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Il vociare tartassante che plasma lui le cose. Il rapporto tra finzione e realtà tra il Mostro di Firenze e la scomparsa di Wilma Montesi 

Intervista a Silvia Cassioli a cura di Giovanni Peparello.

La prima volta che ho sentito parlare del Mostro di Firenze è stato grazie a quello spezzone di processo che gira su YouTube, in cui l’imputato Pacciani e il giudice della Corte d’assise si scambiano battute con perfetti tempi comici. “Se ni monno esistesse un po’ di bene – recita la poesiola di Pacciani – e ognun si considerasse suo fratello / ci sarebbe meno pensieri e meno pene / e il mondo ne sarebbe assai più bello…”. Il giudice lo interrompe: “Bravo, bravo. Noi condividiamo. Ma ora siamo davanti alla Corte d’assise e lei è imputato di sedici omicidi”.

 Con gli amici alle medie continuavamo a guardare i video del processo, ossessionati da questo gruppo di assassini che parlavano e si comportavano come il mi’ nonno e la mi’ nonna, ma sbudellavano l’òmini come il mi’ nonno scannava ‘l maiale. A questa storia orribile si aggiungeva il fascino del complotto: com’è possibile che questi contadinotti avessero compiuto indisturbati sedici omicidi? C’era qualcuno dietro? Li avevano accusati ingiustamente per coprire qualcun altro? Ipotesi e illazioni: di questo è fatto il mistero del Mostro di Firenze. Così per anni ho continuato a informarmi su Wikipedia e su YouTube, senza avere il coraggio di affrontare i libroni dei “mostrologi” – come li chiama Silvia Cassioli – cioè coloro che studiano il Mostro e le sue dinamiche processuali, producendo caterve di teorie. Di tutte queste teorie, alla fine le poesiole del Pacciani mi sembravano l’unica cosa reale. 

Finché non è arrivato Il Capro di Silvia Cassioli. Uscito nel 2022 per Il Saggiatore, il libro racconta la storia del Mostro di Firenze da una prospettiva onnicomprensiva, gaddiana: nel romanzo c’è tutto, con un registro linguistico capace di passare dal dialetto all’italiano macchinoso dei questori. Così leggiamo che “l’òmini nel giorno del Signore son cacciatori e trombatori. Se non fosse che l’è attaccata, s’impaglierebbero anche qualche fiha, di modo che unne scappi”. E poi, subito dopo, sentiamo dire che il Mostro è “soltanto il povero schiavo di un incubo di tanti anni fa”. Le ipotesi surreali seguono gli atti del processo, con una piena consapevolezza del lato comico della vicenda. 

Al Capro è seguito Wilma (Il Saggiatore, 2024) che racconta l’indagine sulla morte della giovane Wilma Montesi, il cui cadavere fu trovato nell’aprile del 1953 sulla spiaggia di Torvajanica, vicino Roma. In un collage di frammenti contraddittori, seguiamo prima il ritrovamento del cadavere, poi l’indagine “che scuote l’Italia”, arrivando a lambire “i palazzi del potere”. Ma ogni cosa è confusa fin dal principio: già nella prima pagina, il cadavere viene trovato da un muratore che sta mangiando un panino; poi quel muratore, in realtà, stava facendo jogging; poi no, scusate: stava andando al lavoro in bicicletta; anzi no, aspettate, mi correggo: stava aspettando l’arrivo del capomastro. Ciò che accomuna Il Capro e Wilma, insomma, non è soltanto la cronaca nera più eclatante, ma anche l’idea della Verità come un concetto irraggiungibile. Durante l’indagine, è come se il velo del chiacchiericcio giudiziario nascondesse un velo più grande, il velo del mondo, e dietro questo velo si acquattasse il Male assoluto, insaziabile, irraggiungibile come la Verità stessa. Qui ho intervistato Silvia Cassioli, per chiederle da dove nascono questi due romanzi e l’idea di letteratura che li sostiene.


Giovanni Peparello: Uno degli aspetti interessanti della tua scrittura è che racconta contemporaneamente il crimine, il contesto e le persone che vi partecipano, arrivando a considerare ogni aspetto della realtà, senza per questo giungere alla verità – che sia giudiziaria, storica o personale. C’è qualche opera da cui hai preso ispirazione in particolare?

Silvia Cassioli: Forse alla radice di questo c’è un’ostinazione nevrotica a dire tutto, a non passare sopra a niente. E quindi il racconto collassa, si tira dentro quello che trova: crimine, contesto, diretti interessati e indiretti interessati. È come se qualcuno mi avesse detto “guarda che non si può raccontare tutto” e per reazione mi fossi fissata a raccontare tutto invece, da tutti i punti di vista, con l’idea di esaurire la faccenda in modo che non se ne parli più. Ostinazione, rigidità. Vedi che il salto al comico è un attimo. E qui la prima cosa che mi viene in mente è Vita e opinioni di Tristram Shandy, non c’è Wilma senza Laurence Sterne, quel tipo di discorso viene direttamente da lì, dalla versione inceppata e idiosincratica delle Mille e una notte. Nel mio caso muovo da un’indagine giudiziaria, ma la deriva parossistica è simile. Quell’intestardimento sulle cose secondarie, a sviscerarle bene, quell’aggrapparsi alle parentesi mentre sei in caduta libera…

G. P.: Hai dichiarato di aver scelto il titolo Il Capro per “dare l’idea collegiale del male, qualcosa che rimanda a una entità diabolica dove si passa di continuo dal presunto colpevole a un altro presunto colpevole, come se la colpa fosse diffusa in un mondo patriarcale violento”. Anche la vicenda di Wilma Montesi ha a che fare con un male collegiale, patriarcale e violento. Ci sono altri aspetti che accomunano le due vicende? Sei sempre stata interessata a queste storie oppure è un caso che i tuoi ultimi due romanzi abbiano a che fare con due casi eclatanti di cronaca nera?

S. C.: Wilma e Il Capro raccontano due vicende già successe, secondo me è questo che mi attira più che il fatto di cronaca in sé. Preferisco saperlo subito come va a finire. E infatti il romanzo che precede questi due, totalmente d’invenzione, [Il figliolo della terrora, Exòrma edizioni 2019, Ndr] l’avevo costruito a partire da una griglia rigidissima di eventi predeterminati, mi ricordo che ero andata dalla mia prima agente e le avevo srotolato davanti questa bobina chilometrica di carta e mi aveva chiesto ma perché?, non le aveva fatto una bella impressione. Sarà che ho un problema con le cosiddette storie e allora le prendo già fatte, può essere.

Altro tratto in comune che mi viene in mente: il silenzio di Wilma e quello in bianco di una vittima nel Capro vs la logorrea del racconto. È la solita lotta tra il tenersi tutto dentro e il non tenersi niente. Finisce che scrivi troppo, e infatti i miei lavori sono pieni di gente ossessionata dallo scrivere. In Wilma a un certo punto producono una tale quantità di carta che il magistrato è costretto a installare una cassaforte alta, che tutti continuano a scambiare per un ascensore. C’è qualcosa di irresistibile in questa gente che scrive, scrive. E mi attirano l3 scrittor3 corpos3. In generale li trovo più sporchi e più umani. Insomma, simpatizzo.

Quanto alla cronaca nera, è stato un caso. Non sono un’appassionata di nera ma non ho niente contro le storie di nera, per me vale tutto. Per dirti, dopo questi due romanzi pensavo che anche il terzo sarebbe stato un caso di nera, e mi sono messa a cercare, di solito incappo in quelli più eclatanti proprio perché non sono una specialista, e però alla fine ho trovato tutt’altro, la vita di una santa. Sì, il caso di Wilma l’avevo seguito in televisione, mi aveva appassionato anni fa, ma era finita lì. Poi ho avuto un incidente in mare, la corrente stava per portarmi via. Allora ho ripescato questa vicenda della ragazza (forse) annegata, e l’ho raccontata in un modo per cui la corrente in realtà si porta via tutti gli altri, giornalisti e investigatori, indiziati e testimoni oculari. Ti faccio un esempio, per uscire dalla vaghezza: a un certo punto del romanzo introduco il marchese della Capocotta. Nel tempo che mi metto a spiegare chi è, che storia ha, lui in contro scena ha già concluso un paio di affari tirando sul prezzo, ha già piazzato una partita difettosa di tappeti persiani alla madre di Claretta Petacci… è questa la corrente che intendo: tu provi a mettere un punto e sei già da un’altra parte. È come se dicessi: sì, io gli faccio il ritratto a questo signore, ma intanto lui ha messo le gambe per conto suo. È come se una cosa dovesse sempre lottare con la sua rappresentazione.

G. P.: Il Capro ha un narratore popolare e anonimo, che forse è Silvia Cassioli stessa, che cambia tono, dialetto e voce a seconda del personaggio su cui si focalizza. In questo chiacchiericcio, qual è il rapporto che intercorre tra lo spazio dell’indagine e quello del romanzesco?

S. C.: Non lo so, c’è confusione fra queste due parti. C’è sicuramente la voce di qualcuno che fa di tutto per sparire dentro alle voci degli altri, ogni tanto riemerge e poi torna sommersa. Narrativamente parlando non è un male, è una modalità come un’altra, diventa interessante se è la tua propria, se è proprio quella cosa che ti fa impazzire nella vita, cioè se è tua, se è autentica. Il conflitto con l’io decide il narratore. Quanto riesci a sparire? Qual è la crepa in cui ti puoi infilare? Ha a che fare con la molteplicità di personaggi esterni e interni. A proposito di narratore popolare, penso a Giovanna Marini, a quella voce piena di altre voci che dà un impatto emotivo enorme. Eh, magari somigliarle.

G. P.: Il Capro è un romanzo che si nutre anche di spazi bianchi, che sembrano manifestare sia il silenzio dei testimoni sia ciò che rimane inenarrabile, come una voragine incolmabile tra ciò che può essere saputo e la verità. In Wilma questi spazi bianchi diventano costitutivi del testo, finché anche l’indagine scompare, scompare il corpo della ragazza, rimane solo il contesto. Wilma è stato definito “un collage di tutto ciò che è stato detto e scritto su Wilma Montesi”. Ci sono state altre fonti, oltre quelle citate? Tra un romanzo e l’altro, il cambiamento stilistico è stato il riflesso di un’evoluzione di pensiero?

S. C.: Ha senso questo che dici, anche se ho scritto prima Wilma e poi Il Capro. C’è una centralità dello spazio bianco che prende una forma precisa nel Capro proprio perché sono passata attraverso i pezzi esplosi di Wilma. Sono tutte cose a cui uno pensa dopo, ovviamente, ma che scompaia il corpo e rimanga solo il contesto mi sembra detto perfetto: a forza di indagare su qualcosa la cosa sparisce, e allora come fai a raccontarla? C’è di mezzo un eccesso di informazioni, ormai è il nostro habitat naturale. Non è solo che sono contraddittorie, è che sono tante. Si contraddicono e non si contraddicono. Ti portano via: eccola di nuovo, la corrente. Il vociare tartassante che plasma lui le cose. Spero che Wilma riesca a parlare di questo, non solo del caso Montesi.

G. P.: In Wilma l’istanza narrante si configura nel montaggio dei frammenti che vengono dalle fonti più disparate: il Corriere della Sera, atti giudiziari, ma anche documentari, film, libri sul caso Montesi. Oltre a questo collage, affiorano anche alcuni commenti e dichiarazioni senza fonte, che sembrano provenire dalla voce dell’autrice, spesso in tono ironico e antifrastico. Quanto c’è di fittizio, di inventato e di romanzesco in queste frasi?

S. C.: Di romanzesco tutto, anche nel caso dei pezzi tratti dai giornali, perché il montaggio non è un’operazione neutrale, è solo un altro modo del narrare. Infatti non ho messo bibliografie, non volevo che ci fossero dubbi su questo: è finto, tutto finto. Eppure non ho inventato niente dal punto di vista dei fatti, nemmeno le cose più assurde come l’indagine sui piedi della sorella al posto di quelli della morta o l’arrivo alla sbarra di un testimone che nessuno sa perché è stato chiamato lì, o il medico legale che parla l’esperanto. Ma anche le cose vere diventano finte quando ci fai sopra un romanzo. E poi non volevo inciampi sulla pagina: dove la citazione della fonte rallentava il passo l’ho tolta e amen. Quindi ci sono passaggi che in effetti sono tolti da un giornale, ma senza che sia segnalato. E di alcune fonti ho travisato il nome, per esempio non esiste nessun libro dedicato al caso Montesi che si intitoli Sesso potere e morte perché ce ne sono diversi che hanno quel tipo di focus e non avrebbe avuto senso citarli tutti: ne ho fatto uno solo. E ho trattato il Corriere della sera come un personaggio distinto dal Messaggero o il Gazzettino, anche se non esiste nessun signor Corrieredellasera, e due commentatrici le ho inventate di sana pianta, la psicologa Nadia Ferro e la sessuologa Marta Cavallo… alla fine paradossalmente la voce più “vera” è quella che finge di essere un semplice connettore di voci altrui.

G. P.: Qual era l’idea di partenza? Questi commenti sono arrivati in un secondo momento o sono sempre stati nella struttura originaria del romanzo?

S. C.: No no, nasce tutto insieme. Ho cominciato a raccontare del ritrovamento di questo cadavere sulla spiaggia e già al secondo rigo è partito quell’impulso a rettificare: ehi, però non è andata esattamente così. All’inizio ho cercato di trattenermi, poi mi sono detta “ma sì”, e ho lasciato che anche la mia voce si insinuasse. Anche sotto forma di commento figurato, attraverso le icone. L’importante è dire sempre con il minimo. Ripetere va bene, però appena si capisce dove vai a parare devi passare oltre, a costo di lasciare la frase a metà. Tapparsi la bocca non va bene, rischi di fare peggio. E poi era nello spirito di partenza, in reazione a quell’incidente in mare. Anche lì sono finita dentro a un vortice e non ho cercato di nuotare contro corrente, non ce la facevo, ho dovuto lasciarmi andare. Le onde mi hanno portato su uno scoglio, mi sono salvata così.


Silvia Cassioli (Torrita di Siena, 1971) è scrittrice e poetessa. I suoi testi sono apparsi su varie riviste, fra cui L’immaginazione, il Verri e Semicerchio. Tra le sue pubblicazioni ricordiamo Unghie, plantari, gambe di legno e altri ex-voto fantastici (2009). Il Saggiatore ha pubblicato Il capro (2022) e Wilma (2024).

White People Rape Dogs di Jacopo Iannuzzi

Nota di lettura a cura di Adriano Giuffré

Sesso, droghe, marginalità ed esistenze antiborghesi: sono questi gli ingredienti narrativi dell’opera d’esordio di Jacopo Iannuzzi. Edito da Einaudi nel 2024, White people rape dogs (d’ora in poi WPRD),  potrebbe sembrare un romanzo della beat generation. Anche lo stile ne conserva gli echi, con il suo lessico concreto e colloquiale, la sintassi secca, gergale, a volte scomposta. Parole e immagini evocano un contatto diretto con l’accumulo disordinato e assurdo della realtà con cui i personaggi vogliono lottare, straziandola o essendone straziati. Il romanzo poggia su un’architettura episodica scandita da quattro capitoli, più uno di conclusione, al centro dei quali viene inquadrato ogni volta uno dei personaggi che fa parte della vita di Remo, io narrante e alter ego dell’autore.

Tra le strade di una cittadina di provincia senza nome, Remo incontra Gioia, studentessa di moda e creator su OnlyFans, inquietante e melliflua come una strega, ma soprattutto portatrice di una vitalità libera e ctonia di cui lui non riesce mai veramente a mettere a fuoco i contorni. Nonostante l’intensità con cui comunicano, infatti, il loro rapporto si conclude con la partenza di lei. L’incontro tra i due avviene fortuitamente per merito di Jem, l’amico più stretto di Remo e anche quello più incasinato, impegnato com’è a cercare una via d’uscita tra spaccio, sex work e piccole rapine. A completare il quadro ci sono Pingu, una specie di Mitridate delle anfetamine con l’hobby del collezionismo di ossa, e Franco, aka Francoboy, che fa consegne per la Coop e cospira segretamente per rovesciare il sistema.  

Per quanto ognuno possegga una personalità ben definita, i personaggi sono strettamente accomunati dall’ambizione alla fuga dalle convenzioni della società borghese. Al termine del secondo capitolo, dopo aver fatto soldi in un modo che in fondo lo turba, Jem si lancia in un monologo contro la società conformista e sedata, contro la massa di coloro che seguono legge e morale come «cani artificiali abituati alla catena» (p. 61), mentre lui è, con le sue parole, un leprotto che scappa lontano. L’immagine del leprotto, scelta non a caso per la copertina, rappresenta in modo fulminante la risultante delle tensioni che animano il romanzo e l’identità autentica di tutti i personaggi.

Di tutti, ma non di Remo. Perché Remo non se ne va davvero come Gioia, non spaccia come Jem, non ruba i gioielli alla madre per farsi come Pingu, non fa parte di un gruppo terroristico come Francoboy. Remo prende la naspi, ogni tanto sogna di partire, di intraprendere il suo viaggio in fuga dalla società e alla scoperta di se stesso, ma alla fine rimane dove sta. È amico dei personaggi, partecipa alle loro avventure, ma non prende mai veramente l’iniziativa. Mentre gli altri si arrabattano, sostenendo disagi e angosce,  esplorando in qualche modo la vita come la intendevano Kerouac e Burroughs, lui si fa trascinare: non è mai il motore dell’azione. In realtà Remo è poco più di un osservatore, e il suo stesso corpo porta i segni di questa impotenza. Per due volte le sue mani, la parte più rappresentata, vengono ferite, e altre due volte il protagonista viene mostrato nell’atto di ritrarle, per di più da un contatto con Gioia. Lui stesso, d’altra parte, le chiama «le mie mani sterili» (p. 23).

Questa passività dell’io narrante innesca una dinamica pornografico/voyeuristica di secondo grado, per cui chi legge osserva il protagonista che osserva. Di conseguenza, i fatti narrati prendono la forma di uno spettacolo di intrattenimento, al contempo vividi ma lontani, intensi ma bidimensionali, di fronte ai quali chi legge è consapevole e gode del suo ruolo di spettatore. Perché il vero focus è in realtà tutto all’interno e, piuttosto che i fatti narrati, sono le intuizioni poetiche e i monologhi riflessivi a fungere da punti di convergenza del libro. Remo diventa davvero protagonista solo quando pensa. 

Del resto, che la scrittura funzioni solo secondariamente come rappresentazione dell’esperienza immediata, è testimoniato anche da elementi metaletterari che mostrano una chiara verve giocosa, già a partire dal titolo. L’asserzione “White people rape dogs”, infatti, pare rivolta a criticare la grottesca perversione dell’occidente bianco ma, per ammissione dello stesso autore, è in realtà stata reperita casualmente tra i commenti di un video su youtube e scelta a prescindere dal suo significato. Un discorso simile vale per le «scarpe da skate modello X Wing» (p. 20) con cui Remo si presenta a casa di Gioia, che ovviamente non esistono ma sono un inaspettato e (piacevolmente) gratuito riferimento a Star Wars.

Ma l’elemento narrativo più significativo a questo proposito è quello del drift. Le sostanze sono il tema più presente nel romanzo: le cannette sono una costante, ma anche funghetti, bamba, ketamina e altri analgesici vantano una discreta presenza. La precisione dei riferimenti, inseriti in contesti rappresentati in modo realistico, invita chi legge a prendere la narrazione sul serio, come resoconto ragionevolmente fedele di fatti realmente accaduti. La sostanza che domina, sia in termini di occorrenze che riguardo al peso specifico delle scene in cui compare, è proprio il drift. Stando al libro, si presenta per lo più in cristalli incolore, più raramente anche in forma liquida, e il suo effetto pare avere caratteristiche accostabili all’anfetamina, all’mdma e alla dmt. Si tratta, purtroppo, di uno stupefacente inesistente, eppure non è nemmeno una completa invenzione di Iannuzzi. Non so se ci sia un filiazione diretta, o se una trama oscura di rapporti letterari lo abbia portato fino a questo libro, ma il drift appare in un racconto pubblicato sul subreddit r/nosleep (qui) nelle vesti di una droga inizialmente paradisiaca, con effetti simili a quelli descritti in WPRD, ma che si rivela presto un raccapricciante strumento di morte. Sembra insomma che l’autore abbia voluto conquistare chi legge con il suo scabro realismo, per ottenere la libertà di inserire surrettiziamente non dei dati falsi, che sarebbe stato banale, ma delle particelle di puro gioco letterario.

È chiaro che al giudizio dato all’inizio serva una correzione. White people rape dogs sembra un romanzo della beat generation, ma a quell’esistenzialismo ribellistico, immediato e fenomenologico, aggiunge un layer di decostruzione psicologica e metaletteraria che lo arricchisce del fascino dell’ambiguità, e ne fa un’opera che merita di essere letta.  

Lettera aperta ai lettori

di Michela Dentamaro

«I lettori non sono scomparsi, basta andarli a cercare»

André Schiffrin

«È cosa detta più volte, che quando decrescono negli stati le virtù solide, tanto crescono le apparenti».

Giacomo Leopardi

«Le donne, nell’adoperare la penna sono diventate guerriere;

hanno da combattere battaglie sociali; da vendicarsi;

da denunciare (ecco la grande parola);

da mettere avanti qualche alibi;

e soprattutto da legittimare, nero su bianco, l’aspirazione alla loro libertà».

Gianna Manzini

Care lettrici e cari lettori,

colgo questa gentile occasione che mi è stata offerta per scrivere una lettera aperta a voi e raccontarvi un’esperienza editoriale e i retroscena che ne conseguono e ragionare insieme sullo stato attuale del settore dei libri contemporaneo.

Sette anni fa ho fondato Rina edizioni, casa editrice, etichettata come indipendente, il cui progetto si occupa di scegliere e recuperare i testi di scrittrici italiane dalla fine dell’Ottocento a gran parte del Novecento e di scrittrici straniere inedite in Italia o a margine della letteratura internazionale. L’intento è quello di preservare e presentare il percorso identitario, intimo, sociale e politico intrapreso dalle scrittrici che, seppur molto diverse tra loro, coesistono in un contenitore letterario che diffonde le loro opere e si impegna a restituirle al panorama contemporaneo.

Il progetto di Rina fonde insieme lavoro editoriale e ricerca letteraria, scava nel passato per ricostruire una memoria e sensibilizzare una coscienza critica sul grave processo di rimozione della presenza delle scrittrici nella storia della letteratura, soprattutto in quella italiana. Emarginare e rinnegare la loro presenza vuol dire amputare l’altro sguardo, quello femminile, la prospettiva e la percezione da un’intera nazione e rendere monca la sua identità. Questo impegno coinvolge tutti in un atto di responsabilità verso noi stessi, per i movimenti di emancipazione e inclusione a cui crediamo di aderire e di portare avanti per migliorare la nostra società, per contrastare il patriarcato interiorizzato di cui siamo vittime e per educarci a un altro sentire.

Recentemente riscoprire e occuparsi di donne è diventata una tendenza editoriale ‒ e non solo ‒, un’operazione che fortunatamente sta rimettendo sul mercato molti testi scomparsi come le loro autrici, ma ciò che ci dobbiamo chiedere è come lo stiamo facendo e a quale scopo. Che sia per cavalcare una moda? Per sentirci a posto con la coscienza e garantire una condizione di parità e uguaglianza anche in letteratura? Per garantire un femminismo liberale così da conformarci all’intellighenzia engagé? Ma quanto durerà prima di dover ricominciare tutto da capo tra quarant’anni?

Il pregiudizio e la diffidenza nei confronti dei testi scritti da donne sono molto diffusi; se la casa editrice che le pubblica non è un marchio conosciuto hanno meno valore, tra voi lettori meno che tra gli editoriali, se poi sono italiane e non straniere si rischia ancora di più ‒ fatta eccezione per le solite note, soggette a una ciclica promozione e riabilitazione di massa ‒, così come se non si confeziona il libro facendolo introdurre e quindi (ri)battezzare da un nome conosciuto.

Se ci riflettete per un momento è paradossale che nel nostro paese le persone conoscano un numero maggiore di nomi di scrittrici anglosassoni – pronunciati più correttamente – di quelli di scrittrici italiane: sono citate nei discorsi dai più impegnati a quelli da bar, sono inserite nei programmi scolastici, quindi si studiano a scuola, trattate con un po’ più di considerazione rispetto alle colleghe italiane relegate invece nei riquadri, schede di approfondimento o paragrafi di curiosità all’interno dei manuali di storia della letteratura. Sono scrittrici, quelle straniere, su cui si organizzano conferenze, rassegne, gruppi di lettura, su cui si scrivono articoli, che va bene – intendiamoci, il valore letterario va al di là di qualsiasi appartenenza geografica, culturale, identitaria – però introdurre qualcosa di nuovo, di poco conosciuto, che farebbe parte della nostra identità potrebbe stimolare diversamente la conoscenza, l’intelligenza e la sensibilità e aiuterebbe a conoscerci meglio, no?

Forse no, ma la butto lì, non resta che stoicamente guardare avanti, magari verso altri orizzonti.

Lo stesso discorso, quello di introdurre nuovi approcci, andrebbe fatto meno teoricamente ma più concretamente rispetto al sistema davvero contorto che rende il mercato editoriale un universo di commercio e comunicazione a sé, con peculiarità bizzarre che lo differenziano dalle altre attività produttive. Il libro è un oggetto nobile, sì, ma è anche il frutto, o meglio il prodotto, di un investimento di denaro e di lavoro, e alla fine si inserisce anch’esso in un mercato commerciale.

In sé per sé fondare una casa editrice, se non si hanno un capitale consistente da investire, molte conoscenze e grandi velleità, non è un’operazione complicata o molto diversa dall’avviare un’attività in proprio; si crea un marchio, lo si registra in camera di commercio, si istituisce una forma giuridica consona al tipo di investimento, al numero di lavoratori e di obiettivi da raggiungere, si decide che tipo di prodotto creare – in questa sede non approfondiremo il discorso sulla filosofia che ogni editore può avere rispetto alla realizzazione della sua linea editoriale etica ed estetica – e soprattutto ci si avvale di un bravo commercialista! Quello che poi si scopre una volta entrati nell’ambiente è uno scenario sorprendente, in peggio.

Per esempio, fin da subito Rina si è affacciata al mercato editoriale senza avere una distribuzione, secondo una presa di posizione molto discussa all’esterno, sia per i costi a dir poco elevati di questo servizio e il conseguente debito che matura, sia soprattutto per la costrizione che dipendere dal distributore genera in fatto di produzione. Provo a semplificare e chiedo scusa a chi ha già noto il processo: il ruolo di mediazione che il distributore – molto spesso anche promotore – ricopre regola il funzionamento del mercato editoriale tra case editrici e librerie che siano di catena o indipendenti. Una volta ricevuti gli ordini dalle librerie di un titolo che l’editore affida alla distribuzione, quest’ultima paga all’editore la quota di prenotato (non di vendita) scontata, allo stato attuale è il 60% sul prezzo di copertina, per poi rivendere il titolo ai librai, i quali se il libro non vende possono renderlo e quindi scambiarlo con liquidità. La resa però, un tempo prenotato, ricade sull’editore che dovrebbe restituire i soldi ricevuti in precedenza sottraendo le copie che sono rientrate. Per ripagare il distributore ciò che spesso accade è uno scambio con novità invece di soldi, quindi più produci più vai a coprire il tuo debito. A tutto ciò si aggiungono i costi di magazzino e della mobilitazione delle copie.

Se regolarsi e decidere sul debito rende dipendenti, mi chiedo allora come si fa a definirsi davvero una casa editrice indipendente? Si dipende dalla distribuzione, il cui effetto strozzinaggio ramificato manda in corto la (sovra)produzione intellettuale e il catalogo delle case editrici; si dipende dalle fiere, perché vige il motto «se non ci vai non esisti», e peccato che ogni anno di più l’aumento dell’affitto degli spazi, pagati al metro quadro come nel mercato immobiliare, e ulteriori servizi, è sproporzionato rispetto al guadagno; si dipende dai giornali, a cui molto sfugge ma se non ti recensiscono non vali; si dipende dalla tendenza a trovare in qualcuno, simpatico e influente, un capo a cui affidarsi e lasciarsi guidare; si dipende dalle relazioni con un contesto sempre più simile allo star system, che se ti inimichi stai pur certo che gli incubi delle ricreazioni alle medie torneranno a trovarti.

È un approccio dominante che oscilla tra rassegnazione e frustrazione, derivato anche dalla mancanza di una classe intellettuale che recentemente si è arenata, ha lasciato fare, si è piegata all’amichettismo e al posizionamento, a un imborghesimento, all’ipocrisia e al perbenismo, scollata dalla realtà, indifferente, individualista, superiore, che ha rinunciato a dialogare con la massa dei lettori e a continuare a proporre libri “difficili” per costruire e rinnovare una coscienza critica e politica. È stata silenziata la voce della popolazione, è venuto meno il dibattito e di conseguenza i libri non impattano più così tanto il discorso sociale, economico e politico.

È necessario immaginare nuovi spazi, nuovi contenitori e soprattutto nuovi approcci più congeniali a un’editoria artigianale e ai bisogni delle entità che ci lavorano, senza piegarsi alle regole del monopolio e della plutocrazia, e uso questo termine non a caso perché quello che succede o sta succedendo in politica si riversa in tutti gli altri ambiti in modo verticale, e perché nel settore editoriale sta avvenendo da tempo che pubblicare un libro e avere il controllo del mercato che ne regola la sua diffusione, tra informazione, comunicazione e stampa è di fatto un’azione e più ampiamente una manovra politica. Del resto. uno dei più grandi e influenti marchi editoriali, titano per raggruppamento di altre aziende nel settore, è di proprietà di Fininvest. Ma come scrive André Schiffrin: «Non affermerò che l’editoria è sempre stata, in passato, libera da pressioni politiche».

«Quando gli uomini sembrano essere più portati a confondere la saggezza con la dottrina e la dottrina con l’informazione, e a cercar di risolvere i problemi della vita in termini d’ingegneria, sta sviluppandosi una nuova forma di provincialismo che forse merita anch’esso un nome nuovo. È un provincialismo non di spazio, ma di tempo»[1] e per non cadere in questa trappola è necessario sforzarsi per superare le conseguenti ristrettezza di visione, cecità progettuale e mancanza di prospettiva e ripararsi da una vocazione globale che costringerà chi non vuole essere provinciale a farsi eremita.

È necessario e doveroso, mai come in questo momento storico, per chi opera nella cultura ridestarsi e ripensare, con uno sguardo al secolo scorso, il ruolo dell’editore e quindi del progetto che è alla base della casa editrice. È necessario riequilibrare la tendenza indiscriminata verso il profitto e l’appiattimento con la scelta di proposte più intellettuali e culturali per migliorarne le condizioni. Come abbiamo visto, scegliere di pubblicare un libro sarebbe un atto politico, di impegno e responsabilità verso i lettori.

È necessario chiedere più sostegno alla cultura, selettivamente, a uno Stato che apparentemente non esiste, almeno per il settore editoriale, che non si mobilita mai a differenza di altri settori per rivendicare e preservare la propria indipendenza culturale.

È necessario raggiungere concretamente uno stato di unione tra piccoli editori, con le librerie indipendenti, istituti scolastici e universitari, biblioteche, municipi, attraverso la collaborazione, il confronto e la cooperazione per cercare di affiliare nuovi lettori e insieme lottare per la sopravvivenza. E se si combatte per sopravvivere perché aderire alle logiche dei grandi e non contrastarle?

Bisognerebbe – come rifletteva Luce Fabbri – «portare l’umanità su un altro piano mentale e su un altro terreno di lotta (il piano mentale della libera solidarietà, il terreno di lotta fra tutti gli oppressori e sfruttatori da una parte ‒ e ce n’è di “destra e di “sinistra”, di “imperialisti” e di “comunisti” ‒ e tutti gli oppressi e sfruttati dall’altra). Per fare questo bisogna liberare noi stessi e gli altri dalle frasi fatte e dagli slogan che minacciano di condurre su opposti campi di battaglia ‒ per servire interessi non più tanto nazionali, ma di gruppi e caste sotto velo ideologico ‒ esseri umani che hanno le stesse aspirazioni e gli stessi bisogni»[2].

Invece dell’indignazione e della protesta, la tendenza allo stato attuale è quella di soccombere in silenzio e con pavidità alle imposizioni degli altri e farsi guerra tra di noi.

Nel suo diario Piero Gobetti scriveva: «Il centro della crisi del libro dunque è la crisi dell’editore. In Italia non si crede all’editore. Quasi tutti gli editori sono tipografi e librai[…] Se il discorso si riferisce soltanto all’Italia, l’Italia non ha crisi libraria: voglio dire che la produzione non è diminuita né peggiorata in confronto ad altri periodi della nostra storia intellettuale. La crisi è sempre esistita e continuerà ad esistere se si paragona la qualità e la quantità della nostra produzione editoriale con quella di altri paesi civili […] La verità è che paragonata colla cultura europea moderna l’Italia manca di autori, di editori, di librai, di pubblico»[3]. Alla luce di questi frammenti devo ammettere che molte cose sono cambiate, anche in meglio, tuttavia la sostanza del discorso ruota intorno alla mancanza del ruolo dell’editore come creatore di un orientamento politico, intellettuale, culturale e del malfunzionamento del sistema imperante in un tempo, come direbbe Leopardi, nel quale i libri si stampano per vedere e non per leggere[4].

L’argomento è lungo e complesso, sarebbe bello sapere cosa ne pensate, la percezione e la prospettiva da lettori di un mondo come quello editoriale che si mostra spesso patinato da tante manifestazioni contrastanti ma che fa parte di una partita che ci riguarda tutti.

Michela


[1] T.S. Eliot, What is a Classic?,1944

[2] Luce Fabbri, Critica dei totalitarismi, a cura di Lorenzo Pezzica, Eleuthera, Milano, 2023.

[3] Piero Gobetti, L’editore ideale, Vanni Scheiwiller, Milano, 1966.

[4] Giacomo Leopardi, Pensieri, Feltrinelli, 1994. Cfr. anche Zibaldone, 4268-4272: «Molti libri oggi, anche dei bene accolti, durano meno del tempo che è bisognato a raccorne i materiali, a disporli e comporli, a scriverli. Se poi si volesse aver cura della perfezion dello stile, allora certamente la durata della vita loro non avrebbe neppur proporzione alcuna con quella della lor produzione; allora sarebbero più che mai simili agli efimeri […]».

In teoria e in pratica | Gianluca Furnari

Le risposte di Gianluca Furnari all’inchiesta sulla poesia contemporanea a cura di Raggi γ.

1) Un libro di poesia, prima di essere un’opera compiuta, è un progetto in costruzione, in movimento. Va incontro a fasi creative diverse e a momenti del processo editoriale che influiscono o possono influire sul percorso di realizzazione dell’intera opera. 

Qual è stata la tua esperienza in questi termini? Come lavori sulla forma e come sulla costruzione? Chi sono i tuoi maestri da questo punto di vista? Il tuo approccio è cambiato (pensi cambierà) nel tempo? Se dovessi dare dei consigli sulla costruzione interna di un’opera, cosa consiglieresti?

Nella stesura di Quaternarium mi ha guidato l’idea di una conversazione fra terra e cielo, fra presente e passato, ovvero – in seconda battuta – fra presente e futuro. C’è stata una fase della mia scrittura, di cui non resta quasi traccia, in cui ho esplorato questo tema sull’onda di suggestioni rinascimentali e in particolare michelangiolesche: inni semiseri agli angeli della Cappella Sistina, canzoni sulle «vite precedenti», poesie su visitazioni spiritiche… Da quest’immaginario pittorico è affiorato, dopo la lettura di A. C. Clarke, un nucleo fantascientifico: sono comparse le prime astronavi; la lingua ha virato sul lessico delle scienze naturali; è crollato – o semplicemente mutato – il palcoscenico dell’io, sempre più spesso isolato in un paesaggio estremo, selenitico: di qui Ipersonno, la prima sezione di Quaternarium, in cui un io si misura con la propria morte e con quella della specie, trasmigrando sulla luna. Nel frattempo ho cominciato a smembrare testi lunghi per farne dei trittici, più comprensibili, meno innodici, cioè meno verticali nelle loro aperture metafisiche.

La storia successiva di Quaternarium è quella di un’ulteriore epicizzazione. Ho sentito il bisogno di saldare fantasia e realtà e di dare concretezza al linguaggio e organicità alle parti liriche, altrimenti centrifughe. Da spunti di fantascienza hard, che ho tratto ad esempio dalla trilogia di Marte di Kim Stanley Robinson, è nato il racconto di Calendario marziano: inizialmente una costola di Ipersonno, chiamata Ciclo di Tharsis; poi una creatura a sé stante, distinta sia per l’ambientazione unitaria (Marte), sia per la presenza di un protagonista (Z.), sia per le rubriche iniziali in prosa. 

Il libro mi pareva concluso; mi restava lo scrupolo di non aver dato testimonianza, tra le sue pagine, di un’altra «scrivania» alla quale siedo volentieri, quella della poesia in latino. A pochi mesi dalla pubblicazione, durante il soggiorno a New York, ho ripreso in mano un progetto di inni in latino sulla fine dello spaziotempo. Ho tentato la via di un latino degenere, alieno, linneano, che accoglie ritmi medievali e immaginari quantistici. La sezione mi è sembrata un buon coronamento – e insieme un buon capovolgimento – delle precedenti. L’ho chiamata prima Nova novissima, poi Quantum nova, con titolo anglo-latino. 

 A ispirarmi sono stati quindi gli autori della protofantascienza e della fantascienza classica: Verne, Salgari («Le meraviglie del Duemila»), Wells, Stapledon, Clarke, Dick, etc.; il cinema di settore; e Petrarca, che ritorna in singoli versi, testi o sezioni. 

 Un consiglio per «costruire» un libro di poesia… Per me si tratta di scegliere pochi e buoni riferimenti e poi di navigare il difficile equilibrio fra una rigorosa pianificazione e un ascolto assiduo delle proprie correnti profonde.

2) Il senso comune tende a vedere nella poesia il genere per eccellenza dell’espressione del sé, della realtà biografica di un io. Credi si possa parlare (o abbia senso parlare), invece, di finzione poetica? Quale ruolo ricopre l’invenzione nella tua scrittura?

Credo che il «sé» sia un concetto psicologico ormai inservibile nella critica letteraria. «Invenzione» e «finzione» sono parole altrettanto nebulose e si portano dietro l’ombra di un giudizio morale (escapismo, insincerità…). Difendendole o aggredendole, si rischia di alimentare uno scontro – più terminologico che oggettivo – fra la pretesa autenticità dei «lirici» e il sedicente realismo degli «antilirici», legittimando una polarizzazione ormai vecchia (e troppo italiana). Per quanto mi riguarda, inventio significa, semplicemente, trovare l’argomento, fictio costruirlo: sono quindi due parti essenziali della scrittura. 

«Biografia» è, invece, una parola bellissima: tutto ciò che testimoniamo in quanto viventi attraverso i segni linguistici ricade in questa categoria e ogni poesia è, a suo modo, un biomarcatore.

3) Volendo parlare dei gradi di formazione della tua scrittura: come hai iniziato il tuo percorso di formazione poetica e cosa ha contribuito allo sviluppo della tua voce? Considereresti, a distanza di tempo, (o consideri) il tuo esordio la prima vera presa di parola come autorə? Se sì, in che termini? Pensi che il rapporto con l’esterno, con il pubblico o la “bolla” abbia mai influito sulla tua scrittura? Quanto l’effetto sul pubblico influenza il tuo processo creativo?

Mi hanno introdotto alla poesia due persone care, che oggi non ci sono più, mio padre e mio zio. Quanto al mio esordio, Vangelo elementare, lo ricordo con affetto. Molte cose si affinano nel tempo, e confrontarsi con la “bolla” aiuta a sfidare certi automatismi. Ci sono delle invarianti: il confronto con la poesia prenovecentesca; la tentazione metafisica… La mia lingua è molto cambiata, specialmente grazie al confronto con autrici e autori che non amavo; ma non nutro alcuna illusione di progresso. Tengo presente chi mi legge soprattutto in fase di revisione, quando si tratta di asciugare i versi, organizzare i testi, spalmare sull’oscurità uno smalto di chiarezza. In generale mi sento spesso solo, il che è contemporaneamente un male e un bene. 

4) Tutti non sopportano qualcosa di ciò che scrivono. Tu cosa odi della tua scrittura? Che rapporto hai con i tuoi automatismi? 

Ho un rapporto dismorfofobico con la mia poesia. Mi vedo più ermetico e meno classicistico di come sono, con tutte le conseguenze – anche nefaste – del caso. Sfido i miei automatismi con una specie di nevrosi della forma, cambiando modelli, piantando ordigni metrici sotto i versi, cassando strofe, archiviando testi in cartelle dell’oblio, etc.

5) Nel programma radiofonico Le interviste impossibili, andato in onda tra il 1974-1975, alcune voci della cultura italiana contemporanea immaginavano di intervistare dei personaggi storici (Ponzio Pilato, Uomo di Neanderthal, Jack lo Squartatore etc…) inscenando un botta e risposta. Se avessi la possibilità di intervistare un personaggio famoso della storia, chi sceglieresti? Scrivi le tre domande che gli vorresti fare. 

Trovarmi davanti un personaggio famoso sarebbe un incubo: l’ansia sociale mi divorerebbe e non riuscirei a guardarlo negli occhi. Tutt’al più sceglierei un timido, qualcuno con cui stare in silenzio per ore, tipo Virgilio. 

Confini in dissoluzione: frammenti di intimità nella poesia di Krzysztof Muszyński

Introduzione e traduzioni a cura di Chiara Wasowski, vincitrice della Call for Translators “Pur sempre amore”.

Poeta e autore di racconti brevi, Krzysztof Muszyński è nato nel 1989 a Bytom, in Slesia, terra di confine dalla storia complessa. Come si legge sulla quarta di copertina della sua prima raccolta poetica, nel giorno della sua nascita il governo polacco rimosse la censura preventiva. Muszyński appartiene, quindi, alla generazione cresciuta durante la transizione verso la democrazia liberale e il capitalismo, un’esperienza collettiva che si riflette nella sua poesia. Esplorando il confine fra intimo e sociale, l’autore interroga un sistema di consumo che non coinvolge solo le merci, ma anche gli affetti e le emozioni.

Laureato in Giornalismo e Comunicazione sociale, Muszyński ha conseguito un dottorato in Scienze umanistiche e ha lavorato come lettore a Napoli e a Torino. Oltre a fare ricerca in ambito accademico, si occupa di consulenza nel campo dei media e della cultura. Vive a Covilhã, in Portogallo.

Muszyński è autore di due raccolte poetiche, pubblicate rispettivamente nel 2021 e nel 2022 dalle edizioni Biblioteka Śląska: Ma na noc e Po lekku, che potremmo tradurre come Turno di notte e Leggermente

La sua poesia racconta le vicende umane più profonde e banali – come l’amore – in una sintesi densa di immagini quotidiane e visioni simboliche. Si caratterizza per una forte componente visiva e, più generalmente, sensoriale. Come nota Alina Świeściak-Fast, Muszyński «osserva, ascolta, annusa, esamina» per poi giocare col montaggio poetico, associando le atmosfere della Slesia a scorci di Cabo da Roca, Napoli, Torino…

Le prime due poesie che proponiamo sono tratte da Ma na noc.
In Nowa szczerość (Una nuova sincerità) il poeta osserva frammenti di vita urbana con sguardo distaccato e indulgente. La città di Porto si anima di storie semplici, in un presente che appare alle volte fuori dal tempo, altre volte penosamente autoreferenziale. La seconda parte del testo racconta per immagini un amore fragile ma tenace: legame discreto, forza quieta che resiste all’alienazione e alla precarietà.

In Przez lato (D’estate), sullo sfondo della Serra de Estrela, l’amore è scoperta e memoria. Il poeta restituisce un momento di vulnerabilità e vicinanza fisica: «il mio ecosistema è vicino al tuo collo / alla tua pelle liscia e al tuo respiro / abito sulla tua spalla». Dalle immagini minute di un sentimento incerto, infantile, il quadro si espande al cielo stellato, suggerendo una connessione fra gli amanti e il cosmo.

Gdy obydwoje szepczemy modlitwy (Quando entrambi sussurriamo preghiere) è parte della raccolta Po lekku. Questo testo presenta l’amore come fusione: le voci di due amanti s’intrecciano fino a confondersi, in un gesto intimo che si fa trascendente. Riferimenti alla Bibbia, alla cosmologia e alla tradizione popolare proiettano la loro unione in una dimensione originaria, spirituale, in cui i confini identitari si dissolvono.

Nowa szczerość

świat jest bogaty
znajdziesz w nim to
co chcesz znaleźć
gołębie w pojemniku
na bułki w markecie
zapadliska asfaltu
w których ktoś z placu
trzyma nogę rano
wyprowadzanego psa
za krawat przez
taksówkarza z kościoła
znajdziesz też miłość
ale cię to nie przekona

cała epoka składa się ze wstydu
za kogoś w telewizorze
i poczucia winy za wstyd
w kolejnych pustych miejscach
przeszło mi to samo

składam i składają mnie w brikolażu
i kocham jej srebrny włos wyrywam
sklepienie niebieskie
w kawowych jej oczach
jak brzmiący cymbał już
nie brzmię, mamy bilety
na koncert nasza para
i kilka osób przy barze
obok Coliseu deszczową zimą
przy placu Aliantów
w milionowej reprodukcji
Nighthawksów i kwitnących migdałowców
Van Gogha na niebieskim
pozdrawiamy i życzymy
udanego spotkania
a sério

Una nuova sincerità

il mondo è ricco
ci troverai ciò
che vuoi trovare
piccioni nei contenitori
del pane al supermercato
al mattino il piede
di uno del quartiere
in voragini d’asfalto
un cane tirato
per la cravatta da
un tassista fuori dalla chiesa
troverai anche l’amore
ma non ti convincerà

un’intera epoca di vergogna
per qualcuno in televisione
e senso di colpa per quella vergogna
in vuoti che si susseguono
ci sono passato anch’io

mi piego e mi ripiegano
in un continuo bricolage
e amo quel suo capello argenteo che strappo
la volta celeste nei suoi occhi caffè
come un cembalo tintinna io
non tintinno più, abbiamo i biglietti
per un concerto, noi due
e un po’ di gente al bar
accanto al Coliseu nella pioggia d’inverno
in Praça dos Aliados
nell’ennesima riproduzione
dei Nottambuli e dei mandorli in fiore
sull’azzurro di Van Gogh
un saluto e l’augurio
di un bell’incontro
ma davvero

Przez lato

nie znaliśmy się wtedy dobrze
gdy patrzyłaś na papierowe
drzewo, wybierałaś okulary
wybiegałaś z bloku
pod Serra da Estrela
ocean jest po jednej stronie
wysokie góry po drugiej
mało miejsca do spacerowania
zaraz zaczynają się autostrady
kończą chodniki i drzewa

w sierpniu rośliny są zakurzone
przerośnięte jak w niemym
filmie o lądowaniu na Księżycu
moje środowisko jest przy twojej szyi
gładkiej skórze i oddechu
mieszkam na twoim ramieniu
dziś znowu jak dzieci na podwórku
nie mamy nic do roboty
nie mamy pracy

światła miasta spadają po stoku
gdzie dorastałem razem z tobą
i niebo gwiaździste w nas
a prawo Bronxu nad nami

D’estate

non ci conoscevamo bene allora
quando fissavi l’alberello
di carta, stavi scegliendo gli occhiali
sei corsa via dall’isolato
ai piedi della Serra da Estrela
l’oceano è da un lato
le alte montagne dall’altro
poco spazio per passeggiare
subito iniziano le autostrade
finiscono i marciapiedi e gli alberi

ad agosto le piante sono polverose
cresciute oltre misura come in un film
muto sullo sbarco sulla Luna
il mio ecosistema è vicino al tuo collo
alla tua pelle liscia e al tuo respiro
abito sulla tua spalla
oggi di nuovo come bambini nel cortile
non abbiamo niente da fare
non abbiamo lavoro

le luci della città scendono lungo il pendio
dove sono cresciuto con te
il cielo stellato dentro di noi
la legge del Bronx sopra di noi

Gdy obydwoje szepczemy modlitwy

Nie wiem czyj głos jest czyj
Czy ja mówię twoim głosem
Czy ty moim ja twoim ty moim
Gdy obydwoje szepczemy te same modlitwy
Nie mają różnic nasze głowy
Mówię twoim głosem ty moim
Jak to ryby i bydlęta na Święta
Rodzą się planety
t = 0
= Tak jak kiedyś

Quando entrambi sussurriamo preghiere

Non so quale voce sia di chi
Se io parlo con la tua voce
O tu con la mia io con la tua tu con la mia
Quando entrambi sussurriamo le stesse preghiere
Le nostre teste non conoscono differenza
Io parlo con la tua voce tu con la mia
Come pesci e bestiame a Natale
Nascono i pianeti
t = 0
= Come un tempo

Intellettuali. Individualismo. Instagram

A cura di Silvia Gola

1.

A fine agosto ero a Matera, ospite di un panel insieme ad altre persone invitate a parlare del proprio percorso di attivismo e militanza. Sedute accanto a me su nere e sudate sedie di plastica, queste persone hanno fatto qualcosa di curioso: hanno occupato tutti i minuti iniziali loro assegnati per descrivere minuziosamente sé stesse, il loro orientamento sessuale, il loro vissuto, i vari titoli acquisiti – sembrava che ognuna parlasse come fosse sul proprio profilo Instagram.

È una cosa davvero strana? No, è una pratica normale – normale perché normalizzata in seguito a un processo di assestamento: le vite degli altri ci piacciono, le storie singolari ci catturano. Ne andiamo ghiotte ma questo non mi ha impedito una strisciante condizione di disagio. Con tutto che so che we live in a society”, con tutto che loro si sono beccate applausi scroscianti e io no, non riuscivo a non pensare: «Ma queste stanno parlando dei cazzi loro, non delle cose» (“cose” è il termine-ombrello che contrappongo spesso e volentieri allo strapotere delle storie personali).

«Ma il personale è politico!» starà esclamando la brava lettrice di sinistra. Figuriamoci se è mia intenzione prendere a picconate una delle frasi su cui si basa la nostra intera esistenza di mondo occidentale, ma nel dominio incontrastato del personale, è il politico che tarda a comparire.

E nell’onnipotenza delle storie personali troppo spesso manca la totipotenza, quella proprietà, tipica di alcune cellule, di dividersi e differenziarsi in qualsiasi tipo di tessuto necessario a formare un organismo completo, inclusi i tessuti extra-embrionali. La totipotenza come capacità di trasformarsi radicalmente, di andare oltre se stessi per rigenerarsi in qualcosa di nuovo e collettivo, capace di sfociare nel politico e di plasmare la realtà su scala più ampia. La totipotenza come viatico alla fatica che fanno le storie personali a diventare qualcosa di più, di oltre, di fuori. Lontano dalla bocca che le enuncia.

2.

Non che sia un problema ascrivibile in via prioritaria agli intellettuali in sé, sia chiaro: «First-person writing has long been the Internet’s native voice», scriveva Laura Bennett dieci anni fa su Slate: nel 2015, Instagram esisteva da 5 anni e senza ombra di dubbio non era ancora la piattaforma imprescindibile che è oggi.

Già un decennio fa, quindi, almeno negli Stati Uniti si poneva il tema della prima persona singolare su Internet – «The problem of the I on the internet», come ebbe a chiamarlo la giornalista e attivista culturale Jia Tolentino: «La follia quotidiana perpetuata da Internet è la follia di questa architettura, che pone l’identità personale al centro dell’universo» (traduzione mia).

Dal tempo della blogosfera, ne è passata di acqua sotto i ponti: la nascita e l’affermazione di piattaforme come Facebook e Instagram hanno incentivato un Internet sempre più centrato sulla dimensione privata, sulla singolarità, sull’io. Le architetture digitali sono progettate per rendere la dimensione personale il fulcro attorno a cui tutto ruota. Non si tratta di un’evoluzione casuale, ma del risultato di precise scelte progettuali che hanno modellato la rete per rispondere a questa esigenza – quella di parlare di noi.

Oggi questa dinamica si è estesa con una tale capillarità da far sembrare oziosa, se non addirittura passatista, qualsiasi riflessione critica in merito. Il rischio ulteriore, poi, quando alla questione della prima persona singolare si intreccia la riflessione sulla funzione pubblica e sociale dell’intellettuale, è quello di sembrare un qualunque giornalista di destra che ogni giorno si sveglia e sa che dovrà scrivere un «O tempora, o mores».

In ogni caso, la salace critica da destra non è completamente beota: è vero, ad esempio che, come tutti noi, i nuovi intellettuali di oggi parlano molto di loro stessi e con “nuovi“ intendo “digitali“, con “digitali” intendo che hanno un profilo Instagram, luogo «che, se vuoi avere un pubblico in questo secolo, è ragionevole presidiare: il posto che illude il pubblico che non sia necessario esso s’affatichi, che non sia mica quello il punto d’avere un[’]intellettuale di riferimento», come scriveva nel 2023 Soncini su Linkiesta (a proposito di destra…).
Non si tratta di quali intellettuali adottino questo approccio e quali no, ma del fatto che le piattaforme, strutturate come riflesso di un’atmosfera politica più ampia, finiscono per spingere anche i meno inclini a impegnarsi nel personal branding.

Instagram: la piattaforma che più di altre ci ha insegnato a celebrare su base quotidiana quel miracolo incredibile e portentoso che è la nostra singolarità. È che ciò che facciamo noi con i nostri venti like a foto, lo fanno anche attiviste digitali, divulgatrici e influencer – cioè le persone in odor di intellettuale. E, per molti commentatori e molte opinioniste, questo fenomeno rappresenta un’antitesi rispetto al ruolo tradizionale di chi svolge la funzione intellettuale nel consesso della società. Ma come si può realisticamente propugnare l’astensione dalla costruzione di una internet-persona, quando il fenomeno è endemico?

Nel 2008, Theresa M. Senft aveva ben preconizzato questa dinamica nel suo paper seminale “Micro-celebrity and the Branded Self”: con l’ascesa della micro-celebrità, la gestione della propria identità online è diventata simile a un marchio commerciale. Sempre nelle parole di Jia Tolentino: «Con l’emergere dei blog, le vite personali stavano diventando dominio pubblico e gli incentivi sociali – essere apprezzati, essere visti – si stavano trasformando in incentivi economici. I meccanismi di esposizione su internet cominciavano a sembrare una base valida per una carriera» (traduzione mia).

Una carriera come esito di un intreccio bizzarro di ruoli e intenti: la femminista “terrona” che parla solo di femminismo terrone perché è ciò che il pubblico si aspetta; lo scienziato che si dedica ai reel sponsorizzati (#adv); l’attivista politica che non manca, di tanto in tanto, di sfoggiare i propri outfit. Verrebbe quasi da dire che si tratti di casi isolati e distinti: nel primo, la chiave è la costruzione del consenso; nel secondo, emergono esigenze economiche; nel terzo, è il fascino della vita privata a entrare in gioco. Eppure, sui social, consolidamento del pubblico, incentivo economico ed esposizione personale non si muovono mai separatamente: sono prismatici e inseparabili, legati da una dinamica che li rende complementari. Difficile che uno si manifesti senza l’altro, perché il riconoscimento sociale non ha sostituito quello economico, ma semmai lo precede e lo alimenta, e cioè il guadagno economico arriva a coronamento di un percorso di auto-profilazione e self-branding accurato.

In tutti questi scenari, comunque, qualcosa fa storcere il naso: «L’intellettuale connesso coi suoi pari attraverso i social di norma non esibisce distacco o freddezza. Anzi da sfogo in pieno alla sua passionalità, è militante come non mai, non è più “organico” a un partito politico ma lo è a un “network” di simili, legati insieme da preferenze politiche ossessivamente espresse e ripetute anche senza legami formali o geografici» (da La vocazione intellettuale di Juan Carlos De Martin, estratto su L’Indiscreto). E, parimenti, in ognuno di questi casi ciò che provoca sgomento è prendere atto che «Persino i progetti più radicali su Instagram non riescono a sfuggire alla logica del profitto e dell’algoritmo. Parlano a un pubblico che vuole sentirsi illuminato, ma mai sfidato; che desidera indignarsi, ma non agire […]», come scrive Serena Mazzini in un suo contributo su Substack.

3. 

Gli intellettuali di oggi parlano spesso, spessissimo, indefessamente di loro stessi – quando forse avremmo solo bisogno di tornare a parlare di tutto il resto. E “tutto il resto” non ambisce a eliminare il sé ma, piuttosto, a renderlo prospettiva e non oggetto.
Se la funzione dell’intellettuale è quella del “coraggio della verità”, di messa in discussione faticosa e affaticante, allora questo sforzo deve andare oltre il proprio riflesso nello schermo, oltre il narcisismo dell’autocompiacimento digitale facendola finita con l’eterno loop di autocelebrazione. La verità non è solo nell’introspezione, ma nel coraggio di sporgersi fuori da sé, di lanciarsi nell’incertezza del politico, dell’agire comune, dove le storie personali si fondono in una trama più grande, dove il personale diventa davvero politico, non solo personal brand.

E forse, se è difficile dire chi sia un intellettuale e chi no, ci sono alcune domande da porsi di volta in volta: questa persona sta sfidando il focolaio di potere più divisivo per lui/lei? Questa persona sfida il senso comune consolidato del suo pubblico? Questa persona condannerebbe pubblicamente Leonardo Caffo anche se è suo amico?

Amore senza amore, criminale – poesie scelte di Yoshihara Sachiko


Introduzione e traduzione dal giapponese a cura di Edoardo Occhionero

Sintetizzare in poche righe l’operato poetico di Yoshihara Sachiko 𠮷原幸子 (1932-2002) sembra impresa ardua. In compagnia di poetesse del calibro di Ibaragi Noriko e Shiraishi Kazuko, è stata protagonista attiva nell’affermazione del joseishi (poesia femminile) all’interno del panorama poetico del Giappone del dopoguerra. Il suo debutto è coinciso con la pubblicazione di Yōnen rentō (“Litanie d’infanzia”, 1964), raccolta in cui è percepibile – come suggerisce il titolo – l’amarezza di una gioventù assoggettata dai bombardamenti aerei, e dalle fiamme del primo amore. È ricordata, insieme a Shinkawa Kazue, per aver dato vita alla rivista di poesia femminile Gendaishi La mer (Poesia contemporanea – La mer, 1983-1993).

Tramite l’utilizzo di «bilingual frames»[1] che trasmettono un tono giocoso e informale, i momenti di ironia si alternano a una postura piuttosto esistenzialistica. Yoshihara spesso si rivolge a un anata (tu), che non di rado può essere avvertito come sdoppiamento intimistico del soggetto, cosicché l’avvio del dialogo si riduce a hitorigoto (soliloquio) con la parte più profonda di sé.

Ma un’altra delle marche yoshihariane si realizza a livello grafico, nell’intenzione deliberata di servirsi del kyū-kana zukai (norma ortografica precedente il nuovo sistema di scrittura giapponese): se non sono presenti variazioni sul versante della pronuncia e del significato, il principale effetto si realizza sul piano visivo.[2] Inoltre, con lo scopo di implementare la portata semantica di un termine, un altro divertissement si compie nell’inserimento intenzionale di furigana (guida fonetica degli ideogrammi) – esempio fra tutti la celebre poesia «Mudai» 無題(ナンセンス) (“Senza titolo/Nonsense”).

Dal punto di vista tematico, ricorrono inevitabilmente i riferimenti alla solitudine, alla separazione tra mondo esterno e interiorità, alla tensione vita-morte, amore-peccato – come cercano di esporre sommariamente le poesie qui presentate. La vita duole, e l’amore non sopravvive, cadaverico, è «l’ellisse di uno zero splendente», misura costante di un’assenza. In sintesi, per concludere con le parole del poeta e critico Ōoka Makoto, Yoshihara «canta sinceramente l’amore triste e insoddisfatto. E poiché rifiuta volontariamente il perseguimento di tale soddisfazione, essendo costantemente infelice, è in grande misura legata al dramma del mondo delle idee».[3]


[1] Leith Morton, “Translating Japanese Poetry: Reading as Practice”, The Journal of the Association of Teachers of Japanese, vol. 26, 2, American Association of Teachers of Japanese, Pittsburgh, 1992, pp.159-160.

[2] Carol Hayes; Kikuchi Rina, “Untitled Nonsense, She, and Contradictions by Yoshihara Sachiko” Transference, vol. 5, 1, Western Michigan University, 2017, p.59.

[3] Ōoka Makoto, “Yoshihara Sachiko no shi”, in Yoshihara Sachiko, Zoku yoshihara sachiko shishū. In Gendaishi bunko, 169.Tōkyō: Shichōsha, 2021, p.143.


ふと

なにか とてもだいじなことばを
憶ひだしかけてゐたのに

視界の左すみで
白い芍薬の花が
急に 耐へきれないやうに
無惨な 散りかたをしたので

ふり向いて
花びらといっしょに
そのまま ことばは 行ってしまった

いつも こんなふうに 
だいじなものは 去ってゆく
いつも こんなふうに 
だいじなものは 去ってゆく
愛だとか
うつくしい瞬間(とき)だとか

何の秘密も 明かさぬままに
さうして そこらぢゅうに
スパイがゐるので
わたしはまた 暗号をつくりはじめる
ことばたちの なきがらをかくして

D’improvviso


Stavo quasi ricordando
una parola molto importante quando

Nell’angolo sinistro della visuale, all’improvviso
un fiore di peonia bianco
si è sparso miseramente
come se non potesse più trattenersi

Al mio voltarmi
anche le parole insieme ai petali
al loro pari se ne sono andate

È sempre così che le cose care
se ne vanno
l’amore
i momenti di bellezza

Senza rivelare alcun segreto
poiché le spie sono dappertutto
mi appresto a creare codici
nascondo i cadaveri delle parole

da Natsu no haka夏の墓 (“Una tomba per l’estate”, 1964)


電車 

陽にきらめく 噴水はない
灰いろの屋根
と灰いろの屋根
のあひだの凹みに
落ちてゐた 赤いゴム風船
落としてしまったのは わたし?
とりに行く通路が ない

ゆめのなかで
わたしは ひみつの地下道をいくつもくぐって
そとへ出る
やせて死んでゆくひとの
薬のなまへを 一生けんめいくりかへしながら
いつも 薬は間に合はない
間にあっても 役に立たない
ひとはぼろぼろにやつれて 死んでゆく
わたしたちには お墓がないのね——

外出には帽子 東京帽子協会
愛には 誓ひ
死には 花束
を飾りませう

〈お急ぎください〉
といはれると
すぐにかけだす 善男善女
坐るやいなや 目を閉ぢて
その疲れた小さな眠りだけが
わたしたちの持てるぜんぶ
なのかしら

ああ 晴れた日でも
外出には 雨傘
愛には 挫折
死には 空白
を 用意しませう

それでもわたしは
誰もゐないコタツのなかで
たしかに 誰かの足にふれることがある
ゆかの上の
光の縞を
思はず またいだりする

Treno

Non c’è fontana che scintilli al sole
nell’interstizio tra tetto grigio
e tetto grigio
è caduto un palloncino di gomma rossa
o sono io a essere precipitata?
Non c’è via di recuperarlo

Attraverso in sogno
segrete strade sotterranee
ed esco
ripetendo allo sfinimento il nome della medicina
per la persona che, smagrita, sta morendo

La medicina non arriva mai in tempo
e anche se lo fosse servirebbe a poco
la persona morirebbe, malconcia
non c’è nessuna tomba per noi…

Per uscire sistemiamo il cappello   ASSOCIAZIONE CAPPELLI TŌKYŌ
per l’amore, un giuramento
per la morte
un mazzo di fiori

Quando si sente dire
«si sbrighi, per favore»
la brava gente inizia a correre
e non appena si siede chiude gli occhi
questo piccolo sonno stanco
è tutto quello che possiamo avere
forse

Ah, pure nei giorni di sole
predisponiamo
l’ombrello per uscire   
per l’amore, un’amara delusione
per la morte, un margine bianco

Eppure
nel kotatsu vuoto
mi capita certo di toccare i piedi di qualcuno
scavalco senza pensarci
un fascio di luce
sul pavimento

da Ondīnu オンディーヌ (“Ondine”, 1972)


復活

死ぬまいとして愛を殺す これは自衛だ
あなたに向けたぴすとるは わたしの心を狙ってゐる
罪の熱さと 罰の冷たさで
わたしにひびが入る そこから割れる べきだ
噓のやうに穴があいて たぶん静かにひろがる 死
世界のしたたる音が遠ざかり そのあとの
ながいながい独房 の窓に もしかしたら
静かでない死 燃える死 燃える生
雨のなかで じぶんの汗にぬれながら巣かけるくもの
ぬりつぶしてゆく せばめてゆく 光る(ゼロ)の楕円

Risurrezione

Uccidere l’amore per non morire è legittima difesa
la pistola rivolta a te punta sul mio cuore
per il calore del peccato e il freddo della punizione
mi guasto, da lì farei meglio a rompermi
il suono gocciolante del mondo si allontana e poi
alla finestra di una lunga, lunghissima cella, forse
una morte inquieta, una morte che brucia, vita che brucia
sotto la pioggia, bagnati del proprio sudore, s’annidano i ragni
oscurano, restringono l’ellisse di uno zero splendente

da Hirugao昼顔 (“Convolvolo giapponese”, 1973)


雨なのに 

雨なのに
虫が鳴いてゐる
どこかで蛙も
雨の音と 虫と蛙と
海鳴りが いっしょにきこえる
にぎやかな静寂

ひとりなら さびしいだらう
けれど

あたたかいひとつのからだが 傍らにあれば
ほんたうに ひとりでないか?

おなじ音に包まれてねむることはできる
でも
おなじゆめをみることはできない

過去がながすぎたので
幽霊をときどきみる
もうひとりが たぶん
べつの幽霊をみてゐる時間に

やさしさのために
わたしたちは互ひのゆめをうしろ手にかくし
コーヒーとトーストの朝
ほほゑみあふのだ
ほろにがく

虫は秋にだけ鳴くのではない
虫は春にも鳴く

枕もとで
めざまし時計のゼンマイが
ふるい内臓のやうに
ガギ… とほどける

世界のふるへが ほんの一瞬
静止する
タバコの灰に 地球の重力がはたらく

おなじゆめをみることはできない
でも
おなじ音に包まれてねむることはできる

雨なのに
虫が鳴いてゐる

Nonostante la pioggia

Nonostante la pioggia
gli insetti friniscono
da qualche parte gracidano anche le rane

Si sentono all’unisono il fragore del mare
e le rane e gli insetti e il rumore della pioggia
allegro silenzio

Mi sentirei triste se fossi sola
ma

Sarei davvero sola
al fianco di un corpo tiepido?

Riesco a dormire avvolta dallo stesso suono
ma
non riesco mai a fare lo stesso sogno

Considerata la vastità del passato
ogni tanto vedo uno spirito
magari mentre qualcun altro
ne vede uno diverso

Per semplicità
nascondiamo dietro la schiena i nostri rispettivi sogni
mattina con toast e caffè
ci sorridiamo
con un po’ di amarezza

Gli insetti non solo friniscono in autunno
gli insetti friniscono anche di primavera

Vicino al cuscino
la molla della sveglia
si sfalda, clang…
come vecchie viscere

In un breve istante, il fremito del mondo  
si arresta
sulla cenere di sigaretta agisce la forza di gravità   

non riesco mai a fare lo stesso sogno
ma
riesco a dormire avvolta dallo stesso suono

Nonostante la pioggia
gli insetti friniscono

da Yakan hikō 夜間飛行 (“Volo notturno”, 1978)

Si muove veloce il dolore: un viaggio orrorifico e trasformativo attraverso e verso il dolore

Introduzione e traduzione dall’arabo a cura di Enrica Fei

Si muove veloce il dolore (titolo originale: Sariʿan iataharrak al-ʿalam) è un poemetto di Ahmed Al ʿAjmii (1958, al Diraz, Bahrein), pubblicato nel 2016 dalla casa editrice omanita al-Ghasham. È un poemetto di 556 versi divisi in 146 brevi strofe di tre, quattro e cinque versi di cui proponiamo in questa traduzione alcuni estratti, corrispondenti ai primi 40 versi, una parte centrale e le ultime strofe. È un componimento dai toni cupi che racconta il dramma esistenziale di un uomo musulmano dinanzi alla guerra dello Stato Islamico dell’Iraq e Siria (ISIS), delle lotte intestine tra Sunniti e Sciiti, dell’autoritarismo dei paesi del Medio Oriente e del Golfo Persico.

L’opera si inserisce nella poetica araba contemporanea per l’irruzione dell’io, il prevalere dell’immagine – che in questo caso sono rappresentazioni del dolore vivide, fisiche, intrise di sangue ed elementi horror –, e il discostarsi dalla tradizione di impegno sociale per dare spazio all’impatto che la realtà ha sull’individuo, più che il ruolo che quest’ultimo può giocare nella società.

Al ʿAjmii, come uomo musulmano, esplora l’impatto doloroso che il tempo in cui si trova a vivere ha su di lui, un impatto che viene descritto come fisico, violento e, soprattutto, trasformante. Il nucleo tematico del poemetto – il tema della metamorfosi, del perturbante, del mostruoso che è dentro di noi e che viene risvegliato dall’inferno del reale – rende possibile definire Si muove veloce il dolore come la storia di un viaggio di (tras)formazione.

Per raccontare la fragilità del suo secolo, infatti, il poeta si fa amico degli esseri del fango e della notte e attraversa le valli del terrore, dentro e fuori di sé. Il cammino da lui intrapreso si traduce in una disintegrazione fisica durante la quale incontra fantasmi che lo scherniscono, entità malvagie e superiori che lo perseguitano, compagni che sembrano aiutarlo ma che si rivelano, anch’essi, corrotti. Per tutto il viaggio, il poeta si interroga sul libro sacro, il Corano, cercando invano una risposta al perché delle lotte fratricide. Nel finale, si rivolge direttamente al Cielo, chiedendogli se esiste e rimproverandogli di non aver agito in nessun modo per fermare il male.

Ahmed Al Ajmii

Ahmed Al ʿAjmii ha iniziato i suoi studi in Letteratura Araba nel 1976 presso la Kuwait University. Come segretario della National Union of Bahrain Students, ha scritto poesie di resistenza e lotta studentesca ma, a causa della sua attività politica, è stato espulso dall’università e dal Kuwait. Ha ripreso gli studi presso la Beirut University dove si è laureato in Lingua e Letteratura Araba. Dal 1987 ad oggi ha pubblicato 18 raccolte di poesie, due saggi – uno sulla cultura democratica, e uno sulla poetica araba contemporanea – e un romanzo sulla vita di un detenuto politico (tratto da una storia vera ma in forma di fiction letteraria). Dal 1980 al 2011 è stato membro della “Famiglia di Letterati e Scrittori”, una delle principali istituzioni letterarie e culturali del paese dal 1969, anno della sua fondazione. A seguito della posizione politica assunta dalla Famiglia in occasione delle proteste del 2011 (nel quadro della cosiddetta Primavera Araba che ha riguardato anche il Bahrein), ha dato però le sue dimissioni.

Al ʿAjmii ha infatti preso parte attivamente alle proteste scendendo in piazza contro la famiglia sunnita regnante, gli Al Khalifa, e la loro feroce repressione della comunità sciita, di cui Al Ajmii fa parte, che in Bahrein costituisce, in realtà, la maggioranza della popolazione. Vive a Manama, la capitale, dove continua la sua attività poetica e organizza eventi culturali.

Il Bahrein: tensioni solo apparentemente religiose

Nelle interviste rilasciate in patria, il poeta Ahmed Al ʿAjmii ha indicato nell’ecatombe causata dall’ISIS le ragioni profonde dello smarrimento di cui narra il poema Si muove veloce il dolore il dolore, per un uomo musulmano, di assistere impotente alle stragi causate in nome della sua religione. La sua solitudine, inoltre, indica il non riuscire ad identificarsi con alcun gruppo musulmano attualmente attivo in Medio Oriente. Sono chiari, anche, i riferimenti all’autoritarismo mediorientale, seppur non citati esplicitamente. Considerando la feroce repressione in Bahrein della comunità sciita di cui il poeta fa parte, nominare gli Al Khalifa, la famiglia regnante al momento in carica nel paese, avrebbe sicuramente portato alla censura.

La realtà socio-politica del Bahrein, però, è senza dubbio peculiare e, essendo sconosciuta ai più, merita una breve digressione. Il Bahrein è una piccola isola del Golfo Persico di poco più di 500 kilometri quadrati. Per quanto l’industria petrolifera sia dominante, è più povero e, a livello geopolitico, meno potente delle altre monarchie arabe del Golfo Persico (come gli Emirati Arabi Uniti, l’Arabia Saudita o il Kuwait). Inoltre, a differenze di questi altri stati, ha una popolazione indigena che non si può definire tribale. 

Fino alla fine del diciottesimo secolo, la piccola isola e i suoi abitanti erano sotto il dominio dell’Impero Persiano (l’odierno Iran). A differenza delle bellicose tribù dell’Arabia centrale (l’odierna Arabia Saudita), la sua popolazione era pacifica, sedentaria, e dedita alla pastorizia e all’agricoltura. Erano i “Baharna”, come si fanno chiamare ancora oggi. Le tribù del Najd, invece, (Arabia centrale), erano nomadi. L’ostilità climatica delle loro terre li portava spesso a spostarsi e, a seguito di invasioni e guerre, a conquistare territori più miti. Nel 1783, secondo la tradizione, la famiglia tribale degli al-Khalifa migrò dall’Arabia centrale e conquistò l’isola. Poco dopo l’insediamento, fu imposto un sistema feudale, che discriminava i Baharna e favoriva le famiglie tribali. Con l’avvento degli al-Khalifa, infatti, molte tribù si erano mosse dal Najd al Bahrein: essendo un’isola, il clima era più mite, le terre più redditizie e la pastorizia possibile. La famiglia degli al-Khalifa è ancora la famiglia regnante. Sarebbero diventati monarchi nel 1820, quando i Britannici (sotto la cui sfera di influenza rientrava il Bahrein), al fine di sigillare un’alleanza che controbilanciasse l’Impero Persiano nella regione, li dichiarò tali.

Molti dei Baharna, già dai tempi della conquista, erano fuggiti in Iran (allora, Impero Persiano). Soggetti a discriminazione, costretti a lavorare la terra e a cederne i frutti alle famiglie tribali alleate degli al-Khalifa, il risentimento nei confronti dei regnanti, percepiti come illegittimi invasori, si sarebbe formato già nel diciannovesimo secolo, per poi incancrenirsi nel corso del secolo successivo. I monarchi e le famiglie alleate, non solo non erano indigene; non solo, a differenza dei Baharna, gli autoctoni, che erano sempre stati sedentari, erano di tradizione tribale e beduina (vale a dire, prima di insediarsi nell’isola, erano nomadi); professavano anche una corrente dell’Islam che non era la loro. Erano, infatti, sunniti; mentre i Baharna, da sempre, sciiti.

Fin dai tempi della scissione tra sunniti e sciiti, la popolazione del Bahrain aveva sposato la causa di ʿAli bin Abi Talib, cugino e genero di Maometto, ed era quindi sciita. Ad oggi, gli sciiti rappresentano la netta minoranza del mondo musulmano (non costituiscono più del 15%). Sono, però, la maggioranza in Iran, Iraq e, appunto, in Bahrein. In quest’ultimo stato, in realtà, ormai non più (si stima un approssimativo 50%). La popolazione dell’isola, infatti, ha subìto varie ondate di “social engineering”: attraverso l’espulsione e la rimozione della cittadinanza di varie figure sciite di spicco, o l’elargizione della doppia cittadinanza a sauditi, pakistani, giordani (presumibilmente sunniti), il regime degli al-Khalifa è riuscito, nel tempo, a cambiare la demografia del Paese. Molti giovani sciiti, inoltre, subendo forti discriminazioni, sono stati costretti all’esilio. Moltissimi lasciano il paese non riuscendo a trovare lavoro a causa, evidentemente, della loro confessione religiosa.

È difficile riuscire a comprendere la natura del conflitto tra sunniti e sciiti, non solo in Bahrein, ma in numerose realtà del Medio Oriente. È facile indulgere nell’assunto orientalista secondo il quale, trattandosi di musulmani, la religione ha un ruolo centrale e, nonostante le differenze tra sciiti e sunniti non siano poi così cruciali, scoppino addirittura guerre guidate da uomini fanatici e barbuti. La realtà è più complessa e non prende le forme di una discriminazione religiosa: in Bahrein ciascuna festività propriamente sciita è consentita e rispettata; il Re, anzi, manderà perfino i suoi migliori auguri. È, semmai, di natura politica: la denominazione “sunniti” o “sciiti” dovrebbe essere intesa come una fra tante altre di natura politica che, in un determinato contesto, si sviluppa attraverso i decenni in un binomio di competizione (“repubblicani” e “democratici” nel contesto americano, ad esempio). Gli sciiti del Bahrein sono politicamente discriminati: il principale partito d’opposizione sciita in Bahrain, al-Wefaq, è stato sciolto nel 2016 e, tramite un decreto che impedisce a membri di ex congregazioni politiche di ricandidarsi alle elezioni, i suoi membri sono stati banditi dall’arena politica. Sarebbe un errore, però, leggere questa discriminazione in termini “identitari”: le ragioni di questa discriminazione sono da individuarsi nel timore che l’Iran – temuto come super potenza rivale dell’Arabia Saudita, potente alleato degli Al-Khalifa – possa foraggiare al-Wefaq al fine di esercitare la sua influenza nel piccolo paese del Bahrein. L’Iran è, sì, una Repubblica Islamica Sciita, ma sarebbe di nuovo un errore vedere in questo possibile supporto militare iraniano (per il quale non ci sono prove) una ragione ultima di natura religiosa (Hamas, partito politico e milizia attiva nella Striscia di Gaza foraggiato dall’Iran, è di stampo sunnita, ad esempio). Si tratta, ancora, di ragioni politiche: gli al-Khalifa, come detto, sono storicamente un forte alleato dell’Arabia Saudita e quest’ultima, possedendo similare peso geopolitico nell’area alla potenza iraniana e avendo simili aspirazioni di influenza regionale, è una forte rivale dell’Iran.

سريعاً يتحرّكُ الألم

ليس هذا هو العالمُ الذي ولدتُ لأجله.

vv. 1-38 / 49-51/ 70-72 / 77-88 / 518-526

زمنٌ آخرُ، غيرُ الذي حلمتُ به،
ولم يكنْ جديراً بمهامِه
في تحويلي إلى إنسانٍ جديد.

زمنٌ قطعَ لساني بسرعة
وأبقى كلماتي محتجزةً،
في قاعِه، ككوماتِ خزف.

مازلتُ أصغي إلى بذاءاتِه
المكتوبةِ باليقين،
وأستمدُّ أفكاري من عظامِه المرقّقة.

فيه انجرفتُ إلى سَفحِ الدّمِ،
وصادقتُ يرقاتِ الظلمةِ
المحشورةَ وسطَ أكبر كذبة،
تُسمّى الطُمأنينةُ والسلام.

هرباً من مراعي الخوف،
صنعتُ لنفسي ربّاً متوحّشاً،
وصرتُ أخشاه، أرتعبُ من عقلِه،
وساديّتِه.

حتى اللحظةِ، لم أرَ أفكاراً للنجوم،
في هذا الكتابِ القديمِ،
المنسوبِ إلى عصافيرَ طينية.

تُعساً، ثُقِبَ عقلي بقرنِ اللاهوت،
ومن الفمِ الملوثِ
تركتُ مُخيلتي تروي هشاشتَها.

أكبرُ أشباحِ الحقيقةِ
دفنتُ روحي فيه، ونسيتُ
في صدرهِ قلبي مدةً
أطولَ من تثاؤبِ الموت.

رأيتُ وميضَ السواد يُغذي الخوفَ،
وينقلُ الشمسَ إلى مزرعةٍ مسكونةٍ
بالبطلانِ، وبالمفاهيمِ القاتلة.

أصرخُ في ذاتي، فيرجعُ صداي
كصوتِ مزمارٍ مُنهك،
مُغطى بما يتناثرُ من أحزان،
بما يسيلُ من بلعومِ الشمس.

عشتُ دهوراً
في حمّى الكآبة،
إلى ظهرِ الخواءِ أُسندُ نظراتي
دونَ رؤيةِ أثرٍ لابتسامةِ الفجر.

[…]
بمصباحٍ أعمى، في غاباتِ البكاءِ،
استمرت هرولتي
دونَ الابتعادِ عن فوّهةِ العذاب.
[…]
السحرُ سريري، والدجلُ وسادتي،
وأرغبُ، كثيراً، في مواصلةِ النوم
ورؤيةِ سحابةٍ تُمطرُ التخلّفَ.
[…]
صارَ رأسي بالونةً
يملؤها بخارٌ مهزومٌ،
وتطفو في فضاءٍ شاحبٍ
نسجته يدٌ عطشانةٌ، مقطوعةٌ من الجسد.

في كبسولةٍ خانقةٍ، بحثاً عن الخرس،
يتواصلُ دوراني حولَ
صخرةِ الغثيان، الشبيهةِ بثدي القداسة.

ما أراه، ليس سوى اشتعالٍ للدموع،
وما أسمعُه، ليس أكثرَ من دقةِ ناقوسٍ
تدعو إلى إشاعةِ التمزّق،
وإهدارِ دمِ النهار.
[…]
جوهري يدورُ في طلاسمِه البعيدة،
العدمُ طائرٌ جارحٌ
محبوسٌ في قفصِ الصدر.

أين كينونتي، أريدُها
في الرمادِ المطلق،
لأسمعَ صوتي بلسانِها؟

Si muove veloce il dolore

Questo non è il mondo per cui sono nato

vv. 1-38 / 49-51/ 70-72 / 77-88 / 518-526

Un altro tempo, non è quello che sognai,
non era all’altezza, il tempo, del suo compito
nel trasformarmi in un uomo nuovo.

Un tempo che, veloce, ha tagliato la mia lingua,
sono rimaste in ostaggio, le mie parole
come seppellite, nel profondo, sotto a un cumulo di ceramiche intagliate.

Con attenzione ascolto ancora l’oscenità di questo tempo,
le sue parole certe,
e i miei pensieri nascono dalle sue ossa fini e fragili.

Mi porta via il tempo, fino al limite del sangue.
Divento amico delle larve della notte
che affollano il cuore della più grande menzogna,
chiamata salvezza, pace.

Fuggendo dalle valli del terrore,
un Dio mostruoso ho costruito per me.
Ho paura, mi spaventa il suo intelletto,
il suo piacere per il mio dolore.

Ancora non trovo il pensiero delle stelle
in questo libro antico,
consegnato al fango, ai suoi uccelli.

Nella tristezza, la mia mente è trafitta dal corno del divino.
Con parole sporche,
ho lasciato che la mia immaginazione si imbevesse di fragilità.

Della verità il più grande dei fantasmi,
dentro di lui la mia anima ho seppellito, e ho dimenticato
il mio cuore nel suo petto, per un tempo
più lungo della morte, che sbadiglia indifferente.

Ho visto il bagliore delle tenebre nutrire la paura,
e spostare il sole sopra un campo posseduto
dalla falsità, gli assassinii, le astrazioni della morte.

Urlo entro i confini di me stesso, e la mia eco torna indietro
come la voce di un antico flauto, consumato e stanco,
avvolto da ciò che sparge il dolore,
ciò che scorre dalla faringe del sole.

Ho vissuto ere
nella febbre della melanconia,
sulle spalle del vuoto ho appoggiato i miei pensieri.
Nessuna traccia antica del sorriso dell’aurora.

[…]

Con una lanterna cieca, nelle foreste del pianto,
la mia corsa lenta è continuata,
senza mai allontanarsi dal cratere del tormento.

[…]

Il maleficio è il mio letto, e l’inganno il mio cuscino.
Desidero, tanto, proseguire nel mio sonno,
il sogno delle nuvole, da cui piove l’ignoranza.

[…]

La mia testa è diventata un pallone,
i fumi della sconfitta lo riempiono.
Fluttua nello spazio pallido,
tesse le fila una mano esangue, amputata dal corpo.

In una navicella senza aria, alla ricerca del silenzio muto,
il mio giro vorticoso continua intorno
la roccia della nausea.
È simile, nelle forme, ai seni della santità.

Ciò che vedo, non è che l’esplosione infuocata delle stelle,
ciò che sento, non è che un solo gong,
chiama al diffondersi dello squarcio,
lo sperpero del fiume di sangue.

[…]

Fantasmi mi circondano,
ridono di me,
perché credo nella ragione.
I miei compagni sono alberi che rifiutano di restare saldi.

Assenza di vuoto, esisti?
Nel freddo pungente,
non ho sentito battere i tuoi denti,
non una parola tremante è stata versata da te.

Consigli guastafeste: libri per turbare i parenti a Natale

Nel periodo delle feste natalizie, si sa, la voracità consumistica  raggiunge il suo apice; c’è chi sceglie – più o meno consapevolmente – di assecondarla, e chi invece la rifiuta. Esiste però una cosa della retorica del Natale di cui sembra più difficile liberarsi: il dover essere felici per forza. Le immagini di bambini a bocca aperta davanti ai regali e di famiglie riunite attorno a grandi tavolate permeano i media, proponendo un immaginario di una festa che, più di tutte le altre, bisogna vivere nella gioia e nella condivisione famigliare. Un esempio su tutti: la pubblicità del pandoro Bauli, accompagnata dalla sua sigla che è ormai diventata una hit natalizia, A Natale puoi (… dire ciò che non puoi dire mai / che bello è stare insieme, / che sembra di volare, / che voglia di gridare / quanto ti voglio bene / È Natale e a Natale si può fare di più / È Natale e a Natale si può amare di più).

Ci sono invece infiniti motivi per cui si possono provare emozioni negative a Natale, e fra questi ce n’è uno che mette d’accordo in moltɜ: i parenti. In quantɜ ci siamo trovati a sopportare le loro domande – la laurea? Ma ti pagano? I figli quando? – e le loro opinioni più che discutibili, senza mai aprire bocca per non rovinare il pranzo a tuttɜ?

È proprio per questa occasione che, invece, vogliamo accogliere l’invito di Sara Ahmed e diventare guastafeste, rompere la felicità se quella felicità non fa per noi. Nel suo Manuale della femminista guastafeste Ahmed, attingendo alle sue esperienze di studiosa e attivista femminista queer razzializzata, propone una serie di verità, massime e equazioni che rivendicano il diritto di rovinare la festa altrui, denunciando discriminazioni e storture a cui non ci si vuole adattare.  In questo senso ostacolare la felicità diventa un progetto radicale – una teoria e insieme una pratica – per decostruire il mondo e crearne uno nuovo, alla portata di tuttɜ. 

Oltre a questo libro, la redazione di Almanacco ne propone altri dieci: libri guastafeste, perfetti per turbare i parenti a Natale.  

Fabio Ciancone: Luca Pisapia, Fare gol non serve a niente, Torino, add, 2024.

Siete mai stati in quella posizione scomoda che modella la schiena di tutti coloro che amano il calcio e odiano il capitalismo? Siete, come me, tra le persone che godono alla follia nel vedere un bel gol e vi imbarazza sapere che per i mondiali del 2034 in Arabia Saudita saranno sfruttati e probabilmente moriranno migliaia di operai? Non riuscite a sanare le vostre contraddizioni interne e odiate il modo in cui vostro zio parla con la retorica trita del leleadani di turno? Leggete l’ultimo saggio di Luca Pisapia per andare all’origine coloniale del calcio, per studiare come i flussi internazionali di capitale influenzano le fortune delle vostre squadre del cuore, per distruggere l’immagine dei “bomber”-azienda e continuare serenamente a discutere di tattica tra l’antipasto e il primo.

Diletta D’Angelo: Michel Houellebecq, Serotonina, trad. a cura di Vincenzo Vega, La nave di teseo, 2019.

Il miglior modo per sabotare il Natale? Serotonina di Houellebecq. Un romanzo che ti accompagna nel buio della depressione e del vuoto esistenziale, perfetto per chi si sente già soffocare dal sorriso forzato degli auguri. Con Houellebecq sul tavolo, ogni discussione familiare prenderà una piega strana: “Ma siamo felici davvero? O solo anestetizzati?”. Buona fortuna.

Simone De Lorenzi: Mark Fisher, Realismo capitalista, trad. a cura di Valerio Mattioli, NERO, 2018.

Al cenone di Natale c’è sempre un momento, dopo il dolce e prima della tombola, in cui si arriva a parlare di attualità. Tra i fumi dell’alcool e l’abbiocco post-panettone, archiviata “condanni il 7 ottobre?” come domanda rituale, quest’anno la discussione coi parenti verterà su Luigi Mangione. È a quel punto che tirerete fuori Realismo capitalista.

Fausto Paolo Filograna: George Saunders, Pastoralia, trad. a cura di Cristiana Mennella, Minimum Fax, 2018.

Nessuno può ammettere che faccia abbia per davvero la zia che verrà al cenone di Natale. Nessuno può ammetterlo perché nessuno sa quale sia la sua vera faccia, nessuno dico sa nemmeno riconoscere l’estrema punta del suo naso, e nemmeno con la luce giusta (quella del telefono). Solo George Saunders lo sa, quale sia la sua faccia. È quella che ha la Zia Bernie, quella del racconto Quercia del Mar, a p. 87, e nessun’altra, la sua vera faccia. 

Riccardo Frolloni: Anne Boyer, Non morire, trad. a cura di Viola Di Grado, La Nave di Teseo, 2020.

Non c’è malattia che spaventi il Natale più di quella che Anne Boyer racconta in Non morire. Non quella del corpo, intendiamoci: quella della mente, quando scopre che tutto – dai regali al cenone – è costruito per nascondere il dolore. Il dolore di chi non può festeggiare, di chi si consuma per sopravvivere, di chi sa che la vera eredità familiare è il capitalismo terminale. Metti il libro sotto l’albero e osserva il disagio: più che un regalo, un memento mori.

Riccardo Innocenti: Niccolò Bosacchi, Disbrigo degli affari correnti, Sensibili alle foglie, 2024.

Il libro di esordio di Bosacchi racchiude prevalentemente testi in prosa che tentano di tenere insieme esistenzialismo e analisi politica, sforzandosi di proporre una chiave di lettura del presente che banni la retorica. Vediamo interagire il residuo biologico e il cemento del capoluogo lombardo, animati grazie all’incrocio di traiettorie individuali e fenomeni sovrapersonali. Si può essere politici senza fare slideshow activism 😉 ;).

Graziana Marziliano: Antonia Caruso, Corpi invisibili, illustrazioni di Chiara Mela, Meo e Sonno, Postfazione di Luce Scheggi, Becco Giallo, 2024.

La cena del veglione è uno di quei momenti in cui i grandi argomenti – guerre, migrazioni, carcere, mondo lgbtqia+, lavoro sessuale – vengono puntualmente affrontati e continuamente falliti. Un senso di incomunicabilità oltre a molta rabbia addobba le feste in famiglia (quella che non si sceglie): ho pensato che una buona soluzione a questa impasse festiva sia regalare Corpi invisibili (cioè che non vogliamo vedere). Quali sono questi corpi invisibili? Antonia Caruso ne seleziona otto: (1) Corpo del reato, l3 carcerat3; (2) Corpo al lavoro, operai3; (3) Corpo a corpo, persone in manicomio; (4) Corpo a disposizione, sex worker; (5) Corpo estraneo, persone migranti; (6) Corpo in scena, donne in TV; (7) Corpo in movimento, persone trans; (8) Libertà dei corpi, capitolo dedicato all’aborto. Il testo si sporca le mani con un lavoro tra i più difficili: risultare accessibile a chi sta al di fuori delle bolle politiche, affrontando argomenti infinitamente complicati e profondi senza perdersi per strada o arrendersi per sfinimento, è uno sguardo sui corpi che non contano, quelli che, come scrive Sylvia Wynter, sarebbero definiti come “NHI – No Humans Involved”.

Se magari rimandate le grandi discussioni sui corpi invisibili a dopo la lettura di questo libro l’elefante invisibile che è nella stanza e che non può essere rimandato rimane quello del genocidio del popolo palestinese.

Eleonora Negrisoli: Franny Choi, Soft Science, trad. a cura di Alessandra Bava e Viola Lo Moro, Timeo, 2024.

Da dove vieni? Hai mai messo in discussione la natura della tua realtà? Come facciamo a sapere che non sono solo emozioni simulate? sono alcune delle domande sottoposte durante il test di Turing alla cyborg protagonista di Soft Science di Franny Choi. Le sue risposte allargano i confini tra umano e macchina, interrogando questioni come l’identità e le relazioni. A volte è una ragazza, altre una macchina o una stella marina; i pezzi di metallo si trasformano in fluidi corporei generando poesie postporno e fantascientifiche in cui l’idea di naturale si trasforma: «ricorda / tutti gli umani / sono cyborg». Se vuoi far strabuzzare gli occhi allo zio sessista o alla cugina new age, questo è il libro perfetto. 

Lorenzo di Palma: Curzio Malaparte, Tecnica del colpo di stato, Adelphi, 2011. 

Cominciamo col dire che consigliare un libro ad una persona che si suppone abbia tra i cinquanta e i settanta anni è, nel 2024, un atto di per sé rivoluzionario. Quanti dei nostri parenti infatti sarebbero in grado di leggere un libro dall’inizio alla fine? Come accade per alcuni batteri parassitari, i nati negli anni ’60 hanno raramente a cuore la salute dell’organismo ospite che infestano, e raramente accettano consigli; altrettanto raramente si cimentano nell’arduo esercizio chiamato “comprensione del testo”. 

Meglio dunque se il testo in questione è un breve saggio dal piglio narrativo. Meglio ancora se il saggio è stato pubblicato nel 1931, cioè in un periodo storico che, come sappiamo, va molto di moda tra i nati negli anni ’60. Sto parlando di Tecnica del colpo di stato di Curzio Malaparate, un vademecum completo sulle cause, le modalità, e le conseguenze dei più famosi golpe del ventesimo secolo: dalla nostrana marcia su Roma, al meno conosciuto golpe polacco del maresciallo Pilsudski, passando per la rivoluzione di ottobre. 

Ingannati sulle finalità storiche e attratti dalla copertina Adelphi color pastello, i nati negli anni ’60 accetteranno di buon grado di sottrarre 15 euro dalla tredicesima? Ne dubito, meglio spendere quei soldi per un set di bagnoschiuma Pino Silvestre. Ché si sa che le rivoluzioni sono per altri paesi, ché in Italia non succedono queste cose, vero?… Vero??

Elena Strappato: Dorothy Parker, Complete Stories, Penguin Classics 2002.

Se ogni festa ha la sua killjoy, e il consiglio di lettura non deve essere da meno, il mio è un classico che non è un classico. Se hai visto Ragazze Interrotte o Una Mamma per Amica, forse conosci a memoria una sua poesia. Se ti mancano questi riferimenti, non importa. Probabilmente la conosci già, la conosciamo tutti, ma nessuno di noi la legge. Tra poesie e racconti c’è l’imbarazzo della scelta, soprattutto se a Natale vuoi sfoderare battute taglienti con il cugino molesto che non ti lascia in pace. D’altronde era la regina dei salotti (per il suo wit e la sua intelligenza, e non solo per il vino).

Ma se invece a Natale vuoi essere triste e guastare la festa a tutti, mentre il mondo vuole che tu sia felice, leggere Dorothy Parker ti farà bene. Ti sentirai legittimata. Perché pochi, come lei, hanno reso la profonda coscienza dell’ingiustizia che può animare ogni nostra tristezza.
Tra le traduzioni un po’ sparse dei racconti di Dorothy Parker ne esiste una di Eugenio Montale con postfazione di Fernanda Pivano, Il mio mondo è qui (Bompiani, 2003); e un’altra per i tipi di Astoria, Tanto Vale Vivere, a cura di Chiara Libero (2021).

Tradurre poesia: un atto di amore?

Un’intervista a Bianca Tarozzi, a cura di Vassilina Avramidi e Elena Strappato

Mentre i countdown per le feste natalizie sono già iniziati, e tante finestrine dei calendari dell’avvento sono già state aperte, anche noi dell’Almanacco ritorniamo su alcuni dei momenti più belli che abbiamo condiviso durante il 2024. Ritorniamo alle giornate calde di giugno, quando abbiamo organizzato il Grisù Festival de Lo Spazio Letterario, in collaborazione con Porta Pratello e con la libreria indipendente Confraternita dell’Uva.

Con l’intervista a Bianca Tarozzi avvenuta durante il Grisù, si è chiuso un anno di lavori e collaborazioni sulla traduzione, e in particolare sul rapporto tra poesia e traduzione. Durante il 2024 abbiamo desiderato di incontrare traduttori e traduttrici per diversi motivi: certamente, per conoscere il punto di vista di chi traduce, considerandolo un punto di vista privilegiato, critico sul testo, ma anche per valorizzare il lavoro di chi traduce e per rivendicare il lavoro di traduzione come una forma di scrittura contemporanea.

Bianca Tarozzi è nata a Bologna e vive a Venezia. Ha insegnato letterature inglesi e angloamericane tra Verona, Venezia e Milano, e come traduttrice ha abitato la poesia americana, in particolar modo quella confessionale e i suoi nomi più rappresentativi come Robert Lowell, Sylvia Plath e Elizabeth Bishop. Ha tradotto anche la poesia di Emily Dickinson, A. E. Hausmann e Louise Glück, vincitrice del Premio Nobel del 2020. Come autrice e poeta, l’esordio di Bianca Tarozzi avviene con Nessuno vince il leone (Arsenale, 1988), una raccolta di riscritture al femminile dove ritroviamo, tra altre, figure note dalla mitologia greco-romana, come Arianna e Penelope. In questa intervista, Bianca ci racconta la sua esperienza in quanto traduttrice di due tra le opere più rilevanti di Louise Glück, Ararat e Meadowlands, in Italia pubblicate entrambi dal Saggiatore (2021 e 2023 rispettivamente).

Elena: Nel 2021, dopo la vittoria del Nobel di Louise Glück, il Saggiatore pubblica la tua traduzione di Ararat, che in realtà però è precedente; era già stata pubblicata nel 2012, in un numero monografico della rivista In forma di parole, curata da Gianni Scalia. In realtà, fino alla vincita del Nobel, Louise Glück era parecchio sconosciuta nel panorama italiano, a tal punto che giravano articoli dal titolo “Louise Glück chi?”… Considerando che tu provenivi da una poesia contemporanea americana come quella confessionale, e che la voce lirica di Louise Glück in qualche modo sfugge questa categorizzazione, vorremmo che ci racconti com’è avvenuto l’incontro con la poesia di Glück, e in particolare come sei arrivata a tradurre Ararat e Meadowlands?

Bianca: Partiamo dalla mia formazione in quanto americanista. Quando ancora frequentavo l’università a Venezia ho scritto una tesi su Robert Lowell, che penso sia l’unico o, meglio, quasi l’unico poeta americano che si occupi della storia americana, perché sia la Glück che altre importanti poetesse e scrittrici contemporanee nordamericane, come Mary Robinson e Anne Carson, non parlano della storia nella loro poesia. Lo stesso credo vale anche di molti poeti americani contemporanei. Ci sono, certo, alcune eccezioni, ma allora si tratta di newyorkesi, ebrei, che hanno una diversa consapevolezza della storia. Mentre dunque lavoravo su Robert Lowell ed Elizabeth Bishop, ho letto un libro della critica letteraria Helene Vendler, scomparsa recentemente, intitolato Part of Nature, Part of Us (Parte della natura, parte di noi), pubblicato nel 1980.[1] Lì, verso la fine del libro, c’era una parte dedicata sulla poesia di Glück. Allora ho pregato la mia sorella maggiore, filosofa che vive a New York, di farmi avere qualcosa della Glück. Quindi, per le vacanze di Natale del 1980, mi ha mandato proprio quel librino di Glück che Vendler aveva commentato nel suo grosso volume sulla poesia americana. A una prima lettura, mi è sembrato molto facile individuare le influenze di Glück. Già dalla prima poesia sua che ho letto, ho pensato a Silvia Plath, perché il suo verso era libero, drammatico, la tematica era gotica… aveva però un tema suo specifico, ed era quello – se vogliamo chiamarlo così – dell’anoressia. Louise Glück aveva avuto una formazione un po’ particolare: ha studiato alle scuole superiori, dopo però si è ammalata e ha avuto gravi problemi di salute (anoressia), come non ha seguito un curriculum “normale”, studiando, per esempio, in una facoltà di lettere. Quando dunque mi è arrivato questo libro, [n.d.r.: Descending Figure), io lo lessi con molto interesse, e pian piano che uscivano anche le opere successive, me le procuravo. Anni dopo, quando insegnavo letterature angloamericane all’Università di Verona, ho organizzato un convegno su Ulisse e Circe. A quel punto, Meadowlands, il libro in cui Glück riscrive in parte i personaggi di Ulisse, Penelope, Telemaco e Circe, era già uscito e lo conoscevo.

A questo punto occorrerebbe tornare un po’ indietro: già anni prima, quando facevo lezioni di poesia americana alla Ca’ Foscari, per il Novecento partivo da Ezra Pound e dal suo poemetto Hugh Selwyn Mauberley (tradotto in italiano da Giudici), dove Ulisse diventa l’emblema del poeta novecentesco. Dopo Pound, anche Lowell, sul quale io avevo fatto la tesi, ritorna sul personaggio di Ulisse, per rappresentare la sua storia biografica, esistenziale: nella sua poesia Penelope era la maschera per la seconda moglie, Circe per la terza. Bisogna dire di Lowell che tutte le sue mogli sono state scrittrici, romanziere o critiche letterarie – almeno su questo direi che abbia rivelato un certo buon gusto! La sua versione però di Ulisse e Circe è tremenda: la sua era una maga aristocratica, dell’ Atlanta del nord, che si, scriveva romanzi, ma era di una famiglia disastrata, figli, droghe… insomma, succedeva di tutto. Per Lowell, quel periodo è stato un disastro, ed è quello che racconta attraverso questa riscrittura del mito. Ciò che fuori dalla poesia invece è che Lowell decide di ritornare dalla seconda moglie, Elizabeth Hardwick, ma il nostos non avviene: il poeta è morto in taxi, proprio mentre tornava a New York, dalla sua Penelope. La mia traduzione dell’Ulisse di Lowell è stata pubblicata nel 1977, in una rivista di Gianni Scalia, qui a Bologna – dico una perché, ai quei tempi, Scalia si inventava delle riviste in continuazione, appena finiva una ne cominciava un’altra.

Sono partita quindi da Ulisse, ma certo Penelope mi ha sempre molto interessata. Qualche anno dopo, nel 1985, ho scritto le “Variazioni sul tema Penelope”, un poemetto piuttosto lungo di trecento versi, mi fu subito pubblicato – per alcuni, quel poemetto sarebbe la cosa migliore che ho scritto; io non sarei tanto d’accordo su questo, ma ognuno ha i propri gusti. Allora, in quel periodo, sul terzo programma della radio, leggevano l’Odissea nella meravigliosa traduzione di Aurelio Privitera, pubblicato presso la casa editrice Lorenzo Valla. Passavo quindi le mie mattine ascoltando l’Odissea e nel frattempo scrivevo la mia versione di Penelope. L’ho ambientata nella contemporaneità, aggiungendo una buona dose di elementi autobiografici. Telemaco, per esempio, era mia figlia e mi faceva delle domande veramente strane: «tu, mamma, c’eri quando nell’era dei dinosauri?»… Avendo quindi scritto io stessa una Penelope, dai toni in parte comici e in parte drammatici, quando è uscito Meadowlands, mi sono precipitata, l’ho tradotto tutto e Gianni Scalia mi ha subito fatto pubblicare tutto il libro nella rivista In forma di parole. Questa è la storia del mio incontro con Glück.

Vassilina: Come hai ben accennato, in Meadowlands Glück riscrive l’Odissea in chiave lirica. Scrive, sì, in verso libero, ma gioca tanto con la forma e cerca di riportare dentro un genere per eccellenza monologico come la lirica, l’elemento del dialogo. Nei suoi versi, il mito è un velo, e la famiglia di Itaca diventa un’analogia triangolare (Penelope-Ulisse-Telemaco vs Glück-marito-Noah) attraverso cui la poeta racconta la fine del suo matrimonio. Una poesia che trasmette i sentimenti dolceamari del divorzio e della rottura, una poesia piena di lutto non per la morte, bensì per la perdita di una vita matrimoniale che ha segnato la vita della scrittrice e il suo rapporto con il figlio. Come Glück, anche Penelope è una figura che vive nell’assenza dell’altro, che fa esperienza della perdita, e del lutto continuo – del resto, anche la stessa tela di Penelope è un’arma contro i pretendenti, radunati a Itaca a causa dell’assenza del marito, ed è un oggetto del lutto, un che Penelope prepara per la morte eminente del suocero Laerte; una morte che non avverrà all’interno dell’Odissea.

 Sentire il lutto per qualcosa che si è perso è anche un sentimento che ci riporta alla pratica della traduzione; pensiamo anche al termine “resa”, all’ “arrendersi” davanti al testo e ai possibili “intraducibili” della lingua di partenza. Facciamo un esempio: nella tua traduzione di Meadowlands hai scelto di lasciare il titolo uguale nella versione italiana, una decisione che abbiamo visto ripetersi anche nella traduzione in greco moderno, come anche in quella francese. Tale decisione è senz’altro giustificata, visto che Meadowlands è il nome dello stadio della squadra The Giants a New Jersey, un luogo-chiave in questo libro di Glück, che diventa tema centrale nei dialoghi lirici con il marito. Questa scelta però nasconde un altro significato nascosto nel titolo inglese: “meadowlands” sono, infatti, le terre dei “meadows”, parola che traduce il greco antico λειμών (il prato, il pascolo), luogo poetico già dai tempi dell’Odissea dove i «meadows» erano la casa delle Sirene. Questa, per esempio, è una connessione con Omero che il lettore italiano, greco, francese perde quando vede la parola «meadowlands».

Bianca: Allora, parliamo dei titoli e della strutturazione dei libri della Glück. Le sue poesie sono strutturate all’interno dei libri con un senso, con un’unità tematica, non sono poste cronologicamente man mano che le scriveva. Ararat, anche quello lasciato invariato nelle varie lingue, è un altro bel esempio della molteplicità di significati che si nascondono dietro i titoli della Glück: per la maggioranza dei lettori, Ararat è il monte dove si pose l’Arca di Noè, dopo l’alluvione; ma Ararat è anche un nome di un cimitero ebraico di Long Island, dov’è sepolto il padre della Glück, un personaggio centrale di questo libro. «Meadowlands» in inglese significa terreno a pascolo, ma è anche lo stadio. Questo è un punto tematico di scontro tra marito e moglie nel libro: per lui, i calciatori che giocano lì sono persone straordinarie, quasi eroi, mentre per lei, sono quasi dei delinquenti, degli energumeni. Addirittura, il personaggio di Penelope, attenta all’estrema cementificazione della zona, ride del nome dello stadio e lo paragona all’interno di un forno. Quindi i titoli della Glück sono sempre plurivalenti, indicando allo stesso tempo l’unità tematica dei libri.

Vassilina: Infatti, lo stadio dei Giants prende il suo nome proprio dai prati di New Jersey su cui è stato costruito, durante un periodo che ha segnato la zona per l’edificazione intensiva e la perdita di una dimensione più bucolica che la caratterizzava. Ritornando all’idea della perdita vorrei chiederti come ti sei approcciata a questo libro, e anche più generalmente, come ti approcci alla pratica della traduzione? Come riesci a mantenere i molteplici significati che ci sono all’interno dei versi e delle parole straniere, senza sentirti di perdere sempre qualcosa dall’originale?

Bianca: Ho recentemente pubblicato un libro sulla traduzione per Molesini, che si chiama Imitazioni.[3] Il titolo è un termine usato nel Settecento da traduttori inglesi, per es. da Dryden, perché si sono resi conto che una traduzione vera e propria è impossibile – addirittura, alcune volte è proprio impossibile tradurre. Poi la parola è diventata una tradizione, sia in Italia che negli Stati Uniti: un libro di Bertolucci si chiama così, come anche uno di Sinisgalli. Per non parlare poi delle Imitations di Robert Lowell, dove in realtà la voce poetica è tutta sua, non c’è nessuna fedeltà all’originale.[4] Per me, il problema delle traduzioni era dovuto al fatto che traduco poesia da sempre, ho cominciato appena ho potuto, partendo da Baudelaire per divertimento. Tradurre poesia è un atto di amore, perché la poesia interessa pochi. La vera sfida nella traduzione di poesia non è il ritmo, ma la struttura metrica, la rima… quelle non si possono tradurre. Ogni tanto uno può anche riuscirci, ma è raro. Le questioni, quindi, sarebbero due: la fedeltà al testo e il tentativo di costruire un ritmo, che non potrà, certo, essere proprio identico a quello del testo originale, ma che dovrà essere percepito come un ritmo.

Quando facevo le medie, studiavamo l’Iliade, e cioè leggevamo il testo omerico, ovviamente in traduzione. Quando invece mia figlia andava alle medie ha studiato l’epica antica in un modo tutto diverso: rispondevano a delle domande perlopiù teoriche come “cos’è un poema epico” e a imparare varie definizioni, senza fare esperienza diretta del testo omerico. La mia generazione – io sono del ’41 – ha avuto la gioia di leggere l’Iliade nella meravigliosa traduzione di Vincenzo Monti, completamente infedele, più lunga dell’originale, quindi per certi versi disastrosa. Il suo ritmo però è favoloso; del resto, anche Leopardi era apprezzata anche da Leopardi.

Se quindi accettiamo che una delle maggiori sfide nella traduzione di poesia è quella della struttura ritmica, con la Glück questo problema non si pone: il suo è un verso libero. Ciò che costruisce il ritmo nella Glück è la semplicità, la chiarezza, la laconicità della frase e della struttura sintattica. Lei dice addirittura che non adopera nessuna parola che un bambino non potrebbe capire. Si tratta dunque di una poesia comunicativa, non difficile da tradurre salvo che per delle questioni culturali: per es., meadowlands non vuol dire nulla per un italiano, mentre per un americano evoca immediatamente lo stadio. Io non ho trovato delle grandi difficoltà. Ho tradotto prima Ararat perché l’ho trovato più facile, mentre Meadowlands, anche per via della presenza di dialoghi, ha un linguaggio più complicato: da un lato, è un inglese colloquiale, parlato dagli americani, dall’altro è elegante; due cose che sembrano contraddirsi, e invece Glück riesce miracolosamente a costruire un linguaggio conciso, elegante, perfettamente chiaro e comprensibile, con una struttura sintattica interessante, e quindi con una ritmicità. Non ha però né la metrica, né la musica.

Vassilina:La musica è però presente in Meadowlands lungo tutto il libro, attraverso citazioni o invocazioni. Già nell’esergo, la coppia dei protagonisti comincia un gioco: «– Giochiamo a scegliere la musica. La forma preferita. – L’opera lirica. – La tua preferita. – Figaro. No. Figaro e Tannhauser. Ora tocca a te: cantamene una.» Si parte, dunque, dall’opera e si procede con la prima poesia del libro, intitolata «Penelope’s Song», «La canzone di Penelope», dove l’eroina si stacca dalla sua anima, e le chiede di cantare una canzone al marito perché ritorni.

Bianca: Io nel primo verso di questa poesia, «little soul», «piccola anima», vedo un chiaro riferimento all’ «animula vagula blandula» di Adriano. Infatti, avevo tradotto «little soul» con «animula», ma la casa editrice ha scelto diversamente.

Vassilina: E alle perdite si ritorna, quindi… Le referenze musicali in Meadowlands arrivano fino alla musica kletzmer, un genere musicale ebraico proveniente dall’Est Europa, tanto conosciuto a New York e generalmente negli Stati Uniti, che di solito viene scelto per le feste e i matrimoni ebraici durante gli anni in cui Meadowlands viene scritto. La Penelope di Glück, invece, esprime il desiderio di cantare una «accattivante / innaturale canzone – appassionata come Maria Callas» («La Canzone di Penelope»). La tua Penelope, dall’altra parte, fa i conti con l’epica, e anche se trovi che l’endecasillabo sia «una muffa», scrive comunque in endecasillabi, nonostante alcuni siano spezzati, e altri nascosti tra enjambements. Vorrei dunque chiederti: che legami vedi tra Penelope, la musica e la metrica e qual è il tuo rapporto personale metrica e con l’endecasillabo?

Bianca: Mentre nella poesia modernista del Novecento Ulisse è il poeta, nella poesia della Glück il poeta è Penelope – come lo è anche la mia, che scrive e traduce. Per quanto riguarda l’endecasillabo invece, la poesia dell’Ottocento inglese, mi viene in mente in particolare Tennyson, quella era una poesia così cantata, così musicale, che il Novecento ha dovuto reagire contro questa musica del metro. Anche Pound però, che ha preferito il verso libero, dice «there isn’t such a thing as free verse», «non esiste il verso libero», perché anche nel verso libero ci dev’essere un ritmo; se non c’è un ritmo, allora è semplicemente prosa. C’è chi ha molto criticato la Glück, dicendo «come mai quell’articolo su Persefone [n.d.r.: Averno] va sempre a capo»? La risposta è semplice, perché è poesia. Il ritmo della Glück è argomentativo. La poesia di Meadowlands ha come tema, tra altri, la musica, ma non è una raccolta di canzoni. Il suo è un lavoro quasi più simile a un’opera teatrale, con i personaggi che confliggono tra loro. Telemaco, per es., ha un ruolo centrale: è il figlio scisso tra due genitori completamente diversi. Il marito della Glück era un atleta, un professore di ginnastica, non era per caso che gli piaceva il calcio; era forse prevedibile che il matrimonio non potesse funzionare tanto bene. La struttura è dunque drammatica, un pensiero che si snoda ed esamina i pro e i contro di una relazione destinata a finire.

Per parlare del mio rapporto con l’endecasillabo tornerei ancora all’Iliade di Vincenzo Monti e all’influenza che ha avuto su di me – dovremmo anche considerare che allora si imparavano pezzi di poesia a memoria. L’endecasillabo è connaturato nella nostra tradizione, però nel mio caso si tratta di un endecasillabo terremotato: gioco con il verso lungo quello verso breve, endecasillabo e settenario, un’alternanza che troviamo già in Dante, Petrarca, Tasso, e via dicendo. Milton copia dall’Italia, l’endecasillabo influisce sulla poesia inglese del Cinquecento, perché leggono Petrarca e dopo viene creato il pentametro giambico. Il mio endecasillabo cerca di diversificare il ritmo, si spezza, in modo da evitare questa “cantilena” che risulta poco accettabile nella poesia del Novecento.

Elena: Tornando sui due libri della Glück che hai tradotto, Ararat e Meadowlands, noi abbiamo individuato un filo comune: entrambi questi libri sono pervasi dal lutto. Certo, parlando di perdite diverse. In Meadowlands c’è la perdita dell’eros, dell’intimità coniugale tra due sposi; c’è la lontananza di Ulisse da Penelope come anche la crisi, la fine di un matrimonio. In Ararat il lutto è prima di tutto familiare: vi ci troviamo il resoconto poetico di vicende familiari che forma un intreccio quasi narrativo, romanzesco. Allo stesso tempo questi due libri che cantano della perdita, sembra ragionino sul desiderio. Nell’epigrafe di Ararat troviamo una citazione da Platone: «il desiderio è la ricerca per l’intero; si chiama amore». Il tema della perdita in Ararat non è legato solo alla perdita del padre, ma anche all’amore difficilissimo che univa la Glück con la sorella; due sorelle tanto diverse, che ricordano in parte le opposing forces di Ulisse e Penelope in Meadowlands. Il desiderio come portatore di lutto, di perdita, ci ha fatto venire in mente la Canadese classicista, scrittrice e poeta Anne Carson, che definisce l’eros come perdita, mancanza e lutto. Per Carson l’esperienza erotica del desiderio come caratteristica dell’amante, del mancante (colei che non ha) e del sapiente (colei che sa di non sapere?) – un po’ come fa Penelope in Meadowlands. Dalla tua esperienza di questi due testi, c’è qualche riflessione che intreccia in entrambi desiderio, perdita, e ricerca di una voce creativa?

Bianca: Se pensiamo di nuovo al titolo Ararat, c’è una terza connessione che dovremmo aggiungere alle due precedenti, menzionate prima: nella radice ebraica, «ararat» vuol dire salvezza. Sarà dunque l’inevitabile ricerca dell’intero possibile? Dopo, un tema importantissimo di questo libro è vero, è il rapporto complicatissimo tra le due sorelle. Si tratta di una insopportabilità che ha una lunga tradizione: nella scrittura biblica, il primogenito è sempre cattivo; il secondogenito, invece, gode di una maggiore libertà, forse addirittura felicità. Il primogenito è condannato all’invidia. Il personaggio di Glück in Ararat confessa la sua invidia, è onesta ed esplicita. Avendo io stessa una sorella maggiore, ero molto interessata a indagare meglio sul racconto di Glück di questo rapporto tra sorelle.

Per quanto riguarda invece la perdita, questo penso sia il tema di tutta la poesia. Ci tengo a citarvi almeno due casi. Elizabeth Bishop ha scritto una poesia intitolata «The Art of Losing», dove dice: «the art of losing isn’t hard to master», «l’arte di perdere non è difficile da padroneggiare» – del resto, questo è destino comune di tutto il genere umano. La poesia vuole conservare ciò che si perde, fermare l’attimo, congelare l’emozione. Qui ritorno ancora a Pound, che parla della poesia come «frozen emotion», «emozione ghiacciata, fermata, trattenuta». Emily Dickinson, invece, in una sua poesia ci ricorda come «la percezione di un oggetto costa precisamente la perdita dell’oggetto», cioè, se hai l’oggetto, sei contento, non hai bisogno di scrivere dell’oggetto. Sul tema della perdita ho scritto una poesia che si chiama «Orchidee impossibili», che finisce così: «io, invece, al posto della cosa, ho la figura. Non solo una, due. Ciascuna mi sollecita tentare un’arte non banale, una linea sottile. Io, che non so curare una vera orchidea, mi prendo cura delle immagini. Vive nella mente, indugiano, ritornano. Così vivo di niente. È come tessere una tunica di anemoni, con un filo di ragno, con le ortiche, raffigurare quello che non c’è o almeno non è qui. E ti chiedi perché puoi farlo, e poi perché, soprattutto perché non puoi non farlo». Potremmo chiederci, «perché fermare l’attimo?», ma questa è una vocazione, e non si può evadere.


[1] Helen Vendler, Part of Nature, Part of Us: Modern American Poets (Cambridge, MA: Harvard University Press, 1996).

[2] La turbolente relazione tra Lowell e Hardwick viene rispecchiata nella loro corrispondenza, pubblicata recentemente nel volume The Dolphin Letters 1970-1979: Elizabeth Hardwick and Robert Lowell, The Dolphin Letters 1970-1979, ed. Saskia Hamilton (London: Faber & Faber, 2020).

[3] Bianca Tarozzi, Imitazioni (Venezia: Molesini editore, 2023).

[4] Robert Lowell, Imitations (New York: Noonday Press, 1990).