Leggendo la quarta di copertina di L’ultimo mondo di Mariachiara Rafaiani (Tlon 2025) ci aspettiamo che le liriche dell’autrice, ricercatrice in letteratura latina, si situino «nel solco delle scritture della fine» seguendo, manieristicamente, una concezione della poesia di ascendenza e stampo classici; una pre-lettura che Matteo De Giuli, nell’introduzione, rinforza facendo i nomi di Catullo e Lucrezio. Sorprende e rassicura scoprire che L’ultimo mondo, invece, è un libro straordinariamente contemporaneo, che scampa il temuto rischio di anacronismo.
Merito di questa attualità sta nel linguaggio adottato, che resta lontano da ogni enfasi, «fra le cose degli uomini» (p. 74): attinente al terreno, al concreto, e distante da proclami metafisici. In questo riconoscimento della fine del mondo non ci sono profezie dall’alto di montagne, solo desolate constatazioni «nella luce della City, tra palazzi straordinari» (p. 28) o alla fermata del «tram giallo, / resistito alle epoche», che «attraversa / Milano» (p. 34).
Questo castello di sabbia svanirà
in meno di vent’anni. Ho preso una laurea
per potervi dire qualcosa di questi detriti,
residui di città costiere,
budella lacerate.
Anche a noi, non troppo tempo fa,
considerando il tempo dell’universo
che ci regge, sembrava impossibile
non vedersi mai più. Invece:
il mondo finisce,
è accaduto, e non c’è rimedio.
Ce ne andremo in fila.
Ce ne andremo tutti.
La visione che prende forma è quella di un ecologismo post-Greta Thunberg, propria di una sensibilità figlia dei Fridays for Future: uno degli slogan ricorrenti agli scioperi per il clima, il claim There’s No Plan(et) B, potrebbe tradurre efficacemente il titolo di questa raccolta poetica.
Rafaiani mette nero su bianco la presa di coscienza di chi ha vestito la propria adolescenza alle catene di fast fashion e ora depreca i «capi dozzinali / pagati cinque euro in quei posti / dove l’uno vale l’altro» (p. 87); quella di chi non prende sottogamba il cambiamento climatico, se «a novembre si riempiono le spiagge / e si fa il bagno al mare» (p. 36), e ci sono «quattordici gradi a dicembre» (p. 68). Indizi di questa consapevolezza tipicamente millennial/gen Z sono certi interrogativi relativi a questioni ambientali:
La doccia trenta litri d’acqua,
novanta litri la vasca,
e allora la pioggia?
La lavatrice allora?
[…] (p. 52)
Ad allontanare dallo spettro della magniloquenza altisonante è anche la postura della voce poetante, che si impronta all’arrendevolezza e all’impotenza. Alla vagheggiata minaccia di sapore religioso della tradizione si sostituisce la minaccia compiuta della metropoli, religione laica dei nuovi tempi. Ed è così che (De Giuli) «ci si abitua a tutto, e si abita la catastrofe», che «comincia a trasformarsi in una cosa piccola, un soprammobile» (pp. 8-9).
[…]
Questa è ora la mia rassegna:
anche se non aspetto gioie
per tenerti al caldo sopravvivo.
[…] (p. 35)
Questa desolazione – si intuisce anche se non viene esplicitato – non è limitata alla questione ambientale, ma penetra fin dentro la sfera del sociale; l’autrice testimonia la precarietà dei suoi coetanei: i giovani a cui viene lasciato in mano l’ultimo mondo pensano che «i figli è meglio non farli / o non farli crescere mai» (p. 24). Nonostante questo squallore, o forse proprio per fargli fronte, non mancano gli inviti a farsi pratica di cura:
[…]
Ma proprio dove non guardi
la vita è morte,
dove guardi vive. (p. 64)
Ecco che sembrano aprirsi sprazzi di speranza, perché «L’ultimo mondo è un desiderio» (p. 27): «Aspetto come una madonna / la felicità che viene dopo la paura» (p. 25); «Voglio godermi il poter capire / quanto dura il gioco» (p. 47).
Una strana felicità ci attende
se penetriamo con gli occhi aperti
il futuro.
Corazziamoci d’acciaio invece
e poniamo una benda sugli occhi.
Allora succederà questo:
penetreremo nel futuro senza saperlo
e la felicità sarà completa. (p. 53)
È un’umanità, quella di Rafaiani, che tende a impigliarsi negli «ingranaggi / d’acciaio» (p. 48) della tecnologia: la para-umanità di chi dà vita al «futuro cibernetico» (p. 51) tutto materico – e ormai antiquato – dei cyborg piuttosto che a quello dell’intelligenza artificiale smaterializzata che domina l’oggi. Davanti a questo scenario distopico torna forte il richiamo alla «carne desiderosa» (p. 68), perché sono anche le aspirazioni del corpo a portare avanti la vita: «La questione riguarda solo la carne, / è inutile che guardi il monitor» (p. 49).
Il personaggio rappresentato nelle pagine della raccolta è connotato dalla solitudine e agisce in un mondo apocalittico a tratti simile a quello di WALL•E, il robottino della Disney che abita una Terra ridotta a un ammasso di rifiuti. Così come è a questo pianeta ferito che si affianca il «caos / degli aeroporti interstellari» (p. 57), piuttosto che alla superomistica corsa allo spazio di Elon Musk con Space X o ai voli spaziali commerciali di Jeff Bezos per “astronaute” VIP.
[…]
Tutta la terra aspetta conquistata
e gli astri, ormai visti, nudi,
si allontanano. (p. 63)
Non ci sono profezie, dicevamo, e quindi non ci sono nemmeno date di scadenza, perlomeno future. L’ultimo mondo è già stato e non ci sarà mai più: «Ultima data: gennaio 2025» (p. 35), che corrisponde al mese di edizione del volume. Eppure si continua a vivere. Ma se tutto è passato – e nemmeno la dimensione della memoria ha più importanza («Non sono bravo con i ricordi. / Li ho dati via in cambio di medicine / e di tempo», p. 71) –, viene da chiedersi che cosa sta aspettando la poeta, sospesa in questo non-tempo che porta alla frustrazione.
Sorge allora spontanea la domanda: «Restare?» (p. 89). La risposta non c’è o se c’è è poco chiara; ma il solo fatto di tenere in mano questo libro e sfogliare le sue pagine fa pensare che alla fine anche la poesia sia un modo come un altro «per vivere un po’ di più» (p. 84) e far vivere un po’ di più:
Piano B
Mi resta ancora questa voce
così racconto e formo
per te che guarderai dal futuro
il futuro in cui ti sei salvata. (p. 92)
