Piove. È giovedì. Sono a Follonica

Riparte la rassegna Frontiere, un format di riflessioni attorno alla scrittura di poesia. Abbiamo invitato varie persone a parlarci del loro modo di intendere alcune delle questioni che riteniamo più importanti nel panorama attuale, partendo o approdando alla loro opera.

Piove. È giovedì. Sono a Follonica

a casa di un amico di famiglia. Vivo una forma minima di agio, garantito da un affitto relativamente basso e un contratto di docenza al 31 agosto. Da qualche mese insegno nell’istituto dove dovrei entrare di ruolo una volta conseguita l’abilitazione. La mattina, mentre vado a lavoro, ascolto interviste a vari membri delle BR o documentari sugli anni Settanta, fra questi uno in cui Prospero Gallinari sta sdraiato su un lettino di ospedale e attende di essere sottoposto all’impianto di un pacemaker, misura estrema di controllo biopolitico.

La prima volta che l’ho visto ho sovrapposto quei frame all’immagine mentale che mi evocano alcune poesie di Marino Moretti, come se la mia malinconia da ex-ceto medio riflessivo potesse essere eroicizzata dall’icona di un sovversivo in trappola. Vedendo qualche frame delle interviste a Mario Moretti si potrebbe pensare che sia una persona tendente alla malinconia, sensazione che Barbara Balzerani non trasmette mai. Ma cosa c’entra con il nuovo editoriale di Frontiere? Ma non vi interessavano le forme?

Nel mio trip ho pensato che queste osservazioni avessero qualcosa a che fare con la sensazione di impotenza e impossibilità della prassi, condizione di cui per ora non si vede la fine. Le proteste che hanno scosso l’Italia durante l’autunno del ’25 hanno mostrato una possibile via d’uscita, che però richiede di accettare la possibilità di confrontarsi con le forze dell’ordine, eventualmente trovandosi a frequentare periodicamente aule di tribunale, posti in cui il framework che rende credibile il maledettismo non sussiste. Solo chi alla fine non lancia il sasso, oppure nasconde presto la mano, riesce a indulgere nella mitopoiesi: Io, il poeta con il megafono. Io, la ricercatrice amica degli scioperanti. 

I movimentati, poi, sono in buona compagnia nel forzare il ritorno dell’epos, se è fondata la mia impressione di essere assediato da ogni lato da una schiera di stregoni-poeti. C’è un video su YouTube in cui sono intervistate alcune persone che hanno assistito alla presentazione del libro Capitalismo cibernetico. Dopo il panottico, oltre la sorveglianza di Curcio, a Jesi. Fra queste c’è un giovane poeta che dice «[…] la questione capitalistica oggi, ma da sempre in verità, sia fondante, sia attraversabile nella molteplicità e nella polvere che crea e che si incastra in tutte le nostre vite quotidianamente. Per il modo in cui assoggetta e per il modo in cui, per altri, libera».

Avrei voluto parlare solo di forme, ma non riesco a trattenermi. Essendo un individuo patologicamente ironico, non riesco a credere alle posture stregonesche, profondamente mistificatorie. Mi verrebbe da dire kistch ma a me Fassbinder e Waters piacciono, invece queste sono solo banalità mortali.

La tragedia richiede almeno la convinzione di esserci, figurarsi quella di essere poeti. Al netto della non-sussistenza di un trauma o di un’esperienza che lo giustifichi, mi pare di vedere la mia vita con la stessa distanza con cui Mario Moretti e Gallinari socializzano la propria esperienza di lotta con chi non ne condivide i presupposti, “io a quel tempo ritenevo che”. Chiamo questa tendenza moretticore, alludendo contemporaneamente ai due Moretti. E non c’è niente da rivendicare, nemmeno la postura di un every man che rifiuti eroicamente l’eroismo: siamo disincantati nella sfiga, ipoassertivi per balbuzie, incerti perché distanti, confusi e distratti.

Nella prima serie di questa rubrica abbiamo invitato persone che scrivono poesia a riflettere, eventualmente partendo o approdando d/alla loro opera, su alcune delle questioni che riteniamo più importanti fra quelle che riguardano la scrittura di poesia: la deindividuazione, alcuni possibili modi di concepire il rapporto fra scrittura e l’impegno politico, il libro di poesia come progetto. Fra i temi che vorremmo affrontare questo anno ci sono: la vergogna della poesia, il rapporto fra poesia e personal essay, quello fra poesia e pedagogia.

C’è qualche bastardo che scrive sui social che è scandaloso occuparsi di queste cose mentre nel mondo si muore e poi va a giocare a calcetto. Non fatemi scrivere cose tipo “La poesia è utile proprio perché è inutile”. Siamo insegnanti o lavoriamo nella formazione, professionisti umanisti depositari di tradizioni non rifunzionalizzabili e che ci rendono alienati, tirati per il bavero da chi dice che il Novecento è finito quando io sono più moretticore di Marino Moretti. 

E qui ci colleghiamo alla questione della forma: come si mandano in pensione le forme se la Storia non è finita? Dovremmo semplicemente smettere di scrivere? Se è vero che l’ascia di selce è stata riscoperta e dimenticata più volte dall’umanità, perché dovremmo arrenderci a riporre la poesia? Come se la minorità l’avesse scoperta solo Giglioli. Un abbraccione.

Frontiere

editoriale a cura di Riccardo Innocenti.

Frontiere è una rubrica mensile a cura di Francesco Brancati, Riccardo Innocenti e Riccardo Socci che raccoglierà interventi scritti da poet3 che sono stat3 invitat3 a riflettere sulla loro opera in relazione all’orizzonte delle scritture contemporanee. I contributi si concentreranno su questioni formali e teoriche come: libro-progetto e raccolta; prosa e versi; cut up e riscrittura; poesia e fotografia; la vergogna della poesia; lirica e transfemminismo; espressivismo e saggismo; ecfrasi; poesia e pedagogia. Sono argomenti noti e noi non ci poniamo l’obiettivo di esaurirli, vogliamo invece proporre uno spazio in cui ragionare sulle forme che diamo ai nostri testi e sulle poetiche che motivano le nostre scelte.

La poesia tende all’ autoreferenzialità e allo specialismo, fatto che assumiamo senza autoindulgenza e senza arrampicamenti retorici e ipocriti. Non ci interessa capire come continuare a ri-funzionalizzare la poesia per renderla un mero veicolo di ‘pensierini’ o dell’azione politica. Rivendichiamo invece il nostro interesse per la letteratura come fatto estetico che non necessita di essere legittimato dalla sua spendibilità sociale. 

L3 poet3 affronteranno quindi le problematiche della scrittura di oggi in riferimento alla propria opera e a quella altrui. Abbiamo richiesto delle riflessioni critiche spontanee e libere, sicuri della possibilità di arricchimento che può derivare da un confronto su temi troppo spesso oggetto di discorsi retorici e riti esausti.

Pensiamo che la dimensione politica, esistenziale, speculativa  della scrittura debba essere sostanziata da un ricerca sulle forme e siamo convinti che la migliore poesia sia sempre accompagnata dal tentativo di rispondere a problemi formali e teorici. Per questi motivi abbiamo concepito la rubrica Frontiere come un laboratorio che offra una riflessione collettiva su ciò che facciamo in quanto poet3: scrivere.

La riflessione sui fenomeni che interessano la scrittura e il gesto che la produce deve per forza di cose tenere in considerazione il contesto in cui questa nasce, non perché sia doveroso ma perché non può fare altrimenti. Non vogliamo quindi ripudiare tutto ciò che sta fuori dal testo e che comunque è spesso oggetto di rubriche valide e riflessioni che apprezziamo.

Tuttavia è ormai evidente che il discorso ‘critico’ proposto dalle riviste online,  dalle presentazioni o dai semplici post sulle piattaforme social, si sia spostato dalla lettera al concetto. Le opinioni che stanno dietro al testo sembrano giustificare la sua esistenza più che motivarlo. Un fenomeno che, amplificato dalle possibilità autofittive dei social, comporta in poesia la riproposizione di pose istrioniche che speravamo di esserci lasciate alle spalle. La speranza è che, fuori dall’occhio di bue sotto il quale qualcuno si contende a colpi di virtue signaling le briciole di quel che resta di una civiltà letteraria, si possa discorrere più liberamente.

Chi progetta una rubrica pensa anche a un pubblico al quale rivolgersi. Ci immaginiamo di dialogare con un pubblico potenzialmente indifferenziato, ovviamente quello delle persone interessate alla poesia. Vorremmo dare a questa rubrica un taglio personale, procedendo secondo il nostro gusto e senza avanzare pretese universalistiche che difficilmente riusciremmo a rispettare.

Chi non è alle prime armi ha imparato che in un contesto di produzione ristretta come quello della poesia solitamente si ragiona secondo un criterio ‘amichettistico’, il quale garantisce la pace e il fluire di legittimazioni reciproche. Questo equilibrio frutta solo recensioni lodevoli o innocue, perché colpiscono una persona morta alla poesia (leggi: Franco Arminio) o una fazione notoriamente avversa. Noi proveremo a privilegiare i nostri gusti e le nostre idiosincrasie, prendendoci la libertà di coinvolgere persone che secondo noi hanno qualcosa di interessante da dire. Cercheremo di scoraggiare discorsi che evitano di affrontare onestamente il lavoro della scrittura, stimolando invece riflessioni sui compromessi che quotidianamente dobbiamo fronteggiare.

Scrivere significa mediare fra ciò che ci viene naturale, ciò a cui puntiamo idealmente e quello che il nostro pubblico può accettare. Possiamo gestire questo compito con più leggerezza grazie alla legittimazione di chi occupa una posizione forte nel campo letterario, oppure percorrendo una strada sicura, aperta e battuta da altr3 prima di noi. La collaborazione e la stima disinteressata di un gruppo di pari, invece, permette di avanzare nell’orizzonte, comprendendo verso quali frontiere conducono le vie che stiamo percorrendo e quali strade ci sono ancora precluse.