Pubblichiamo di seguito uno dei due testi segnalati per la sezione “Racconti” della quinta edizione del Premio Lo Spazio Letterario: Silberhornstraße di Valeria Zangaro.
Ora lavora in una Bäckerei. All’inizio non sapeva bene cosa fosse una Bäckerei. Poi invece ha capito: è un panificio, ma è anche un bar. È due mesi ormai che imbusta bretzel e panini e prepara caffè. Inizia molto presto e il resto della giornata libera lo passa a dormire; perciò di Monaco conosce poco e niente. Non conosce la leggerezza del cielo per esempio. Quando è arrivata qui la prima volta, c’erano le nuvole. Era una cosa che non aveva mai notato prima. Le nuvole di Monaco non sono le nuvole di casa. C’è una gravità nelle nuvole di Monaco che non ha mai visto in nessun altro posto. Nemmeno durante la gita del quinto ad Atene, o la vacanza di famiglia a Praga, oppure quella col suo ex a Barcellona. In realtà, tutto ha un peso a Monaco. Per prima cosa le scelte. Da due mesi la sua vita è tutta qui. Da due mesi nevica. Anche se è marzo. Lei conosce Monaco solo così: gravida.
La strada che conosce meglio è la Silberhornstraße. La percorre tutte le mattine come questa col tram. Il tram lampeggia alla fermata di Rosenheimer Platz. Sembra aspetti solo lei. E in un certo senso questa cosa le piace. Non sono molte le cose che le piacciono, e da quando se n’è andata sono ancora meno. Non perché le ha lasciate in Italia. Forse solo perché adesso ha meno cose e quindi le possibilità si riducono.
Alle 4.52 il tram la lascia a Silberhornstraße, la Bäckerei è proprio lì accanto. Ha il tempo di una sigaretta. La fuma appoggiata al muretto della clinica medica. Fuma la sigaretta e quello è uno di quei momenti, forse l’unico, in cui Monaco smette di avere un peso e diventa invece un sussurro. Solo un sussurro. È un momento di quelli che a lei piacciono. Lo condivide con Yun.
Yun è il suo collega. Yun è cinese, sì, ma è anche italiano. Vive qui mentre la sua famiglia a Bari. E infatti ha un accento strano. O è solo a lei che sembra strano sentir parlare un cinese come un barese. Sotto le felpe indossa sempre una qualche maglietta della Bari. Anche questo lo trova strano. Comunque Yun è l’unico con cui Lei può parlare in italiano. Il resto del tempo si aggrappa alle parole, nonostante il corso di tedesco fatto prima di partire. Più di tutto le interessa pronunciare le parole bene, costruire la frase come va costruita, con il verbo alla fine e cose così. Ma certe volte le parole sono fatte di incagli e finiscono per graffiare la gola. E allora lei si blocca e non sa più che fare davanti al bancone. È Yun a intervenire. Ci pensa lui. Le sorride e in italiano le dice: «Faccio io» e lei smette di sudare.
Yun è uno che sorride sempre. Uno gentile di quella gentilezza che Lei all’inizio prendeva per finta. Ma Yun non lo conosce in altro modo se non così. La gentilezza di Yun è di quelle che quando Lei arriva per fumarsi assieme la prima sigaretta della giornata, lui le cede la parte di muro riscaldata dal suo corpo. E poi le chiede: «Come stai?» in un modo che è un modo sincero.
Solo che Lei ci sta scomoda in quella gentilezza, la imbarazza, e allora Lei alza le spalle e dice: «Normale» e poi: «Tu?» Yun fa sì con la testa e intanto sorride. Fa un altro paio di tiri alla sigaretta, non si dicono niente per il resto della sigaretta. Guardano entrambi il cielo. Una mattina, Lei gli chiede: «Com’è senza?»
«Cosa?»
Lei fa segno al cielo. «Senza le nuvole, com’è?»
«A Monaco ci sono sempre le nuvole, anche quando pensi che non ci sono» strofina il mozzicone sul muro, se lo infila in tasca e aggiunge: «Per questo mi piace.» Non gli chiede cosa intende, le sembra che chiederlo possa rovinare il momento. Per lo stesso motivo forse non sa nulla di Yun. Sa solo che se n’è andato dall’Italia, ma non il perché.
Yun conosce tutti i clienti che frequentano la Bäckerei. Gli ha dato i nomi di strade che si trovano solo a Bari. C’è Via Sparano che è la tizia delle otto, sempre elegante, vestita per un colloquio di lavoro, anche nei weekend. Prende un caffè con abbondante zucchero. Via Capruzzi invece è il tizio delle sei e mezzo ogni lunedì e giovedì. Lei non ha chiesto a Yun perché gli abbia dato proprio quel soprannome, ma immagina che sia per come si veste, sempre trasandato, anzi no, consumato. Pure Lei aveva avuto la stessa impressione, quella volta che era andata a Bari col suo ex.
Il primo cliente del venerdì è sempre Via Melo. È il barbone che va a dormire al Wohnheim qui vicino. Perché Yun gli abbia dato quel nome glielo dice una mattina prima di iniziare. «È l’unico con una storia come si deve.» Prima di iniziare, Lei e Yun si dicono tante cose. Perlopiù è lui a dire. Le dice le cose che vorrebbe fare più in là. Tipo avere una casa, dei figli, oppure iscriversi all’università per studiare Filosofia.
«E tu?, che vuoi fare?» le chiede, e Lei non sa bene cosa rispondere. Dice solo: «Niente di che.»
«Mèna» dice con quell’intercalare in barese, «impossibile che non lo sai.»
Lei alza le spalle. «È davvero importante?»
Lui sembra pensarci un attimo, il tempo di un tiro. «Lo sai che il mio nome vuol dire “nuvola”?»
Yun dice questo e a Lei piace l’idea che una parola abbia un significato, una storia. Spengono la sigaretta perché Via Melo li sta già aspettando. Non appena entra, si va a sedere al solito tavolo, quello in mezzo alla sala. Prende un cappuccino grande, una Nussschnecke e pure un bretzel al formaggio. Dalla tasca impugna le monetine, probabilmente quelle della settimana, e comincia a contarle. Ma Yun tutte le volte lo ferma, gli dice: «Alles gut», va bene così, gli offre la colazione. Via Melo mangia e beve con lentezza, assapora, come se non ci fosse niente di meglio che quel momento. Come se quello fosse il suo sussurro, un po’ come per Lei lo è la sigaretta in silenzio con Yun prima di iniziare. Poi Via Melo lascia il vassoio sul bancone e se ne va. Quando esce dalla Bäckerei, loro tengono la porta spalancata per far arieggiare. Intanto disinfettano tavolo e sedia con un secchio pieno d’acqua bollente. Più che altro è Yun a farlo. Sa che Lei odia farlo. Un’altra delle gentilezze di Yun, insieme al pane regalato a Via Melo a fine giornata, prima di chiudere.
«Perché lo fai?» gli chiede una volta.
«Cosa?»
«Hai capito.»
Yun annoda la busta di plastica piena di bretzel.
«Lo sai che dobbiamo rendicontare anche gli scarti.»
«Figurati se li contano.»
«E se lo fanno?»
«Non lo fanno.»
«Sì, ma se poi invece sì? Ti possono cacciare per una cosa del genere, lo sai.»
Yun si gira e le sorride. Poi le dice: «È davvero importante?»
No, non lo è. Ma questo lo capisce solo più in là.
Lo capisce un venerdì mattina che il tram non arriva perché c’è lo sciopero e lei è costretta a fare il tragitto a piedi. Solo adesso si accorge che la neve si è sciolta, finalmente, e si accorge di un’altra Monaco con un altro cielo, con le mattine tanto abbaglianti da nascondere il brillio del tram. Mattine di quel chiarore freddo e leggero, come una vertigine. La stessa che prova arrivando alla Bäckerei senza che ci sia Yun ad aspettarla. C’è solo Via Melo già lì davanti, prima del solito. Con le mani nella tasca del giaccone incolore. Solo ora Lei lo nota: sotto il giaccone indossa una maglietta della Bari. Probabilmente un regalo di Yun.
Sposta le cassette del pane all’ingresso e fa entrare Via Melo, accende le luci e la macchinetta del caffè. E di tanto in tanto guarda verso la porta, sperando che arrivi Yun. Pensa che sia in ritardo. Anche se Yun non è mai in ritardo. Pensa pure che magari è malato. Ma ieri non le era sembrato malato. Ieri fumavano una sigaretta. Yun era silenzioso. Veramente è silenzioso da qualche settimana ormai, e lei se ne rende conto solo ora che sta dando la Nussschnecke e il bretzel a Via Melo e gli sta dicendo: «Alles gut.»
Guarda un’altra volta l’ingresso: ieri erano appoggiati lì accanto, non si sono detti molto. Ogni tanto un’auto passava, si sentiva solo questo: gli aliti alla sigaretta, come una preghiera al cielo. Poi lui le ha detto: «Prima o poi pure loro se ne andranno.» Aveva lo sguardo rivolto al cielo fecondo. Invece lo sguardo di Lei è al cellulare adesso. Vorrebbe chiamare Yun, ma non gli ha mai chiesto il numero, come se Lei e lui esistessero solo nello spazio, nel tempo, di questa parte di giornata e poi non più. Adesso vorrebbe chiedergli tante cose, per esempio perché vuole studiare Filosofia, oppure dov’è che le nuvole se ne vanno quando non sono qui.
Anche Via Melo se ne va. Si fanno le nove e Yun ancora non c’è. È costretta a chiamare in centrale. Non ha mai parlato con qualcuno della centrale. È una cosa che ha sempre fatto Yun. Al telefono dice a una ragazza che il suo collega non è arrivato oggi e che non sa che fare, qui è sola, e non sa nemmeno cos’è successo a Yun. Se è malato o cose così. Si sorprende di come sappia il tedesco così bene. La ragazza al telefono le dice che sta arrivando un sostituto, che non doveva capitare. «Yun ist krank?», insiste. E la ragazza dice di no, non è malato, sospira per un attimo, poi dice che Yun se n’è andato. Dove?, vorrebbe chiederle, e perché Lei non ne sapeva niente?, invece non chiede altro. Chiude la telefonata e aspetta il sostituto. Siccome non c’è nessuno e sembra una di quelle giornate lente, si fuma una sigaretta al muro accanto all’ingresso. Non ha mai visto un blu così lapidario prima d’ora. Più tardi, invece di tornare a casa, potrebbe andare al fiume Isar. Non lo ha mai fatto da quando è qui. Si chiede come sarà Monaco d’estate. E quasi quasi le piace l’idea di scoprirlo. Una nuvola che prima non c’era vela il sole. È giusto un attimo, il tempo di un sussurro. Poi se ne va. E Lei sorride.
