Escamotage

Racconto di Manuel Masia, terzo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2025.

Pubblichiamo di seguito il testo terzo classificato della quarta edizione del Premio Lo Spazio LetterarioEscamotage di Manuel Masia.


Pierre Amédée de La Sertonnais, maître notaire della Repubblica Francese, figlio, nipote e senz’altro, prima o poi, padre e (a dio piacendo) avolo a sua volta di una larga schiatta di maîtres notaires, sollevò per aria il pedalino spaiato servendosi di un’estremità della sua stilografica Dupont. «Perdonate: la buonanima soffriva di qualche mutilazione?» E in quello allungò lo sguardo sopra l’orizzonte degli occhialetti, in attesa di ulteriori indizi di una zoppia che la stanza, va a sapere come, gli avrebbe dovuto rivelare.

«Nossignore!» Rispose Walter Meyer, intento a rovistare in cerca del pedalino che completava la coppia. «Aveva anzi ottime gambe da saltatore.» La chiosa quanto mai infelice gli strappò uno Scheiße! a fior di labbra e causò a Elise, la domestica, un capogiro: l’ennesimo.

Pierre Amédée de La Sertonnais risolse di glissare e dettò autoritario (a se stesso, non avendo voluto immischiare segretari): «Sia messo a inventario il singolo pedalino.» Quindi riassunse spiccio: «Alla presenza del maître notaire Pierre Amédée de La Sertonnais eccetera si certifica eccetera beni di proprietà del defunto monsieur François Reichelt eccetera sarto per signora eccetera eccetera come da testamento olografo eccetera eccetera eccetera.» Ne aveva abbastanza di passare in rassegna sgabelli, catini, stoffe, macchine Singer. Pestava per fare ritorno allo studio, in avenue Mac-Mahon. Ovviamente non prima di una capatina in rue d’Artois, faccenda per la quale era preferibile, a quell’ora, servirsi dell’Omnibus senza dare il destro alle malelingue: sarebbe sceso alle Galeries Lafayette, confondendosi tra la folla, e di lì poi a piedi fino al portone di Annette, il cappello calcato sulla fronte, il bavero alzato a prova di sguardi indiscreti.

«Sei proprio tu, mio piccolo Pierrot?» Quando Annette se lo ritrovò dinnanzi, infagottato come un postiglione, stentò a riconoscerlo. «Hai freddo mio piccolo Pierrot? Gradisci forse del Calvados?» Ma il maître notaire Pierre Amédée de La Sertonnais (punto primo) a quell’ora non beveva mai e (punto secondo) non si considerava abbastanza normanno per il Calvados. Annette da parte sua era troppo svampita e troppo alsaziana per sottilizzare (possibile che non si trovi più, non intendo un parigino, ma quanto meno un francese a Parigi, pensava il maître notaire). La giovane intonò, si fa per dire, un’aria d’operetta che odorava di anice e subito alleggerì il maître notaire del superfluo, a iniziare dalla busta con l’inventario, fino a lasciare l’uomo in camicia e reggicalze. Il maître notaire evitò di fissarsi in uno dei tanti specchi che facevano, a suo dire, art nouveau e si illuse così di mantenere, per tutto il tempo che richiedeva quell’incombenza, un piglio, sempre a suo dire, da terza repubblica.

Un’ora dopo Annette già accoglieva un nuovo ospite: «Sei proprio tu, mio piccolo Scaramouche?»

L’impresario Oscar Philippe La Mouche, che mezza pinta di sangue normanno nelle vene capace pure che l’avesse, si servì del Calvados non tanto per via della rigida serata di febbraio, ma piuttosto per digerire l’idea che quel pazzo di un sarto boemo avesse deciso di sfracellarsi senza restituirgli prima i duemila franchi e, soprattutto, che anche a volersi intrufolare nel suo atelier non ci avrebbe cavato nemmeno di che pagare gli scassinatori. Quella lista di paccottiglia, sfilata di tasca con tanto di atto notarile, gli fruttava giusto una cocotte meglio portata al borseggio che come mezzosoprano e che nondimeno ora era costretto a scritturare.

Fissando il proprio riflesso in camicia e reggicalze, ripensò al mattino ghiacciato allo Champ-de-Mars, qualche giorno prima. «Che aspetti? Salta!» Gridava la gente spazientita. Come sarebbe salta? Si era parlato di un manichino. La Mouche aveva avuto appena il tempo di storcere un sopracciglio che già i suoi duemila franchi più interessi precipitavano a peso morto da sessanta metri buoni di Tour Eiffel. «Fate largo, sono un dottore.» Diagnosi: morte sul colpo. Con buona pace di tutte le promesse sul premio Lalance e i relativi diecimila franchi per il brevetto di paracadute, al netto di ulteriori fandonie che quel boemo figlio di un cane gli aveva rifilato (possibile che a Parigi non esistano più gentiluomini capaci di onorare i propri impegni, andava deplorando l’impresario barra strozzino barra proxénète).

Il dottor Jean-Baptiste Cotignon, grazie a un gesto atletico che stupì lui per primo, aveva raggiunto il punto dell’impatto con così largo anticipo sul resto dei curiosi da rendere il suo «Fate largo!» del tutto pleonastico. Altrettanto gratuita parve la fretta di trasportare via il corpo ormai cadavere e l’intero armamentario paracadutistico, per cui il dottore aveva senza indugio messo a disposizione la propria vettura. Nessuno ebbe comunque di che obiettare, neppure un attonito e ritardatario Walter Meyer il quale, non appena ragguagliato sulle condizioni dell’amico, fu colto da coccolone. Lo si dovette schiaffeggiare a lungo per farlo riavere: dottori nei paraggi non ce n’era più e si intervenne come meglio si poté.

Il dottor Cotignon, in virtù del suo paziente più illustre, era per così dire di casa alla torre. «Il vostro medico è qui per ascoltarvi, Gustave.» Aveva azzardato qualche settimana prima. Poi, subito pentitosi: «Monsieur Eiffel, in fede: non fatevi scrupoli.»

Gustave Eiffel, prossimo agli ottanta, autore di prodigi ingegneristici, presidente di società esclusive, ufficiale della Legion d’Onore, si schermì dietro un sorriso da fanciullo: «È un sogno che ricorre, come un presentimento.» Sognava la torre perdere i suoi rivetti, uno a uno. «Sapete quanti rivetti sono serviti a questa torre, dottore? Due milioni e mezzo.» Lo diceva grave, l’ingegner Eiffel. E si era fatto serio pure il dottor Cotignon, fissando il vuoto fuori dalla finestra del bureau di Gustave Eiffel, all’ultimo piano della torre.

I rivetti, nel sogno, cadevano come neve, senza rumore. Nessuno li notava. Finché crescevano d’intensità: erano gocce di pioggia, docile, e poi grandine, via via più fitta, furibonda; si trasformavano in proiettili: due milioni e cinquecentomila proiettili micidiali, sparati in tutte le direzioni da una mitragliatrice alta trecento metri che si disfaceva pezzo a pezzo sommergendo di ferraglia la Francia e l’Europa intere.

Il dottor Cotignon si diede un tono: «C’è questo libro di un medico viennese che promette di decifrare i sogni.»

«E cosa dice?»

«Non conosco il tedesco e mi guardo dagli austriaci.» Il che era una mezza verità. A ogni modo il dottor Cotignon si lanciò in una lettura storico-filosofica: la guerra necessaria, la patria che chiama, il dovere della scienza, la storia che procede sicura dalla barbarie alla ragione.

Il pragmatismo dell’ingegner Eiffel ne uscì senza un graffio: «Non sono sicuro che gli eventi si dispongano in fila indiana come la intendete voi, dottore.» E comunque non spiegava il sogno.

«Avete una grande responsabilità monsieur Eiffel.» Provò a chiarire il dottore, le cui diagnosi risultavano spesso fumose. «I vostri studi di aerodinamica daranno al Paese più gloria, se possibile, delle vostre opere di ingegneria.» E con la mano grassoccia indicava i rotoli di progetti che l’ingegnere stipava nel suo bureau. «Quanto sognate è solo il riflesso delle vostre preoccupazioni.»

L’ingegnere sbuffò nonchalant: «Abbozzi, speculazioni. E ora, se mi volete scusare.»

Che quel locale tra le nuvole si dotasse di servizi igienici funzionanti strabiliava quasi più del panorama che se ne godeva. Quanto poi alla regolarità dell’ingegnere nel farne uso, lasciando incustoditi i disegni suoi e dei suoi collaboratori, il dottor Cotignon ci poteva tarare sopra il proprio Beaucourt da taschino. Un più pregiato Patek Philippe, d’altro canto, non avrebbe richiesto così frequente manutenzione: il dottor Cotignon se ne era convinto salendo la scala a chiocciola che immetteva nel bureau, quel mattino, e sorprendendo l’ingegner Eiffel, brusco, arrotolare fogli grandi quanto l’intero tavolo. Quali progetti segreti giustificavano tanta premura? Quanto potevano valere per l’intelligence teutonica? Come uscire dalla Tour Eiffel nascondendo un plico alto quanto un uomo e senza dare nell’occhio?

Ebbe la risposta di ritorno dalla campagna di Joinville. «Lo avete visto anche voi?» Ancora prima di passare il ponte sulla Marna, il dottor Cotignon con la coda dell’occhio aveva scorto rovinare giù dal tetto di un fienile quello che a una prima sommaria analisi era parso essere un enorme uccello nero. Il cocchiere, interpellato, si strinse nelle spalle. Che diavoleria era mai quella?

«Una macchina fotografica.»

«Ma no! Intendo quella.»

Il giovane fotografo che aveva risposto sbuffò nonchalant.

Qualche metro più avanti, nel cortile polveroso, un cumulo di paglia si agitava sotto il peso di una specie di catafalco. Ne spuntarono un paio di baffoni all’ungherese applicati a una testolina la quale a sua volta era attaccata a un ometto che il dottor Cotignon aiutò a riacquistare la stazione eretta.

«Buon dio, state bene? Avete bisogno di un dottore? Perché si dà il caso che io lo sia. Che combinate? Cos’è quest’affare?»

Di fronte a quel fuoco di fila, l’ometto frastornato non trovò di meglio da ribattere che esibire il biglietto da visita: François Reichelt; sarto per signora; rue Gaillon numero otto; secondo arrondissement; Parigi.

A poche settimane da quell’evento il dottor Cotignon bussò alla porta dell’atelier di François Reichelt: «Amate la vostra patria monsieur?» François Reichelt, boemo tedesco, ceco di natali, naturalizzato francese portò la mano al cuore senza esitare, fissando rapito la bandiera che immaginava sventolare dinnanzi a sé, quale che fosse quella che il dottore intendeva.

«Se rivelerete quanto vi sto per dire vi aspetta la corte marziale.» François Reichelt aveva l’abitudine di misurare persone e eventi in tagli di stoffa e calcolarne a quel modo perdite e utili. Stimò il rischio della corte marziale assai più remoto dell’ampliamento delle Galeries Lafayette con annessa ulteriore emorragia di clienti.

Si limitò a annuire risoluto, non credendo essere ancora arrivato il momento di menzionare compensi e rimborsi spese.

«Benissimo! Ora: a che punto siete con il vostro paracadute?»

Un andirivieni di garzoni e fantesche, sempre nuovi, a scadenze regolari prese a dare l’assillo alla porta dell’atelier. La richiesta, declinata in vario modo, era ogni volta la medesima: il dottore chiedeva a che punto si fosse con il suo ordine. François Reichelt faceva cenno di attendere.

«Dev’essere bello largo questo dottore.» Ipotizzava l’amico e collaboratore Walter Meyer mettendo fede alle tempistiche per quella confezione.

François Reichelt crollava il capo: negli ultimi tempi crepava più gente di caduta libera che di vaiolo. A lui si chiedeva di lanciarsi dal primo piano della Tour Eiffel appeso a qualche metro quadro di tendaggio.

«Di cosa vi preoccupate? Sono dottore e intimo dell’ingegner Eiffel, conosco il corpo umano e l’aerodinamica come le mie tasche. Se vi dico che ne uscirete senza un graffio dovete fidarvi.»

François Reichelt non si fidava proprio per niente. Documenti segreti, guardie della torre al soldo del nemico, salvezza della patria: si giocava l’osso del collo sopra una faccenda che, vedeva bene, era imbastita con lo spago. Non sapeva come c’era finito dentro e non sapeva come tirarsene fuori.

Il giovane Rémy Barlatier, fotografo ufficiale di quegli esperimenti paracadustici, nonché cineoperatore saltuario per il Pathé-Journal, occasionale direttore della fotografia per gli studi George Méliès, impiegato a vario titolo e alla bisogna all’obitorio cittadino del Quai de l’Archevêché, già apprendista barbiere, giramondo, tombeur de femmes e quant’altro, di fronte all’ennesimo ruzzolone dal fienile di Joinville valutò che il principale problema risiedesse nel peso. «Incomincerei rasando quei baffi.» Consigliò in un accesso di risa. «Lo dico per te, mio buon François: ne vedo fin troppi di baffi stecchiti giù al Quai de l’Archevêché.»

François Reichelt non era tipo da sprecare parole, specie da quando di mezzo si era messa la corte marziale. Ma di fronte alla macabra immagine di una fila di baffuti morts inconnus non riuscì a trattenersi: «Ami la tua patria Rémy?»

Il giovane fotografo sbuffò tranchant.

«E se ci aggiungessi mille franchi?»

Al numero otto del Boulevard des Italiens, gli spettatori del Théâtre Robert-Houdin si azzittiscono. Il pianista asseconda con maestria gli umori del pubblico: il mormorare smarrito degli uomini con la mano sinistra, le grida soffocate delle donne con la destra. Il direttore del teatro George Méliès fatica a trattenere la propria ilarità. È tanto che non ride che quasi gli fa male, ma non può farne a meno. Il macchinista alla manovella gli rivolge uno sguardo di biasimo: il numero del Pathé-Journal appena proiettato è tutt’altro che ridicolo. Nella pellicola un uomo si è lanciato dalla balaustra del primo piano della Tour Eiffel precipitando sullo Champ-de-Mars come un mucchio di stracci. Alcuni uomini trasportano via il suo cadavere e l’inquadratura si chiude con l’impronta profonda dell’impatto nel terreno gelato.

George Méliès è costretto a guadagnare le quinte con il fazzoletto sul volto. Il regista e illusionista Méliès, dopo tanti anni, ancora non si capacita di come alla gente sfugga sempre la cosa più banale, quella che sta proprio sotto al loro naso. Non conosce tutti i dettagli Méliès, ma preferisce così: sa bene che una volta scoperto il trucco non è più possibile godersi l’incanto. L’emozione è tale che non può evitare di condividerla. Lascia il Robert-Houdin e esce in strada dalla porta degli artisti. Appena rincasa, raggiunge il capezzale della moglie Eugénie. È così giovane e così malata Eugénie. «Ricordi, tesoro, quel Barlatier?» Attacca Méliès. «Quel bel giovane che lavorava per noi?» È così stanca Eugénie. «Ti va, tesoro mio, di ascoltare una storia?» Eugénie chiude gli occhi, annuisce e sorride.

Non lontano dalla Nuova Caledonia, i giovani nativi di quelle isole del Pacifico si sottopongono a un rituale di iniziazione molto particolare. Rémy Barlatier, in ogni suo viaggio, appena a tiro di marinai reduci di quelle latitudini, chiedeva lumi a riguardo. Dalle loro testimonianze, meditava, presto o tardi ci avrebbe tirato fuori un film.

Lunedì cinque febbraio millenovecentododici, la prima pagina del Petit Parisien titola sulla pubblica esibizione di paracadutismo tenutasi il giorno innanzi e conclusasi in tragedia. Monsieur Gassion, fra i custodi intervistati, dichiara che François Reichelt si era presentato quella domenica quattro febbraio, di buon mattino, nei locali dell’amministrazione della Tour Eiffel. Con lui due accompagnatori, uno poco più che adolescente.

Quando ha qualche pensiero, George Méliès, fatica a dormire. All’alba, per distendere i nervi, esce a passeggiare. Più pensieri lo assillano, più allunga il suo itinerario. Dal Boulevard des Italiens, attraversando la Senna dopo Place de la Concorde, doppiando la Tour Eiffel e riguadagnando la rive droit dal Pont d’Iéna, per poi rientrare da un affluente a casaccio degli Champs-Élysées, è una sgambata di più di due ore. George Méliès, sabato tre febbraio, alle sette e trenta del mattino, per liberare la mente è addirittura salito sulla terrazza della Tour Eiffel e si chiede che diavoleria è mai quella.

«Una cinepresa.»

«Grazie tante! Ma intendevo quella.»

Il giovane cineoperatore che aveva risposto riconosce il vecchio datore di lavoro. Prima arrossisce, poi sbianca.

«Non vorrete mica buttarvi con quel coso da quassù?» Si preoccupa George Méliès, che di ruzzoloni e ossa rotte ne sa più di quanto vorrebbe.

Ci si leva i cappelli, si stringono mani e si fanno le presentazioni.

«Certo che no, monsieur.» Spiega Walter Meyer, che non ha idea di chi sia George Méliès. «Qui si gira un film.»

George Méliès del sottile confine tra finzione e verità ci ha fatto un mestiere. Fissa inquisitorio Reichelt e lo strano marchingegno che indossa, quindi Barlatier che si fa scudo di una cigolante Pathé trentacinque millimetri. «E quale sarà il titolo?» Insiste malizioso.

«Escamotage.» Risponde Barlatier. E si morde le labbra.

George Méliès se ne compiace, spende parole di incoraggiamento, indugia mentre François Reichelt sale sulla balaustra, gli raccomanda attenzione, si scusa per la fretta e saluta nel preciso momento in cui Barlatier ha fermato la macchina da presa e già traffica con nodi, funi e materiale di scena vario. Si stringono mani, si fanno cenni di saluto. Non Reichelt: lui non muove un muscolo.

Il giorno appresso, domenica quattro febbraio, ore otto del mattino, la passeggiata di George Méliès si inceppa davanti alla piccola folla di curiosi sullo Champ-de-Mars. Il cadavere di François Reichelt, gli viene riferito, è già diretto all’Hôpital Laennec e, tutto a un tratto, di quella linea sottile tra finzione e verità George Méliès stenta a distinguere i contorni.

Seduto a terra c’è Walter Meyer: ha l’espressione smarrita e il volto paonazzo per la troppa sollecitudine dei suoi soccorritori. «Cos’è accaduto?» Ma Meyer scuote la testa, non ci si raccapezza. Non era sulla torre con Reichelt né sapeva della sua intenzione di saltare.

George Méliès non conosce tutti i dettagli. Non sa chi fosse il ragazzo poco più che adolescente che verrà menzionato l’indomani sul Petit Parisien, ma crede che due braccia forti per aiutare a trasportare un grosso carico, diciamo settanta chili avvolti di tendaggi, fino al primo piano della Tour Eiffel le si possa trovare a pochi franchi e senza dare troppe spiegazioni. Sa anche che all’obitorio del Quai de l’Archevêché di morts inconnus dal volto irsuto ne arrivano fin troppi e spesso nessuno li reclama. Sa, George Méliès, che è facile fare apparire e sparire oggetti e persone con una macchina da presa e lo sa perché quel trucco l’ha inventato lui. Sa anche (e questo è ciò che più lo diverte) che, fra l’inquadratura sulla balaustra della Tour Eiffel e la successiva con lo schianto al suolo, il montaggio ha saltato ventiquattro ore. Lo sa perché del giovane aiutante, menzionato dal custode monsieur Gassion, nel filmato non c’è traccia. Il Pathé-Journal sulla balaustra con François Reichelt mostra invece lui, George Méliès, in bella vista e sotto il naso di tutti, durante la sua passeggiata del sabato mattina.

Non conosce tutti i dettagli George Méliès, né vuole conoscerne di più. Non sa di preciso dove si trovi la Nuova Caledonia, ma Rémy Barlatier, un tempo, lo aveva messo a parte di un rito di passaggio per cui giovani selvaggi si lanciavano nel vuoto affidandosi a liane legate alle caviglie. Non sa, Méliès, che un sarto boemo, per togliersi dall’impaccio di una corte marziale e nell’illusione di scongiurare una guerra, stava massaggiandosi il labbro appena rasato sul ponte di un transatlantico. Né sa di documenti trafugati nel cavalletto di una macchina da presa con la complicità di un cineoperatore avventuriero, ora diretto alla volta del Pacifico. Méliès non sa che il dottor Jean-Baptiste Cotignon aveva dovuto impegnare anche il proprio Beaucourt da taschino, credendo di finanziare un prototipo di paracadute che non sarebbe mai stato realizzato, con la speranza di arricchirsi passando al nemico progetti segreti che le correnti oceaniche stavano invece disfacendo a nord di Capo Verde. Non sa che Walter Meyer, ancora a lutto e disorientato, riceverà un vaglia anonimo della U.S. Postal per la somma di cinquecento dollari, recante la criptica causale «pedalino spaiato: a parziale risarcimento». Infine non sa, Méliès, che l’anziano Gustave Eiffel dovrà abbandonare l’idea di migliorare gli scarichi igienici del suo bureau avendone smarrito, va a capire come, tutti i progetti.

Eugénie Méliès sta intanto cedendo al sonno. Lei sa che suo marito del confine tra finzione e verità non ha mai ben saputo cosa farsene. Ma per una volta vuole sperare che le cose stiano proprio così come lui le ha raccontate.

Gran palissandro

Racconto di Francesco Petrucci, secondo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2025.

Pubblichiamo di seguito il testo secondo classificato della quarta edizione del Premio Lo Spazio LetterarioGran palissandro di Francesco Petrucci.


Gil Da Silva era uomo d’onore. Le sue mani grandi, cotte di fatica, stringevano le altrui con vigore, e quello era il contratto. Occhi a fessura, capelli ricci ormai grigi, ciondolava la carcassa color cuoio fra le foreste dell’interno, in cerca del meglio.

Dopo aver scortato il carico fino in città, lui e i figli Dulcìdio e Vinicius puntarono la bussola verso la sagoma bianca e ocra della Igreja de Nossa Senhora da Barroquinha per l’usuale ringraziamento. Una breve, sentita preghiera, poi furono fuori, sulla via animata da gente e rumori. Sotto il tendone arancione aggrappato alla facciata verde opale di un palazzo di fronte li aspettava il loro tavolino: una bottiglia di cachaça gelata sarebbe bastata a placare le loro gole in agguato. Gil posò il cappello fradicio di sudore, scacciò con una manata un agrilo dalla corazza azzurrognola che ci s’era abbarbicato e si accasciò su una sedia logora, allungando i calzoni in tela grezza nocciola da cui sbucavano scarpe polverose. Dopo un sorso di bruciabudella schioccò sonoramente la lingua e rifletté. La merce l’aveva consegnata: non sarebbe più stato affar suo. Non gli importava di dove sarebbe andata a finire o forse sì, ma non era uomo da rompicapi.

Il carico partì il giorno successivo. Dieci tonnellate abbondanti di tavole grezze di uno splendido palissandro rossiccio con striature nere, sagomate in segheria e accatastate una sull’altra. Estratte pochi giorni prima da maestosi alberi delle foreste interne dello stato di Bahia, viaggiavano spedite da Salvador verso Rio, in pancia alla motonave Aparecida. Successivamente avrebbero puntato verso l’emisfero nord, tagliando l’Atlantico: era un controsenso scendere per poi risalire, ma gli uomini sono fatti così. Il legname giunto a Rio venne trasferito sul bastimento Piemonte II, ex nave passeggeri convertita all’uso mercantile, e partì due giorni dopo. Ci volle una traversata di circa cinquemila miglia prima di avvistare la Lanterna di Genova, Italia.

All’ingresso in porto, mentre la pilotina faceva strada, capitan Perasso, un segaligno con baffetti taglienti e un naso rincagnato da una banale caduta su uno scalino che lui spacciava come lascito d’una rissa gloriosa, guardava l’orologio con impazienza. Era pervaso da un certo formicolio alle parti basse, dato che non vedeva Nives la rossa, la sua amante a gettone, da ormai quattro mesi. Non prestava l’occhio alle plastiche danze dei gabbiani in volo sopra uno sfondo ardesia cupo turbato da una cotonosa nuvolaglia, né orecchio ai fischi striduli delle sirene, sospinti da una tramontana impietosa. A malapena salutò il pilotino Pinin Canepa, un atticciato sessantenne con la pelle di prugna secca, che si sbracciava da una cerata gialla oversize.

Perasso era arrivato, ma per il carico di palissandro si trattava di un altro pit stop.

Sul molo, sotto l’ululato del vento rabbioso, una banda di rudi camalli baccaglianti in vena di bestemmie si occupò del brusco atterraggio dei bancali.

Poi vi fu un altro trasbordo su due bisonti rossi con rimorchio che sfoggiavano la lucente scritta cromata 642N65R, posta di sbieco sui musi gentili.

I bestioni partirono ruggendo, tra sbuffi acri di nafta combusta, e giunsero a destinazione dopo un viaggio relativamente breve, inizialmente tutto sballottamenti causa curve. Lissone, Brianza, era il capolinea.

C’è chi, ispirato, da un informe blocco di pietra dà vita a una statua, e perciò vien detto artista. Forse che l’artigiano, che plasma rozze tavole di legno in mobili, vale di meno?

Non la pensava così Gioàn Viganò, mastro mobiliere dal viso duro e compatto come la materia che lavorava con mani potenti, svelte e precise. Un uomo semplice che aspirava a migliorarsi e per progetti importanti si appoggiava a Vittorio Dassi, disegnatore dalla matita sapiente, che più avanti avrebbero ribattezzato designer.

Quel palissandro brasiliano si sarebbe sottomesso docilmente alla maestria del Gioàn, per assumere nuove forme e affrontare una seconda vita.

Fu così che dalla macedonia artigegnatori, come definivano il loro duo affiatato, prese vita un gioiello ligneo: l’armadio intarsiato Dassi/(Viganò). Il resto della materia prima ebbe sorte ordinaria e finì in mobilio omologato.

L’opera non rimase a prender polvere in magazzeno, come diceva Gioàn. Venne acquistata da un potente esponente della ricca borghesia milanese, tale Luigi Crippa, come regalo per la casa del figlio maggiore Gaetano.

L’armadio passò parecchi anni nella spaziosa camera da letto, assistendo a sonni e veglie, a letture e amplessi, a litigi e rappacificazioni, sorbendosi perfino roboanti ronfamenti e i sotterranei gorgoglii dei borborigmi.

Purtroppo, giunse inesorabile il tempo della dismissione. Un bel giorno venne soppiantato da un meno raffinato ma più modaiolo rimpiazzo, e finì in conto vendita in un mercatino dell’usato. Lo comperò una coppia giovane, in vena di vintage.

Paolo e Chiara erano innamoratissimi, e sul letto di fronte fabbricarono due bambini che fortunatamente andarono poi a sfogare i loro estri in un’altra camera.

Ma in un week end estivo non fu Chiara a infilarsi sotto le lenzuola, bensì Susy, collega di Paolo. Gli uomini sono proprio stupidi. Per una occasionale mitragliata di orgasmi, Paolo si giocò il matrimonio. Chiara rimase nell’appartamento coi figli, ma decise di cambiare tutto l’arredamento.

Il venditore del nuovo mobilio, il sig. Pandolfi, si offrì di acquistare in blocco l’usato a un prezzo vergognoso. Chiara accettò, senza batter ciglio. Lui aveva i suoi giri, sapeva a chi affibbiare quella merce poco appetibile.

Ad esempio, alle Rsa, strutture in costante espansione che avevano bisogno di arredare i locali a costi sostenibili con mobili dignitosi, anche se démodé. Ce n’era una con cui faceva spesso affari, diretta da un certo dottor Parodi, uno sparagnino calvo e ingobbito che pagava sull’unghia.

L’armadio, tirato a lucido per aumentarne il valore, imboccò a ritroso il corso di un destino beffardo e si ritrovò in una stanza della Residenza “I pitosfori”, a Genova Nervi. Sotto altre spoglie, un tempo aveva conosciuto i moli salini e ventosi di quella città.

Ora, nella camera 12, vigilava dall’alto della sua grande stazza.

La scorza luccicante, pervasa da un mix di toni cupi e rossastri e lingue scure, emanava un fascino austero e rifletteva il meglio baciata dalla giusta luce.

Era un cinque ante monumentale che dominava senza imporsi, piantato su una quaterna di zampe modanate a treppiede; due centrali e due laterali: mastodontico per quell’ambiente ed esagerato per l’uso cui era destinato. Gli intarsi delle ante, inseriti in una pannellatura a rettangoli sovrapposti separati da strisce chiare, come dorate, gli donavano un tocco artistico. Dentro ogni rettangolo, a sinistra stava un fascio ordinato di intarsi a fibre scure verticali, accostate a un fascio simile ma ortogonale, che occupava la parte destra. Sulla faccia interna dell’anta centrale era applicato un alto specchio con una incipiente maculatura nera dovuta all’argento ossidato; dentro, quattro ripiani. Aprendo le due ante di sinistra appariva una ridondante cassettiera a otto cassetti con sopra due ripiani. Dentro le due ante di destra, una barra metallica orizzontale aggraffata alle pareti laterali, cui erano agganciati degli appendiabiti scompagnati, alcuni in legno chiaro e altri in plastica nera opaca; i quattro in filo d’acciaio ammucchiati all’estrema destra parevano scheletri uncinati.

Aveva voluto andarci quando ancora gli funzionavano gambe e cervello. Aria buona, più sole e meno pillole, con vista mare e palme tutte le mattine. Una mano santa per quel vecchio lungagnone dinoccolato, dagli occhi glauchi infossati e le spalle spioventi.

Una vita alla Banca Popolare, il ragionier Egidio Girardi, tra mutui, fidi, estratti conto e altre amenità. Ricordava gli ultimi clienti come ghepardi guardinghi che si avventuravano in selve ignote. Con lui si annusavano reciprocamente, senza voglia di allacciare un qualche rapporto che andasse oltre quello professionale.

Dopo la pensione, un rosario di anni vuoti, della serie copia-incolla. Egidio era proprio stufo, la Residenza “I pitosfori” se l’era meritata.

Come avrebbe detto sua madre buonanima, veneta di Campodarsego, era un vitasola; forse lì, nell’imbuto di tempo che gli rimaneva, una qualche amicizia l’avrebbe racimolata. Quella spallina militare, l’aveva scovata in fondo a un cassetto del grande armadio.

Dalle decorazioni sulla stoffa aveva immaginato che fosse appartenuta a uno di un certo rango. Ma Egidio non aveva prestato il servizio per insufficienza toracica, e in quanto a divise, gradi e gerarchie, non ci capiva una mazza. Gli piaceva accarezzarla con delicatezza, come fosse una creatura.

Era di fattura pregevole, con fili argento su sfondo nero. Il disegno rappresentava a sinistra un disco bianco marezzato da cui si dipartiva una serie di stringhe dello stesso colore intrecciate fra loro, per comporre un gioco ottico che non ne faceva indovinare inizio e fine. Al centro campeggiavano due ghiande contrapposte in verticale unite per i gambi in un punto da cui sbocciavano, protese a sinistra, tre rigogliose foglie di quercia, con le loro belle nervature.

Era solo un pezzo di panno infeltrito che emanava un odore stantio di muschio fracido, ma ogni tanto Egidio lo tirava fuori, se lo rigirava fra le mani e lo palpava con cura, apprezzandone la maschia ruvidezza. Fantasticava, e lasciava che l’immaginazione perforasse la spessa capotta che gravava sui suoi giorni grigi. Dopo, lo riponeva nel terzo cassetto, sopra le maglie pesanti.

Arrivarono nel tardo pomeriggio; il giovane davanti, il vecchio a ruota. Procedevano spediti, lungo il corridoio. “Stanza 12, eccola” disse il giovane ammiccando col capo, “c’è ancora il nome di quello prima, Girardi”. Il vecchio, un ometto ritto e secco con sopracciglia irsute a punta che sembrava volessero volare da qualche parte, esitava sulla porta, roteando lo sguardo smarrito. Entrarono. Trascinavano un valigione, un trolley e un carrellino di tela con motivo scozzese, per i libri. La stanza aveva un piccolo balcone, la porta finestra era aperta.

“Guarda che vista, papà!” Uscirono entrambi.

“A destra, laggiù, c’è la città; Punta Chiappa è a sinistra, dove finisce il golfo” disse, puntando il dito. “Una volta, se è bel tempo, mi fermo e facciamo una gita in battello a San Fruttuoso.”

Si girò verso il padre. “Ti ricordi l’abbazia dal mare… e la mamma che s’era beccata quell’ondata, era tutta fradicia!” Il vecchio non ascoltava, aveva gli occhi semichiusi e si sfregava il pizzetto candido con le nocche della mano destra.

“E la passeggiata al porticciolo puoi farla da solo, quando te la senti. Sai che ci metto niente a venirti a trovare con Marisa e i bambini? Da Assago a Nervi è un’ora e tre quarti: centocinquanta chilometri, tutta autostrada.”

Il vecchio, con una mano agguantata alla ringhiera celeste, a capo chino guardava in basso, irritato dalla nuova macchia bruna fiorita sulla pelle arida.

Sotto, il giardino stava assaporando gli ultimi raggi di un crepuscolo aranciato.

Appartato tra i palmizi, un uomo in divisa bianca monitorava con occhio vigile gli elefanti. Uno, pietrificato su una panchina; due, femmine, che strascicavano passi podagrosi; un altro in piedi coi gomiti appoggiati al parapetto, fissava un punto lontano. Quattro, in fondo a destra, giocavano a carte sotto il pergolato.

C’era anche il mare.

Rientrarono, cominciando il lavoro di occupazione della stanza.

Pirandello – Tutto il teatro – lo metto sullo scaffale al centro?” disse il figlio, indicando la piccola libreria a muro.

“Dove ti pare.”

Il giovane posò lo sguardo sull’armadio. “E quel catorcio? Se la tirano da resort e poi risparmiano sull’arredamento; dopo gliene dico quattro, al direttore.”

Il vecchio non fiatò, si avvicinò al mobile e prese a lisciare la pelle lustra della prima anta.

“È un armadio intarsiato anni ’50, disegno di Dassi. Tu sei nato a Milano, ma io a Lissone dopo la scuola andavo a dare una mano al Gioàn, l’artigiano che l’ha fatto, un artista. È in palissandro brasiliano, specie Dalbergia.” Accostò il naso al legno e aspirò avidamente, volgendo gli occhi verso l’alto. Trattenne per sé il respiro per qualche istante, poi disse: “Si sente ancora un profumo di rosa… un gran palissandro questo, ora non ce n’è quasi più, viene tutto dalla Nigeria. Ma là i taglialegna illegali saccheggiano le foreste per il mercato cinese. È come per le pinne dello squalo bianco.”

“Cioè?”

“Per i cinesi è una prelibatezza, ci fanno le zuppe. Per quattro scodelle di brodaglia vengono mutilati questi pesci che perdono l’orientamento e muoiono disperati; ormai sono in via d’estinzione.”

“Sono belle storie papà… ma ora vediamo di sistemare tutta ‘sta roba, se no fai tardi per la cena.”

Raggiunse il padre, aprì le prime due ante e si mise ad armeggiare, cristando con la cassettiera, e alla fine assestò un vigoroso scossone a un cassetto che non voleva saperne di scorrere. “Ecco cos’era l’intoppo” sbottò, e posò sul tavolo un piccolo oggetto.

“Una spallina, viene dalla divisa d’un soldato, credo.”

“Credi? Si vede che non hai fatto il militare a Cuneo, anzi da nessuna parte” ironizzò il vecchio, sapendo che il figlio non avrebbe capito la battuta, e aggiunse: “Dev’essere di un ufficiale. Nazista, direi. Reichsführer, come dicevamo noi, o Rechsmarschall, come dicevano loro, quelli della Wehrmacht.”

“Nazista? Ma Girardi, il nome sulla porta… aspetta, ci sono! Era un partigiano, e la spallina è un cimelio di guerra.”

“Magari avevano fatto amicizia, era un regalo” buttò lì il padre, con un sorriso smorzato.

Nel mentre entrò Sebastiano, l’infermiere anziano della Residenza, sulle braccia una pila di lindi asciugamani prelevati da un carrello parcheggiato nel corridoio. Li depose delicatamente sul letto. “Ah, vedo che s’è già ambientato, professore. C’è una vista da qui, uno spettacolo, e poi vedrà, siamo una famiglia.”

Dal giardino salivano voci concitate, erano quasi urla. L’infermiere uscì sul balcone, e dopo una breve ricognizione, rientrò. Scuotendo la testa, richiuse la porta finestra. “Due bambini, litigano sempre, non sono mica cattivi, eh. Alla fine, davanti a un bianchetto e a una sleppa di focaccia fanno pace, in fondo si vogliono bene. È una famiglia, professore, vedrà.”

Nell’uscire, sbirciando il tavolo, venne attratto dalla spallina e, continuando a fissarla, disse: “To’, e questa da dove salta fuori? Sarà stata del Gandolfo, poveretto… che brutta fine. Dicono che fosse bravo, come attore di teatro. L’aveva chiamato anche quel regista famoso, una volta me ne aveva parlato. Sì, Lizzani mi pare fosse il nome… per un film importante, sulla seconda guerra”. L’infermiere concesse una pausa d’attesa, ma non arrivò nessun commento.

“Boh, chissà? Allora, questo cencio lo buttiamo” e fece per afferrare la spallina. Il vecchio, con una rapidità inaspettata, gli bloccò il polso e gli disse, con voce risoluta: “Lasci stare, ci penso io”.

Heidi Kruger

Racconto di Nicolò Matina, primo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2025.

Pubblichiamo di seguito il testo vincitore per la sezione “Racconti” della quarta edizione del Premio Lo Spazio LetterarioHeidi Kruger di Nicolò Matina.


A E.

I.

Ho conosciuto Heidi Kruger che ancora ero bello, dicevo in giro di esser triste come si è tristi a ventidue anni, attraversavo la vita in orizzontale e non credevo alla morte.

Ho conosciuto Heidi Kruger quando seguivo le norme goliardiche di una classe media di vitelloni che legittimava con qualche citazione che assomigliasse a cultura la tendenza a scialacquare le ore in luoghi in cui le voci riuscivano a coprire efficacemente il cadenzato rintocco del conto alla rovescia che, alla fine, avrebbe reso i comodi punti di domanda in fondo ai nostri pensieri in a capo e a capo, in invii a buon rendere, in larghi spazi bianchi tra i paragrafi della nostra vita che nessuno avrebbe letto, anche per il fatto che io, quei paragrafi, non mi premuravo di scriverli.

Ho conosciuto Heidi Kruger, cioè l’ho vista per la prima volta, quando c’era il sole che sbatteva su un prato, eravamo in gruppo, Piacere Heidi, Heidi come la Heidi a cui le pecore fanno ciao?, Lo dicono tutti comunque sì ahah, e poi basta, l’interazione si è limitata a queste diciotto parole mormorate da me con sarcasmo e da lei con quella posa spavaldamente annoiata che fa impazzire i vitelloni di città.

Ho conosciuto Heidi Kruger su quel prato verdissimo e ci siamo scambiati le diciotto parole di cui sopra e basta, non le ho detto nemmeno il mio di nome, tanto se lo sarebbe dimenticato o avrebbe fatto finta di dimenticarselo perché funziona così, ricordarsi i nomi si può evitare. È stata tutto il pomeriggio a portata di sguardo, io fumavo e parlavo con sofisticata ironia, sempre coscienziosamente a ridere e a scherzare perché tutti sapevamo che in fondo la serietà è come scaccolarsi, una cosa goffa e privata, riservata alla sera in pigiama.

Heidi, che facevo finta di non sapere già si chiamasse Kruger nonostante l’avessi saputo perché era stata taggata da Marianna Schiavone in una storia di qualche giorno prima, in una foto in cui erano loro due, Heidi e Marianna, in una strada notturna milanese, bellissime che se Dio fosse uno studente d’accademia creerebbe gli angeli esattamente così, vestiti così, con quei tatuaggi, e se postasse una foto del suo set fotografico sui sette giorni di cosmogonia, sarebbe proprio quella; avevo visto quella foto durante la lezione di letteratura italiana, in una breve pausa in cui la professoressa si era alzata dalla cattedra, io avevo preso il telefono ed ero automaticamente finito a scorrere le storie su Instagram e la terza che ho visto, mi pare, era questa, e su Instagram sono rimasto tutti i restanti 45 minuti di lezione lasciando all’oblio le parole della professoressa; avevo aperto il profilo di Heidi Kruger ed avevo studiato la potenziale nuova musa della mia vita, tutti i contenuti in evidenza, i post suoi e quelli in cui era taggata e me ne ero innamorato, stavolta sul serio. Quindi si potrebbe dire che ho conosciuto Heidi Kruger qualche giorno prima di quando effettivamente ci siamo visti nella vita vera, su quell’erba un po’ secca e sotto quel cielo grigio, però la racconto meglio, tolgo le nuvole, innaffio il prato, e dimentico Instagram, se no non c’è poesia.

Ho conosciuto Heidi Kruger e non abbiamo praticamente parlato, e io ne ero innamorato e lo avevo già detto a tutti, soprattutto a Nerio Belmonte, il mio migliore amico si potrebbe dire, tanto eravamo tutti innamorati di Heidi Kruger sotto sotto. Avevo capito, da come parlava (in realtà dalla bio di Instagram, in cui c’erano le due bandierine, tedesca e italiana) che non era solo italiana ma anche tedesca e viveva a Milano perché sua madre è italiana, probabilmente si era trasferita tra il 2020 e il 2021, e lo posso dire perché le foto antecedenti a tale periodo avevano la caption in tedesco, poi da maggio 2021 erano in italiano, ma già le storie in evidenza di febbraio 2021 sono a Milano; che strano che in questi due anni io non l’abbia mai vista, pensavo mentre ero a lezione e la professoressa di letteratura spiegava le Operette Morali. Mentre, quando ero semisdraiato su quel prato, dopo essermi presentato a quella che con ogni probabilità sarebbe stata la donna della mia vita, pensavo ad una scusa per avvicinarmi, però non l’ho fatto, sono rimasto a lamentarmi con gli altri innamorati che erano lì con me e Nerio Belmonte, e io pensavo, come lo pensavano tutti, di essere il più innamorato.

Ho conosciuto Heidi Kruger ed ho pensato a lei per circa un giorno e mezzo dopo quelle diciotto parole così spiccicate, maldestramente ironiche, un giorno e mezzo in cui se passava una ragazza non mi innamoravo di botto così su due piedi, non ci sognavo una vita insieme come invece era accaduto all’incirca da quando avevo inviato per e-mail i moduli firmati per iscrivermi all’università, fino al momento in cui avevo incontrato Heidi Kruger per la prima volta. Quattro anni in cui mi sarò innamorato sì e no seicento volte, ovunque, in metro, in classe, in biblioteca, in treno, a casa, nei film, nei porno, su Instagram, su YouTube, su Pinterest e per strada. E in maniera del tutto equivalente, che fossero studentesse in giro o pornoattrici sullo schermo, mi davano fondati motivi per pensare per tutta la durata di quegli innamoramenti (di solito pochi minuti), che fosse un amore ricambiato.

Poi però bastava un pensiero e questi amori non mi sembravano più validi, e allora tentavo di prodigarmi in qualcos’altro che mi facesse sentire poeta, artista o musicista, da fuori forse un idiota, da dentro era tutto legittimo, tutto giusto (in realtà spesso anche da dentro mi sembravo un idiota). Mi rifornivo di motivi per cui sarei dovuto essere io il prescelto, chissà da chi, più o meno con lo stesso meccanismo di quei giochi a gettoni in cui devi sapientemente condurre un braccio meccanico per afferrare pupazzetti, palline, premi in generale, o, in questo contesto, ventenni. Per essere scelti bisognava avere qualcosa di cui parlare, un progetto, un’idea, un lavoro, qualcosa che innanzitutto allungasse i minuti prima del silenzio imbarazzante che inevitabilmente arriva in una qualsiasi conversazione, e che in secondo luogo proiettasse nella testa dell’interlocutrice un’immagine il più possibile stratificata e accattivante di te, ma bisognava anche ponderare le informazioni per mantenere una debita dose di mistero e non ritrovarsi senza assi nella manica in eventuali seconde occasioni. Si tentava cioè di passare il tempo evitando di osservare annoiati un muro bianco (o più probabilmente dei ritratti fotografici femminili su Instagram, che inevitabilmente conducevano i pensieri alle succitate carenze) e allo stesso tempo facendo cose che permettessero di costruire un’immagine funzionale di sé. Tuttavia, bisogna anche sapersi vendere abilmente, romanzando la propria vita per il gusto di avere qualcosa per cui vale la pena essere ascoltati. Io ci provavo senza riuscirci troppo bene, cioè non ero un camaleontico stratega capace di mutare maschere performative in base al contesto per raggiungere scaltramente la meta, bensì più probabilmente il mezzo sfigato a volte troppo silenzioso di cui si percepiva solo il desiderio di essere cool, senza grandi abilità oratorie.

Tutto questo per un giorno e mezzo, quasi due, non è successo, e ho pensato per questo giorno e mezzo quasi due ad Heidi Kruger e alla sua post-artistica e angelica figura entrata a gamba tesa nella mia vita attraverso una menzione su Instagram, o, volendo essere poetici, attraverso una colazione sull’erba.

Quella conviviale riunione bucolica è durata circa due ore e mezza, e se è vero che ogni due minuti guardavo Heidi Kruger, penso di averla guardata circa 75 volte, e di quelle 75 volte ho incrociato il suo sguardo 13 volte, il che mi assicurava un 20% di possibilità che fosse a sua volta innamorata di me come lo ero io. Il ragionamento ora che ci penso filava di più quando ero in treno con Nerio Belmonte per tornare a casa con in bocca il dolce e malinconico sapore di birra e tabacco. Tuttavia, dopo quel giorno e mezzo in cui ero così innamorato da essere giustificato a non studiare e a bivaccare fuori dalle biblioteche per parlottare di ironici argomenti con i sodali vitelloni per ore e ore senza sentirmi tutto sommato in colpa, il ricordo sbiadì, forse offuscato dai sogni, forse dai migliaia di input visivi che stimolano un qualsiasi essere umano occidentale che vive nel terzo millennio.

II.

Ho rivisto Heidi Kruger un paio di settimane dopo, l’ho vista di sera, meglio per la socialità, per la situazione costruita, per la situa, i vitelloni la chiamano così, consente le interazioni, a volte alcolicamente innaffiate, a volte no, in ogni caso la notte è giovane, lo dicono in tanti. Era ancora bella, in quelle due settimane non era invecchiata nemmeno un po’, così sono ricascato nel mulinello dell’innamoramento, inebriato da quel suo rossetto rosso, dalla vertiginosa esposizione della schiena, dai capelli, corti, affilati, che impedivano in qualsiasi modo che l’aria li muovesse, scurissimi, senza identità ma inconfondibili, indossati provocatoriamente come una sorta di diadema, conferma artefatta di naturale nobiltà.

Sono arrivato con i vitelloni tra cui Nerio Belmonte che era già abbastanza tardi, meta un circolino policulturale che proponeva ogni sera una musica diversa, effervescente laboratorio di variegati progetti teatrali, nonché locus philosophicus per eccellenza del centro-sud di Milano, arrivammo in macchina, belli e disperati, o forse brutti e annoiati, agghindati come un non so, magliette camicie pantaloni baggy pelle non pelle maglioncini orecchini collane, così tardi che gli altri erano già tutti ubriachi, era mercoledì sera, ed io, la prima cosa che vidi nella piazza su cui dava il circolo iperculturale, fu Heidi Kruger abbandonata tra le braccia di un vitellone (si dice che quel ragazzo ora viva per raccontare questa cosa alle 23 davanti al megacircolo galattico). In quel momento di sconfortante visione ho avuto l’idea non cool di voltarmi, e mi sono notato riflesso nella una vetrina di un negozio, e ho visto da fuori l’ordinario vitellone agghindato come un non so che ero io, quei pantaloni, la camicia, gli anelli, le collane, le magliette, gli occhiali da sole appoggiati sulla testa, quell’atteggiamento lontanamente decadente, inebriato un poco dal vino del preserata in macchina per essere carichi, un coglione ho pensato, e sono finito a contemplare impotente ogni minuscola stortura della mia condizione. Non andava bene che ci fosse una vetrina mezza illuminata che mi rifletteva. Sono rimasto incantato davanti a quella goffa chimera di convenzioni e mi è parso di vederla inginocchiarsi di fronte alle porte della verità, porte che assomigliavano alle labbra di quell’angelo che intanto era abbandonato tra le braccia di un altro, inconsapevole portatore di annichilenti epifanie, a volte è l’effetto di un innamoramento come questo, pensavo, e dopo qualche istante ho visto il riflesso rialzarsi e mostrarsi come conveniva fare, ma con i nervi del collo tirati e gli occhi sbarrati e le labbra tremanti.

Ho rivisto Heidi Kruger e stavo per soffocare dietro ad una strana compressione, ho chiuso gli occhi, e ho sussurrato, nel buio, un secondo prima di coprire la visione dietro alla condensa del bicchiere di vino, ho sussurrato prima di tornare a rispondere all’appello dei giudici, ho sussurrato in silenzio ma non troppo per farmi sentire, ho sussurrato in quell’istante di goffaggine improvvisa causata dall’infausta apparizione sulla via del policircolo megaculturale, ho sussurrato a qualcuno che ha visualizzato ma non ha risposto, ho sussurrato (rigorosamente citando): portatemi Dio, gli devo parlare.

Ho rivisto Heidi Kruger mentre stava con un altro e allora com’è nell’ordine delle cose un essere umano si sente rifiutato e si innamora ancora di più e io ripiombai in quel vortice di vacui sentimenti, e nel giro di una quarto d’ora lo sapeva tutta la piazza che io ero innamorato, diffondevo la voce, tanto anche gli altri vitelloni si erano reinnamorati, quindi stavamo in piedi con il vino rosso a disquisire di pene amorose, ma sempre con un sorriso di cera e una serie di divertentissime battute che allietavano la nostra piacevolissima e noiosissima serata. Alcuni vitelloni erano ubriachi, altri volevano esserlo ma non potevano, ma soprattutto Heidi Kruger era ubriaca, unica donna rimasta nel gruppo che gravitava intorno a noi vitelloni. Volteggiava tra la folla con elegantissima sgarbatezza, inciampava, gridava, si sedeva, si rialzava, con un bicchierino di gin liscio tra le mani, cui reagiva con un conato di sbocco ogni volta che lo assaggiava, chiunque per questo motivo sarebbe stato allontanato a male parole dai colti vitelloni, ma lei era Heidi Kruger. Se ne andava in giro con in grembo una cassa bluetooth ad alto volume che tentava di opporre quasi teneramente alla musica jazz che usciva dal minicircolino monoculturale. Qualcuno cantava nei circuiti elettronici sostenuti dalle braccia di Heidi Kruger fall in love again and again fall in love again and again

(Quella sera, si sarà capito, ho consolidato a quota diciotto le parole scambiate con Heidi Kruger, quindi, sulla via del ritorno, ho cercato rifugio in Zipper, l’app di incontri che fonda la sua politica comunicativa sulla questione app fatta per essere rimossa, con l’intento di trovare altre donne.

L’ho scaricata pensando che non fai in tempo a matchare con donna X e già hai un appuntamento con il parroco di una piccola Chiesa nelle colline in Toscana dove celebrerai il tuo matrimonio, al quale inviterai un centocinquanta persone, per fare le cose in piccolo. La cerimonia unirà tradizione e post-modernità, avvalendosi dei dispositivi rituali della cultura cattolica italiana, accostati però ad un afterparty berlinese, durante il quale un amico artista che nel tempo libero si è da poco reinventato dj per arrotondare, sciorinerà un paio d’ore di set tutto per voi.

Poco prima che nonne, zie e mamme se ne vadano a letto, di fianco alla moglie X con la quale hai matchato 5 anni prima, tu percuoterai gentilmente un cucchiaino d’argento sulla superficie di cristallo di un calice, e declamerai le vicende biografiche che ti hanno condotto a quel momento con quella persona. Racconterai di come quella donna tu l’abbia conosciuta su Zipper suscitando un breve momento di ilarità collettiva, ma poi renderai l’atmosfera più solenne, tralasciando l’ironia per pochi istanti, perché è un momento che merita serietà, e descriverai a tutti l’amore secondo te cos’è, magari ad un certo punto ci infilerai qualcosa come “non ho la verità sull’amore, ma so che io l’ho provato davvero con la donna di fianco a me”. Tuttavia, proprio nel momento in cui incrocerai lo sguardo con gli occhi orgogliosi di tuo padre (che in realtà fino a quel momento era stato silenziosamente deluso dalla tua strada professionale, ma quella volta in cui ti aveva visto tornare a casa ubriaco a 29 anni ti sembrerà di aver sentito “quando ti sposerai ti metterai a posto”) proprio nel momento in cui incrocerai gli occhi forse ora quindi orgogliosi di tuo padre, ti tornerà in mente il volto di donna Y, mettiamo, che non c’entra nulla con le colline toscane, che non vedi da saranno 10 anni ormai, che avevi dimenticato sul fondo di un sorso di vita mandato giù troppo in fretta, penserai a donna Y e ai due anni o qualcosa di meno trascorsi uno con il cuore dell’altro, uno con la mente dell’altro. Penserai che ancora prima di (come si chiamava?) Heidi Kruger, c’è stato un momento in cui non hai dovuto giocare a sembrare e fare delle cose per assoggettare quasi morbosamente un’anima, e tu non hai cercato dei modi d’essere per trovare in lei quella che ti avrebbe svuotato momentaneamente dei buchi neri. E forse in quel momento ti commuoverai pensando a donna Y, e di fianco a te ci sarà donna X pronta a consolarti, sicura che quelle lacrime siano per lei, e donna X asciugherà lacrime gelide versate per donna Y e tu proverai a dire così piano che neanche donna X nonostante la vicinanza non capirà (e sarai sicuro che invece donna Y avrebbe sentito) qualcosa di melenso, sentimentale, qualcosa come “ti amo”. Nulla di più falso.)

III.

La terza volta che ho incontrato Heidi Kruger è stato due settimane dopo, eravamo in un club. Mi ricordo ero con Nerio Belmonte in una sala in cui non si riusciva a respirare dalla gente che c’era. Era un club di quelli che sembrava un centro sociale, mettevano musica che faceva vibrare le pareti e dopo un po’ che ero dentro saranno state le due e mezza l’ho vista sotto cassa, naturalmente in prima fila, e in quel momento di dionisiaca lucidità ho pensato che fosse giunto il mio momento. Mi sono girato verso il mio sodale di danze notturne e gliel’ho indicata. Lui mi ha guardato ha detto vai, e io sono andato.

Nerio Belmonte vedeva la vita con pessimismo e simpatia, più o meno come me, quindi uscivamo insieme. Lui voleva fare un film da tutta la vita e ogni tanto mi guardava con un piccolo sorriso e diceva “potremmo metterlo nel nostro film”. Io in realtà non gli avevo mai detto che avrei fatto un film con lui. Quando stavo tentando di approcciare Heidi Kruger, lui si avvicinò al mio orecchio, con il piccolo sorriso (immagino, dato che in quel momento era buio e non l’ho visto) e ha detto lo metterò nel mio film (che mi ha turbato ma in quel momento mi è passato subito di mente).

Mi sono avvicinato a lei e quando mi ha visto l’ho salutata mantenendo un certo virile contegno.

Nerio Belmonte intanto rimaneva qualche fila dietro, da solo, e si muoveva in maniera sempre meno convinta, voleva smettere di ballare. Ha alzato lo sguardo, cercava una qualsiasi cosa che limitasse il turbinante dipanarsi dell’inconscio nelle distruttive frequenze della musica. Era il modo più veloce per riottenere una parvenza di controllo, qualunque cosa andava bene per essere guardata, l’importante è che fosse ferma. Ha trovato un bicchiere appoggiato su uno dei rialzi del pavimento che si può chiamare tavolino. Era un bicchiere di plastica trasparente delle dimensioni standard da drink, ancora mezzo pieno, ma il colore slavato del fluido e l’assenza totale di ghiaccio suggerivano che fosse lì da tempo ormai, lasciato da qualche distratto avventore. Nessuno lo avrebbe mai ripreso, sarebbe rimasto lì fino alla chiusura quando la persona incaricata di fare le pulizie sarebbe passata e senza pensarci avrebbe gettato il bicchiere e il contenuto nel largo sacchetto di plastica che teneva con una mano. Dopo essersi concentrato su un elemento così drammaticamente concreto, Nerio Belmonte ha interrotto i suoi movimenti.

Per smettere di ballare, quindi, è necessario attraversare una fase di limbo tra il movimento e la staticità, una fase in cui il corpo non balla né ancora sta fermo, ed è facile risultare goffi. La goffaggine è un concetto strano, è brutto risultare goffi. Io in quel momento dovevo stare attentissimo a non esserlo, e per qualche motivo me la cavavo. Dopo pochi minuti di assurda interazione di sguardi e gesti, Heidi Kruger si è avvicinata al mio orecchio e mi ha chiesto di uscire.

Uscimmo io e lei uno di fronte all’altro in piedi fuori da quel cubo di follia. Le offrii una sigaretta lei mi ringraziò mi guardò con due occhi di vetro. Ma poi fu un secondo. Sarà stato il modo in cui teneva in mano l’accendino, sarà stato il modo in cui ha spostato i capelli, sarà stato che per la prima volta le ero vicino, un soffio, un momento e al posto di Heidi Kruger vidi degli occhi acquosi, un naso con un foruncolo, una bocca rugosa arrossata da un pigmento argilloso. D’un tratto non ero più innamorato. Heidi Kruger lasciava il tempo che trovava, non nel senso d’uso, aveva oltrepassato la mia vita. Come sempre.

Ho alzato gli occhi pensando di vedere donna Y tra le stelle. Non c’era, ho guardato in basso ed ho visto accartocciato sulla panchina di fianco a noi un pezzo di plastica trasparente bruciacchiata ai bordi e giallognolo, forse la plastica che confeziona il pacchetto di sigarette, un portatessere, o forse qualcos’altro.

Case in prossimità del raccordo anulare

Racconto di Alessandro Tesetti, primo classificato al Premio Lo Spazio Letterario 2024.

Pubblichiamo di seguito il testo vincitore per la sezione “Racconti” della terza edizione del Premio Lo Spazio Letterario: Case in prossimità del raccordo anulare di Alessandro Tesetti.


L’Istat rileva un’importante e non trascurabile congestione di case lungo il raccordo anulare che abbraccia la capitale. Le case si susseguono pochi metri di distanza l’una dall’altra, sono piuttosto simili: forma rettangolare, un’ottantina di metri quadri ogni appartamento, massimo tre piani.

Gli agenti immobiliari dichiarano che i tabagisti cercano case in prossimità delle strade ad alta velocità, dei balconi non gliene fotte proprio, nemmeno dei colori spenti o dell’intonaco ceduto, gli importa solo dell’adiacenza alle strade ad alta velocità, di ampie finestre dove affacciarsi. Io confermo, sono un fumatore immattito dal vizio, e mi piace vedere le macchine che scorrono e corrono sotto casa mia, però mi piace vederle più dal balcone che da un buco nel muro. Ho in affitto un appartamento al terzo piano, pago poco perché affaccia esattamente all’uscita dell’autostrada A1 Tor Vergata direzione Napoli. Le pareti non sono spesse, i vetri vibrano al soffio di vento poco incazzato, quando passano grossi tir o auto prestanti, la casa trema da far paura, la polvere pullula nei fasci di luce. Non ho mai pulito casa, ci pensano le macchine che passano, velocità che alza la polvere sbattendola flaccida e caotica e serpentina nei vari antri. Così come le sigarette mezzesbucciate collezionate in bilico sul davanzale, con le vibrazioni crollano giù, nel balcone al piano di sotto, e poi è compito dell’inquilino buttarle. Curiosità mia è verificare dove le butta, se di sotto con una scopa o le raccoglie in un sacchetto: quasi sempre di sotto con una scopa.

Siamo tutti diffidenti qui, ci salutiamo malamente quando affacciati, ognuno dai propri antri, ci mettiamo a fumare. Uno vorrebbe un po’ di intimità, mettersi a fumare senza altri cristiani, solo col raccordo anulare che abbiamo davanti e contare le macchine, le moto, i tir. L’inquilino di sotto sembra farlo apposta, appena mi sente, subito esce fuori a fumare. Non so che orecchie abbia, sente la rotella dell’accendino e s’affaccia, che dici, tutt’apposto? (solito esordio) io rispondo con un grugnito o con un sì. Lo so che vorrebbe parlare ma io non ne ho voglia, lui può parlare se vuole, sono io che non ho voglia di sentire la mia voce, di ascoltare la sua sì, può capitare. Ogni tanto si mette a raccontare dei suoi cazzi e scazzi: l’ex moglie che lo tradiva con suo fratello, lui che la tradiva con la cugina, il figlio che lavora a Mestre, le puttane che frequenta in Portonaccio, se ho voglia di farmi un giro pure io.

Ma io consumo la sigaretta, s’accumula la cenere all’estremità, faccio con la saliva una lunga stalattite e miro con l’intenzione di prenderlo in testa per poi risucchiare quand’è al limite. Mi parla senza guardarmi, e perciò non s’è mai accorto della stalattite, dovrebbe contorcere il collo, invece inchioda i gomiti sul parapetto e guarda dritto a sé: conta le macchina, le moto, i tir.

Gli psicologi studiano il motivo per il quale i residenti attorno al raccordo anulare pratichino con gran ferocia, delle volte unicamente, ossessivamemte, il sesso anale: ricevuto o donato.

Il mio caso non è, non stringo un corpo da anni. La notte prendo la macchina, faccio un giro completo del raccordo a centoventi, poi esco all’uscita Prenestina. Rallento e cerco le cosce che fanno per me, giro in fretta quando trovo quelle giuste. Accendo una sigaretta e gioco tra prima e seconda marcia, le puttane mi mandano a fanculo quando faccio le finte, perché rallento e pensano che mi stia per fermare, invece ci ripenso e vado via. Capita di voler ascoltare la loro voce, capita e non voglio altro. Allora mi fermo e abbasso il finestrino, cinquanta dicono, ed io non rispondo, cinquanta dicono, ed io non rispondo ancora una volta, non mi va di sentire la mia voce, ma la loro sì. Imprecano e mi danno dell’idiota, cazzo vuoi sei venuto a rompere i coglioni, noi qui stiamo lavorando, vattene via idiota. L’idioma è spesso dell’Europa del nordest o misto tra francese e inglese tipico di Lagos e Nigeria in generale, frasi scarne e rituali masticate in quel italiano-dialetto non imparato ma assorbito, udito e perciò ripetuto senza sede né sedimentazione: metto la prima e vado. Nello specchietto vedo un braccio alzarsi e una bocca spalancata senza voce. Non ho soldi, esco sempre senza soldi così da non avere il mezzo. La tentazione ce l’ho, non ho il mezzo, il fine sta a un passo da me con cosce che fanno per me e la bocca arrossettata, il mezzo è rimasto coscientemente a casa, in tasca non ho un centesimo. Una volta ad una di loro ho risposto, dopo il solito esordio (sempre soliti esordi, tutti noi parliamo per repertori), della bestemmia e dell’idiota: culo, dico, culo chiedo. Cento, fa lei, ma lo dice per meccanismo, l’espressione è incredula, sa di star perdendo tempo. Sorrido e non rispondo, metto la prima e un braccio alzato che fa sciò sciò stronzo. L’unica volta che ho ascoltato un’altra parola da quelle bocche arrossettate, il secondo step di quelle frasi rituali e scarne, emanate e non custodite.

Tre anni fa quando stringevo il corpo, non abitavo ancora qui e non ho mai avuto il desiderio di praticare sesso anale. Vorrei chiedere all’inquilino di sotto se ogni volta spende una piotta, perchè così dicono gli psicologi: vivere vicino al raccordo anulare provoca un aumento del desiderio rettale, ricevuto o donato; e magari è vero, perciò indago, ma non c’è questa confidenza, forse la prenderebbe a ridere, ma non mi va di sentirlo più amico ogni volta che ci affacciamo a fumare, gli uomini hanno questa cosa che si sentono più amici quando parlano di sesso, si sentono più amici quando parlano di violenza e aggressioni e bande e gruppi e misure e superiorità. Contorcebbe il collo per guardarmi e sarei costretto a guardarlo, nella verticalità che ci separa, non formare le stalattiti, perlomeno notare le fibre cutanee, le rughe faticose, la

contorsione. Quando poi gliel’ho chiesto, lui s’è fatto una bella risata, una risata talmente scenica che gli è caduta la cicca dalle mani, poi com’è suo solito s’è contorto dicendo ma quelle fanno così, tu ci devi giocare, quelle fanno così, ci provano, devono pur incassare, ti direi di venire con me, andiamo insieme, ti mostro come si fa, non più di venti per quello e cinquanta per l’altro, sennò come ci arrivo a fine mese, quando si rigira mirando e conteggiando le vetture, accende un’altra sigaretta e continua a ridere, di una risata davvero plateale. Provo a formare la bava ma non ho saliva.

Gli psicologi verificano un netto numero di onirismo notturno da parte dei residenti in prossimità del raccordo anulare preoccupante: nel sogno c’è il proprio corpo che gira su stesso senza fermarsi mai soffrendo di nausea sfibrante e poi una perdita d’equilibrio, la caduta e la morte.

Io come ho detto prima, la notte prendo la macchina e giro, il più delle volte fin quando non mi viene sonno e mi addormento alla guida. Allora cerco un parcheggio spoglio e dormo o continuo a guidare per vedere quello che succede. Non mi piace tornare a casa e provare a dormire, mi fa sentire solo e gli uomini hanno questa cosa che non sopportano sentirsi soli, e poi non dormo, che senso ha tornare a casa se poi non dormo. In macchina di sogni non ne faccio, il mio psicologo dice sia l’assopimento furioso imposto a sassate, quindi è normale non sognare; a non essere normale, dice, ma io non sono molto d’accordo, è addormentarsi in macchina.

Vado dallo psicologo che saranno dieci anni, ma lo frequento da molti anni addietro. Eravamo pischelli quando ci siamo conosciuti alla scuola di recitazione, il venerdì pomeriggio a Garbatella. Io facevo la parte del tossico e lui del matto, portavamo in scena Caligari, e nessuno capiva, eravamo davvero bravi ma nessuno capiva. Poi con l’università abbiamo smesso di recitare, io mi sono trasferito a Bologna per fare il Dams e lui è rimasto a Roma. Ha iniziato Medicina con l’idea di fare psicoanalisi poi, neanche un anno che s’è scocciato e ha virato in Psicologia, non gli interessava studiare il corpo umano ma solo la coccia, non più i matti ma gli stati dell’umore, le persone alle prese con le oscillazioni.

Essendo amici si prende meno soldi, quando le cose gli vanno bene non si prende niente. Evitiamo di uscire come una volta, non ci prendiamo una birra da anni, l’ultima volta è stata per confidarmi la morte di sua madre, e lo doveva fare evidentemente fuori da dove ci vediamo di solito e cioè fuori dal luogo di lavoro per non confondere o peggio scambiare i ruoli in cui siamo finiti e invischiati, non più amici ma medico e paziente. Ci incontriamo nel suo studio, un paio di domande di transizione, poi iniziamo. La mia disperazione è sempre più o meno la stessa[1], lui mi dà degli spunti ma non ho mai capito se è bravo. Di rivolgermi a qualcun altro non se ne parla, non ho soldi e poi vederlo è un modo per non perderlo. Forse sto meglio quando prendo la macchina e vado da lui, sto meglio nell’attesa dell’incontro che dura giorni e non arriva, mentre quell’oretta di monologo e breve dialogo a volte aiuta a volte no. Esco da lì e mi sento svuotato ma è la stessa sensazione del post coito, dura un attimo, la stessa sensazione di quando cerco quelle donne e interazione con esse ma poi mi mandano via. Ed io che continuo a dire al mio migliore amico, nonché disgraziatamente, psicologo, che mi voglio ammazzare quasi ad avvertirlo, e lui che mi dice: il motivo è l’oppressione artistica, devi scrivere cazzo, perché non scrivi, concentrati cazzo. Il turpiloquio è la linea sottile che smentisce i nostri ruoli, da medico-paziente ad amici, mi fa stare meglio. Ma forse non siamo più nemmeno amici, dovrei cambiare psicologo per tornare ad essere quello che eravamo, io il tossico e lui il matto in un teatro della Garbatella, io quello andato via, lui quello rimasto, a vederci finita la sessione, recuperare il tempo perduto. Allora provo a scrivere di notte in macchina l’inverno sui vetri appannati, come se il problema fosse il mezzo, il supporto: non la carta, non il computer, servono i vetri. Ci sono due personaggi che mi ossessionano, due ventenni sfaccendati che girano e girano, indaffarati dalla scimmia e dal morbo, li conosco benissimo, li ho perfettamente in testa come per ricordo, ma perché non mi parlano non lo so. Appena gli chiedo di aprire bocca non mi parlano. Poi il consiglio è stato scrivere di sesso, ma esce roba frettolosa e schematica, non possedere un corpo ma possedere il linguaggio, applicare il desiderio nel diverso e affine luogo-del-desiderio: devi desiderare, mi dice, tu non desideri, aspiri, vuoi, ambisci, rosichi ma non desideri diocane, corteggia e esci da questa situazione, desiderare un corpo, desiderare il linguaggio: tu non hai né l’uno né l’altro, è tutta qui la tua dispersione, poi perde la pazienza e non scaccia sillaba. Io so che reputa patetico tutto questo, facile da diradare espellere rimuovere disperdere, e anch’io m’incazzo e non scaccio sillaba, fargli capire che non è affatto facile non riuscire a scrivere più, patetico che continuiamo a vederci in questo studio solo per non abbandonarci: l’ora finisce e me ne torno a casa, quindi chiudo gli occhi e vedo quello che succede. Il raccordo anulare è deserto stasera e di cercare corpi proprio non ne ho voglia. Vedere le case in prossimità della strada è una sorta di uscita. Qualcuno è affacciato e mi chiedo chi, dal proprio veicolo, nota me che sto per sputare all’inquilino del piano di sotto. Ma non ne vale la pena pensarci, soprattutto a questa velocità, con gli occhi chiusi: questa non è un’uscita.


[1]  Il mio schifo di lavoro al catasto; voler scrivere sceneggiature la notte ma non stendere nemmeno un rigo; l’ossessione per il sesso senza praticarlo; il fascino del suicidio automobilistico.