Pubblichiamo di seguito il testo vincitore per la sezione “Racconti” della quarta edizione del Premio Lo Spazio Letterario: Heidi Kruger di Nicolò Matina.
A E.
I.
Ho conosciuto Heidi Kruger che ancora ero bello, dicevo in giro di esser triste come si è tristi a ventidue anni, attraversavo la vita in orizzontale e non credevo alla morte.
Ho conosciuto Heidi Kruger quando seguivo le norme goliardiche di una classe media di vitelloni che legittimava con qualche citazione che assomigliasse a cultura la tendenza a scialacquare le ore in luoghi in cui le voci riuscivano a coprire efficacemente il cadenzato rintocco del conto alla rovescia che, alla fine, avrebbe reso i comodi punti di domanda in fondo ai nostri pensieri in a capo e a capo, in invii a buon rendere, in larghi spazi bianchi tra i paragrafi della nostra vita che nessuno avrebbe letto, anche per il fatto che io, quei paragrafi, non mi premuravo di scriverli.
Ho conosciuto Heidi Kruger, cioè l’ho vista per la prima volta, quando c’era il sole che sbatteva su un prato, eravamo in gruppo, Piacere Heidi, Heidi come la Heidi a cui le pecore fanno ciao?, Lo dicono tutti comunque sì ahah, e poi basta, l’interazione si è limitata a queste diciotto parole mormorate da me con sarcasmo e da lei con quella posa spavaldamente annoiata che fa impazzire i vitelloni di città.
Ho conosciuto Heidi Kruger su quel prato verdissimo e ci siamo scambiati le diciotto parole di cui sopra e basta, non le ho detto nemmeno il mio di nome, tanto se lo sarebbe dimenticato o avrebbe fatto finta di dimenticarselo perché funziona così, ricordarsi i nomi si può evitare. È stata tutto il pomeriggio a portata di sguardo, io fumavo e parlavo con sofisticata ironia, sempre coscienziosamente a ridere e a scherzare perché tutti sapevamo che in fondo la serietà è come scaccolarsi, una cosa goffa e privata, riservata alla sera in pigiama.
Heidi, che facevo finta di non sapere già si chiamasse Kruger nonostante l’avessi saputo perché era stata taggata da Marianna Schiavone in una storia di qualche giorno prima, in una foto in cui erano loro due, Heidi e Marianna, in una strada notturna milanese, bellissime che se Dio fosse uno studente d’accademia creerebbe gli angeli esattamente così, vestiti così, con quei tatuaggi, e se postasse una foto del suo set fotografico sui sette giorni di cosmogonia, sarebbe proprio quella; avevo visto quella foto durante la lezione di letteratura italiana, in una breve pausa in cui la professoressa si era alzata dalla cattedra, io avevo preso il telefono ed ero automaticamente finito a scorrere le storie su Instagram e la terza che ho visto, mi pare, era questa, e su Instagram sono rimasto tutti i restanti 45 minuti di lezione lasciando all’oblio le parole della professoressa; avevo aperto il profilo di Heidi Kruger ed avevo studiato la potenziale nuova musa della mia vita, tutti i contenuti in evidenza, i post suoi e quelli in cui era taggata e me ne ero innamorato, stavolta sul serio. Quindi si potrebbe dire che ho conosciuto Heidi Kruger qualche giorno prima di quando effettivamente ci siamo visti nella vita vera, su quell’erba un po’ secca e sotto quel cielo grigio, però la racconto meglio, tolgo le nuvole, innaffio il prato, e dimentico Instagram, se no non c’è poesia.
Ho conosciuto Heidi Kruger e non abbiamo praticamente parlato, e io ne ero innamorato e lo avevo già detto a tutti, soprattutto a Nerio Belmonte, il mio migliore amico si potrebbe dire, tanto eravamo tutti innamorati di Heidi Kruger sotto sotto. Avevo capito, da come parlava (in realtà dalla bio di Instagram, in cui c’erano le due bandierine, tedesca e italiana) che non era solo italiana ma anche tedesca e viveva a Milano perché sua madre è italiana, probabilmente si era trasferita tra il 2020 e il 2021, e lo posso dire perché le foto antecedenti a tale periodo avevano la caption in tedesco, poi da maggio 2021 erano in italiano, ma già le storie in evidenza di febbraio 2021 sono a Milano; che strano che in questi due anni io non l’abbia mai vista, pensavo mentre ero a lezione e la professoressa di letteratura spiegava le Operette Morali. Mentre, quando ero semisdraiato su quel prato, dopo essermi presentato a quella che con ogni probabilità sarebbe stata la donna della mia vita, pensavo ad una scusa per avvicinarmi, però non l’ho fatto, sono rimasto a lamentarmi con gli altri innamorati che erano lì con me e Nerio Belmonte, e io pensavo, come lo pensavano tutti, di essere il più innamorato.
Ho conosciuto Heidi Kruger ed ho pensato a lei per circa un giorno e mezzo dopo quelle diciotto parole così spiccicate, maldestramente ironiche, un giorno e mezzo in cui se passava una ragazza non mi innamoravo di botto così su due piedi, non ci sognavo una vita insieme come invece era accaduto all’incirca da quando avevo inviato per e-mail i moduli firmati per iscrivermi all’università, fino al momento in cui avevo incontrato Heidi Kruger per la prima volta. Quattro anni in cui mi sarò innamorato sì e no seicento volte, ovunque, in metro, in classe, in biblioteca, in treno, a casa, nei film, nei porno, su Instagram, su YouTube, su Pinterest e per strada. E in maniera del tutto equivalente, che fossero studentesse in giro o pornoattrici sullo schermo, mi davano fondati motivi per pensare per tutta la durata di quegli innamoramenti (di solito pochi minuti), che fosse un amore ricambiato.
Poi però bastava un pensiero e questi amori non mi sembravano più validi, e allora tentavo di prodigarmi in qualcos’altro che mi facesse sentire poeta, artista o musicista, da fuori forse un idiota, da dentro era tutto legittimo, tutto giusto (in realtà spesso anche da dentro mi sembravo un idiota). Mi rifornivo di motivi per cui sarei dovuto essere io il prescelto, chissà da chi, più o meno con lo stesso meccanismo di quei giochi a gettoni in cui devi sapientemente condurre un braccio meccanico per afferrare pupazzetti, palline, premi in generale, o, in questo contesto, ventenni. Per essere scelti bisognava avere qualcosa di cui parlare, un progetto, un’idea, un lavoro, qualcosa che innanzitutto allungasse i minuti prima del silenzio imbarazzante che inevitabilmente arriva in una qualsiasi conversazione, e che in secondo luogo proiettasse nella testa dell’interlocutrice un’immagine il più possibile stratificata e accattivante di te, ma bisognava anche ponderare le informazioni per mantenere una debita dose di mistero e non ritrovarsi senza assi nella manica in eventuali seconde occasioni. Si tentava cioè di passare il tempo evitando di osservare annoiati un muro bianco (o più probabilmente dei ritratti fotografici femminili su Instagram, che inevitabilmente conducevano i pensieri alle succitate carenze) e allo stesso tempo facendo cose che permettessero di costruire un’immagine funzionale di sé. Tuttavia, bisogna anche sapersi vendere abilmente, romanzando la propria vita per il gusto di avere qualcosa per cui vale la pena essere ascoltati. Io ci provavo senza riuscirci troppo bene, cioè non ero un camaleontico stratega capace di mutare maschere performative in base al contesto per raggiungere scaltramente la meta, bensì più probabilmente il mezzo sfigato a volte troppo silenzioso di cui si percepiva solo il desiderio di essere cool, senza grandi abilità oratorie.
Tutto questo per un giorno e mezzo, quasi due, non è successo, e ho pensato per questo giorno e mezzo quasi due ad Heidi Kruger e alla sua post-artistica e angelica figura entrata a gamba tesa nella mia vita attraverso una menzione su Instagram, o, volendo essere poetici, attraverso una colazione sull’erba.
Quella conviviale riunione bucolica è durata circa due ore e mezza, e se è vero che ogni due minuti guardavo Heidi Kruger, penso di averla guardata circa 75 volte, e di quelle 75 volte ho incrociato il suo sguardo 13 volte, il che mi assicurava un 20% di possibilità che fosse a sua volta innamorata di me come lo ero io. Il ragionamento ora che ci penso filava di più quando ero in treno con Nerio Belmonte per tornare a casa con in bocca il dolce e malinconico sapore di birra e tabacco. Tuttavia, dopo quel giorno e mezzo in cui ero così innamorato da essere giustificato a non studiare e a bivaccare fuori dalle biblioteche per parlottare di ironici argomenti con i sodali vitelloni per ore e ore senza sentirmi tutto sommato in colpa, il ricordo sbiadì, forse offuscato dai sogni, forse dai migliaia di input visivi che stimolano un qualsiasi essere umano occidentale che vive nel terzo millennio.
II.
Ho rivisto Heidi Kruger un paio di settimane dopo, l’ho vista di sera, meglio per la socialità, per la situazione costruita, per la situa, i vitelloni la chiamano così, consente le interazioni, a volte alcolicamente innaffiate, a volte no, in ogni caso la notte è giovane, lo dicono in tanti. Era ancora bella, in quelle due settimane non era invecchiata nemmeno un po’, così sono ricascato nel mulinello dell’innamoramento, inebriato da quel suo rossetto rosso, dalla vertiginosa esposizione della schiena, dai capelli, corti, affilati, che impedivano in qualsiasi modo che l’aria li muovesse, scurissimi, senza identità ma inconfondibili, indossati provocatoriamente come una sorta di diadema, conferma artefatta di naturale nobiltà.
Sono arrivato con i vitelloni tra cui Nerio Belmonte che era già abbastanza tardi, meta un circolino policulturale che proponeva ogni sera una musica diversa, effervescente laboratorio di variegati progetti teatrali, nonché locus philosophicus per eccellenza del centro-sud di Milano, arrivammo in macchina, belli e disperati, o forse brutti e annoiati, agghindati come un non so, magliette camicie pantaloni baggy pelle non pelle maglioncini orecchini collane, così tardi che gli altri erano già tutti ubriachi, era mercoledì sera, ed io, la prima cosa che vidi nella piazza su cui dava il circolo iperculturale, fu Heidi Kruger abbandonata tra le braccia di un vitellone (si dice che quel ragazzo ora viva per raccontare questa cosa alle 23 davanti al megacircolo galattico). In quel momento di sconfortante visione ho avuto l’idea non cool di voltarmi, e mi sono notato riflesso nella una vetrina di un negozio, e ho visto da fuori l’ordinario vitellone agghindato come un non so che ero io, quei pantaloni, la camicia, gli anelli, le collane, le magliette, gli occhiali da sole appoggiati sulla testa, quell’atteggiamento lontanamente decadente, inebriato un poco dal vino del preserata in macchina per essere carichi, un coglione ho pensato, e sono finito a contemplare impotente ogni minuscola stortura della mia condizione. Non andava bene che ci fosse una vetrina mezza illuminata che mi rifletteva. Sono rimasto incantato davanti a quella goffa chimera di convenzioni e mi è parso di vederla inginocchiarsi di fronte alle porte della verità, porte che assomigliavano alle labbra di quell’angelo che intanto era abbandonato tra le braccia di un altro, inconsapevole portatore di annichilenti epifanie, a volte è l’effetto di un innamoramento come questo, pensavo, e dopo qualche istante ho visto il riflesso rialzarsi e mostrarsi come conveniva fare, ma con i nervi del collo tirati e gli occhi sbarrati e le labbra tremanti.
Ho rivisto Heidi Kruger e stavo per soffocare dietro ad una strana compressione, ho chiuso gli occhi, e ho sussurrato, nel buio, un secondo prima di coprire la visione dietro alla condensa del bicchiere di vino, ho sussurrato prima di tornare a rispondere all’appello dei giudici, ho sussurrato in silenzio ma non troppo per farmi sentire, ho sussurrato in quell’istante di goffaggine improvvisa causata dall’infausta apparizione sulla via del policircolo megaculturale, ho sussurrato a qualcuno che ha visualizzato ma non ha risposto, ho sussurrato (rigorosamente citando): portatemi Dio, gli devo parlare.
Ho rivisto Heidi Kruger mentre stava con un altro e allora com’è nell’ordine delle cose un essere umano si sente rifiutato e si innamora ancora di più e io ripiombai in quel vortice di vacui sentimenti, e nel giro di una quarto d’ora lo sapeva tutta la piazza che io ero innamorato, diffondevo la voce, tanto anche gli altri vitelloni si erano reinnamorati, quindi stavamo in piedi con il vino rosso a disquisire di pene amorose, ma sempre con un sorriso di cera e una serie di divertentissime battute che allietavano la nostra piacevolissima e noiosissima serata. Alcuni vitelloni erano ubriachi, altri volevano esserlo ma non potevano, ma soprattutto Heidi Kruger era ubriaca, unica donna rimasta nel gruppo che gravitava intorno a noi vitelloni. Volteggiava tra la folla con elegantissima sgarbatezza, inciampava, gridava, si sedeva, si rialzava, con un bicchierino di gin liscio tra le mani, cui reagiva con un conato di sbocco ogni volta che lo assaggiava, chiunque per questo motivo sarebbe stato allontanato a male parole dai colti vitelloni, ma lei era Heidi Kruger. Se ne andava in giro con in grembo una cassa bluetooth ad alto volume che tentava di opporre quasi teneramente alla musica jazz che usciva dal minicircolino monoculturale. Qualcuno cantava nei circuiti elettronici sostenuti dalle braccia di Heidi Kruger fall in love again and again fall in love again and again
(Quella sera, si sarà capito, ho consolidato a quota diciotto le parole scambiate con Heidi Kruger, quindi, sulla via del ritorno, ho cercato rifugio in Zipper, l’app di incontri che fonda la sua politica comunicativa sulla questione app fatta per essere rimossa, con l’intento di trovare altre donne.
L’ho scaricata pensando che non fai in tempo a matchare con donna X e già hai un appuntamento con il parroco di una piccola Chiesa nelle colline in Toscana dove celebrerai il tuo matrimonio, al quale inviterai un centocinquanta persone, per fare le cose in piccolo. La cerimonia unirà tradizione e post-modernità, avvalendosi dei dispositivi rituali della cultura cattolica italiana, accostati però ad un afterparty berlinese, durante il quale un amico artista che nel tempo libero si è da poco reinventato dj per arrotondare, sciorinerà un paio d’ore di set tutto per voi.
Poco prima che nonne, zie e mamme se ne vadano a letto, di fianco alla moglie X con la quale hai matchato 5 anni prima, tu percuoterai gentilmente un cucchiaino d’argento sulla superficie di cristallo di un calice, e declamerai le vicende biografiche che ti hanno condotto a quel momento con quella persona. Racconterai di come quella donna tu l’abbia conosciuta su Zipper suscitando un breve momento di ilarità collettiva, ma poi renderai l’atmosfera più solenne, tralasciando l’ironia per pochi istanti, perché è un momento che merita serietà, e descriverai a tutti l’amore secondo te cos’è, magari ad un certo punto ci infilerai qualcosa come “non ho la verità sull’amore, ma so che io l’ho provato davvero con la donna di fianco a me”. Tuttavia, proprio nel momento in cui incrocerai lo sguardo con gli occhi orgogliosi di tuo padre (che in realtà fino a quel momento era stato silenziosamente deluso dalla tua strada professionale, ma quella volta in cui ti aveva visto tornare a casa ubriaco a 29 anni ti sembrerà di aver sentito “quando ti sposerai ti metterai a posto”) proprio nel momento in cui incrocerai gli occhi forse ora quindi orgogliosi di tuo padre, ti tornerà in mente il volto di donna Y, mettiamo, che non c’entra nulla con le colline toscane, che non vedi da saranno 10 anni ormai, che avevi dimenticato sul fondo di un sorso di vita mandato giù troppo in fretta, penserai a donna Y e ai due anni o qualcosa di meno trascorsi uno con il cuore dell’altro, uno con la mente dell’altro. Penserai che ancora prima di (come si chiamava?) Heidi Kruger, c’è stato un momento in cui non hai dovuto giocare a sembrare e fare delle cose per assoggettare quasi morbosamente un’anima, e tu non hai cercato dei modi d’essere per trovare in lei quella che ti avrebbe svuotato momentaneamente dei buchi neri. E forse in quel momento ti commuoverai pensando a donna Y, e di fianco a te ci sarà donna X pronta a consolarti, sicura che quelle lacrime siano per lei, e donna X asciugherà lacrime gelide versate per donna Y e tu proverai a dire così piano che neanche donna X nonostante la vicinanza non capirà (e sarai sicuro che invece donna Y avrebbe sentito) qualcosa di melenso, sentimentale, qualcosa come “ti amo”. Nulla di più falso.)
III.
La terza volta che ho incontrato Heidi Kruger è stato due settimane dopo, eravamo in un club. Mi ricordo ero con Nerio Belmonte in una sala in cui non si riusciva a respirare dalla gente che c’era. Era un club di quelli che sembrava un centro sociale, mettevano musica che faceva vibrare le pareti e dopo un po’ che ero dentro saranno state le due e mezza l’ho vista sotto cassa, naturalmente in prima fila, e in quel momento di dionisiaca lucidità ho pensato che fosse giunto il mio momento. Mi sono girato verso il mio sodale di danze notturne e gliel’ho indicata. Lui mi ha guardato ha detto vai, e io sono andato.
Nerio Belmonte vedeva la vita con pessimismo e simpatia, più o meno come me, quindi uscivamo insieme. Lui voleva fare un film da tutta la vita e ogni tanto mi guardava con un piccolo sorriso e diceva “potremmo metterlo nel nostro film”. Io in realtà non gli avevo mai detto che avrei fatto un film con lui. Quando stavo tentando di approcciare Heidi Kruger, lui si avvicinò al mio orecchio, con il piccolo sorriso (immagino, dato che in quel momento era buio e non l’ho visto) e ha detto lo metterò nel mio film (che mi ha turbato ma in quel momento mi è passato subito di mente).
Mi sono avvicinato a lei e quando mi ha visto l’ho salutata mantenendo un certo virile contegno.
Nerio Belmonte intanto rimaneva qualche fila dietro, da solo, e si muoveva in maniera sempre meno convinta, voleva smettere di ballare. Ha alzato lo sguardo, cercava una qualsiasi cosa che limitasse il turbinante dipanarsi dell’inconscio nelle distruttive frequenze della musica. Era il modo più veloce per riottenere una parvenza di controllo, qualunque cosa andava bene per essere guardata, l’importante è che fosse ferma. Ha trovato un bicchiere appoggiato su uno dei rialzi del pavimento che si può chiamare tavolino. Era un bicchiere di plastica trasparente delle dimensioni standard da drink, ancora mezzo pieno, ma il colore slavato del fluido e l’assenza totale di ghiaccio suggerivano che fosse lì da tempo ormai, lasciato da qualche distratto avventore. Nessuno lo avrebbe mai ripreso, sarebbe rimasto lì fino alla chiusura quando la persona incaricata di fare le pulizie sarebbe passata e senza pensarci avrebbe gettato il bicchiere e il contenuto nel largo sacchetto di plastica che teneva con una mano. Dopo essersi concentrato su un elemento così drammaticamente concreto, Nerio Belmonte ha interrotto i suoi movimenti.
Per smettere di ballare, quindi, è necessario attraversare una fase di limbo tra il movimento e la staticità, una fase in cui il corpo non balla né ancora sta fermo, ed è facile risultare goffi. La goffaggine è un concetto strano, è brutto risultare goffi. Io in quel momento dovevo stare attentissimo a non esserlo, e per qualche motivo me la cavavo. Dopo pochi minuti di assurda interazione di sguardi e gesti, Heidi Kruger si è avvicinata al mio orecchio e mi ha chiesto di uscire.
Uscimmo io e lei uno di fronte all’altro in piedi fuori da quel cubo di follia. Le offrii una sigaretta lei mi ringraziò mi guardò con due occhi di vetro. Ma poi fu un secondo. Sarà stato il modo in cui teneva in mano l’accendino, sarà stato il modo in cui ha spostato i capelli, sarà stato che per la prima volta le ero vicino, un soffio, un momento e al posto di Heidi Kruger vidi degli occhi acquosi, un naso con un foruncolo, una bocca rugosa arrossata da un pigmento argilloso. D’un tratto non ero più innamorato. Heidi Kruger lasciava il tempo che trovava, non nel senso d’uso, aveva oltrepassato la mia vita. Come sempre.
Ho alzato gli occhi pensando di vedere donna Y tra le stelle. Non c’era, ho guardato in basso ed ho visto accartocciato sulla panchina di fianco a noi un pezzo di plastica trasparente bruciacchiata ai bordi e giallognolo, forse la plastica che confeziona il pacchetto di sigarette, un portatessere, o forse qualcos’altro.
