soffriva di qualche mutilazione?» E in quello allungò lo sguardo sopra l’orizzonte degli occhialetti, in attesa di ulteriori indizi di una zoppia che la stanza, va a sapere come, gli avrebbe dovuto rivelare.

«Nossignore!» Rispose Walter Meyer, intento a rovistare in cerca del pedalino che completava la coppia. «Aveva anzi ottime gambe da saltatore.» La chiosa quanto mai infelice gli strappò uno Scheiße! a fior di labbra e causò a Elise, la domestica, un capogiro: l’ennesimo.

Pierre Amédée de La Sertonnais risolse di glissare e dettò autoritario (a se stesso, non avendo voluto immischiare segretari): «Sia messo a inventario il singolo pedalino.» Quindi riassunse spiccio: «Alla presenza del maître notaire Pierre Amédée de La Sertonnais eccetera si certifica eccetera beni di proprietà del defunto monsieur François Reichelt eccetera sarto per signora eccetera eccetera come da testamento olografo eccetera eccetera eccetera.» Ne aveva abbastanza di passare in rassegna sgabelli, catini, stoffe, macchine Singer. Pestava per fare ritorno allo studio, in avenue Mac-Mahon. Ovviamente non prima di una capatina in rue d’Artois, faccenda per la quale era preferibile, a quell’ora, servirsi dell’Omnibus senza dare il destro alle malelingue: sarebbe sceso alle Galeries Lafayette, confondendosi tra la folla, e di lì poi a piedi fino al portone di Annette, il cappello calcato sulla fronte, il bavero alzato a prova di sguardi indiscreti.

«Sei proprio tu, mio piccolo Pierrot?» Quando Annette se lo ritrovò dinnanzi, infagottato come un postiglione, stentò a riconoscerlo. «Hai freddo mio piccolo Pierrot? Gradisci forse del Calvados?» Ma il maître notaire Pierre Amédée de La Sertonnais (punto primo) a quell’ora non beveva mai e (punto secondo) non si considerava abbastanza normanno per il Calvados. Annette da parte sua era troppo svampita e troppo alsaziana per sottilizzare (possibile che non si trovi più, non intendo un parigino, ma quanto meno un francese a Parigi, pensava il maître notaire). La giovane intonò, si fa per dire, un’aria d’operetta che odorava di anice e subito alleggerì il maître notaire del superfluo, a iniziare dalla busta con l’inventario, fino a lasciare l’uomo in camicia e reggicalze. Il maître notaire evitò di fissarsi in uno dei tanti specchi che facevano, a suo dire, art nouveau e si illuse così di mantenere, per tutto il tempo che richiedeva quell’incombenza, un piglio, sempre a suo dire, da terza repubblica.

Un’ora dopo Annette già accoglieva un nuovo ospite: «Sei proprio tu, mio piccolo Scaramouche?»

L’impresario Oscar Philippe La Mouche, che mezza pinta di sangue normanno nelle vene capace pure che l’avesse, si servì del Calvados non tanto per via della rigida serata di febbraio, ma piuttosto per digerire l’idea che quel pazzo di un sarto boemo avesse deciso di sfracellarsi senza restituirgli prima i duemila franchi e, soprattutto, che anche a volersi intrufolare nel suo atelier non ci avrebbe cavato nemmeno di che pagare gli scassinatori. Quella lista di paccottiglia, sfilata di tasca con tanto di atto notarile, gli fruttava giusto una cocotte meglio portata al borseggio che come mezzosoprano e che nondimeno ora era costretto a scritturare.

Fissando il proprio riflesso in camicia e reggicalze, ripensò al mattino ghiacciato allo Champ-de-Mars, qualche giorno prima. «Che aspetti? Salta!» Gridava la gente spazientita. Come sarebbe salta? Si era parlato di un manichino. La Mouche aveva avuto appena il tempo di storcere un sopracciglio che già i suoi duemila franchi più interessi precipitavano a peso morto da sessanta metri buoni di Tour Eiffel. «Fate largo, sono un dottore.» Diagnosi: morte sul colpo. Con buona pace di tutte le promesse sul premio Lalance e i relativi diecimila franchi per il brevetto di paracadute, al netto di ulteriori fandonie che quel boemo figlio di un cane gli aveva rifilato (possibile che a Parigi non esistano più gentiluomini capaci di onorare i propri impegni, andava deplorando l’impresario barra strozzino barra proxénète).

Il dottor Jean-Baptiste Cotignon, grazie a un gesto atletico che stupì lui per primo, aveva raggiunto il punto dell’impatto con così largo anticipo sul resto dei curiosi da rendere il suo «Fate largo!» del tutto pleonastico. Altrettanto gratuita parve la fretta di trasportare via il corpo ormai cadavere e l’intero armamentario paracadutistico, per cui il dottore aveva senza indugio messo a disposizione la propria vettura. Nessuno ebbe comunque di che obiettare, neppure un attonito e ritardatario Walter Meyer il quale, non appena ragguagliato sulle condizioni dell’amico, fu colto da coccolone. Lo si dovette schiaffeggiare a lungo per farlo riavere: dottori nei paraggi non ce n’era più e si intervenne come meglio si poté.

Il dottor Cotignon, in virtù del suo paziente più illustre, era per così dire di casa alla torre. «Il vostro medico è qui per ascoltarvi, Gustave.» Aveva azzardato qualche settimana prima. Poi, subito pentitosi: «Monsieur Eiffel, in fede: non fatevi scrupoli.»

Gustave Eiffel, prossimo agli ottanta, autore di prodigi ingegneristici, presidente di società esclusive, ufficiale della Legion d’Onore, si schermì dietro un sorriso da fanciullo: «È un sogno che ricorre, come un presentimento.» Sognava la torre perdere i suoi rivetti, uno a uno. «Sapete quanti rivetti sono serviti a questa torre, dottore? Due milioni e mezzo.» Lo diceva grave, l’ingegner Eiffel. E si era fatto serio pure il dottor Cotignon, fissando il vuoto fuori dalla finestra del bureau di Gustave Eiffel, all’ultimo piano della torre.

I rivetti, nel sogno, cadevano come neve, senza rumore. Nessuno li notava. Finché crescevano d’intensità: erano gocce di pioggia, docile, e poi grandine, via via più fitta, furibonda; si trasformavano in proiettili: due milioni e cinquecentomila proiettili micidiali, sparati in tutte le direzioni da una mitragliatrice alta trecento metri che si disfaceva pezzo a pezzo sommergendo di ferraglia la Francia e l’Europa intere.

Il dottor Cotignon si diede un tono: «C’è questo libro di un medico viennese che promette di decifrare i sogni.»

«E cosa dice?»

«Non conosco il tedesco e mi guardo dagli austriaci.» Il che era una mezza verità. A ogni modo il dottor Cotignon si lanciò in una lettura storico-filosofica: la guerra necessaria, la patria che chiama, il dovere della scienza, la storia che procede sicura dalla barbarie alla ragione.

Il pragmatismo dell’ingegner Eiffel ne uscì senza un graffio: «Non sono sicuro che gli eventi si dispongano in fila indiana come la intendete voi, dottore.» E comunque non spiegava il sogno.

«Avete una grande responsabilità monsieur Eiffel.» Provò a chiarire il dottore, le cui diagnosi risultavano spesso fumose. «I vostri studi di aerodinamica daranno al Paese più gloria, se possibile, delle vostre opere di ingegneria.» E con la mano grassoccia indicava i rotoli di progetti che l’ingegnere stipava nel suo bureau. «Quanto sognate è solo il riflesso delle vostre preoccupazioni.»

L’ingegnere sbuffò nonchalant: «Abbozzi, speculazioni. E ora, se mi volete scusare.»

Che quel locale tra le nuvole si dotasse di servizi igienici funzionanti strabiliava quasi più del panorama che se ne godeva. Quanto poi alla regolarità dell’ingegnere nel farne uso, lasciando incustoditi i disegni suoi e dei suoi collaboratori, il dottor Cotignon ci poteva tarare sopra il proprio Beaucourt da taschino. Un più pregiato Patek Philippe, d’altro canto, non avrebbe richiesto così frequente manutenzione: il dottor Cotignon se ne era convinto salendo la scala a chiocciola che immetteva nel bureau, quel mattino, e sorprendendo l’ingegner Eiffel, brusco, arrotolare fogli grandi quanto l’intero tavolo. Quali progetti segreti giustificavano tanta premura? Quanto potevano valere per l’intelligence teutonica? Come uscire dalla Tour Eiffel nascondendo un plico alto quanto un uomo e senza dare nell’occhio?

Ebbe la risposta di ritorno dalla campagna di Joinville. «Lo avete visto anche voi?» Ancora prima di passare il ponte sulla Marna, il dottor Cotignon con la coda dell’occhio aveva scorto rovinare giù dal tetto di un fienile quello che a una prima sommaria analisi era parso essere un enorme uccello nero. Il cocchiere, interpellato, si strinse nelle spalle. Che diavoleria era mai quella?

«Una macchina fotografica.»

«Ma no! Intendo quella.»

Il giovane fotografo che aveva risposto sbuffò nonchalant.

Qualche metro più avanti, nel cortile polveroso, un cumulo di paglia si agitava sotto il peso di una specie di catafalco. Ne spuntarono un paio di baffoni all’ungherese applicati a una testolina la quale a sua volta era attaccata a un ometto che il dottor Cotignon aiutò a riacquistare la stazione eretta.

«Buon dio, state bene? Avete bisogno di un dottore? Perché si dà il caso che io lo sia. Che combinate? Cos’è quest’affare?»

Di fronte a quel fuoco di fila, l’ometto frastornato non trovò di meglio da ribattere che esibire il biglietto da visita: François Reichelt; sarto per signora; rue Gaillon numero otto; secondo arrondissement; Parigi.

A poche settimane da quell’evento il dottor Cotignon bussò alla porta dell’atelier di François Reichelt: «Amate la vostra patria monsieur?» François Reichelt, boemo tedesco, ceco di natali, naturalizzato francese portò la mano al cuore senza esitare, fissando rapito la bandiera che immaginava sventolare dinnanzi a sé, quale che fosse quella che il dottore intendeva.

«Se rivelerete quanto vi sto per dire vi aspetta la corte marziale.» François Reichelt aveva l’abitudine di misurare persone e eventi in tagli di stoffa e calcolarne a quel modo perdite e utili. Stimò il rischio della corte marziale assai più remoto dell’ampliamento delle Galeries Lafayette con annessa ulteriore emorragia di clienti.

Si limitò a annuire risoluto, non credendo essere ancora arrivato il momento di menzionare compensi e rimborsi spese.

«Benissimo! Ora: a che punto siete con il vostro paracadute?»

Un andirivieni di garzoni e fantesche, sempre nuovi, a scadenze regolari prese a dare l’assillo alla porta dell’atelier. La richiesta, declinata in vario modo, era ogni volta la medesima: il dottore chiedeva a che punto si fosse con il suo ordine. François Reichelt faceva cenno di attendere.

«Dev’essere bello largo questo dottore.» Ipotizzava l’amico e collaboratore Walter Meyer mettendo fede alle tempistiche per quella confezione.

François Reichelt crollava il capo: negli ultimi tempi crepava più gente di caduta libera che di vaiolo. A lui si chiedeva di lanciarsi dal primo piano della Tour Eiffel appeso a qualche metro quadro di tendaggio.

«Di cosa vi preoccupate? Sono dottore e intimo dell’ingegner Eiffel, conosco il corpo umano e l’aerodinamica come le mie tasche. Se vi dico che ne uscirete senza un graffio dovete fidarvi.»

François Reichelt non si fidava proprio per niente. Documenti segreti, guardie della torre al soldo del nemico, salvezza della patria: si giocava l’osso del collo sopra una faccenda che, vedeva bene, era imbastita con lo spago. Non sapeva come c’era finito dentro e non sapeva come tirarsene fuori.

Il giovane Rémy Barlatier, fotografo ufficiale di quegli esperimenti paracadustici, nonché cineoperatore saltuario per il Pathé-Journal, occasionale direttore della fotografia per gli studi George Méliès, impiegato a vario titolo e alla bisogna all’obitorio cittadino del Quai de l’Archevêché, già apprendista barbiere, giramondo, tombeur de femmes e quant’altro, di fronte all’ennesimo ruzzolone dal fienile di Joinville valutò che il principale problema risiedesse nel peso. «Incomincerei rasando quei baffi.» Consigliò in un accesso di risa. «Lo dico per te, mio buon François: ne vedo fin troppi di baffi stecchiti giù al Quai de l’Archevêché.»

François Reichelt non era tipo da sprecare parole, specie da quando di mezzo si era messa la corte marziale. Ma di fronte alla macabra immagine di una fila di baffuti morts inconnus non riuscì a trattenersi: «Ami la tua patria Rémy?»

Il giovane fotografo sbuffò tranchant.

«E se ci aggiungessi mille franchi?»

Al numero otto del Boulevard des Italiens, gli spettatori del Théâtre Robert-Houdin si azzittiscono. Il pianista asseconda con maestria gli umori del pubblico: il mormorare smarrito degli uomini con la mano sinistra, le grida soffocate delle donne con la destra. Il direttore del teatro George Méliès fatica a trattenere la propria ilarità. È tanto che non ride che quasi gli fa male, ma non può farne a meno. Il macchinista alla manovella gli rivolge uno sguardo di biasimo: il numero del Pathé-Journal appena proiettato è tutt’altro che ridicolo. Nella pellicola un uomo si è lanciato dalla balaustra del primo piano della Tour Eiffel precipitando sullo Champ-de-Mars come un mucchio di stracci. Alcuni uomini trasportano via il suo cadavere e l’inquadratura si chiude con l’impronta profonda dell’impatto nel terreno gelato.

George Méliès è costretto a guadagnare le quinte con il fazzoletto sul volto. Il regista e illusionista Méliès, dopo tanti anni, ancora non si capacita di come alla gente sfugga sempre la cosa più banale, quella che sta proprio sotto al loro naso. Non conosce tutti i dettagli Méliès, ma preferisce così: sa bene che una volta scoperto il trucco non è più possibile godersi l’incanto. L’emozione è tale che non può evitare di condividerla. Lascia il Robert-Houdin e esce in strada dalla porta degli artisti. Appena rincasa, raggiunge il capezzale della moglie Eugénie. È così giovane e così malata Eugénie. «Ricordi, tesoro, quel Barlatier?» Attacca Méliès. «Quel bel giovane che lavorava per noi?» È così stanca Eugénie. «Ti va, tesoro mio, di ascoltare una storia?» Eugénie chiude gli occhi, annuisce e sorride.

Non lontano dalla Nuova Caledonia, i giovani nativi di quelle isole del Pacifico si sottopongono a un rituale di iniziazione molto particolare. Rémy Barlatier, in ogni suo viaggio, appena a tiro di marinai reduci di quelle latitudini, chiedeva lumi a riguardo. Dalle loro testimonianze, meditava, presto o tardi ci avrebbe tirato fuori un film.

Lunedì cinque febbraio millenovecentododici, la prima pagina del Petit Parisien titola sulla pubblica esibizione di paracadutismo tenutasi il giorno innanzi e conclusasi in tragedia. Monsieur Gassion, fra i custodi intervistati, dichiara che François Reichelt si era presentato quella domenica quattro febbraio, di buon mattino, nei locali dell’amministrazione della Tour Eiffel. Con lui due accompagnatori, uno poco più che adolescente.

Quando ha qualche pensiero, George Méliès, fatica a dormire. All’alba, per distendere i nervi, esce a passeggiare. Più pensieri lo assillano, più allunga il suo itinerario. Dal Boulevard des Italiens, attraversando la Senna dopo Place de la Concorde, doppiando la Tour Eiffel e riguadagnando la rive droit dal Pont d’Iéna, per poi rientrare da un affluente a casaccio degli Champs-Élysées, è una sgambata di più di due ore. George Méliès, sabato tre febbraio, alle sette e trenta del mattino, per liberare la mente è addirittura salito sulla terrazza della Tour Eiffel e si chiede che diavoleria è mai quella.

«Una cinepresa.»

«Grazie tante! Ma intendevo quella.»

Il giovane cineoperatore che aveva risposto riconosce il vecchio datore di lavoro. Prima arrossisce, poi sbianca.

«Non vorrete mica buttarvi con quel coso da quassù?» Si preoccupa George Méliès, che di ruzzoloni e ossa rotte ne sa più di quanto vorrebbe.

Ci si leva i cappelli, si stringono mani e si fanno le presentazioni.

«Certo che no, monsieur.» Spiega Walter Meyer, che non ha idea di chi sia George Méliès. «Qui si gira un film.»

George Méliès del sottile confine tra finzione e verità ci ha fatto un mestiere. Fissa inquisitorio Reichelt e lo strano marchingegno che indossa, quindi Barlatier che si fa scudo di una cigolante Pathé trentacinque millimetri. «E quale sarà il titolo?» Insiste malizioso.

«Escamotage.» Risponde Barlatier. E si morde le labbra.

George Méliès se ne compiace, spende parole di incoraggiamento, indugia mentre François Reichelt sale sulla balaustra, gli raccomanda attenzione, si scusa per la fretta e saluta nel preciso momento in cui Barlatier ha fermato la macchina da presa e già traffica con nodi, funi e materiale di scena vario. Si stringono mani, si fanno cenni di saluto. Non Reichelt: lui non muove un muscolo.

Il giorno appresso, domenica quattro febbraio, ore otto del mattino, la passeggiata di George Méliès si inceppa davanti alla piccola folla di curiosi sullo Champ-de-Mars. Il cadavere di François Reichelt, gli viene riferito, è già diretto all’Hôpital Laennec e, tutto a un tratto, di quella linea sottile tra finzione e verità George Méliès stenta a distinguere i contorni.

Seduto a terra c’è Walter Meyer: ha l’espressione smarrita e il volto paonazzo per la troppa sollecitudine dei suoi soccorritori. «Cos’è accaduto?» Ma Meyer scuote la testa, non ci si raccapezza. Non era sulla torre con Reichelt né sapeva della sua intenzione di saltare.

George Méliès non conosce tutti i dettagli. Non sa chi fosse il ragazzo poco più che adolescente che verrà menzionato l’indomani sul Petit Parisien, ma crede che due braccia forti per aiutare a trasportare un grosso carico, diciamo settanta chili avvolti di tendaggi, fino al primo piano della Tour Eiffel le si possa trovare a pochi franchi e senza dare troppe spiegazioni. Sa anche che all’obitorio del Quai de l’Archevêché di morts inconnus dal volto irsuto ne arrivano fin troppi e spesso nessuno li reclama. Sa, George Méliès, che è facile fare apparire e sparire oggetti e persone con una macchina da presa e lo sa perché quel trucco l’ha inventato lui. Sa anche (e questo è ciò che più lo diverte) che, fra l’inquadratura sulla balaustra della Tour Eiffel e la successiva con lo schianto al suolo, il montaggio ha saltato ventiquattro ore. Lo sa perché del giovane aiutante, menzionato dal custode monsieur Gassion, nel filmato non c’è traccia. Il Pathé-Journal sulla balaustra con François Reichelt mostra invece lui, George Méliès, in bella vista e sotto il naso di tutti, durante la sua passeggiata del sabato mattina.

Non conosce tutti i dettagli George Méliès, né vuole conoscerne di più. Non sa di preciso dove si trovi la Nuova Caledonia, ma Rémy Barlatier, un tempo, lo aveva messo a parte di un rito di passaggio per cui giovani selvaggi si lanciavano nel vuoto affidandosi a liane legate alle caviglie. Non sa, Méliès, che un sarto boemo, per togliersi dall’impaccio di una corte marziale e nell’illusione di scongiurare una guerra, stava massaggiandosi il labbro appena rasato sul ponte di un transatlantico. Né sa di documenti trafugati nel cavalletto di una macchina da presa con la complicità di un cineoperatore avventuriero, ora diretto alla volta del Pacifico. Méliès non sa che il dottor Jean-Baptiste Cotignon aveva dovuto impegnare anche il proprio Beaucourt da taschino, credendo di finanziare un prototipo di paracadute che non sarebbe mai stato realizzato, con la speranza di arricchirsi passando al nemico progetti segreti che le correnti oceaniche stavano invece disfacendo a nord di Capo Verde. Non sa che Walter Meyer, ancora a lutto e disorientato, riceverà un vaglia anonimo della U.S. Postal per la somma di cinquecento dollari, recante la criptica causale «pedalino spaiato: a parziale risarcimento». Infine non sa, Méliès, che l’anziano Gustave Eiffel dovrà abbandonare l’idea di migliorare gli scarichi igienici del suo bureau avendone smarrito, va a capire come, tutti i progetti.

Eugénie Méliès sta intanto cedendo al sonno. Lei sa che suo marito del confine tra finzione e verità non ha mai ben saputo cosa farsene. Ma per una volta vuole sperare che le cose stiano proprio così come lui le ha raccontate.

Gran palissandro

Racconto di Francesco Petrucci, secondo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2025.

Pubblichiamo di seguito il testo secondo classificato della quarta edizione del Premio Lo Spazio LetterarioGran palissandro di Francesco Petrucci.


Gil Da Silva era uomo d’onore. Le sue mani grandi, cotte di fatica, stringevano le altrui con vigore, e quello era il contratto. Occhi a fessura, capelli ricci ormai grigi, ciondolava la carcassa color cuoio fra le foreste dell’interno, in cerca del meglio.

Dopo aver scortato il carico fino in città, lui e i figli Dulcìdio e Vinicius puntarono la bussola verso la sagoma bianca e ocra della Igreja de Nossa Senhora da Barroquinha per l’usuale ringraziamento. Una breve, sentita preghiera, poi furono fuori, sulla via animata da gente e rumori. Sotto il tendone arancione aggrappato alla facciata verde opale di un palazzo di fronte li aspettava il loro tavolino: una bottiglia di cachaça gelata sarebbe bastata a placare le loro gole in agguato. Gil posò il cappello fradicio di sudore, scacciò con una manata un agrilo dalla corazza azzurrognola che ci s’era abbarbicato e si accasciò su una sedia logora, allungando i calzoni in tela grezza nocciola da cui sbucavano scarpe polverose. Dopo un sorso di bruciabudella schioccò sonoramente la lingua e rifletté. La merce l’aveva consegnata: non sarebbe più stato affar suo. Non gli importava di dove sarebbe andata a finire o forse sì, ma non era uomo da rompicapi.

Il carico partì il giorno successivo. Dieci tonnellate abbondanti di tavole grezze di uno splendido palissandro rossiccio con striature nere, sagomate in segheria e accatastate una sull’altra. Estratte pochi giorni prima da maestosi alberi delle foreste interne dello stato di Bahia, viaggiavano spedite da Salvador verso Rio, in pancia alla motonave Aparecida. Successivamente avrebbero puntato verso l’emisfero nord, tagliando l’Atlantico: era un controsenso scendere per poi risalire, ma gli uomini sono fatti così. Il legname giunto a Rio venne trasferito sul bastimento Piemonte II, ex nave passeggeri convertita all’uso mercantile, e partì due giorni dopo. Ci volle una traversata di circa cinquemila miglia prima di avvistare la Lanterna di Genova, Italia.

All’ingresso in porto, mentre la pilotina faceva strada, capitan Perasso, un segaligno con baffetti taglienti e un naso rincagnato da una banale caduta su uno scalino che lui spacciava come lascito d’una rissa gloriosa, guardava l’orologio con impazienza. Era pervaso da un certo formicolio alle parti basse, dato che non vedeva Nives la rossa, la sua amante a gettone, da ormai quattro mesi. Non prestava l’occhio alle plastiche danze dei gabbiani in volo sopra uno sfondo ardesia cupo turbato da una cotonosa nuvolaglia, né orecchio ai fischi striduli delle sirene, sospinti da una tramontana impietosa. A malapena salutò il pilotino Pinin Canepa, un atticciato sessantenne con la pelle di prugna secca, che si sbracciava da una cerata gialla oversize.

Perasso era arrivato, ma per il carico di palissandro si trattava di un altro pit stop.

Sul molo, sotto l’ululato del vento rabbioso, una banda di rudi camalli baccaglianti in vena di bestemmie si occupò del brusco atterraggio dei bancali.

Poi vi fu un altro trasbordo su due bisonti rossi con rimorchio che sfoggiavano la lucente scritta cromata 642N65R, posta di sbieco sui musi gentili.

I bestioni partirono ruggendo, tra sbuffi acri di nafta combusta, e giunsero a destinazione dopo un viaggio relativamente breve, inizialmente tutto sballottamenti causa curve. Lissone, Brianza, era il capolinea.

C’è chi, ispirato, da un informe blocco di pietra dà vita a una statua, e perciò vien detto artista. Forse che l’artigiano, che plasma rozze tavole di legno in mobili, vale di meno?

Non la pensava così Gioàn Viganò, mastro mobiliere dal viso duro e compatto come la materia che lavorava con mani potenti, svelte e precise. Un uomo semplice che aspirava a migliorarsi e per progetti importanti si appoggiava a Vittorio Dassi, disegnatore dalla matita sapiente, che più avanti avrebbero ribattezzato designer.

Quel palissandro brasiliano si sarebbe sottomesso docilmente alla maestria del Gioàn, per assumere nuove forme e affrontare una seconda vita.

Fu così che dalla macedonia artigegnatori, come definivano il loro duo affiatato, prese vita un gioiello ligneo: l’armadio intarsiato Dassi/(Viganò). Il resto della materia prima ebbe sorte ordinaria e finì in mobilio omologato.

L’opera non rimase a prender polvere in magazzeno, come diceva Gioàn. Venne acquistata da un potente esponente della ricca borghesia milanese, tale Luigi Crippa, come regalo per la casa del figlio maggiore Gaetano.

L’armadio passò parecchi anni nella spaziosa camera da letto, assistendo a sonni e veglie, a letture e amplessi, a litigi e rappacificazioni, sorbendosi perfino roboanti ronfamenti e i sotterranei gorgoglii dei borborigmi.

Purtroppo, giunse inesorabile il tempo della dismissione. Un bel giorno venne soppiantato da un meno raffinato ma più modaiolo rimpiazzo, e finì in conto vendita in un mercatino dell’usato. Lo comperò una coppia giovane, in vena di vintage.

Paolo e Chiara erano innamoratissimi, e sul letto di fronte fabbricarono due bambini che fortunatamente andarono poi a sfogare i loro estri in un’altra camera.

Ma in un week end estivo non fu Chiara a infilarsi sotto le lenzuola, bensì Susy, collega di Paolo. Gli uomini sono proprio stupidi. Per una occasionale mitragliata di orgasmi, Paolo si giocò il matrimonio. Chiara rimase nell’appartamento coi figli, ma decise di cambiare tutto l’arredamento.

Il venditore del nuovo mobilio, il sig. Pandolfi, si offrì di acquistare in blocco l’usato a un prezzo vergognoso. Chiara accettò, senza batter ciglio. Lui aveva i suoi giri, sapeva a chi affibbiare quella merce poco appetibile.

Ad esempio, alle Rsa, strutture in costante espansione che avevano bisogno di arredare i locali a costi sostenibili con mobili dignitosi, anche se démodé. Ce n’era una con cui faceva spesso affari, diretta da un certo dottor Parodi, uno sparagnino calvo e ingobbito che pagava sull’unghia.

L’armadio, tirato a lucido per aumentarne il valore, imboccò a ritroso il corso di un destino beffardo e si ritrovò in una stanza della Residenza “I pitosfori”, a Genova Nervi. Sotto altre spoglie, un tempo aveva conosciuto i moli salini e ventosi di quella città.

Ora, nella camera 12, vigilava dall’alto della sua grande stazza.

La scorza luccicante, pervasa da un mix di toni cupi e rossastri e lingue scure, emanava un fascino austero e rifletteva il meglio baciata dalla giusta luce.

Era un cinque ante monumentale che dominava senza imporsi, piantato su una quaterna di zampe modanate a treppiede; due centrali e due laterali: mastodontico per quell’ambiente ed esagerato per l’uso cui era destinato. Gli intarsi delle ante, inseriti in una pannellatura a rettangoli sovrapposti separati da strisce chiare, come dorate, gli donavano un tocco artistico. Dentro ogni rettangolo, a sinistra stava un fascio ordinato di intarsi a fibre scure verticali, accostate a un fascio simile ma ortogonale, che occupava la parte destra. Sulla faccia interna dell’anta centrale era applicato un alto specchio con una incipiente maculatura nera dovuta all’argento ossidato; dentro, quattro ripiani. Aprendo le due ante di sinistra appariva una ridondante cassettiera a otto cassetti con sopra due ripiani. Dentro le due ante di destra, una barra metallica orizzontale aggraffata alle pareti laterali, cui erano agganciati degli appendiabiti scompagnati, alcuni in legno chiaro e altri in plastica nera opaca; i quattro in filo d’acciaio ammucchiati all’estrema destra parevano scheletri uncinati.

Aveva voluto andarci quando ancora gli funzionavano gambe e cervello. Aria buona, più sole e meno pillole, con vista mare e palme tutte le mattine. Una mano santa per quel vecchio lungagnone dinoccolato, dagli occhi glauchi infossati e le spalle spioventi.

Una vita alla Banca Popolare, il ragionier Egidio Girardi, tra mutui, fidi, estratti conto e altre amenità. Ricordava gli ultimi clienti come ghepardi guardinghi che si avventuravano in selve ignote. Con lui si annusavano reciprocamente, senza voglia di allacciare un qualche rapporto che andasse oltre quello professionale.

Dopo la pensione, un rosario di anni vuoti, della serie copia-incolla. Egidio era proprio stufo, la Residenza “I pitosfori” se l’era meritata.

Come avrebbe detto sua madre buonanima, veneta di Campodarsego, era un vitasola; forse lì, nell’imbuto di tempo che gli rimaneva, una qualche amicizia l’avrebbe racimolata. Quella spallina militare, l’aveva scovata in fondo a un cassetto del grande armadio.

Dalle decorazioni sulla stoffa aveva immaginato che fosse appartenuta a uno di un certo rango. Ma Egidio non aveva prestato il servizio per insufficienza toracica, e in quanto a divise, gradi e gerarchie, non ci capiva una mazza. Gli piaceva accarezzarla con delicatezza, come fosse una creatura.

Era di fattura pregevole, con fili argento su sfondo nero. Il disegno rappresentava a sinistra un disco bianco marezzato da cui si dipartiva una serie di stringhe dello stesso colore intrecciate fra loro, per comporre un gioco ottico che non ne faceva indovinare inizio e fine. Al centro campeggiavano due ghiande contrapposte in verticale unite per i gambi in un punto da cui sbocciavano, protese a sinistra, tre rigogliose foglie di quercia, con le loro belle nervature.

Era solo un pezzo di panno infeltrito che emanava un odore stantio di muschio fracido, ma ogni tanto Egidio lo tirava fuori, se lo rigirava fra le mani e lo palpava con cura, apprezzandone la maschia ruvidezza. Fantasticava, e lasciava che l’immaginazione perforasse la spessa capotta che gravava sui suoi giorni grigi. Dopo, lo riponeva nel terzo cassetto, sopra le maglie pesanti.

Arrivarono nel tardo pomeriggio; il giovane davanti, il vecchio a ruota. Procedevano spediti, lungo il corridoio. “Stanza 12, eccola” disse il giovane ammiccando col capo, “c’è ancora il nome di quello prima, Girardi”. Il vecchio, un ometto ritto e secco con sopracciglia irsute a punta che sembrava volessero volare da qualche parte, esitava sulla porta, roteando lo sguardo smarrito. Entrarono. Trascinavano un valigione, un trolley e un carrellino di tela con motivo scozzese, per i libri. La stanza aveva un piccolo balcone, la porta finestra era aperta.

“Guarda che vista, papà!” Uscirono entrambi.

“A destra, laggiù, c’è la città; Punta Chiappa è a sinistra, dove finisce il golfo” disse, puntando il dito. “Una volta, se è bel tempo, mi fermo e facciamo una gita in battello a San Fruttuoso.”

Si girò verso il padre. “Ti ricordi l’abbazia dal mare… e la mamma che s’era beccata quell’ondata, era tutta fradicia!” Il vecchio non ascoltava, aveva gli occhi semichiusi e si sfregava il pizzetto candido con le nocche della mano destra.

“E la passeggiata al porticciolo puoi farla da solo, quando te la senti. Sai che ci metto niente a venirti a trovare con Marisa e i bambini? Da Assago a Nervi è un’ora e tre quarti: centocinquanta chilometri, tutta autostrada.”

Il vecchio, con una mano agguantata alla ringhiera celeste, a capo chino guardava in basso, irritato dalla nuova macchia bruna fiorita sulla pelle arida.

Sotto, il giardino stava assaporando gli ultimi raggi di un crepuscolo aranciato.

Appartato tra i palmizi, un uomo in divisa bianca monitorava con occhio vigile gli elefanti. Uno, pietrificato su una panchina; due, femmine, che strascicavano passi podagrosi; un altro in piedi coi gomiti appoggiati al parapetto, fissava un punto lontano. Quattro, in fondo a destra, giocavano a carte sotto il pergolato.

C’era anche il mare.

Rientrarono, cominciando il lavoro di occupazione della stanza.

Pirandello – Tutto il teatro – lo metto sullo scaffale al centro?” disse il figlio, indicando la piccola libreria a muro.

“Dove ti pare.”

Il giovane posò lo sguardo sull’armadio. “E quel catorcio? Se la tirano da resort e poi risparmiano sull’arredamento; dopo gliene dico quattro, al direttore.”

Il vecchio non fiatò, si avvicinò al mobile e prese a lisciare la pelle lustra della prima anta.

“È un armadio intarsiato anni ’50, disegno di Dassi. Tu sei nato a Milano, ma io a Lissone dopo la scuola andavo a dare una mano al Gioàn, l’artigiano che l’ha fatto, un artista. È in palissandro brasiliano, specie Dalbergia.” Accostò il naso al legno e aspirò avidamente, volgendo gli occhi verso l’alto. Trattenne per sé il respiro per qualche istante, poi disse: “Si sente ancora un profumo di rosa… un gran palissandro questo, ora non ce n’è quasi più, viene tutto dalla Nigeria. Ma là i taglialegna illegali saccheggiano le foreste per il mercato cinese. È come per le pinne dello squalo bianco.”

“Cioè?”

“Per i cinesi è una prelibatezza, ci fanno le zuppe. Per quattro scodelle di brodaglia vengono mutilati questi pesci che perdono l’orientamento e muoiono disperati; ormai sono in via d’estinzione.”

“Sono belle storie papà… ma ora vediamo di sistemare tutta ‘sta roba, se no fai tardi per la cena.”

Raggiunse il padre, aprì le prime due ante e si mise ad armeggiare, cristando con la cassettiera, e alla fine assestò un vigoroso scossone a un cassetto che non voleva saperne di scorrere. “Ecco cos’era l’intoppo” sbottò, e posò sul tavolo un piccolo oggetto.

“Una spallina, viene dalla divisa d’un soldato, credo.”

“Credi? Si vede che non hai fatto il militare a Cuneo, anzi da nessuna parte” ironizzò il vecchio, sapendo che il figlio non avrebbe capito la battuta, e aggiunse: “Dev’essere di un ufficiale. Nazista, direi. Reichsführer, come dicevamo noi, o Rechsmarschall, come dicevano loro, quelli della Wehrmacht.”

“Nazista? Ma Girardi, il nome sulla porta… aspetta, ci sono! Era un partigiano, e la spallina è un cimelio di guerra.”

“Magari avevano fatto amicizia, era un regalo” buttò lì il padre, con un sorriso smorzato.

Nel mentre entrò Sebastiano, l’infermiere anziano della Residenza, sulle braccia una pila di lindi asciugamani prelevati da un carrello parcheggiato nel corridoio. Li depose delicatamente sul letto. “Ah, vedo che s’è già ambientato, professore. C’è una vista da qui, uno spettacolo, e poi vedrà, siamo una famiglia.”

Dal giardino salivano voci concitate, erano quasi urla. L’infermiere uscì sul balcone, e dopo una breve ricognizione, rientrò. Scuotendo la testa, richiuse la porta finestra. “Due bambini, litigano sempre, non sono mica cattivi, eh. Alla fine, davanti a un bianchetto e a una sleppa di focaccia fanno pace, in fondo si vogliono bene. È una famiglia, professore, vedrà.”

Nell’uscire, sbirciando il tavolo, venne attratto dalla spallina e, continuando a fissarla, disse: “To’, e questa da dove salta fuori? Sarà stata del Gandolfo, poveretto… che brutta fine. Dicono che fosse bravo, come attore di teatro. L’aveva chiamato anche quel regista famoso, una volta me ne aveva parlato. Sì, Lizzani mi pare fosse il nome… per un film importante, sulla seconda guerra”. L’infermiere concesse una pausa d’attesa, ma non arrivò nessun commento.

“Boh, chissà? Allora, questo cencio lo buttiamo” e fece per afferrare la spallina. Il vecchio, con una rapidità inaspettata, gli bloccò il polso e gli disse, con voce risoluta: “Lasci stare, ci penso io”.

Heidi Kruger

Racconto di Nicolò Matina, primo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2025.

Pubblichiamo di seguito il testo vincitore per la sezione “Racconti” della quarta edizione del Premio Lo Spazio LetterarioHeidi Kruger di Nicolò Matina.


A E.

I.

Ho conosciuto Heidi Kruger che ancora ero bello, dicevo in giro di esser triste come si è tristi a ventidue anni, attraversavo la vita in orizzontale e non credevo alla morte.

Ho conosciuto Heidi Kruger quando seguivo le norme goliardiche di una classe media di vitelloni che legittimava con qualche citazione che assomigliasse a cultura la tendenza a scialacquare le ore in luoghi in cui le voci riuscivano a coprire efficacemente il cadenzato rintocco del conto alla rovescia che, alla fine, avrebbe reso i comodi punti di domanda in fondo ai nostri pensieri in a capo e a capo, in invii a buon rendere, in larghi spazi bianchi tra i paragrafi della nostra vita che nessuno avrebbe letto, anche per il fatto che io, quei paragrafi, non mi premuravo di scriverli.

Ho conosciuto Heidi Kruger, cioè l’ho vista per la prima volta, quando c’era il sole che sbatteva su un prato, eravamo in gruppo, Piacere Heidi, Heidi come la Heidi a cui le pecore fanno ciao?, Lo dicono tutti comunque sì ahah, e poi basta, l’interazione si è limitata a queste diciotto parole mormorate da me con sarcasmo e da lei con quella posa spavaldamente annoiata che fa impazzire i vitelloni di città.

Ho conosciuto Heidi Kruger su quel prato verdissimo e ci siamo scambiati le diciotto parole di cui sopra e basta, non le ho detto nemmeno il mio di nome, tanto se lo sarebbe dimenticato o avrebbe fatto finta di dimenticarselo perché funziona così, ricordarsi i nomi si può evitare. È stata tutto il pomeriggio a portata di sguardo, io fumavo e parlavo con sofisticata ironia, sempre coscienziosamente a ridere e a scherzare perché tutti sapevamo che in fondo la serietà è come scaccolarsi, una cosa goffa e privata, riservata alla sera in pigiama.

Heidi, che facevo finta di non sapere già si chiamasse Kruger nonostante l’avessi saputo perché era stata taggata da Marianna Schiavone in una storia di qualche giorno prima, in una foto in cui erano loro due, Heidi e Marianna, in una strada notturna milanese, bellissime che se Dio fosse uno studente d’accademia creerebbe gli angeli esattamente così, vestiti così, con quei tatuaggi, e se postasse una foto del suo set fotografico sui sette giorni di cosmogonia, sarebbe proprio quella; avevo visto quella foto durante la lezione di letteratura italiana, in una breve pausa in cui la professoressa si era alzata dalla cattedra, io avevo preso il telefono ed ero automaticamente finito a scorrere le storie su Instagram e la terza che ho visto, mi pare, era questa, e su Instagram sono rimasto tutti i restanti 45 minuti di lezione lasciando all’oblio le parole della professoressa; avevo aperto il profilo di Heidi Kruger ed avevo studiato la potenziale nuova musa della mia vita, tutti i contenuti in evidenza, i post suoi e quelli in cui era taggata e me ne ero innamorato, stavolta sul serio. Quindi si potrebbe dire che ho conosciuto Heidi Kruger qualche giorno prima di quando effettivamente ci siamo visti nella vita vera, su quell’erba un po’ secca e sotto quel cielo grigio, però la racconto meglio, tolgo le nuvole, innaffio il prato, e dimentico Instagram, se no non c’è poesia.

Ho conosciuto Heidi Kruger e non abbiamo praticamente parlato, e io ne ero innamorato e lo avevo già detto a tutti, soprattutto a Nerio Belmonte, il mio migliore amico si potrebbe dire, tanto eravamo tutti innamorati di Heidi Kruger sotto sotto. Avevo capito, da come parlava (in realtà dalla bio di Instagram, in cui c’erano le due bandierine, tedesca e italiana) che non era solo italiana ma anche tedesca e viveva a Milano perché sua madre è italiana, probabilmente si era trasferita tra il 2020 e il 2021, e lo posso dire perché le foto antecedenti a tale periodo avevano la caption in tedesco, poi da maggio 2021 erano in italiano, ma già le storie in evidenza di febbraio 2021 sono a Milano; che strano che in questi due anni io non l’abbia mai vista, pensavo mentre ero a lezione e la professoressa di letteratura spiegava le Operette Morali. Mentre, quando ero semisdraiato su quel prato, dopo essermi presentato a quella che con ogni probabilità sarebbe stata la donna della mia vita, pensavo ad una scusa per avvicinarmi, però non l’ho fatto, sono rimasto a lamentarmi con gli altri innamorati che erano lì con me e Nerio Belmonte, e io pensavo, come lo pensavano tutti, di essere il più innamorato.

Ho conosciuto Heidi Kruger ed ho pensato a lei per circa un giorno e mezzo dopo quelle diciotto parole così spiccicate, maldestramente ironiche, un giorno e mezzo in cui se passava una ragazza non mi innamoravo di botto così su due piedi, non ci sognavo una vita insieme come invece era accaduto all’incirca da quando avevo inviato per e-mail i moduli firmati per iscrivermi all’università, fino al momento in cui avevo incontrato Heidi Kruger per la prima volta. Quattro anni in cui mi sarò innamorato sì e no seicento volte, ovunque, in metro, in classe, in biblioteca, in treno, a casa, nei film, nei porno, su Instagram, su YouTube, su Pinterest e per strada. E in maniera del tutto equivalente, che fossero studentesse in giro o pornoattrici sullo schermo, mi davano fondati motivi per pensare per tutta la durata di quegli innamoramenti (di solito pochi minuti), che fosse un amore ricambiato.

Poi però bastava un pensiero e questi amori non mi sembravano più validi, e allora tentavo di prodigarmi in qualcos’altro che mi facesse sentire poeta, artista o musicista, da fuori forse un idiota, da dentro era tutto legittimo, tutto giusto (in realtà spesso anche da dentro mi sembravo un idiota). Mi rifornivo di motivi per cui sarei dovuto essere io il prescelto, chissà da chi, più o meno con lo stesso meccanismo di quei giochi a gettoni in cui devi sapientemente condurre un braccio meccanico per afferrare pupazzetti, palline, premi in generale, o, in questo contesto, ventenni. Per essere scelti bisognava avere qualcosa di cui parlare, un progetto, un’idea, un lavoro, qualcosa che innanzitutto allungasse i minuti prima del silenzio imbarazzante che inevitabilmente arriva in una qualsiasi conversazione, e che in secondo luogo proiettasse nella testa dell’interlocutrice un’immagine il più possibile stratificata e accattivante di te, ma bisognava anche ponderare le informazioni per mantenere una debita dose di mistero e non ritrovarsi senza assi nella manica in eventuali seconde occasioni. Si tentava cioè di passare il tempo evitando di osservare annoiati un muro bianco (o più probabilmente dei ritratti fotografici femminili su Instagram, che inevitabilmente conducevano i pensieri alle succitate carenze) e allo stesso tempo facendo cose che permettessero di costruire un’immagine funzionale di sé. Tuttavia, bisogna anche sapersi vendere abilmente, romanzando la propria vita per il gusto di avere qualcosa per cui vale la pena essere ascoltati. Io ci provavo senza riuscirci troppo bene, cioè non ero un camaleontico stratega capace di mutare maschere performative in base al contesto per raggiungere scaltramente la meta, bensì più probabilmente il mezzo sfigato a volte troppo silenzioso di cui si percepiva solo il desiderio di essere cool, senza grandi abilità oratorie.

Tutto questo per un giorno e mezzo, quasi due, non è successo, e ho pensato per questo giorno e mezzo quasi due ad Heidi Kruger e alla sua post-artistica e angelica figura entrata a gamba tesa nella mia vita attraverso una menzione su Instagram, o, volendo essere poetici, attraverso una colazione sull’erba.

Quella conviviale riunione bucolica è durata circa due ore e mezza, e se è vero che ogni due minuti guardavo Heidi Kruger, penso di averla guardata circa 75 volte, e di quelle 75 volte ho incrociato il suo sguardo 13 volte, il che mi assicurava un 20% di possibilità che fosse a sua volta innamorata di me come lo ero io. Il ragionamento ora che ci penso filava di più quando ero in treno con Nerio Belmonte per tornare a casa con in bocca il dolce e malinconico sapore di birra e tabacco. Tuttavia, dopo quel giorno e mezzo in cui ero così innamorato da essere giustificato a non studiare e a bivaccare fuori dalle biblioteche per parlottare di ironici argomenti con i sodali vitelloni per ore e ore senza sentirmi tutto sommato in colpa, il ricordo sbiadì, forse offuscato dai sogni, forse dai migliaia di input visivi che stimolano un qualsiasi essere umano occidentale che vive nel terzo millennio.

II.

Ho rivisto Heidi Kruger un paio di settimane dopo, l’ho vista di sera, meglio per la socialità, per la situazione costruita, per la situa, i vitelloni la chiamano così, consente le interazioni, a volte alcolicamente innaffiate, a volte no, in ogni caso la notte è giovane, lo dicono in tanti. Era ancora bella, in quelle due settimane non era invecchiata nemmeno un po’, così sono ricascato nel mulinello dell’innamoramento, inebriato da quel suo rossetto rosso, dalla vertiginosa esposizione della schiena, dai capelli, corti, affilati, che impedivano in qualsiasi modo che l’aria li muovesse, scurissimi, senza identità ma inconfondibili, indossati provocatoriamente come una sorta di diadema, conferma artefatta di naturale nobiltà.

Sono arrivato con i vitelloni tra cui Nerio Belmonte che era già abbastanza tardi, meta un circolino policulturale che proponeva ogni sera una musica diversa, effervescente laboratorio di variegati progetti teatrali, nonché locus philosophicus per eccellenza del centro-sud di Milano, arrivammo in macchina, belli e disperati, o forse brutti e annoiati, agghindati come un non so, magliette camicie pantaloni baggy pelle non pelle maglioncini orecchini collane, così tardi che gli altri erano già tutti ubriachi, era mercoledì sera, ed io, la prima cosa che vidi nella piazza su cui dava il circolo iperculturale, fu Heidi Kruger abbandonata tra le braccia di un vitellone (si dice che quel ragazzo ora viva per raccontare questa cosa alle 23 davanti al megacircolo galattico). In quel momento di sconfortante visione ho avuto l’idea non cool di voltarmi, e mi sono notato riflesso nella una vetrina di un negozio, e ho visto da fuori l’ordinario vitellone agghindato come un non so che ero io, quei pantaloni, la camicia, gli anelli, le collane, le magliette, gli occhiali da sole appoggiati sulla testa, quell’atteggiamento lontanamente decadente, inebriato un poco dal vino del preserata in macchina per essere carichi, un coglione ho pensato, e sono finito a contemplare impotente ogni minuscola stortura della mia condizione. Non andava bene che ci fosse una vetrina mezza illuminata che mi rifletteva. Sono rimasto incantato davanti a quella goffa chimera di convenzioni e mi è parso di vederla inginocchiarsi di fronte alle porte della verità, porte che assomigliavano alle labbra di quell’angelo che intanto era abbandonato tra le braccia di un altro, inconsapevole portatore di annichilenti epifanie, a volte è l’effetto di un innamoramento come questo, pensavo, e dopo qualche istante ho visto il riflesso rialzarsi e mostrarsi come conveniva fare, ma con i nervi del collo tirati e gli occhi sbarrati e le labbra tremanti.

Ho rivisto Heidi Kruger e stavo per soffocare dietro ad una strana compressione, ho chiuso gli occhi, e ho sussurrato, nel buio, un secondo prima di coprire la visione dietro alla condensa del bicchiere di vino, ho sussurrato prima di tornare a rispondere all’appello dei giudici, ho sussurrato in silenzio ma non troppo per farmi sentire, ho sussurrato in quell’istante di goffaggine improvvisa causata dall’infausta apparizione sulla via del policircolo megaculturale, ho sussurrato a qualcuno che ha visualizzato ma non ha risposto, ho sussurrato (rigorosamente citando): portatemi Dio, gli devo parlare.

Ho rivisto Heidi Kruger mentre stava con un altro e allora com’è nell’ordine delle cose un essere umano si sente rifiutato e si innamora ancora di più e io ripiombai in quel vortice di vacui sentimenti, e nel giro di una quarto d’ora lo sapeva tutta la piazza che io ero innamorato, diffondevo la voce, tanto anche gli altri vitelloni si erano reinnamorati, quindi stavamo in piedi con il vino rosso a disquisire di pene amorose, ma sempre con un sorriso di cera e una serie di divertentissime battute che allietavano la nostra piacevolissima e noiosissima serata. Alcuni vitelloni erano ubriachi, altri volevano esserlo ma non potevano, ma soprattutto Heidi Kruger era ubriaca, unica donna rimasta nel gruppo che gravitava intorno a noi vitelloni. Volteggiava tra la folla con elegantissima sgarbatezza, inciampava, gridava, si sedeva, si rialzava, con un bicchierino di gin liscio tra le mani, cui reagiva con un conato di sbocco ogni volta che lo assaggiava, chiunque per questo motivo sarebbe stato allontanato a male parole dai colti vitelloni, ma lei era Heidi Kruger. Se ne andava in giro con in grembo una cassa bluetooth ad alto volume che tentava di opporre quasi teneramente alla musica jazz che usciva dal minicircolino monoculturale. Qualcuno cantava nei circuiti elettronici sostenuti dalle braccia di Heidi Kruger fall in love again and again fall in love again and again

(Quella sera, si sarà capito, ho consolidato a quota diciotto le parole scambiate con Heidi Kruger, quindi, sulla via del ritorno, ho cercato rifugio in Zipper, l’app di incontri che fonda la sua politica comunicativa sulla questione app fatta per essere rimossa, con l’intento di trovare altre donne.

L’ho scaricata pensando che non fai in tempo a matchare con donna X e già hai un appuntamento con il parroco di una piccola Chiesa nelle colline in Toscana dove celebrerai il tuo matrimonio, al quale inviterai un centocinquanta persone, per fare le cose in piccolo. La cerimonia unirà tradizione e post-modernità, avvalendosi dei dispositivi rituali della cultura cattolica italiana, accostati però ad un afterparty berlinese, durante il quale un amico artista che nel tempo libero si è da poco reinventato dj per arrotondare, sciorinerà un paio d’ore di set tutto per voi.

Poco prima che nonne, zie e mamme se ne vadano a letto, di fianco alla moglie X con la quale hai matchato 5 anni prima, tu percuoterai gentilmente un cucchiaino d’argento sulla superficie di cristallo di un calice, e declamerai le vicende biografiche che ti hanno condotto a quel momento con quella persona. Racconterai di come quella donna tu l’abbia conosciuta su Zipper suscitando un breve momento di ilarità collettiva, ma poi renderai l’atmosfera più solenne, tralasciando l’ironia per pochi istanti, perché è un momento che merita serietà, e descriverai a tutti l’amore secondo te cos’è, magari ad un certo punto ci infilerai qualcosa come “non ho la verità sull’amore, ma so che io l’ho provato davvero con la donna di fianco a me”. Tuttavia, proprio nel momento in cui incrocerai lo sguardo con gli occhi orgogliosi di tuo padre (che in realtà fino a quel momento era stato silenziosamente deluso dalla tua strada professionale, ma quella volta in cui ti aveva visto tornare a casa ubriaco a 29 anni ti sembrerà di aver sentito “quando ti sposerai ti metterai a posto”) proprio nel momento in cui incrocerai gli occhi forse ora quindi orgogliosi di tuo padre, ti tornerà in mente il volto di donna Y, mettiamo, che non c’entra nulla con le colline toscane, che non vedi da saranno 10 anni ormai, che avevi dimenticato sul fondo di un sorso di vita mandato giù troppo in fretta, penserai a donna Y e ai due anni o qualcosa di meno trascorsi uno con il cuore dell’altro, uno con la mente dell’altro. Penserai che ancora prima di (come si chiamava?) Heidi Kruger, c’è stato un momento in cui non hai dovuto giocare a sembrare e fare delle cose per assoggettare quasi morbosamente un’anima, e tu non hai cercato dei modi d’essere per trovare in lei quella che ti avrebbe svuotato momentaneamente dei buchi neri. E forse in quel momento ti commuoverai pensando a donna Y, e di fianco a te ci sarà donna X pronta a consolarti, sicura che quelle lacrime siano per lei, e donna X asciugherà lacrime gelide versate per donna Y e tu proverai a dire così piano che neanche donna X nonostante la vicinanza non capirà (e sarai sicuro che invece donna Y avrebbe sentito) qualcosa di melenso, sentimentale, qualcosa come “ti amo”. Nulla di più falso.)

III.

La terza volta che ho incontrato Heidi Kruger è stato due settimane dopo, eravamo in un club. Mi ricordo ero con Nerio Belmonte in una sala in cui non si riusciva a respirare dalla gente che c’era. Era un club di quelli che sembrava un centro sociale, mettevano musica che faceva vibrare le pareti e dopo un po’ che ero dentro saranno state le due e mezza l’ho vista sotto cassa, naturalmente in prima fila, e in quel momento di dionisiaca lucidità ho pensato che fosse giunto il mio momento. Mi sono girato verso il mio sodale di danze notturne e gliel’ho indicata. Lui mi ha guardato ha detto vai, e io sono andato.

Nerio Belmonte vedeva la vita con pessimismo e simpatia, più o meno come me, quindi uscivamo insieme. Lui voleva fare un film da tutta la vita e ogni tanto mi guardava con un piccolo sorriso e diceva “potremmo metterlo nel nostro film”. Io in realtà non gli avevo mai detto che avrei fatto un film con lui. Quando stavo tentando di approcciare Heidi Kruger, lui si avvicinò al mio orecchio, con il piccolo sorriso (immagino, dato che in quel momento era buio e non l’ho visto) e ha detto lo metterò nel mio film (che mi ha turbato ma in quel momento mi è passato subito di mente).

Mi sono avvicinato a lei e quando mi ha visto l’ho salutata mantenendo un certo virile contegno.

Nerio Belmonte intanto rimaneva qualche fila dietro, da solo, e si muoveva in maniera sempre meno convinta, voleva smettere di ballare. Ha alzato lo sguardo, cercava una qualsiasi cosa che limitasse il turbinante dipanarsi dell’inconscio nelle distruttive frequenze della musica. Era il modo più veloce per riottenere una parvenza di controllo, qualunque cosa andava bene per essere guardata, l’importante è che fosse ferma. Ha trovato un bicchiere appoggiato su uno dei rialzi del pavimento che si può chiamare tavolino. Era un bicchiere di plastica trasparente delle dimensioni standard da drink, ancora mezzo pieno, ma il colore slavato del fluido e l’assenza totale di ghiaccio suggerivano che fosse lì da tempo ormai, lasciato da qualche distratto avventore. Nessuno lo avrebbe mai ripreso, sarebbe rimasto lì fino alla chiusura quando la persona incaricata di fare le pulizie sarebbe passata e senza pensarci avrebbe gettato il bicchiere e il contenuto nel largo sacchetto di plastica che teneva con una mano. Dopo essersi concentrato su un elemento così drammaticamente concreto, Nerio Belmonte ha interrotto i suoi movimenti.

Per smettere di ballare, quindi, è necessario attraversare una fase di limbo tra il movimento e la staticità, una fase in cui il corpo non balla né ancora sta fermo, ed è facile risultare goffi. La goffaggine è un concetto strano, è brutto risultare goffi. Io in quel momento dovevo stare attentissimo a non esserlo, e per qualche motivo me la cavavo. Dopo pochi minuti di assurda interazione di sguardi e gesti, Heidi Kruger si è avvicinata al mio orecchio e mi ha chiesto di uscire.

Uscimmo io e lei uno di fronte all’altro in piedi fuori da quel cubo di follia. Le offrii una sigaretta lei mi ringraziò mi guardò con due occhi di vetro. Ma poi fu un secondo. Sarà stato il modo in cui teneva in mano l’accendino, sarà stato il modo in cui ha spostato i capelli, sarà stato che per la prima volta le ero vicino, un soffio, un momento e al posto di Heidi Kruger vidi degli occhi acquosi, un naso con un foruncolo, una bocca rugosa arrossata da un pigmento argilloso. D’un tratto non ero più innamorato. Heidi Kruger lasciava il tempo che trovava, non nel senso d’uso, aveva oltrepassato la mia vita. Come sempre.

Ho alzato gli occhi pensando di vedere donna Y tra le stelle. Non c’era, ho guardato in basso ed ho visto accartocciato sulla panchina di fianco a noi un pezzo di plastica trasparente bruciacchiata ai bordi e giallognolo, forse la plastica che confeziona il pacchetto di sigarette, un portatessere, o forse qualcos’altro.

Presto mi staccherò da terra

Racconto di Caterina Villa, secondo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2024.

Pubblichiamo di seguito il testo terzo classificato per la sezione “Racconti” della terza edizione del Premio Lo Spazio Letterario: Presto mi staccherò da terra di Caterina Villa.


Un cappellino color panna, una tutina gialla e bianca, una verde. Due body di cotone così piccoli che non mi entrerebbe nemmeno un braccio. Aggiungo due mutande comode per me, di quelle senza cuciture, e un paio di calze elastiche. Mi servono per contenere l’esplosione dei capillari e delle vene che si sono dilatate negli anni, come fiori che non sanno smettere di sbocciare. Per ultime prendo le scarpette fatte all’uncinetto. Le ho ordinate su internet, dentro il pacco di cartone sembravano ancora più piccole, affogate in un mare di pezzi di polistirolo. Poso una mano sulla pancia, dove sento il peso della mia creatura, anche se lei non si muove mai. Immagino di toccare le sue dita minuscole. Le ho viste all’ultima ecografia, mentre sopra di me mio marito e la dottoressa confabulavano a bassa voce. Ho chiesto, le vedete. Non mi hanno risposto ma io le ho distinte chiaramente, tremolavano sullo schermo in bianco e nero come un ricordo mai morto.

Chiudo la zip. La borsa è color tortora, compatta. Me l’ha consigliata una commessa giovane con le labbra cariche di lucidalabbra. Ho passato la mano sul tessuto impermeabile, nelle infinite tasche e taschine. La prendo, ho detto alla fine e le unghie rosse con cui ha battuto il prezzo mi hanno fatto pensare alla bocca della mia creatura quando piangerà per chiamarmi. Cammino per la stanza mentre aspetto che mio marito venga a prendermi. Apro di nuovo l’armadio, è enorme e ricoperto di specchi; ricordo vagamente di averlo tanto desiderato in un tempo che adesso mi sembra appartenuto a un’altra donna. Abbiamo degli scomparti separati, io e mio marito. Qui i suoi completi, lì i miei vestiti. Uno scaffale è mio, uno è suo, uno mio e uno suo. Mi piego per raggiungere quello più basso. La pancia mi schiaccia la vescica, ma non è una sensazione spiacevole. Mi ricorda che finalmente sono piena fino all’orlo. Infilo le mani dietro i miei golf e afferro le tute, le magliette, le felpe. Le tiro fuori e le sparpaglio sul pavimento. Sono tutte piccolissime. In ginocchio, circondata dai vestiti che indosserà la mia creatura, sento che sto per schiudermi.

Se li vedesse mio marito li getterebbe via. Per questo li ho acquistati di nascosto e ho fatto a pezzi le loro buste grandi e colorate prima di farle sparire nei secchi in strada. Esito, poi li ripongo in fondo allo scaffale e chiudo l’armadio. Manca un’ultima cosa e per recuperarla devo andare nel ripostiglio e tirare fuori la scala. Faccio attenzione a mantenere i movimenti lenti, regolari. La serratura è vecchia, scatta a fatica. È quassù che ho relegato i vecchi album di fotografie, il cappotto blu che mia madre ha portato fino a che ha potuto, l’astuccio di stoffa in cui ho nascosto gli assorbenti inutili da quando ho smesso di sanguinare, ma che non volevo buttare. La scatola è lunga e stretta, sul coperchio il nome in lettere dorate di un negozio che non esiste più. Mi sento come se il mio corpo fosse troppo stretto per contenermi. Riscendo piano, i talloni nudi contro gli scalini gelati.

Apro la scatola e resto ferma a osservarla, acquattata sul suo letto di carta velina, le righe bianche e rosa strette come tagli di lametta. L’ho portata con me in ogni trasloco e l’ho riposta nei luoghi più bui che ho trovato. L’ho vista nei miei sogni e nelle mie preghiere così tante volte che non so contarle. Non l’ho mai indossata.

Mi sono sposata d’inverno come mia madre. Lei non ha voluto accompagnarmi all’altare, anche se mio padre non c’era più. Si era vestita a lutto, un buco nero spalancato nella navata, che risucchiava l’aria e lo spazio. Inghiottiva le note dell’organo. Mi son fissata le mani tutto il tempo. Il bouquet era di gigli. Sentivo freddo. La chiesa era enorme, le parole del sacerdote salivano verso l’alto e svanivano. Le ho dimenticate.

La camicia da notte me l’ha regalata qualche giorno dopo. È entrata nell’appartamento in cui ci eravamo appena trasferiti con la scatola davanti a sé, come uno scudo. Era mia, adesso è tua, mi ha detto, il cappotto ancora addosso. Ero la sua unica figlia femmina e da quando sono nata mi ha cresciuta con un amore impastato di ferocia che non aveva riservato ai miei fratelli. Mi aveva guardato sollevare il coperchio. Il fruscio della seta aveva riempito la stanza come un respiro. Poi si era mossa con uno scatto, le sue dita sulla mia pancia erano ghiacciate anche attraverso la lana del maglione. La camicia da notte mi era scivolata dalle mani, era caduta a terra. Devi riempirti o finirai col volare via, dai retta a me, ha detto, gli occhi azzurri e duri come le biglie per cui i miei fratelli litigavano da bambini.

Una fitta mi taglia il basso ventre. La voglia di ripiegarmi su me stessa fino a diventare un quadratino di carne è intatta, anche se il tempo ha invecchiato me e si è portato via lei. Mia madre ha indossato questa camicia da notte quando ha partorito me e i miei fratelli, e oggi finalmente sarò io a riempirla. La poso sopra le scarpette e richiudo la borsa.

Non me ne sono accorta subito. È cominciata con un gonfiore e una pesantezza che non sapevo definire. Poi hanno iniziato a stringermi troppo le calze, non sono più riuscita a entrare nei miei pantaloni preferiti. La consapevolezza mi si è posata sul fondo dei pensieri, come sabbia. Non ho avuto bisogno di test o di analisi e non mi è mai interessato sapere se fosse un maschio o una femmina. Non cambiava l’amore che già provavo. Ricordavo i racconti di amiche che avevano partorito ormai decenni prima, ma sentivo che la mia situazione era diversa. Si meritava delle regole nuove. Per esempio, non ho mai avuto la nausea. Qualche volta, la mattina dopo colazione, ho infilato due dita in gola per provare anche quello, ma poi mi ero sentita sporca, come se stessi sgualcendo un miracolo. Un pomeriggio ho guidato fino a un capannone in periferia. L’insegna diceva “vestiti per taglie forti”, e ho comprato di tutto: pantaloni, casacche, maglioni. Ci ho nascosto dentro il tesoro che mi dilatava. Non volevo che mio marito lo sapesse, non subito almeno. Siamo sposati da quarant’anni, ma non ha mai capito la mia paura di volare via. Non ha mai avvertito il terremoto che mi squassava con ogni perdita, con ogni test di gravidanza negativo. Non le ha mai sentite lui, le urla dei fantasmi che infestavano il mio utero vuoto. Ho custodito il mistero della mia creatura finché ho potuto. L’ho tenuta al riparo, anche quando faceva male, anche quando potevo sentirla scansare e schiacciare i miei organi. Non erano importanti. Non come lei. Le ho fatto ascoltare le mie canzoni preferite, le ho parlato di me; delle mani di mia madre sulle mie spalle, di come tiravano per farmi stare dritta; delle sue unghie perfette quando mi mostrava le foto del suo matrimonio. Ancora e ancora. Lei nel suo abito bianchissimo, il sorriso di mio padre come una ferita. Ho promesso alla mia creatura che non sarei stata come mia madre. Che l’avrei solo amata. Che non me ne sarei andata prima del tempo e con una manciata di parole amare in bocca. Due giorni fa sono andata al cimitero. C’era vento, nei vasi davanti alla tomba i fiori erano secchi, scricchiolavano. Lei mi ha guardato dalla foto di porcellana con il viso che aveva prima della malattia, gli occhi accesi. Non ho detto nulla, mi sono solo sbottonata il cappotto. Ho ruotato piano prima a sinistra e poi piano a destra per farle vedere bene cosa ero diventata.

Quando arriva, mio marito guarda sia me che la borsa. Hai preso una vestaglia, chiede. Io mi stringo nelle spalle. Ti servirà, insiste lui, hai sentito il dottore, rimarrai ricoverata per qualche giorno. Mi fissa dritto negli occhi. Dopo l’ultima visita mi ha detto: adesso ti devi operare. Io ho paura dell’anestesia, di cadere in un luogo da cui potrei non risalire, ma se è l’unico modo per far venire al mondo la mia creatura sono disposta anche a farmi tagliare a pezzi. Lui, figli, non ne ha mai veramente voluti. Non capisci, vorrei dirgli. Così rispondeva mia madre ogni volta che mettevo in discussione il modo in cui mi demoliva. Non capisci cosa vuol dire essere una madre, sibilava e le sue parole tagliavano e sigillavano insieme. Sono convinta che lo abbia pensato anche alla fine, quando me ne stavo in piedi accanto al suo letto, i miei fantasmi che ridevano. Seduta in macchina mi sento come se dentro di me tutto stesse prendendo una rincorsa; mi chiedo quanto sarà lungo il salto e dove atterrerò.

In ospedale mi fanno accomodare in camera. Ripongo nell’armadio la borsa e la vestaglia che mio marito mi ha costretto a portare. Mi siedo sul letto. Proprio davanti a me c’è un crocifisso. Ha le braccia sottili, allungate fino all’impossibile. Sento freddo anche se fuori c’è il sole. Mio marito entra ed esce dalla stanza. Oltre la porta socchiusa intravedo brandelli di camici. È sera quando mi portano dei fogli da firmare. La penna ha uno strano peso tra le mie dita. Cade, la raccolgono, me la rimettono in mano. Firmo e mi sembra che le spalle di mio marito tremino un po’. Corro in bagno e ho paura che, se non sto attenta, la mia creatura potrebbe scivolare giù con un tonfo. Passo la notte sveglia. La stanza mi sembra piena d’acqua densa, sporca e grigia. Cammino davanti alla finestra, il cielo è nero e senza fondo. Non so che ore sono ma a un certo punto tutto esplode di luci bianche e rosse, pulsano oltre il vetro. Lentamente realizzo che è un aereo, vicinissimo, seguo il suo cammino notturno verso l’aeroporto. Ne vedevo tanti da ragazzina, in spiaggia. Brillavano bianchi e azzurri come promesse mentre la sabbia mi cuoceva le piante dei piedi. Ricordo la pelle abbronzata di mio padre. Sei proprio una signorina, diceva, e io sedevo più dritta sulla sdraio, il seno che cominciava a spuntare e a farmi male sotto il costume. L’acqua si agita, poi recede. Mi sdraio a letto e penso agli aerei fino a che non arriva l’alba. Poi mi alzo, mi spoglio, nella luce bluastra la mia pelle è bianca e fredda come il ventre di un pesce. Indosso la camicia da notte e mi sembra che la seta bisbigli qualcosa, ma non afferro le parole. Mio marito arriva poco prima dei medici, mi abbraccia, inclina il corpo in modo da toccare la mia pancia il meno possibile.

Il letto scivola per i corridoi. Vorrei poter spiegare all’infermiere che mi accompagna che questo è il giorno in cui finalmente la mia vita avrà un senso, ma ho paura di dirlo ad alta voce. Resto sdraiata mentre il soffitto scorre veloce e poi piano sopra la mia testa.

Non so più aprire gli occhi, le palpebre sono come appiccicate. Mi prudono il naso, le guance, il collo, i polmoni, il cuore. Le mie mani sono lente e non riescono a grattare dappertutto. Le passo sulle labbra. Sento il rumore che fanno quando si spaccano. Una specie di sibilo. La bocca è un grosso sasso al centro del mio cranio. Dal seno in giù è come se mi avessero scavato dentro. In spiaggia io e i miei fratelli facevamo delle buche profondissime. Certi giorni immaginavo mia madre che inciampava e cadeva e cadeva, fino al centro della terra e oltre. Le mie palpebre si scollano piano. Una fessura grigia. Una macchia. Una parete. Il crocifisso. Vorrei girare la testa per non guardarlo ma ho il collo bloccato. In compenso, la pietra che avevo in bocca si è sciolta, è salata sulla lingua. Provo a muovere le gambe e le dita dei piedi, sono avvolte da qualcosa di fresco e di ruvido. In mezzo alle cosce ho un tizzone che brucia. Penso: la mia creatura. Ma le parole sono cadute nella buca sulla spiaggia. Dal fondo sale l’acqua di mare. Mio fratello minore urlava sempre quando iniziava a sgorgare.

Tengo la mano sospesa in aria davanti al mio viso. È viola e gialla e l’ago al centro sembra un insetto. Con un dito tocco la pelle, non fa male. Il mio collo si muove di nuovo, mi guardo intorno. Sono sola, sulla sedia c’è la giacca di mio marito, ma lui non è qui. Tiro su con il naso, non sento il suo odore. C’è solo un sentore di sangue e di qualcosa di denso, mi ricorda la pomata che spalmavo sulle piaghe di mia madre. Negli anni avevo perso il ricordo del suo corpo e l’ho ritrovato nel modo sbagliato. Infilo una mano sotto il lenzuolo. Il braccio si porta dietro dei tubi che fanno un suono di campanelle. I miei polpastrelli sono impacciati, si impigliano nella garza. È tutto piatto, non c’è più niente. Aiuto, penso, ma non so come dirlo. Le unghie grattano sul cerotto. Il dolore è secondario. Tasto e schiaccio. Stringo i denti. Mi sembra che dondolino nelle gengive.

Come si sente, chiede un’infermiera, avrà sì e no vent’anni. La pelle liscia e pallida, gli occhi grandi. Dov’è, chiedo io. Le sue sopracciglia sono molto folte, disordinate. Si torcono. Suo marito è al telefono, risponde. Non lui, ribatto io. Lei si affaccenda intorno alla flebo, si piega a terra, non riesco a vedere cosa fa. Tra poco passeranno a cambiare la sacca del drenaggio, dice. Parla troppo veloce. Vorrei afferrare le parole e rimettergliele in bocca. Insegnarle come si fa a parlare a modo, forse sua madre non l’ha fatto. Fosse stata figlia mia… Dov’è, chiedo di nuovo. Lei si stringe nelle spalle. Stia tranquilla, signora, l’anestesia lascia qualche strascico ma presto sarà come nuova, risponde, un sorriso le deforma la bocca. Non voglio essere nuova, voglio la mia creatura. È maschio o femmina? Forse questo non lo dico ad alta voce perché lei si gira, esce. Io infilo di nuovo le mani sotto il lenzuolo, gratto ma il cerotto tiene, sembra che l’abbiano fuso con la mia pelle. Mi chiedo come dirò al mio bambino che per farlo uscire mi hanno spaccata in due. Voglio chiamare il suo nome, ma non lo conosco. Ho tanto insistito con mio marito, lui, però, non mi ha mai dato retta. Eccolo che rientra. Voglio alzarmi, dico. Lui sospira. È presto, risponde. Dove lo hanno portato, chiedo e già sento sotto le dita la sua pelle. Ha i capelli, domando, perché mi sembra importante saperlo. Mio marito si passa una mano sulla faccia, le dita scendono e sembra che gli portino via gli occhi, le guance, i baffi. Devo chiamare qualcuno, chiede, la voce bassissima come il sibilo di una bestia nascosta. Sono la madre, devo vederlo, mormoro. Non c’è nessun bambino, dice e non guarda me ma il crocifisso con le sue braccia lunghissime, da mantide. L’ho pregato così tanto, così forte. È morto, chiedo a lui che però resta muto. Non c’è mai stato, dice mio marito e si alza, esce di nuovo dalla stanza. Mi sembra di essere rinchiusa in una capsula che mi sta portando più lontano dalla Terra ogni secondo che passa. Oltrepasso l’orbita del pianeta, ecco che è tutto spento e freddo.

Qualche ora più tardi arriva un dottore. Ha il camice immacolato. Socchiudo gli occhi perché tutto quel bianco graffia qualcosa dentro di me. Tutto bene signora, la massa era piuttosto importante ma l’abbiamo asportata integralmente, scandisce bene le parole che mi cadono addosso una dopo l’altra come sassi. Dov’è, chiedo. Lui si aggiusta gli occhiali sul naso, lancia un’occhiata a mio marito. So che l’ha portato dalla sua parte, chissà cosa gli ha raccontato. Al laboratorio del reparto di anatomia patologica, risponde e mi guarda come se fossi una cosa molto sbagliata da chiudere in un posto buio. Mio marito annuisce, mi fissa e allarga le braccia. Un gesto che chiede che vuoi di più, adesso ci credi. Ma io non ci credo. L’ho sentito. L’ho riconosciuto dopo una vita intera.

È notte. Cammino piano, curva in avanti. In una mano ho la busta del catetere e nell’altra quella del drenaggio. È piena di un liquido color marmellata di fragole. Il corridoio è in penombra. Mi appoggio al muro, alle porte chiuse delle altre stanze. Il dolore mi assale a ondate, come il mare della mia infanzia, ma non posso fermarmi. Entro nell’ascensore che inizia a scendere verso il piano interrato. Le porte si aprono su un silenzio denso. Niente pianti, né disegni o fiocchi sulle pareti. Ogni porta è contrassegnata da un cartellino, mi fermo davanti a tutti. Leggo con il naso appiccicato alla carta, le lettere mi si intrecciano davanti gli occhi. Le buste di sangue e di pipì mi pesano come macigni in fondo alle braccia. Accanto alla porta con su scritto “laboratorio di anatomia patologica” c’è una vetrata. Nella stanza hanno lasciato delle lampade accese, mandano una luce tenue che illumina lunghi tavoli. Un grumo bollente mi pesa in petto. Abbasso la maniglia. C’è un odore aspro nell’aria. Tutto è pulito e in ordine. In fondo alla stanza c’è un frigorifero. Mi sembra di essere precipitata in un luogo che non è di questo mondo, in una sacca silenziosa dove vengono esiliati quelli come me. Vuoti o svuotati. Tiro lo sportello del frigo, si apre con uno scatto. Al centro del secondo ripiano, dentro una vaschetta, c’è una massa rossa e marrone. Attaccata alla plastica c’è un’etichetta con il mio nome. Le buste mi scivolano via dalle dita. Il dolore è un tamburo che mi suona nelle ossa. Allungo le braccia, le mani mi tremano. Sollevo il coperchio. È gelido. Schiaccio la carne, la sposto. Cerco un occhio, un orecchio, una mano. So che ci sono, che li ho portati dentro. Le mie dita affondano. Non esce nemmeno il sangue. Voglio urlare ma non ci riesco. Stringo la massa che doveva essere il mio bambino. Il vuoto si dilata di nuovo nelle mie viscere. Presto mi staccherò da terra.

Lazzaro

Racconto di Alberto Bartolo Varsalona, secondo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2024.

Pubblichiamo di seguito il testo secondo classificato e con menzione speciale della giuria per la sezione “Racconti” della terza edizione del Premio Lo Spazio Letterario: Lazzaro di Alberto Bartolo Varsalona.


“εἶπαν οὖν οἱ µαθηταὶ αὐτῷ · Κύριε, εἰ κεκοίµηται σωθήσεται”
Gv 11,12

Fuoco era la statale, che amici e parenti s’erano portati botti e contro-botti da mezza Palermo: bombe, tuoni che facevano tremare le celle, sbarre e catene al Pagliarelli. Era da poco iniziato lo spettacolo d’artifici, di sbummichiate in su per il buio cielo, fuoco su fuochi, e lampi, e tagli come di tempesta, di malotempo verticale sull’immondo fiume Oreto, ove scorre non acqua, ma melma.

Gli ospiti dello stato si godevano, aggrappati alle sbarre delle finestre, la loro ospitata a intermittenza: per lo più la sua monotonia, fatta di mangiate e dormite e grascia e corpi uno sull’altro che non c’era più spazio, non ce n’era più di spazio – e che ci liberassero, pensavano, se non lo sanno manco loro dove infilarci. Ma l’ospitata statale era cosa sacra e non poteva essere negata, né rifiutata: solo nelle angustie, ristrettezze fisiche e morali, gli ospitati statali si educavano, s’affinavano a lima le animuzze penitenti: sottovoce s’inquisivano sul ferro del letto a castello – mi scusasse se ho fatto questo, se ho fatto quest’altro, mi scusasse: vero dico, non per finta, vero.

In questa cupa noia da confessionale, tra i rosari che il parroco aveva dato loro in pasto, come se avessero dovuto masticare le perline a mo’ di scaccio e semenza, la sorpresa era cosa assai gradita, fosse anche dilaniante e furiosa come quel gioco di fuoco. E durante lo spettacolo protratto di schizzi tambureggianti e astrali, d’immensi ventagli, pioggie d’oro e girasoli, i parenti davanti ai cancelli sul viale regione manco se li guardavano più, manco rivolgevano loro mezzo saluto, mezzo bacio schioccante, che avevano la testa rivolta al cielo, fattosi ora non di aria, ma di fuoco, e in quel cielo scorgevano strane cose e segni: facce, colpe: forse memorie.

Avevano fatto le cose per bene: era già passata una buona mezzora di botti, ma l’attesa masculiata, il rimbombo definitivo e assoluto, tardava ad alzarsi per l’aria. E sebbene lo spettacolo proseguisse, coi suoi frastuoni laceranti, quello se ne stava immobile e rannicchiato nel suo angolo di cella, che non ne voleva sapere niente di svegliarsi. Tutte le avevano provate e niente ci poteva: il picciotto dormiva di un sonno profondo, non di creatura morta, ma di entità in stallo: come se avesse spento, d’un tratto, il lumino della vita sua, fuocherello pentecostale sul cervello. Passava il giorno così, smuovendo la sua obliosa letargia a colpi di runfuliate, ora silenti e caute, ora graffianti, capaci di provocare trasalimenti ai compagni di cella, o alle guardie del corridoio. Non era un sonno tranquillo e pacificato, di lavoratore che si arricampa dopo aver buttato il sangue, ma dormita schifiata e umiliata, scaricata in brevi spasmi sulla faccia. Siciliano o maghrebino, nessuno sapeva da quale antro recondito del mondo fosse uscito fuori, che mica si ci poteva parlare, faccia a faccia, quattr’occhi, a chiedergli come ti chiami, da dove vieni: nessuno sapeva niente, né dentro né fuori dal carcere, come se fosse sfuggito per miracolo a qualunque autorità burocratica, infallibile domanda istituzionale, e pareva quasi che lo stato se lo tenesse sotto custodia giusto per fargliela scottare la strafottenza sua. Aveva la faccia smorfiosa e la pelle olivastra dei morti di fame, solo questo sapevano, che quello dormiva, runfuliava di bella.

«Lazzaro manco con le bombe si sveglia! Vai a sapere che si fumò…»

Divertito gridava agli altri Cusimano, sempre guardando l’aria infuocata, ed era come se parlasse alla notte. Il Pagliarelli scoppiava di gente, che a poco si dormiva uno sull’altro e le sezioni del carcere, i luoghi separati per reati, s’erano mescolati in un’oscena promiscuità di diversissime detenzioni: lo spaccino di borgata chiacchierava a lungo con l’ergastolano, il cravattaro col pluriomicida, tessendo una sapiente e fittissima rete di conoscenze che sempre s’andava slargando, di maestranze antiche e tecniche incrociate per eludere il braccio smorto della legge, della giustizia bendata con la bilancetta per pasta o pane – bracci obliqui, piatti dispari.

«Crack sarà stato, che per ora ai mercati scorre manco fosse acqua.» Rispose, fattosi serio, Gambino, che se li era visti morire tra le mani, tra spasmi e sussulti, alcuni picciotti, mentre a Lazzaro gli era finita di lusso, che dormiva beato. Non polvere bianchissima per nasi delicati di gente composta e incravattata, ma surrogato nauseabondo a sfasare ogni connessione, ogni recettore: lo scarto dello scarto svenduto, botta violenta che al primo scoppio di plastica salisse veloce, per poi stroncarsi, offuscando il mondo.

«Ma quando mai… Non ha niente il tunisino: sta meglio di tutti noialtri messi insieme, fresco e pettinato. Non lo vedete che ci sta prendendo per il culo? Se la ride, e ci scommette…»

Disse Spina seduto al tavolo da gioco dall’angolo più interno della cella, lì dove non arrivavano i lampi di colore, e Ferrante gli diede manforte, calando pesante briscola e pigliandosi ogni carta.

«L’abbiamo capita la pensata sua, che si fa ‘sta scenata, ‘sta farsa da teatro per farsi trasferire: all’Ucciardone si respira meglio che gira l’aria di mare. Viene il cuore che ce l’hanno a portata di mano, e s’arrifrescano anche solo col pensiero d’averla vicina. Per questo fa il teatrante…»

E nelle pause dilatate lasciavano intendere oscuri interessi e spietati tornaconti.

«Non gli fa giustizia ‘sta ‘ngiuria al malandrino. L’attore lo dobbiamo chiamare – altro che Lazzaro – grande e famoso attorone, che qualche volta ce lo vediamo spuntare in tivvù mentre si fa la sua parte, e runfulìa…»

«E magari la gente gli batte pure le mani!»

Era più forte di lui: ricercatissima scenata portava avanti il siciliano-maghrebino, coi suoi tratti di razza indistinta, che dormendo dormendo manco mangiava, tanto che si era disposto di far venire – quotidie – assistenti statali, convocati direttamente dal Palazzo della giustizia: sacerdoti di culti indicibili sulla vita, che d’urgenza con le loro pipette, coi loro sali minerali tentavano di alimentare quel corpicino olivastro che sul letto andava scomparendo, come se le ossa già prendessero curve forme, pieghe di lenzuola. Lazzaro aveva le vene già sfaldate sotto la pelle, infrante in sbocchi di sangue, rami bluverdi sul braccio, che gli assistenti manco potevano attaccare mezza flebo, mezza farfallina, e quindi si limitavano a bagnargli le labbra che la bocca l’aveva sigillata, e la vita sua pareva trascinarsi lungo la patina umida che varcava le gengive.

«Talè, talè che bravo: non ci può niente… non s’arrende…»

«Bella vita da magnaccio si fa Lazzaro, che non dà conto a nessuno e si fa le meglio dormite: servito e riverito che pare un barone. Scaltro è… scaltrissimo…»

Rinforzò Spina, ed ebbe un sussulto, un conato improvviso di vomito che gli fece salire la brodaglia della cena, quando per incerte e stranissime correnti la cella fu travolta da una zaffata stomachevole, e ciascuno smorfiando si tappò il naso, che il tanfo era insopportabile e li svuotava d’aria.

«Che è cretino Lazzaro che vuole il trasferimento? Da dove minchia parte ‘sto fiume disgraziato non si può capire…»

L’Oreto, il laido corso d’inafferrabili natali, scorreva col passo di una colata lavica, densissimo e melmoso, come se a monte fosse stato animato da soli scarti, soli detriti, o come se il medesimo fosse stato un arto incancrenito della campagna – Conca Ossidata. Di giorno in giorno si faceva sempre più lento, scrutando le forme delle rive, dei clivi che su di esso s’annegavano: s’ancorava alla terra per farsi terra; o quantomeno palude. Svogliato voleva forse arrestarsi definitivamente, e scontare la sua intossicazione di viscere, rigettando ogni cosa.

«Una volta pure un cavallo ci ho visto: mi taliò col muso locco e gli incisivi lunghi lunghi. All’inizio ci ridevo, poi no, che era morto e manco se ne scendeva: il fiume pareva tenerselo a galla per farmelo guardare. Tutto sminchiato… non aveva pace: sarà in mare adesso…»

Disse sottovoce Gambino, quasi a non volere rievocare – forma e colore – la morte violenta e animale, e ricevette prontissima la risposta di Spina, che pure logorandosi sempre nell’angolo più interno della cella, conosceva ogni movimento, in entrata e in uscita, ogni spiffero, parola detta o magari pensata dentro al carcere.

«Tutte cose là vanno a buttare; mica solo i cavalli: che fa, magari deve profumare? Pure le carte nostre, tutte quelle cose stampate – lo sanno loro, lo sanno, quello che c’è scritto – manco le guardano più, e le vanno a vurricare là sotto… come tanti cavalli…»

Se n’erano accorti subito i più acuti, che il fiume negli ultimi tempi s’era incartato, attuppato da stracci e cartacce: geroglifici consunti, alfabeti cifrati dai quali spiccavano nomi, e articoli, e commi, e anni. Raccolte le inutili carte, giornalmente, piccoli cortei di guardie giunti alle sue rive, gliele davano in pasto, come a volergli dare un contraccolpo micidiale, un’indigestione fatale: rutto inespresso alla divinità fluviale.

Scorrevano, incartapecoriti, anche i loro fantasmi anagrafici: Cusimano, e Gambino, e Spina, e Ferrante lambivano l’alveo in una poltiglia di dati improcessabili, ammuffiti lungo i fumi pestiferi che loro stessi dovevano sorbirsi, chiusi e stipati nelle loro celle – e soli brevi respiri tiravano, sui palmi della mani a serrare naso e bocca, come a voler sfuggire dalla frustata finale e cadaverosa.

«Questa giustizia me la chiamate? I giudici la ripassata delle nostre azioni se la possono fare al fiume, con qualche retino…»

Solo le generalità del dormiente, che mai s’erano indovinate, erano sfuggite del tutto a quella parola bendata, o forse il fiume le aveva da sempre occultate nel suo ventre di carcassa, intorno al suo cuore nervoso e affaticato che aveva precorso lo Stato; che aveva previsto Lazzaro stesso.

Tardava, tardava ancora il colpo definitivo, quasi non fosse stato nemmeno calcolato dai masculari, quasi non dovesse mai arrivare. E ogni rimbombo faceva tremare il busto da uccellino dei pelleliscia, figli e nipoti degli ospitati che i giochi d’artificio se li sentivano sul petto, sul cuore, e dovevano scaricare nella corsa quella energia trasmessa, imprevista e vigorosa, come volessero ripercorrere, in terra, quelle traiettorie colorate. Parevano ingestibili, che nessuno riusciva a farli stare composti, magari pigliandoseli mano e manuzza – saluta a papà, saluta al nonno e al bisnonno, allo zio, al trisavolo – invano ordinavano a strattoni i parenti maturi e maturati.

Pure loro lo conoscevano Lazzaro. Non l’avevano mai visto, eppure l’avevano scolpito in testa, tale e quale a com’era: così indistinto, così vago. Agli incontri con gli ospitati parentati, nei silenzi che a loro spettavano in quei momenti, quel nome avventuroso usciva sempre, sparlato e umiliato. Era un grande attore che le provava tutte per uscire, o quantomeno per farsi trasferire, e per lui facevano il tifo, chiedendo novità ai parenti, sperando di vederselo fuori e baciargli la mano: pure loro volevano scapparsene dalle zaffate dell’Oreto, dal malovento rifiutato, e sempre lo chiamavano da fuori, quasi servisse proprio lui per la loro fuga. Restavano i più sicuri, sempre saldissimi nelle loro opinioni: Lazzaro sarebbe uscito fuori, camminando fresco e profumato, senza alcuna benda.

«È mago e prestigiatore, mica se ne poteva scappare muto muto.

Vuole fare una cosa sistemata per noialtri che siamo il suo pubblico.» Disse un pelleliscia, parente diretto di un ospitato, che dei colloqui dentro al carcere ricordava solo il nome straniero del dormiente.

«Il nome suo, gridiamo il nome suo che esce!»

Suggerì un’altra pelleliscia, gracile gracile, con una voce squillante e luminosa: attendeva insieme a tutti gli altri un evento inesorabile, babbiando col mezzo sorriso sulle labbra.

Nei loro moti furiosi avevano occhi solo per il settore che s’era già fatto luogo di miti e di conti, di gesta straordinarie e prodigi: sapevano, sapevano bene che come arrivava la masculiata Lazzaro se ne usciva, magari volando, e con la pace della previsione guardavano dilatarsi, alimentarsi da sé, quel trionfo di miscele chimiche, di zinco arsenico antimonio rame in fiammate azzurre violette carminie, e anche se passavano i minuti, e le ore, e i mesi, mai volevano dormire, che il sangue gli bolliva, e pensando a Lazzaro, gli ribolliva, violento e smisurato: come se la vita, in lui inarcata, verticale s’alzasse in loro. Venivano colpiti in pieno dalle luci di nitrati, quasi che l’oro e l’argento potessero stendersi solo in quelle pelli lisce, e parevano dei lumini, sul lato degli orti infecondi, davanti i cancelli: un tappeto fitto di lumi smaniosi.

Non sapevano, non sapevano ancora delle botte e dei cappi, dei tagli sulle vene e dei ricoveri, delle cinture stese e legate al collo, giù come serpi. Non sapevano; e giocavano, inseguendosi sul largo viale, facendo vibrare l’immenso recinto di grate, quasi volessero violarlo: Lazzaro svegliati, gridavano al buio loro soli, Lazzaro vieni fuori.

Case in prossimità del raccordo anulare

Racconto di Alessandro Tesetti, primo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2024.

Pubblichiamo di seguito il testo vincitore per la sezione “Racconti” della terza edizione del Premio Lo Spazio Letterario: Case in prossimità del raccordo anulare di Alessandro Tesetti.


L’Istat rileva un’importante e non trascurabile congestione di case lungo il raccordo anulare che abbraccia la capitale. Le case si susseguono pochi metri di distanza l’una dall’altra, sono piuttosto simili: forma rettangolare, un’ottantina di metri quadri ogni appartamento, massimo tre piani.

Gli agenti immobiliari dichiarano che i tabagisti cercano case in prossimità delle strade ad alta velocità, dei balconi non gliene fotte proprio, nemmeno dei colori spenti o dell’intonaco ceduto, gli importa solo dell’adiacenza alle strade ad alta velocità, di ampie finestre dove affacciarsi. Io confermo, sono un fumatore immattito dal vizio, e mi piace vedere le macchine che scorrono e corrono sotto casa mia, però mi piace vederle più dal balcone che da un buco nel muro. Ho in affitto un appartamento al terzo piano, pago poco perché affaccia esattamente all’uscita dell’autostrada A1 Tor Vergata direzione Napoli. Le pareti non sono spesse, i vetri vibrano al soffio di vento poco incazzato, quando passano grossi tir o auto prestanti, la casa trema da far paura, la polvere pullula nei fasci di luce. Non ho mai pulito casa, ci pensano le macchine che passano, velocità che alza la polvere sbattendola flaccida e caotica e serpentina nei vari antri. Così come le sigarette mezzesbucciate collezionate in bilico sul davanzale, con le vibrazioni crollano giù, nel balcone al piano di sotto, e poi è compito dell’inquilino buttarle. Curiosità mia è verificare dove le butta, se di sotto con una scopa o le raccoglie in un sacchetto: quasi sempre di sotto con una scopa.

Siamo tutti diffidenti qui, ci salutiamo malamente quando affacciati, ognuno dai propri antri, ci mettiamo a fumare. Uno vorrebbe un po’ di intimità, mettersi a fumare senza altri cristiani, solo col raccordo anulare che abbiamo davanti e contare le macchine, le moto, i tir. L’inquilino di sotto sembra farlo apposta, appena mi sente, subito esce fuori a fumare. Non so che orecchie abbia, sente la rotella dell’accendino e s’affaccia, che dici, tutt’apposto? (solito esordio) io rispondo con un grugnito o con un sì. Lo so che vorrebbe parlare ma io non ne ho voglia, lui può parlare se vuole, sono io che non ho voglia di sentire la mia voce, di ascoltare la sua sì, può capitare. Ogni tanto si mette a raccontare dei suoi cazzi e scazzi: l’ex moglie che lo tradiva con suo fratello, lui che la tradiva con la cugina, il figlio che lavora a Mestre, le puttane che frequenta in Portonaccio, se ho voglia di farmi un giro pure io.

Ma io consumo la sigaretta, s’accumula la cenere all’estremità, faccio con la saliva una lunga stalattite e miro con l’intenzione di prenderlo in testa per poi risucchiare quand’è al limite. Mi parla senza guardarmi, e perciò non s’è mai accorto della stalattite, dovrebbe contorcere il collo, invece inchioda i gomiti sul parapetto e guarda dritto a sé: conta le macchina, le moto, i tir.

Gli psicologi studiano il motivo per il quale i residenti attorno al raccordo anulare pratichino con gran ferocia, delle volte unicamente, ossessivamemte, il sesso anale: ricevuto o donato.

Il mio caso non è, non stringo un corpo da anni. La notte prendo la macchina, faccio un giro completo del raccordo a centoventi, poi esco all’uscita Prenestina. Rallento e cerco le cosce che fanno per me, giro in fretta quando trovo quelle giuste. Accendo una sigaretta e gioco tra prima e seconda marcia, le puttane mi mandano a fanculo quando faccio le finte, perché rallento e pensano che mi stia per fermare, invece ci ripenso e vado via. Capita di voler ascoltare la loro voce, capita e non voglio altro. Allora mi fermo e abbasso il finestrino, cinquanta dicono, ed io non rispondo, cinquanta dicono, ed io non rispondo ancora una volta, non mi va di sentire la mia voce, ma la loro sì. Imprecano e mi danno dell’idiota, cazzo vuoi sei venuto a rompere i coglioni, noi qui stiamo lavorando, vattene via idiota. L’idioma è spesso dell’Europa del nordest o misto tra francese e inglese tipico di Lagos e Nigeria in generale, frasi scarne e rituali masticate in quel italiano-dialetto non imparato ma assorbito, udito e perciò ripetuto senza sede né sedimentazione: metto la prima e vado. Nello specchietto vedo un braccio alzarsi e una bocca spalancata senza voce. Non ho soldi, esco sempre senza soldi così da non avere il mezzo. La tentazione ce l’ho, non ho il mezzo, il fine sta a un passo da me con cosce che fanno per me e la bocca arrossettata, il mezzo è rimasto coscientemente a casa, in tasca non ho un centesimo. Una volta ad una di loro ho risposto, dopo il solito esordio (sempre soliti esordi, tutti noi parliamo per repertori), della bestemmia e dell’idiota: culo, dico, culo chiedo. Cento, fa lei, ma lo dice per meccanismo, l’espressione è incredula, sa di star perdendo tempo. Sorrido e non rispondo, metto la prima e un braccio alzato che fa sciò sciò stronzo. L’unica volta che ho ascoltato un’altra parola da quelle bocche arrossettate, il secondo step di quelle frasi rituali e scarne, emanate e non custodite.

Tre anni fa quando stringevo il corpo, non abitavo ancora qui e non ho mai avuto il desiderio di praticare sesso anale. Vorrei chiedere all’inquilino di sotto se ogni volta spende una piotta, perchè così dicono gli psicologi: vivere vicino al raccordo anulare provoca un aumento del desiderio rettale, ricevuto o donato; e magari è vero, perciò indago, ma non c’è questa confidenza, forse la prenderebbe a ridere, ma non mi va di sentirlo più amico ogni volta che ci affacciamo a fumare, gli uomini hanno questa cosa che si sentono più amici quando parlano di sesso, si sentono più amici quando parlano di violenza e aggressioni e bande e gruppi e misure e superiorità. Contorcebbe il collo per guardarmi e sarei costretto a guardarlo, nella verticalità che ci separa, non formare le stalattiti, perlomeno notare le fibre cutanee, le rughe faticose, la

contorsione. Quando poi gliel’ho chiesto, lui s’è fatto una bella risata, una risata talmente scenica che gli è caduta la cicca dalle mani, poi com’è suo solito s’è contorto dicendo ma quelle fanno così, tu ci devi giocare, quelle fanno così, ci provano, devono pur incassare, ti direi di venire con me, andiamo insieme, ti mostro come si fa, non più di venti per quello e cinquanta per l’altro, sennò come ci arrivo a fine mese, quando si rigira mirando e conteggiando le vetture, accende un’altra sigaretta e continua a ridere, di una risata davvero plateale. Provo a formare la bava ma non ho saliva.

Gli psicologi verificano un netto numero di onirismo notturno da parte dei residenti in prossimità del raccordo anulare preoccupante: nel sogno c’è il proprio corpo che gira su stesso senza fermarsi mai soffrendo di nausea sfibrante e poi una perdita d’equilibrio, la caduta e la morte.

Io come ho detto prima, la notte prendo la macchina e giro, il più delle volte fin quando non mi viene sonno e mi addormento alla guida. Allora cerco un parcheggio spoglio e dormo o continuo a guidare per vedere quello che succede. Non mi piace tornare a casa e provare a dormire, mi fa sentire solo e gli uomini hanno questa cosa che non sopportano sentirsi soli, e poi non dormo, che senso ha tornare a casa se poi non dormo. In macchina di sogni non ne faccio, il mio psicologo dice sia l’assopimento furioso imposto a sassate, quindi è normale non sognare; a non essere normale, dice, ma io non sono molto d’accordo, è addormentarsi in macchina.

Vado dallo psicologo che saranno dieci anni, ma lo frequento da molti anni addietro. Eravamo pischelli quando ci siamo conosciuti alla scuola di recitazione, il venerdì pomeriggio a Garbatella. Io facevo la parte del tossico e lui del matto, portavamo in scena Caligari, e nessuno capiva, eravamo davvero bravi ma nessuno capiva. Poi con l’università abbiamo smesso di recitare, io mi sono trasferito a Bologna per fare il Dams e lui è rimasto a Roma. Ha iniziato Medicina con l’idea di fare psicoanalisi poi, neanche un anno che s’è scocciato e ha virato in Psicologia, non gli interessava studiare il corpo umano ma solo la coccia, non più i matti ma gli stati dell’umore, le persone alle prese con le oscillazioni.

Essendo amici si prende meno soldi, quando le cose gli vanno bene non si prende niente. Evitiamo di uscire come una volta, non ci prendiamo una birra da anni, l’ultima volta è stata per confidarmi la morte di sua madre, e lo doveva fare evidentemente fuori da dove ci vediamo di solito e cioè fuori dal luogo di lavoro per non confondere o peggio scambiare i ruoli in cui siamo finiti e invischiati, non più amici ma medico e paziente. Ci incontriamo nel suo studio, un paio di domande di transizione, poi iniziamo. La mia disperazione è sempre più o meno la stessa[1], lui mi dà degli spunti ma non ho mai capito se è bravo. Di rivolgermi a qualcun altro non se ne parla, non ho soldi e poi vederlo è un modo per non perderlo. Forse sto meglio quando prendo la macchina e vado da lui, sto meglio nell’attesa dell’incontro che dura giorni e non arriva, mentre quell’oretta di monologo e breve dialogo a volte aiuta a volte no. Esco da lì e mi sento svuotato ma è la stessa sensazione del post coito, dura un attimo, la stessa sensazione di quando cerco quelle donne e interazione con esse ma poi mi mandano via. Ed io che continuo a dire al mio migliore amico, nonché disgraziatamente, psicologo, che mi voglio ammazzare quasi ad avvertirlo, e lui che mi dice: il motivo è l’oppressione artistica, devi scrivere cazzo, perché non scrivi, concentrati cazzo. Il turpiloquio è la linea sottile che smentisce i nostri ruoli, da medico-paziente ad amici, mi fa stare meglio. Ma forse non siamo più nemmeno amici, dovrei cambiare psicologo per tornare ad essere quello che eravamo, io il tossico e lui il matto in un teatro della Garbatella, io quello andato via, lui quello rimasto, a vederci finita la sessione, recuperare il tempo perduto. Allora provo a scrivere di notte in macchina l’inverno sui vetri appannati, come se il problema fosse il mezzo, il supporto: non la carta, non il computer, servono i vetri. Ci sono due personaggi che mi ossessionano, due ventenni sfaccendati che girano e girano, indaffarati dalla scimmia e dal morbo, li conosco benissimo, li ho perfettamente in testa come per ricordo, ma perché non mi parlano non lo so. Appena gli chiedo di aprire bocca non mi parlano. Poi il consiglio è stato scrivere di sesso, ma esce roba frettolosa e schematica, non possedere un corpo ma possedere il linguaggio, applicare il desiderio nel diverso e affine luogo-del-desiderio: devi desiderare, mi dice, tu non desideri, aspiri, vuoi, ambisci, rosichi ma non desideri diocane, corteggia e esci da questa situazione, desiderare un corpo, desiderare il linguaggio: tu non hai né l’uno né l’altro, è tutta qui la tua dispersione, poi perde la pazienza e non scaccia sillaba. Io so che reputa patetico tutto questo, facile da diradare espellere rimuovere disperdere, e anch’io m’incazzo e non scaccio sillaba, fargli capire che non è affatto facile non riuscire a scrivere più, patetico che continuiamo a vederci in questo studio solo per non abbandonarci: l’ora finisce e me ne torno a casa, quindi chiudo gli occhi e vedo quello che succede. Il raccordo anulare è deserto stasera e di cercare corpi proprio non ne ho voglia. Vedere le case in prossimità della strada è una sorta di uscita. Qualcuno è affacciato e mi chiedo chi, dal proprio veicolo, nota me che sto per sputare all’inquilino del piano di sotto. Ma non ne vale la pena pensarci, soprattutto a questa velocità, con gli occhi chiusi: questa non è un’uscita.


[1]  Il mio schifo di lavoro al catasto; voler scrivere sceneggiature la notte ma non stendere nemmeno un rigo; l’ossessione per il sesso senza praticarlo; il fascino del suicidio automobilistico.

Un altro nuovo mondo

Racconto di Roberto Pedotti.

Informe, senza nome, con tutti i nomi. 

«Agid Böhm, Germania. Luogo di nascita: Magdeburgo. Quindici anni di servizio. Dipartimento: astrofisica teorica. Famiglia: assente. Sei stato scelto per il quindicesimo lancio. Congratulazioni». Lo sguardo del rettore gli fa capire quanto sia importante per lui quest’ultima nomina.

L’anno è irrilevante, ma non lontano. L’umanità, sopravvissuta a ogni suo tentativo di uccidersi da sola, vede per la prima volta dall’Osservatorio di Greenwich qualcosa di ben strano: sette punti nel cielo, quasi contemporaneamente, brillano intensamente di una luce azzurrina, per poi dileguarsi nel firmamento. La squadra di astronomi che assiste all’evento la chiama convergenza, la definisce come una coincidenza, tra le infinite casualità dello spazio infinito. 

Ma il giorno dopo, altre ventiquattro stelle scompaiono. 

«Heat death», e mentre lo dice non gli sembra che esca alcun suono dalla bocca. Immagina invece di aver creato una bolla, ripiena di parole e significati: in tedesco quel termine ne ha così tanti

«Ma che bel bambino, come si chiama?»

«Agid. Agid, dài, di’ ciao alla signora».

Suo padre lo spinge in avanti dolcemente, gli strofina la nuca per rassicurarlo, ma Agid si mette le mani davanti alla bocca e corre a nascondersi dietro le sue gambe imponenti, grandi come la più grande quercia del mondo. Anni dopo, al liceo studia di Yggdrasil, l’albero mitico che tiene il mondo intero, e pensa alle gambe del padre, impiantate salde per terra. 

Kauer Böhm è sdraiato su un letto di ospedale. Non vede più – dice la dottoressa –, il tumore gli ha preso gli occhi. Papà sta morendo fra mura ingiallite. Papà che quando aveva avuto la varicella gli aveva regalato una piccola mappa del sistema solare ed era stato con lui tutto il tempo a raccontargli dei curiosi altri nuovi mondi che aspettavano dall’altra parte di esser scoperti. Papà che aveva sorriso sentendogli dire per la prima volta che voleva studiare le stelle, papà.

Agid pensa a Yggdrasil e alle sue gambe che non riesce più a vedere, fra le coperte pesanti, mentre gli carezza la barba incolta. Nella sua mente, là sotto le radici corrono a impiantarsi nelle fondamenta dell’ospedale e più in fondo ancora, fino ad arrivare al nocciolo della terra. 

Nocciolo. Nüss. Hasselnüss. Nocciola. Ed eccola davanti ai suoi occhi in mezzo alle figure informi, dove tutto cambia, il guscio scuro e lucido che riflette la luce (che luce? Da dove arriva questa luce?) E sembra, no, è la stessa che aveva gettato nel fiume con lei la notte che era partita. 

Il tonfo quando cade in acqua sembra coprire tutti gli altri rumori del bosco. Anche lei lo avverte, si guardano e senza capire perché ridono. 

Ha le labbra strette e le iridi verdi costellate di satelliti castani, che si illuminano di luce propria mentre gli parla di microbi e tardigradi e ambergris. Lui la guarda come se fosse un miracolo. Per un attimo non gli interessa nulla dello spazio, delle stringhe, delle stelle di neutrini, rivede l’enormità del tutto nella sua pelle liscia e scura e preferisce gettarsi in lei che in una navicella verso il vuoto, che in quel momento gli appare freddo, freddissimo. 

Quando si rivestono le chiede se è sicura di partire, spera non confessandolo in un suo ripensamento, ma lei risponde che è deciso, che ha già comprato il biglietto e che la sua vita la attende là, lontano, che oltreoceano ci sono cure sperimentali nuove, e che anche non fosse, ci sono tante piccole bellezze che deve ancora scoprire. Che vuole ancora scoprire.

Rialzandosi, ansima, ma non smette per un attimo di fissare Agid, come se stesse forzando il suo cervello a fotografare le sue borse sotto gli occhi, i lineamenti scavati e le cicatrici dell’acne, tutti i dettagli che lo rendono una persona, e non un’idea. Gli dice che è meglio così per entrambi, che se restasse lui non si dedicherebbe al suo obiettivo, toccare le stelle con mano. Racconta una storia che suona falsa ad entrambi, su come sia meglio andarsene quando c’è ancora amore. Gli carezza la guancia, gli lancia un’ultima occhiata, coi suoi occhi profondi e vasti, lo spazio fra due corpi celesti, lo stesso che lui sente sta per crearsi fra loro due .

 «Promettimi di dirmi cosa c’è al centro di tutto quando ci sarai arrivato».

Heat Death. 

E la nocciola si apre e al suo centro danza una fiamma ardente, ma più Agid la fissa, più tremola incerta. 

È su tutti gli schermi, su tutti i giornali. Heat death, la fine del ciclo del nostro universo, una serie di reazioni a catena che partono dalle sue estremità per arrivare al suo centro, nell’occhio. Ogni sole innesca una supernova, ingloba i pianeti circostanti per poi scomparire dalla mappa. In meno di venti giorni, quattrocentoventi sistemi solari vengono osservati estinguersi. 

Ma si calcolava che mancassero milioni di anni.

I calcoli erano sbagliati.

Tempo stimato perché succeda al sistema Helios: meno di due anni.

Possibilità di impedirlo:

Nessuna. 

La fiammella muore. Intorno tutto si fa buio, ma Agid lo sente muoversi ancora. Come scosse telluriche, sente che non ha ancora finito di vivere. Scalcia, ma manca poco, manca poco. 

Qualche ricco e potente crea delle capsule fatte per resistere al vuoto siderale, iper-reattive e dotate di ogni comfort. Dittatori, CEO e presidenti vengono avvistati catapultarsi oltre l’atmosfera senza alcun preavviso, puntini che veloci scompaiono e tornano al niente.

Ma il mondo non cade in preda al caos. Nelle città e nei paesi la gente si riunisce. Canta, gioca, ride, fa l’amore, si abbraccia. Questa volta tutti sanno che non c’è fuga, che il più forte farà la stessa fine del più debole, e si ama di più.

Accademie, istituzioni, governi si stringono in un ultimo interrogativo: le più grandi menti del pianeta si trovano per la prima volta nella storia a concordare sul fatto che prima della fine è necessario sapere cosa ci sia nell’Occhio dell’Universo, nel suo centro rovente. Lo chiamano Dio, il Tutto, il Nucleo Quantico delle possibilità, l’Uovo, ma il nome non importa più. I lavori per creare i veicoli da scagliare nel vuoto procedono veloci, velocissimi, perché chi lavora vuole aiutare a trovare l’ultima risposta e sacrifica tutto con mani sporche e felici.

Agid è fra i primi a iscriversi al programma, supera tutti gli esami con il massimo dei voti, pensando a suo padre e a lei, pensando che deve a loro ogni cosa, e non si risparmia.

«Agid Böhm, Germania. Luogo di nascita: Magdeburgo. Quindici anni di servizio. Dipartimento: astrofisica teorica. Famiglia: assente. 

«Sei stato scelto per il quindicesimo lancio».

Agid sta cadendo ma non esiste un terreno su cui atterrare. Sente il clamore dei balli sulla Terra e l’utero di sua madre morta durante il parto. Agid cade e continua a cadere, senza appigli

Salendo sulla rampa di lancio, vede Mark correre verso di lui. Incurante delle norme di sicurezza, strattona le guardie e il pubblico per avvicinarsi. 

«È morta, Agid. Erano anni che il cuore giocava a dadi con lei. Mi ha chiesto di ricordarti della promessa». E il cuore di Agid ora gioca a dadi con lui, si inabissa, ma non cambia rotta. I passi dentro la scatola in titanio e speranza non sono meno decisi. 

Quando si stacca da terra, la navicella è un pennello leggero, e traccia fra le nuvole i suoi occhi. 

I piedi di Agid, astrofisico e astronauta, non toccano terra, ma non sente più di stare precipitando. Le contrazioni intorno a lui si sono fatte più lente. Attorno, sagome aliene si mischiano a immagini familiari. Un letto di ospedale, una nocciola, un libro di mitologia nordica. 

È a metà strada, a migliaia di anni luce da casa, che una voce elettronica lo avverte:

«Attenzione. La massa di Helios ha superato il limite critico di stabilità. Collasso imminente».

Non la vede, Agid, la fine di tutto quel che ha conosciuto. Non riesce nemmeno a immaginare il sole, che in un agosto lontano brillava mentre lui correva con uno shuttle giocattolo in mano, rinchiudersi nella grandezza di una nocciola e poi esplodere in una luce bluastra, catturando nel suo abbraccio il golfo di Palermo, le montagne dell’Oklahoma, i boschi di Magdeburgo.

Mentre il computer urla, lui torna alle gambe del padre e agli occhi di lei, a Yggdrasil, le cui radici salde non possono cedere nemmeno davanti all’esplosione del sole.

E continua verso la meta. 

Tutto tace.

Agid si sorprende a udire il suo respiro all’interno del casco. Nel silenzio cosmico, suona come quello di un gigante risvegliatosi da un sonno lungo millenni. Lo trattiene per qualche secondo ma appena si accorge quanto sia spaventoso non avvertire niente, comincia a respirare angosciosamente. 

Agid iperventila, cade nel panico, si contorce al posto dell’Universo, forse credendo di starlo salvando, di starlo invitando a ballare con lui, a scuoterlo, a reagire. Ma l’universo è silente.

La navicella passa attraverso la polvere di sistemi consumati. Dallo schermo il pilota vede nastri di luce carezzare le pareti del vascello, avvista forme tetradimensionali fissarlo curiose, lingue di tenebra che si accoppiano con batteri impossibilmente enormi, meraviglie e terrori che non riesce a descrivere e che gli bucano la testa se tenta di concentrarsi. Tutti lo lasciano andare, e lui si racconta sia perché anche loro capiscono dove sta andando, si convince lo stiano incitando verso la meta, gli stiano dicendo che manca poco, ancora poco, scimmia col casco, sei quasi arrivata. 

E Agid, ultimo pilota, ultimo essere umano, scorge l’Occhio dell’Universo, distante e allo stesso tempo vicinissimo: è un buco rigonfio, solcato da fulmini solidi che si imprimono e si spezzano in altri multicolore, è un cerchio perfetto senza geometria, un punto minuscolo che avvolge l’orizzonte, un trucco ottico che rimane dopo averlo lasciato, porte del Paradiso e voragine infernale. 

Si dimena, Agid, primate di cromosoma XY, sente di non essere più del tutto vivo. 

È a quel punto che la nave si incrina. Le pareti si piegano, cambiano di materia, decadono, diventano di legno, poi di pietra, poi di leghe sconosciute e irreali, di colori nuovi ed estranei che si sfaldano e si ricompongono, e Agid avverte le ossa scricchiolare e gli occhi cuocere dentro le orbite, il cervello congelarsi, contrarsi ed espandersi toccando il cranio.

Agid sa di stare morendo, ma spinge i propulsori, la tuta, le gambe, la mente, spinge ogni cosa mentre perde il controllo lanciandosi verso l’orizzonte degli eventi e solo quando sa di essere oltre si abbandona alla presa dell’Occhio.

Agid si schianta contro il cielo. 

*

C’è della terra sotto il suo palmo. È umida e calda, e fili di erba dondolano in mezzo alle sue dita. 

Si alza, confuso. Ricorda di esser caduto e di aver volato, ricorda di essere morto. Si rende conto di esserlo in parte. 

L’odore di legno vecchio come il mondo invade le sue narici, e senza pensare al come, capisce dove si trova: sono i boschi attorno a Magdeburgo. Querce e faggi e salici piangenti lo accolgono a casa. Agid si toglie il casco, inspira. L’ossigeno non riciclato gli fa salire le lacrime agli occhi, ed è solo quando con il dorso del guanto le scosta che le vede tutto intorno a lui.

Fra i tronchi aleggiano migliaia di luci minuscole, ciascuna non più grossa di un granello di sabbia. Vorticano senza peso e si condensano in galassie delle dimensioni del suo volto.

«Sono meravigliose», e la sua voce ora echeggia fra gli alberi e non fa più paura. 

Corre Agid entusiasta a esplorare la mappa del cosmo, senza metodo e con un bisogno infantile, piange e le gocce si impigliano fra la polvere di stelle, e così non si rende conto che ai lati della foresta il bagliore si sta spegnendo, prima lentamente, poi senza pietà. 

Quando se ne accorge, impazzisce. Corre furioso a vedere le luci, tutte le luci, bestemmia e sa che il tempo è già scaduto.

Le afferra con più cura che può, le tiene accanto ai suoi occhi, ma ogni fiocco che gli muore davanti è minuto e splendido e terribile, troppo intricato perché possa capirlo in una vita che non ha già più. Le parti di un telaio impossibile si sgretolano in polvere fra i polpastrelli.

Agid Böhm, tedesco, nato a Magdeburgo, quindici anni di servizio, del dipartimento astrofisica teorica, ultima persona in vita, capisce meno adesso di quando era partito. Si mette le mani davanti alla bocca, ma non ha gambe imponenti dietro cui nascondersi. Sotto il terreno le radici di Yggdrasil, vecchie, stanche, hanno lasciato la presa. Rivede suo padre entrare in camera, in piena notte, per sedersi al lato del letto e sussurrargli che è tardi, che c’è tempo domani per leggere di tutte le stelle distanti, di spegnere la luce ora. Chiede a entrambi altro tempo, ancora un attimo, per favore.

Ma la foresta non ha orecchie per ascoltare, e resta una fiamma solitaria accanto al fiume. Oltre, non c’è più nulla.

Così, Agid si appoggia al tronco che sa esser lo stesso vicino al quale con lei aveva fatto l’amore, e si accascia. 

Nel momento in cui l’ultimo tizzone si spegne, chiude gli occhi, e quasi gli sembra di sentire qualcuno accanto, col viso poggiato sull’incavo della spalla. 

Un fascio di nervi brilla in un’ultima striscia di messaggi, simile al calore di una carezza alla guancia, a una mano strofinata sulla nuca. Un rumore di foglie toccate dal vento attraversa le tenebre.

E una costellazione di immagini implode ai margini del cervello. Le illustrazioni di un libro mutano nelle radici di un albero nascoste da lenzuola d’ospedale. Labbra strette in un sorriso triste si affiancano a satelliti castani trasformati in cenere. Le dita di un bambino mentre tentano di afferrare il cielo dipinto sul soffitto di camera sua.

Agid tende qualcosa, le ultime sinapsi che restano gli suggeriscono “mano”, anche se mani non ne ha più, prova a raggiungerlo ancora una volta.

Poi la lascia andare.

Agid non aprirà mai più gli occhi, eppure vede chiaramente la nocciola sul fondo del fiume,

il seme del prossimo Yggdrasil.

Agid vede.

Lo vede.

Un altro nuovo mondo, sbocciato nel solco del vecchio.


Roberto Pedotti è insegnante, traduttore e giornalista. Scrive poesie e racconti, e cerca di trovare le poche giuste parole con cui esprimersi (spesso fallendo). Adora le incomprensioni e gli anagrammi, e infatti online lo si trova come @orbiteprodotte.

Sole nero

Racconto di Martina Faedda.

La spiaggia era coperta di ciottoli, si facevano via via sempre più piccoli fino a diventare sabbia dentro all’acqua. Antonio e Francesco giocavano a pallone sulla battigia, con i piedi scalzi e i calzoni arrotolati sulle caviglie; intanto Aurora e Camilla avevano sparso barbies e altre bamboline tra le pietre. Le loro madri, poco distanti, prendevano i primi raggi del sole primaverile senza perderli di vista. Mentre Camilla le mostrava tutti i vestitini di ricambio che aveva ricevuto per il compleanno, Aurora guardava il fratello in lontananza.
“Anche io voglio mettere i piedi in acqua”, disse.
A Camilla però non andava. “Mi dà fastidio la sabbia che si appiccica tra le dita quando mi rimetto le scarpe.”
“Allora chiediamo se vengono a giocare a palla con noi, senza bagnarci i piedi.”
“Non possiamo giocare con le bambole? Io mi vergogno, non sono brava a calcio.”
“Dai, mi annoio.”
Camilla sbuffò.
“Uffa. Va bene”.
Le due bambine si diressero verso i rispettivi fratelli, lasciando le madri a recuperare tutti i giochi mollati in giro. La tramontana accarezzava loro le guance arrossate dal sole.

“Sai che se hai bisogno puoi chiamarmi quando vuoi, vero?”
“Grazie. Sarà strano tornare a lavoro e non passare più tutto questo tempo con loro.” disse Rachele, la mamma di Aurora e Antonio, voltandosi a guardare le teste bionde dei suoi figli che giocavano insieme agli amici. I riflessi tra i loro capelli cominciavano a schiarirsi in primavera, per diventare quasi bianchi a fine estate. Lei era più scura, li avevano presi dal papà.
“Però ne hai bisogno. Devi riprendere a fare qualcosa per te.”
“Lo so.”
“Loro come stanno reagendo?”
“Non malissimo. Aurora fa un po’ più fatica. Non vuole andare a dormire, fa gli incubi, la pipì a letto. Mi sveglia quasi ogni notte.”
“Ha cinque anni, penso sia normale, vista la situazione.”
“Può darsi.”
Rimasero in silenzio qualche secondo, una nuvola solitaria aveva coperto i raggi del sole.
“E Antonio?”
“Lui va meglio, però è molto nervoso. Sua sorella lo infastidisce, prima di venire a svegliare me prova a mettersi nel suo letto come quando erano più piccoli. Tre anni di differenza non sono così pochi. Sto pensando di dividerli in due stanze.”
“Aurora non la prenderebbe male?”
La conversazione fu interrotta bruscamente da un grido acuto che si tramutò immediatamente in singhiozzi. Aurora era per terra sui ciottoli che piangeva, mentre Camilla cercava di consolarla.
“Che è successo?” domandò Rachele spazientita.
Aurora si strofinò via le lacrime dagli occhi con il dorso della mano. “Antonio mi ha spinta!”
“Sei una lagna.” Si lamentò il ragazzino. “Stavo solo riprendendo la palla, non l’ho spinta giuro.”
La madre la afferrò da sotto le ascelle e la tirò in piedi, poi le pulì la gonna blu dalla polvere dei sassi con delle brusche manate. “Dai, non è successo niente” disse Antonio alla sorella, a voce più bassa. La bambina tirò su col naso e fece cenno di sì con il capo.
La madre di Camilla e Francesco li raggiunse e propose di andare a prendere il gelato, lanciando un’occhiata di complicità a Rachele. Tutti i bambini acconsentirono felici, specialmente Aurora, che si era già dimenticata dell’accaduto e sorrideva entusiasta, con le ciglia ancora appiccicate l’una all’altra per le lacrime.
“Grazie” disse Rachele, seguendo i bambini che correvano verso la gelateria.

Il giorno dopo, Aurora e Camilla erano sedute in due seggioline verdi al tavolo dell’asilo e coloravano concentrate sui loro disegni. Nel foglio di Aurora, quattro figure stilizzate giocavano a palla: una mamma, un papà, e due più piccole coi capelli dello stesso giallo del sole, il cerchio nell’angolo in alto a sinistra. In quello di Camilla, invece, due bambini si tenevano per mano, le braccia due righe rosa e la mano un unico pallino. Camilla finì di disegnare il cielo, un rettangolo azzurro in tutto il confine superiore del foglio, poi si alzò, si diresse verso la cattedra della maestra e le mostrò il disegno. Dopo qualche secondo tornò trionfante dall’amica e glielo porse.
“Lo puoi dare ad Antonio? Glielo regalo”, disse Camilla, sventolando il foglio.
Aurora prese il disegno. “Perché lo vuoi regalare a mio fratello?” chiese stizzita.
“Perché lo amo e voglio che diventiamo fidanzati.”
“Ma lui è grande, ha otto anni!”
“Anche mio papà è più grande di mia mamma.”
Aurora infilò il foglio nel suo zainetto, spiegazzandolo.
“Così lo rovini!”
“Tanto è bruttissimo.”
Gli occhi di Camilla si fecero umidi. “Antipatica”, sbottò, e corse dalle altre bambine che giocavano con gli animali di plastica nel morbido tappeto dell’aula.
Aurora rimasta sola guardò il suo disegno, che ancora doveva finire di colorare. Le quattro figure avevano gli stecchetti delle braccia protesi verso la palla, che sospesa per aria sembrava un altro sole, nero, al centro del cielo, proprio sopra la testa del padre.

Quella sera, dopo cena, Antonio giocava al game boy sul divano e Aurora era seduta per terra davanti a lui che guardava la televisione. Rachele, in cucina, preparava le loro merende per il giorno seguente.
Aurora si alzò e andò a sedersi vicino al fratello, poi si protese sopra la sua spalla per vedere meglio lo schermo.
“Posso giocare con te?” chiese dopo un po’. Il fratello annuì senza distogliere lo sguardo dallo schermo. “Appena perdo ti faccio fare una partita.”
L’omino vestito di rosso correva in avanti saltando gli ostacoli e i mostri che arrivavano in direzione opposta. Saltò su dei mattoncini sospesi in aria, poi di nuovo giù e riprese a correre, fino a che un salto sbagliato non lo fece schiantare contro un nemico e il gioco si interruppe.
“Tocca a me!” disse Aurora.
“No, non ho proprio perso, sono solo tornato indietro, ora ricomincia.”
“Non è vero, hai perso, hai detto che potevo giocare!”
“Anto, falle fare una partita, dài” ordinò la madre entrando nella stanza.
“Appena perdo la faccio giocare” sbuffò lui.
Rachele sistemò le merende dentro i loro zainetti e trovò in quello di Aurora il disegno. “Che bello questo disegno. Chi sono?”
“Siamo io e Anto, l’ho fatto per lui.”
La madre la guardò sorpresa. “E perché ti sei disegnata coi capelli scuri?”

“Così.”
Rachele voltò il foglio. Sul retro del disegno la maestra aveva scritto la data e una dedica: Per Antonio da Camilla.
Il videogioco tra le mani di Antonio strombazzò in segno di game over e lui lo passò alla sorella.
“Sei sicura che l’hai fatto tu questo?” continuò Rachele.
Aurora nascose lo sguardo nello schermo, senza rispondere.
Antonio si alzò e andò dalla madre. “C’è scritto che l’ha fatto Camilla! Sei una bugiarda” disse correndo nuovamente sul divano e strappando il gioco di mano alla sorella.
“Cosa ti importa?” gli urlò Aurora, con gli occhi pieni di lacrime, a pochi centimetri dalla faccia.
La madre si avvicinò e alzò la voce per richiamare la loro attenzione. “Basta. Smettetela subito. Aurora, non si dicono le bugie!”
La bambina cominciò a singhiozzare e ansimare, le lacrime le si rovesciavano copiose sulle guance.
“Aurora, basta piangere.”
La bambina si alzò dal divano e corse fuori dalla stanza, sbattendosi la porta del salone alle spalle. Rachele la seguì fino alla cameretta. Era sdraiata nel suo lettino con tutte le luci spente e la trapunta di Winnie the Pooh tirata fin sopra la testa. “Posso?” le chiese sulla soglia.
“No. Vattene via!” rispose la bambina, con la voce ovattata dalle coperte.
“Aurora, stai facendo i capricci. Si vede che sei stanca, almeno stanotte dormirai. Buonanotte.”
La bambina non rispose e la madre uscì. 

Poco dopo Antonio entrò nella stanza e si infilò nel suo letto, appoggiato alla parete opposta di quello della sorella. Aurora, ancora rifugiata, singhiozzava flebilmente.

“Auri? Sei sveglia?”
“Sì.”
Antonio accese una luce.
“Perché hai rubato il disegno di Camilla?”
“Perché non voglio che vuoi più bene a lei.”
“Ma io mica le voglio bene. È lei che ha fatto un disegno per me, non io.”
“Non mi importa, non voglio che ti faccia i disegni.”
“Tanto era bruttissimo.”
Aurora si scoprì la testa, ridacchiando. “È vero.”
“I tuoi disegni mi piacciono molto di più.”
“Domani finisco di colorare il mio e te lo porto.”
“Va bene. Buonanotte Auri.”
“Buonanotte Anto.”
Antonio spense l’abat-jour sul suo comodino. Dopo qualche secondo sentì nuovamente la voce della sorella, che lo chiamava.
“Anto?” sussurrò lei.
“Dimmi Auri.”
“Posso venire nel letto con te?”
Lui sospirò “Va bene, ma solo questa volta.”
Le fece spazio tra le coperte mentre lei si incastrava dentro al lettino per bambini dove in due, ormai, stavano stretti.

Galassie

Racconto di Deborah Guarnieri.

La catenina d’oro che suo padre portava al collo al momento dell’incidente la madre gliel’aveva infilata nella borsa in camera mortuaria, poco dopo che il medico di famiglia le aveva infilato nella stessa borsa un flaconcino di gocce che la sua migliore amica aveva definito non proprio omeopatiche. Avrebbe potuto girarla due volte attorno alla caviglia per farci una cavigliera, tre volte attorno al polso per farci un braccialetto, ma aveva preferito conservare la catenina lì, sul fondo della borsa.

Per la città era un periodo brutale, la violenza assopita si risvegliava ciclicamente, si sollevava dall’asfalto come il miasma di una pestilenza. Si finiva accoltellati sul viale per una carta di credito o per goliardia. Ogni volta assumeva una forma diversa e quella era la volta dei coltelli e del sangue. Accadeva di notte quindi si scoraggiava la vita notturna. Questa, l’unica misura adottata. Per lei non era un problema, per lei non era un problema niente. Lei ora la notte dormiva. Usciva per comprare le gocce, usciva per andare dalla psichiatra a farsi prescrivere altre gocce. Dal fondo della borsa la catenina la fissava con occhi di biscia.

Sperimentava da settimane, testava una quantità sempre differente, guardava le meduse dissolversi nell’acqua poi andava a rannicchiarsi sul letto, sopra il lenzuolo, aspettava che l’intonaco bianco del muro si espandesse in uno spazio infinito intorno al suo corpo, una nuvola di ovatta che la avvolgeva al punto che non vedeva più niente se non quel bianco accecante. Prima di ogni nuova prescrizione la psichiatra le domandava a cosa pensasse durante quei pomeriggi che trascorreva distesa e lei rispondeva: a niente, mangiava il minimo essenziale perché l’annebbiamento non si dissipasse, perché la nuvola di ovatta al massimo si sfilacciasse. Dalla finestra della cucina osservava la luce assumere il colore e la consistenza dell’albume dell’uovo, appollaiarsi sui rami addensata in blocchi cubici. Si accorgeva del calo dell’effetto dal sopraggiungere di una visione, un tunnel, lei camminava in questo tunnel, doveva essere un tunnel lunghissimo perché le pareti non convergevano mai verso l’occhio giallo dell’uscita. Mentre vagava in quella foschia lo aveva incontrato, lui era nero, tutto nero, le iridi nere si confondevano con le pupille. Si erano guardati e si erano riconosciuti, si erano visti attraverso immediatamente; toccandosi, avevano trovato conferme. Insieme si sarebbero saziati. Insieme sarebbero stati invincibili.

Mangiavano caramelle schifose perché i denti non si sarebbero cariati, non dormivano perché non avrebbero sentito stanchezza. Lei non era tornata più a casa, non aveva più bisogno di una casa. Fumavano e i polmoni non sarebbero anneriti, fumavano in continuazione e se la passavano, se la poggiavano l’un l’altro sulle labbra, sputandosi nella bocca si scambiavano la saliva. Si fermava a scrutarlo per cercare di capire se le piacesse davvero la sua faccia, ma non era la bellezza del corpo, qualche pura simmetria a ispirarli; era il fatto che la sua figa fosse piccola e calda e il suo cazzo sempre duro, che le mani di lui, prima o poi, dovessero ritrovare le sue cosce, quelle mani grandi che le lasciavano galassie nere verdi e viola, quelle mani grandi che la picchiavano e quel cazzo duro che la fotteva fino allo stremo, fino a quando non restava che il suo involucro da usare, mentre lei trapassava, si elevava in quello stato beato della semi-incoscienza.

Si erano stabiliti in un buco di quaranta metri quadri con poche finestre non esposte a est, frigido come uno scantinato, avevano preso a uscire soltanto di notte perché la luce non guastasse il loro ordine. Il giorno impone le proprie leggi mentre la notte si può plasmare. Si addormentavano, non era cosa voluta ma una conseguenza, l’apice dell’amplesso e della perdita di coscienza, lo facevano per ore, le sue mani sul torace, tutto il suo peso premuto sul torace, quando lei rinveniva, se faceva buio, uscivano, vagavano per la città perché i piedi non avrebbero fatto male, i calli non sarebbero spuntati, anche se lei portava sempre stivaletti con il tacco quadrato, i piedi non facevano mai male.

Più volte era successo che, tornati a casa, lei sfilasse lo stivaletto e trovasse il sangue. Sangue secco impregnava le calze e la pelle intorno alle unghie. Era sempre il piede sinistro a sanguinare. Dopo le botte, le galassie nere verdi e viola comparivano a sinistra, dopo le sberle era l’occhio sinistro ad andare, per un istante, fuori fuoco. Ricordava una visita dal ginecologo, poco dopo averlo conosciuto, crampi da sudori freddi l’avevano assalita all’inguine sinistro, e giù per tutta la gamba sinistra, il ginecologo le aveva infilato la sonda e le aveva comunicato che a ovulare era stato il suo ovaio sinistro. Il male si insinua sempre a sinistra. La destra è di Dio.

A tratti la folgorava il pensiero che stesse succedendo qualcosa alla sua parte sinistra ma lo ignorava. Se fossero rimasti insieme lei non sarebbe marcita. Era tornata a vedere i colori, grazie a lui, grazie a loro insieme vedeva a colori e non più il bianco accecante, e non più il tunnel. I colori della notte e delle galassie non la ferivano, non erano invadenti, squillanti, la notte nella città era nera, rosso carminio e verde scuro, soprattutto verde scuro, verde muschio, la notte nella città era gocciolante e frigida come lo scantinato, così che nemmeno lo sbalzo di temperatura li poteva colpire. Il sottopassaggio della stazione era il posto più umido della città. Aveva quell’odore di tessuto bagnato asciugato male, e macchie di piscio, e un rimbombo da latrina. Era un posto da evitare. Si circumnavigava il quartiere, pur di non passarci. Forse, erano da attribuire a quell’umidità i miasmi della violenza.

Aveva capito subito che qualcosa non andava perché il sottopassaggio era giallo e verde acido. Ascoltava i loro passi, i suoi tacchi quadrati e pensava che se stavano insieme non sarebbe successo niente, siamo insieme e non ci succederà niente, e gli strizzava la mano. Erano usciti con il buio, come al solito, come sempre, avevano seguito la corrente e la musica che trascinava, aveva piovuto e i marciapiedi luccicavano, avevano svoltato due o tre angoli ma la musica proveniva dall’altra parte dei binari, al di là dell’edificio della stazione, non potevano vederla, potevano solo sentirla. Il sottopassaggio era la via più breve, lui aveva detto: due minuti e saremo di là, due minuti, che saranno mai due minuti, bastava trattenere il respiro prima di entrare, sarebbe riuscita a trattenerlo due minuti. Ma quel giallo e il verde acido incrinavano la bolla, stavano forando la loro bolla, crick, un uovo che si buca, aveva accelerato il passo perché la bolla non si crepasse, continuando a trattenere il respiro, se siamo insieme non ci succederà niente, ma dovevano uscire, non le piaceva restare nel tunnel, lì le pareti convergevano verso l’occhio dell’uscita quindi dovevano uscire, tornare ai colori rassicuranti della notte. Rosso carminio, verde scuro, verde muschio. Erano lì che li aspettavano.

Era lì che li aspettava. Stava appoggiato al muro e lo avevano superato fingendo che non ci fosse. Avevano visto quel che c’era da vedere: un uomo macilento, ma un telaio agile, nervoso. Li aveva attaccati alle spalle.

Lui gli aveva sferrato un pugno, sapeva quanto le sue mani potessero far male, era lei a chiederlo: di più di più. Lo aveva messo a terra e gli si era seduto sopra. L’aveva guardata. Non aveva detto niente ma lei aveva sentito è il tuo turno. Quegli occhi neri nerissimi le stavano lasciando il posto. I colori della città erano baluginati nei suoi, tutti mescolati, cerchietti vorticanti, no non glielo avrebbero portato via, aveva alzato il piede, aveva sbattuto le palpebre, no non le avrebbero tolto anche lui, aveva affondato il piede, il tacco quadrato nello zigomo, no non avrebbe perso anche lui, l’uomo macilento aveva spalancato la bocca nel tentativo di morderle la caviglia, non voleva tornare nel tunnel, aveva alzato, affondato, di nuovo alzato, affondato, aveva sentito le ossa spezzarsi sotto il tacco quadrato. L’uomo era rimasto immobile con la bocca spalancata, la mascella frantumata. Da allora non erano più stati visti. La notte erano rientrati nel buco e si erano seduti sul letto; a gambe incrociate, lui, in ginocchio, lei, dietro di lui. Aveva afferrato la biscia dal fondo della borsa. Aveva chinato la testa e gli aveva annusato i capelli, la nuca, il collo fino all’orlo della maglietta. Sì, era umido, ora, quell’odore umido di sudore dimenticato addosso. Aveva portato il naso sopra la spalla, aveva inspirato, su di sé non riusciva a sentirlo ma era sicura di avere addosso anche lei, ora, quell’odore, l’umidità. Aveva sollevato la catenina d’oro, le estremità tra pollice e indice, gliel’aveva posata sul petto, aveva chiuso il fermaglio dietro il collo.

L’orrore più grande

Racconto di Giuliano Tomarchio.

«Cosa ci sta succedendo, Chris? Che sta succedendo a tutti quanti?».

Juliana si spinse oltre il bracciolo della poltrona per ispezionare il volto di Chris, pallido e chino sul pavimento, mentre affondava le unghie nella stoffa verde dell’imbottitura. Chris non si mosse. Aveva gli occhi puntati verso un abisso sottostante che vedeva solo lui, una zona negativa nel suo salotto che stava risucchiando via tutta la luce delle sue pupille, e la vita che un tempo c’era dietro di esse. Cristiano “Christian” Della Rocca, considerato un tempo il miglior investigatore privato di New York, sagace ma un po’ burbero, era ormai ridotto a un guscio vuoto di dubbi e incertezze, messo di fronte a un caso che non aveva né capo né coda, un’orgia di elementi indiziari disseminati in un viale di cadaveri: la sua esistenza.

Cos’è successo, caro Chris? Dov’è finita la tua arguzia, la tua battuta sagace sempre a portata, il tuo intuito trascendentale in grado di connettersi a un mondo paranormale oltre le soglie della percezione umana? Nella tua carriera hai affrontato sette assassine, novelli alchimisti, demonologi e dementi, fattucchieri e omicidi telepati e hai sempre trovato una soluzione elegante quanto conveniente e improvvisa come un fulmine a Catacumbo… Ma che soluzione darai all’insolubile, stavolta?

La New York esoterica si era aperta al tuo terzo occhio, i suoi misteri erano diventati la tua quotidianità. Ebbene, ora ti viene presentato un mistero ben più grande, che non trascende soltanto il mondo empirico, ma la tua realtà. Te ne è stato dato un semplice assaggio, eppure appari così inerme! Guardati: non riesci nemmeno a sollevare lo sguardo sulla tua amata, Juliana Jade, una donna impetuosa, corvina, tutta nervi, istinto e sentimenti. La sua voce è rotta dal pianto, ma non riesci neanche a guardarla. Chris, povero idiota, come farai a raccontarle l’indicibile, a spiegarle per filo e per segno i risvolti del caso, con voce calma e superba come un padre che parla alla figlia seienne, come facevi ogni volta?

Ma eccoti muto, immobile, in attesa che qualcuno ti metta le parole in bocca.

«È… una maledizione? È opera di Flynt?» Juliana tentò di spezzare il silenzio abbozzando un ragionamento, tornando ai vecchi schemi, a un passato radioso e leggero di indagini e congetture.

Ma no, cara Juliana: non è uno stratagemma di Eugene Theodore Flynt, diabolica nemesi del tuo amante e massonico maestro dell’Occulto. No, nessuna di quelle scemenze. Persino tu, però, ingenua Mrs. Jade, iniziavi a collegare i puntini del grande schema di questo orrore innominabile. Benché mancasse una ragione, non poteva essere un caso; non potevano essere solo un insieme di eventi contingenti tutte le sventure che vi erano capitate.

Era iniziato con la morte di Alistair Moore, l’ufficiale britannico che, al contrario del nostro “detective”, era rimasto nelle forze dell’ordine della città, da sempre sospinto da un forte e disgustoso senso del dovere. Ma non per questo avevano smesso di essere amici. I migliori, anzi. Fu una tragedia quando, nel ’29, la Borsa crollò e il nobile Alistair si tolse la vita con un colpo di pistola al cuore perché inondato da debiti che avrebbero afflitto almeno cinque generazioni dopo di lui. Tutto a causa di quegli investimenti edilizi a Manhattan che tu, Chris, il suo più grande confidente, gli avevi consigliato di fare!

Una vera tragedia. Così come quella che colpì Alice Della Rocca, la cara sorella, vispa, geniale, mai quieta e dall’orientamento sessuale ambiguo. Ah, Alice era una grande inventrice, fautrice di decine di apparecchiature pseudo-scientifiche che avrebbero fatto arrossire il Dottor Frankenstein, ma che di certo ti hanno aiutato, caro Chris, a risolvere decine di casi senza che tu mostrassi un pizzico di gratitudine, duro e distaccato come sei. Peccato che una di quelle stesse diavolerie l’abbia trasformata in uno scarafaggio fotofobico. Chissà che non sia quello che tu abbia schiacciato per errore, eh, Chris?

Persino Malleus Cole, il tuo mentore, il paziente professore la cui mente non è più tornata dal viaggio nel sovrannaturale, l’uomo saggio e mite che ti ha insegnato tutto, non è scampato alla catena di tragedie. Ormai definitivamente impazzito, vaga per le sale di un istituto psichiatrico in attesa di una lobotomia che lo salvi da se stesso e dalle creature demoniache che sono venute a fargli visita.

Ma come è potuto accadere tutto questo? Quale la causa comune di questi destini?

Questa è la parte più crudele dell’orrore, Chris. Che tu sai. Tutto.

Chris, senza staccare lo sguardo dal vuoto in cui la sua anima stava precipitando, porse la Lettera a Juliana. Il pezzo di carta giallastra sembrava un brandello di carne tumefatta, strappata a un corpo morto di recente. Benché la stanza fosse illuminata dalle ampie finestre in stile vittoriano, la Lettera rimaneva nell’ombra. Juliana avvicinò la mano tremante al foglio sospeso per aria. Una volta che lo ebbe fra le mani, Chris lo lasciò andare con sollievo, come si abbandona un carico pesante. Juliana avvicinò la lettera al volto. Quando, infine, trovò il coraggio di guardare la pagina, vide parole scritte col sangue, in una grafia folle. Immediatamente, la carta le tagliò le dita, un tuono echeggiò nella valle più vicina e una porta di quercia sbatté da qualche parte. Non ebbe bisogno di leggerla; il contenuto della Lettera, semplicemente, le invase la mente, come una macchia di inchiostro riversata su un foglio bianco.

«Cosa… come può essere… Chris… Io…»

Ora sapeva anche lei. Avresti voluto risparmiarle l’Orrore, Chris, un ultimo gesto disperato di amore, quell’amore profondo che non le avevi mai dimostrato, che non sei capace di esprimere. Ma era tardi. Tardi come lo è per me. Pare che la “Saga del Detective Maleficarum” sarà il mio unico lascito a questo mondo. Diciotto romanzi e centinaia di racconti brevi con protagonista il grande Chris Della Rocca, l’indagatore dell’incubo più amato dalle sessantenni. Il più dozzinale rifacimento di una parodia malfatta di Sherlock Holmes, unito al morboso gusto gotico di un’ambientazione sovrannaturale ed esoterica nella New York degli anni Venti e poi Trenta. Un’idea partorita a forza fra sangue e feci per pagarmi l’affitto e un condizionatore decente. Ero addirittura entusiasta quando, quel tredici ottobre, giorno da maledire in ogni calendario, ricevetti la telefonata dell’editor Fronelli, o “Frodelli”, come lo chiamo io. Tale fu l’entusiasmo che firmai qualsiasi foglio, in triplice copia, firmai senza leggere e firmai col sangue.

Quel sangue che adesso macchia quella Lettera, caro Chris.

“Un successo editoriale”, lo chiamarono. Un fulmine a ciel sereno; altro che Catatumbo… E quando iniziarono ad arrivare tutti quei soldi, pensai davvero di avercela fatta. Di aver vinto il gioco. Ma ero stato giocato. Sono dovuti passare trent’anni per accorgermene. Poi altri quindici. Fu a quel punto che capii che non mi avrebbero fatto scrivere mai più nient’altro che questo. Che la mia reputazione si basava solo su “quello del Detective Della Rocca”. Che ero disprezzato e deriso in qualunque circolo letterario, considerato, al più, uno scaltro e viscido opportunista, quando non un mediocre plagiatore. Soprattutto, capii di essere stato maledetto quando mi resi conto che la saga non avrebbe mai avuto fine. Che ero legalmente obbligato a “non far cessare l’esistenza finzionale” dei miei protagonisti. In altre parole, non posso farvi fuori. Furbo, il Frodelli, ad avermi ingabbiato fin dal principio e ad avermi costretto a scrivere abomini a metà fra l’italiano e l’inglese, per via di una qualche infernale linea editoriale che ancora oggi non comprendo. Ormai non ha neanche più senso cercare un cavillo, una scappatoia legale. Potrei anche uscirne con facilità, con un avvocato decente. Ma che senso avrebbe? Nessuno mi prenderà mai più sul serio, neanche se mi mettessi a scrivere un Infinite Jest o una nuova Recherche – e non ho neanche più la forza o la capacità di farlo; ho procrastinato abbastanza a lungo da non sapere più perché scrivevo. E siamo del tutto onesti, almeno fra noi: non sarei mai stato in grado di farlo. Vedi, Chris? La tua ragion d’essere si riduce a una nota a piè di pagina di un contratto e all’indolenza di un vecchio amareggiato! Dovrai vivere avventure scadenti e mal strutturate fino alla fine dei miei giorni. Purtroppo, godo di ottima salute e il mio stile di vita benestante mi garantisce l’accesso alle migliori cure. No, la tua leggenda non è destinata a concludersi. Uscirà presto anche una di quelle dannate serie televisive su di te, caro Chris. Per mesi ho avuto a che fare con quegli idioti di sceneggiatori americani, pieni di domande insulse, predicatori di neologismi pomposi e senza senso.

No, non posso ucciderti, Chris Della Rocca. Posso, però, con la scusa del genere, dell’orrore cosmico crescente, catapultare te e ciò che ami in un incubo senza fine. Posso renderti insopportabili quei tuoi baffetti ispidi; posso farti cadere quei quattro peli che ti sono rimasti in testa. Forse posso gambizzarti, devo controllare il contratto. Soprattutto, posso maledirti con la conoscenza. La consapevolezza di vivere in un inferno letterario, sottoprodotto della mente di uno scrittore indegno di questo nome, ti accompagnerà in ogni tuo gesto. È una questione editoriale, vedi; non potrai mai suicidarti e scappare dall’orrore. I tuoi “fan” non me lo perdonerebbero.

Per il resto, non preoccuparti: ho già pensato alla tua prossima battuta. Una chiosa efficace – ma non troppo, non vorrei alzare il livello – per “confortare” la tua donna.

Chris, incapace persino di produrre liquido lacrimale, con gli occhi secchi e sbarrati si alzò e andò a prendersi un sigaro Montecristo, una nuova marca con cui aveva sostituito i suoi amati Romeo y Julieta, che non riusciva più a trovare da nessuna parte. Fumare un sigaro lo aiutava sempre a pensare e distendersi. Ma il sigaro, non appena toccò le sue labbra, gli lasciò una sensazione di viscidume e acido in bocca. Lo allontanò amareggiato e si massaggiò i folti baffi con le dita, un altro dei suoi gesti più amati, quasi una firma; ma i suoi stessi peli lo punsero, e avvertì una crescente irritazione sopra il labbro. Juliana era affondata nella sua poltrona verde acido. Stava anch’ella sprofondando nel medesimo abisso del suo amato. La nausea crescente dentro di lei si stava trasformando in disprezzo. Disprezzo silenzioso e strisciante. Disprezzo per Chris. Egli si voltò e, senza espressione alcuna, recitò come un automa una frase inserita a forza nel suo processore.

«Nella mia vita, ho affrontato ogni tipo di orrore. Ma adesso siamo precipitati nel più grande… ed esso è ovunque.»

E non poté che sospirare. Anzi, no. Non sospirò affatto. Se lo tenne tutto dentro, insieme al putrido sapore del Montecristo.


Giuliano Tomarchio ha studiato cinema e sceneggiatura, ma la sua vera passione è fare Mexican Mule. Ha pubblicato diversi racconti sulla rivista «MALPELO» e un paio su «Spaghetti Writers»; un suo scritto è sfuggito alla censura dell’imminente antologia “Limonə” di «Malgrado le Mosche». Dice di scrivere per l’audiovisivo; ma questo è facile dirlo.