Pubblichiamo di seguito uno dei due testi segnalati per la sezione “Racconti” della quinta edizione del Premio Lo Spazio Letterario: Sopravvivere di Alessio Fasano.
Se riesce a entrare, se sfonda la porta, ti fa a pezzi. Ma c’è la porta, la porta è di pino, pino buono dice la Mamma, di non preoccuparti. Passato il giorno torrido, in questa terra che si chiama Fumusa, e che potrebbe non esistere, ma invece eccola, che si contorce in mille ulivi mostruosi in tutte le direzioni e non lascia spazio a nessuna illuminazione elettrica. Qui il progresso non riesce, non ce la fa ad arrivare. Gli alberi come uomini e gli uomini come alberi si oppongono al suo arrivo. La notte è spaventosa ma il cielo è bellissimo. La terra, invece, ai tuoi occhi, è sempre gorgoglio di creature orripilanti e bestie dal dorso liscio e denti acuminati, e allora ti concentri sulle stelle, le immagini dal tuo letto, mentre la schiena ti suda.
Un colpo secco. Tutto trema.
La casa è di mattoni solidi e tu, contrariamente a quello che Papà ti racconta, non sei un porcellino. La Mamma dice che di sicuro sta morendo, quella cosa che hai visto prima, per un attimo, da dietro la gamba di lei, che senza paura ha aperto la porta e si è messa a urlare, e il randagio gigante non ha fatto come gli altri fanno di solito, non è scappato con le zampe vicino le orecchie. Ha caricato e la Mamma ha avuto appena il tempo di chiudere la porta, che è di pino, resiste il pino, a tutto, dice la Mamma, pure alle bombe, di non preoccuparti. Ma sembra proprio una cosa che scoppia, quella che di poco non ti fa scoppiare a piangere, per tutta la violenza che posseggono quelle costole che si sono scontrate sul pino, il pino resistente, che devi mettertelo bene in testa, non si sfonda, non cede, non scoppia.
Semplicemente sei andato a dormire. E pure la Mamma, e Papà, dopo un altro film, che è l’unica cosa che li salva dal mondo là fuori. Siete andati tutti a dormire.
La notte le cicale sono un esercito, uno stadio che fa il tifo per il male, tutte le cerchie delle bestie dell’oscurità intorno a quell’essere, tifano per lui. Le vedi benissimo, mentre si infilano dentro la serratura e fanno scattare i meccanismi, lentamente. Non sai come è fatta da dentro, una serratura, ma te la immagini come nei film, nei cartoni. Si aprirà la porta, uno schianto, e le sue unghie sulle piastrelle scheggiate faranno un rumore come di vetro strano e il dorso della bestia si schianterà a ogni angolo e gli oggetti della casa cadranno su di lui che non li sentirà nemmeno, nella sua furia bestiale. Ti sarà addosso e tu non ti muoverai, zitto, non ti opporrai alla morte che arriva, non avrai il tempo, perché la prima cosa che ti porterà via sarà la gola. E Mamma e Papà sono terrorizzati, immobili nei loro letti, che ti lasciano morire da solo, e hanno ragione, perché tu forse faresti lo stesso, ti senti in colpa per non essere un eroe, ma nemmeno loro sono eroi. E la bestia, il randagio, è solo te che vuole e nessun altro, e anche se Mamma e Papà venissero dopo il suo pasto, il muso inzuppato di sangue, sazio, li ignorerebbe, loro, forse per rispetto, e loro pure ignorerebbero lui, forse per rispetto. Se ne andrebbe, uscendo di casa accolto dal tifo di tutte le creature dell’esercito della notte che ballerebbero intorno alla casa, ordinate per dimensione, dai grilli alle falene, poi le volpi e i canidi, fino ai giganti, gli alberi giganti, tutti gli renderebbero omaggio, si farebbe festa, con la tua carcassa, e la notte non finirebbe mai più.
Passi, lenti e pesanti quanto è pesante l’animale che striscia, le zampe sulla ghiaia, e forse va via.
Tutto a un tratto vicino al tuo orecchio, un respiro. Un rumore viscido, che mai avresti pensato potessero essere viscidi, i rumori, ma quello è il rumore che fa una trachea che si contrae e spinge come non è fatta per spingere, verso l’alto. Ancora il silenzio, lungo, secolare, e poi da sotto la tua finestra, dove sta il tuo letto, proprio vicino al tuo orecchio, arriva. L’ululato. Che attraversa tutto. E pensi che sarai paralitico per sempre, non potrai mai più muoverti perché sei andato in corto circuito, troppa elettricità ha mandato il tuo cervello in fiamme, e così ogni parte del corpo.
La sua bocca piena di cento coltelli è a trenta centimetri, e se solo sapessi a quest’età qualcosa di più su come le case sono fatte, ringrazieresti la malta e la vernice che fanno sì che quei centimetri siano in realtà trentadue, trentatré. Ti dici, ne sei certo, che inizierà a scavare, secondo te il mattone di tufo non sarà mai più duro di quelle zanne, e lui scaverà per tutta la notte se serve, ed entrerà: avrai il tempo, tutto il tempo di sentire il fiato fetido. La coda del tuo occhio scorgerà la lingua sanguinolenta. La testa non la muoverai mai.
E non scappi.
Non ti muovi, non ti alzi dal letto, non metti in agitazione quella corrente elettrica che ti scorre dentro, non la liberi con tutta la forza finché le ossa non ti si sgretolano e sparisci nell’aria e non esisti più e non sei più edibile, non sei più parte della natura. Non corri come una bestia anche tu, là fuori, al centro del sabba che vortica incessante fino a quando il cielo non ti crolla addosso, e tutte le creature ti pasteggiano e condividono, e tu nudo balli, bestia fra le bestie, le viscere a strascico da sposa.
Tu non sei questo.
Tu sei uno, immobile nel lettino di legno e di acciaio, e hai un lenzuolo, bagnato, che ti si è attaccato addosso.
Mentre tutto sembra stia per finire, non ti sei accorto che la bestia non è più lì. Ha fatto ancora il giro della casa.
La porta suona un ultimo colpo. Poi silenzio. Ancora silenzio. Ancora.
Un suono piccolo sembra poter squarciare l’universo.
Un pettirosso.
Lo vedi, nella tua mente, volare, combattere, e cantare, planando nel cerchio delle bestie che assediano la casa, e loro, enormi o piccole che siano, fuggono, le loro truppe in rotta disperata. Il pettirosso ha ossa piccole, e cave, ma è messaggero dell’alba.
Cadi in qualcosa che non è sonno.
È mattina, Papà prende la pala, Mamma ti tiene da parte. È dispiaciuta. Non per te, non per il tuo terrore segreto: per il mastino, la grande bestia, che il pastore, forse, ha avvelenato. La grande bestia che adesso viene trascinata, pesante, pesantissima lontano.
Papà prende la calce. Hai sonno, ma è giorno, è luce, bisogna aspettare.
